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Akira di Katsuhiro Ōtomo

Neo Tokyo, 2019. A trentun anni dallo scoppio della terza guerra mondiale, la capitale giapponese tenta con fatica di ristabilire l’ordine e la civiltà, celando sotto la grandezza dei nuovi edifici (sorti sulle memorie di quelli precedenti, spazzati via dalle esplosioni nucleari), una situazione sociale disastrata e traballante, con attacchi terroristici da parte di gruppi anti-governativi e bande di motociclisti che seminano il terrore. 
In questo scenario si sviluppa un’intricatissima vicenda che vede come protagonista Tetsuo, un giovanissimo membro di una banda di delinquenti in motocicletta (capeggiata dall’audace Kaneda) in perenne lotta con i rivali Clowns, contro i quali ingaggiano battaglie mortali sullo sfondo delle futuristiche notti illuminate al neon. Proprio in seguito ad una di queste scorribande notturne Tetsuo rimane coinvolto in un grave incidente e, sotto gli occhi degli amici inermi, viene rapito dall’esercito, diventando la cavia per gli esperimenti del fantomatico “Progetto Akira”, finalizzato alla scoperta dell’energia pura, l’energia presente in ogni forma vivente e fautrice della nascita dell’universo. A Tetsuo vengono somministrate delle sostanze in grado di far risvegliare in lui dei poteri sovrumani che in seguito diventeranno incontrollabili e che porteranno il ragazzo a perdere la ragione. L’energia scaturita dal profondo, infatti, trasformerà Tetsuo in un folle distruttore che si servirà dei suoi poteri telecinetici per creare scompiglio e gettare la popolazione nella paura. Si scoprirà, così, che in realtà fu proprio il “Progetto Akira” a provocare il terzo conflitto mondiale anni prima, a causa  di Akira, appunto, un bambino che aveva subito, insieme ad altri, gli stessi esperimenti conosciuti dal protagonista. Ecco allora spiegato (per modo di dire) il tragico finale, con Tetsuo ormai vittima del suo stesso potere e trasformato in un gigantesco ammasso di carne informe, incapace di trattenere l’avanzare dell’energia pura cresciuta dentro di lui.
La rottura dell’involucro contenente l’embrione di Akira causerà una nuova esplosione nucleare che porterà Neo Tokyo alla parziale distruzione e nella quale Tetsuo perderà la vita. Una rinascita, dunque, che giungerà in seguito alla distruzione, ma che non lascia intravedere nessuno spiraglio sicuro di pace duratura.

Realizzato nel 1988, per la regia di Katsuhiro Otomo (il quale creò anche il manga anni prima) Akira ebbe uno strepitoso successo non solo in madre patria, ma anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Lo studio “Akira Committee” (nato apposta per questo anime dalla collaborazione di più studi d’animazione) si servì di un budget elevatissimo (pari a circa dieci miliardi di lire di allora), un fatto abbastanza inusuale nel mondo degli anime (sebbene questo fosse un vero e proprio film d’animazione e quindi un prodotto solitamente meglio sostenuto economicamente di un prodotto seriale). Da qui la famosa gamma di colori notevolmente amplificata rispetto al normale (ben 327 tonalità diverse), una elevata fluidità delle animazioni e una maggior verosimiglianza del doppiaggio, merito della tecnica della pre-registrazione dei dialoghi di scuola americana (questo nella versione originale giapponese; il doppiaggio nella versione italiana è, ahimé, alquanto scadente e approssimativo).
Akira riprende lo sfondo post-atomico tanto caro ai prodotti d’animazione giapponese di fantascienza  (da Hokuto No Ken a Neon Genesis Evangelion) con chiari riferimenti al cinema  di Tsukamoto Shinya e ancora prima a David Cronenberg (per quanto riguarda le scene delle mutazioni). In Akira, però, non ci sono i deserti di Ken il guerriero, ma una città ipertecnologica, Neo Tokio, che tenta di risollevarsi dalla catastrofe nucleare, con una  popolazione che si muove lenta, cercando di convivere con la violenza e il degrado. Per tutta la durata del film, sebbene la trama non sia chiara da subito, si ha sempre l’impressione che la situazione stia per esplodere, come se tutte le vicende dei personaggi, apparentemente slegate e autonome, fossero in realtà destinate a giungere prima o poi ad una soluzione che le accomuni. Anche Otomo, d'altronde, definisce questo suo lavoro come un insieme di tanti tasselli, ognuno con la sua storia e la sua importanza: tante sequenze che lo spettatore deve tentare di analizzare con uno sguardo d’insieme, cercando di tenere ben presente che Akira mostra una realtà molto vicina alla vita di tutti i giorni e che quindi non ha sempre una spiegazione per tutto ciò che succede. Tutta la vicenda sembra avere un retrogusto di disperazione e inutilità e la violenza è rappresentata in un modo terribilmente reale, ma non tanto per la visione del sangue, quanto per le dinamiche inspiegabili che la generano e per il fatto (da non trascurare) che le scene più crude avvengono non solo di notte, ma anche alla luce del sole, eliminando così qualsiasi zona franca per gli innocenti cittadini (una costante in Interceptor: il guerriero della strada o in Hokuto No Ken).

Credo sia doveroso soffermarsi anche sulla colonna sonora che accompagna la vicenda per tutta la sua durata: affidata ai Geinoh Yamashiro Gumi, che riescono a fondere i suoni e le percussioni della musica tradizionale giapponese con effetti elettronici cupi e futuristici, riesce a cogliere perfettamente l’essenza del Giappone moderno, una riuscita simbiosi di tradizione e tecnologia, ritratta da musiche che evidenziano la frenesia della vita cittadina con uno spazio minimo dedicato alle voci umane.


Akira
Luogo e anno: Giappone, 1988.
Regia: Katsuhiro Otomo.
Genere: Animazione, fantascienza.

a cura di Giorgio Mazzola