Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks

Un film memorabile

A base di gag riuscite, comicità surreale, satira sociale

Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Usa 1974)
Regia: Mel Brooks. Soggetto: Andrew Bergman. Sceneggiatura: Mel Brooks, Andrew Bergman, Alan Uger, Norman Steinberg e Richard Pryor. Fotografia: Joseph F. Biroc. Montaggio: Danford B. Greene, John H. Howard. Effetti Speciali: Douglas Pettibone. Musiche: John Morris. Scenografia: Peter Wooley, Morris Hoffman. Costumi: Tom Dawson, Vittorio Nino Novarese. Trucco: Alan Fama, Terry Miles. Produttore: Michael Hertzberg. Case di Produzione: Warner Bros, Crossbow Productions. Titolo Originale: Balzing Saddles. Lingua Originale: Inglese. Paese di Produzione: Stati Uniti d’Amarica, 1974. Genere: Commedia Western. Durata: 93’. Interpreti: Cleavon Little (Bart - doppiato da Michele Gammino), Gene Wilder (Jim ditto Waco Kid - doppiato da Manlio De Angelis), Harvey Korman (Hedley Lamarr), Slim Pickens (Taggart), Burton Gilliam (Lyle), David Huddleston (Olson Johnson), LIam Dunn (Reverendo Johnson), Jack Starrett (Gabby Johnson), John Hillerman (Howard Johnson), George Furth (Van Johnson), Alex Karras (Mongo), Mel Brooks (Governatore William J. Le Petomane, capo indiano, aviatore del gruppo di criminali – sempre doppiato da Sergio Fiorentini), Madeline Kahn (Lili Von Shtupp), Dom De Luise (Buddy Bizarre), Robert Ridgey (il boia).

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Attenzione: contiene spoiler

Mel Brooks compie cent’anni e per festeggiare un compleanno così importante Rai Movie manda in onda uno dei suoi capolavori, quel Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974), parodia grottesca del genere western non sempre apprezzata a dovere. Il film è ambientato nel 1874, comincia dalla costruzione di una linea ferroviaria per la quale si usa manovalanza di colore e vediamo un nero ribelle finire in galera per aver colpito un dispotico caporale bianco. Proprio quel nero diventa sceriffo, invece di essere giustiziato, mossa escogitata da un perfido procuratore per gettare nel caos una cittadina del West, poterla demolire e usarla come tragitto per la futura ferrovia. Lo sceriffo - intraprendente e arguto - si fa aiutare da un vecchio pistolero, affronta i banditi e sconfigge i pregiudizi dei cittadini, liberando la cittadina dalle dispotiche mire di chi gestisce il potere. Un film memorabile, a base di gag riuscite, comicità surreale, satira sociale, capace di affrontare il problema della discriminazione razziale calandolo in un discorso comico irriverente. Titolo originale Blazzing Saddles, che significa Selle fiammeggianti, in italiano è molto più efficace Mezzogiorno e mezzo di fuoco, anche se ricorda analoghe parodie interpretate da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alcune - a giudizio di chi scrive - non meno efficaci e non meno riuscite.  Anacronismi a bizzeffe, del tutto voluti, riferiti agli anni Settanta, parti da musical, momenti comici irresistibili, coreografie inventate e assurde, orchestrine che compaiono all’improvviso in mezzo al deserto. La cifra comica di Mel Brooks è il surreale, ma seguendo una trama ben definita e un discorso sociale da mettere in evidenza. Interpreti di grande bravura. Il protagonista di colore - Cleavon Little nei panni di Bart - è ironico al punto giusto, indossa abiti firmati e accessori Gucci, possiede tempi comici perfetti ed è capace di duettare alla grande con Gene Wilder, Jim, detto Waco Kid, nominato vice sceriffo. La battuta di presentazione pronunciata da Wilder è straordinaria: “Devo aver ucciso più uomini di John Wayne e Gary Cooper”. Harvey Korman - nei panni del corrotto procuratore di stato Hedley Lamarr (nome che viene subito storpiato in quello dell’attrice Hedy Lamarr) - a un certo punto della pellicola si candida all’Oscar come attore non protagonista, ma a parte gli eccessi grotteschi è davvero un cattivo ben definito. Citiamo una parte per Mel Brooks come governatore William J. Le Petomane - doppiato da Fiorentini in siciliano - che firma tutto quello che il procuratore sottopone, quel che conta è stare in santa pace con la donna di turno. Un personaggio che è una chiara satira alla politica, interessata a tutto ma non a fare il bene della popolazione. Mel Brooks lo vediamo in altre due brevi sequenze come capo indiano e come aviatore di un gruppo di criminali. Una parte interessante viene recitata da Madeline Kahn nei panni della ballerina tedesca Lili Von Shtupp per un momento canoro che ricorda Marlene Dietrich in Lili Marlene. Sono gestite tra l’assurdo e il surreale le scene di reclutamento dei peggiori criminali per dare la caccia allo sceriffo, tra questi vediamo soldati nazisti, vecchi fascisti, membri del Ku Klux Klan e chi più ne ha più ne metta. Il finale è il momento più grottesco, cinema nel cinema, una sorta di bagarre a torte in faccia che conclude una pochade western. Assistiamo a una vera e propria lotta tra produzioni, ci rendiamo conto che negli studi Warner Bros la troupe di Mezzogiorno e mezzo di fuoco ha invaso un altro set e la sala mensa, quindi la rissa cominciata in un saloon di fantasia termina nella presunta realtà. Tra gli eccessi demenziali vediamo Bart e Jim uccidere il cattivo procuratore, quindi entrare in una sala cinematografica dove stanno passando Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Il finale vero è secondo le regole del cinema western con i due pistoleri che si allontanano a cavallo, solo che a un certo punto arriva un addetto della produzione, recupera gli equini e invita i due attori a prendere posto in un’auto che deve portarli a casa.  

Il soggetto del film è opera del critico cinematografico Andrew Bergman, ma Brooks lo sceneggia insieme ad Alan Uger, Norman Steinberg e Richard Pryor, scrivendo un copione di 412 pagine - in seguito ridotte - intitolato Tex X (con riferimento a Malcom X per tutte le critiche antirazziste che contiene), denominazione che la Warner non accetta, convincendo il regista a optare per il più tranquillizzante Blazing Saddles. Una caratteristica del film è il formato anamorfico, proprio come ne La pazza storia del mondo, una tecnica anni Cinquanta che serve a sfruttare ogni angolo della pellicola e a conferire un’immagine panoramica efficace. Fotografia western di grande livello (Biroc), colonna sonora di Morris con alcuni pezzi gestiti dal regista, montaggio rapido ed essenziale (93’ di pellicola), effetti speciali ben dosati. Sono molti gli elementi disturbanti del film, a partire dall’uso dispregiativo della parola negro -  usata in un contesto critico -, continuando con sequenze piuttosto volgari come la cena a base di fagioli e rumorose flatulenze, per finire con il forzuto Mongo che stende un cavallo con un cazzotto. Mel Brooks ebbe la forza di lottare e di mantenere le sue idee, anche perché una clausola contrattuale gli dava il diritto al controllo finale sul montato. Soltanto una scena con particolare connotazione erotica venne tagliata, ma non era così influente ai fini del film. Mel Brooks ha detto più volte che se avesse girato oggi Mezzogiorno e mezzo di fuoco non avrebbe usato la parola negro, ma avendolo realizzato negli anni Settanta (tempi non politicamente corretti) non si è posto il problema perché il termine era accettato da tutti. Terzo film di Mel Brooks - dopo Per favore, non toccate le vecchiette e Il mistero delle dodici sedie), in Italia non ha mai goduto di una critica positiva, soprattutto per gli eccessi di volgarità e per l’uso del termine negro in un film comico. Tra l’altro il pubblico italiano l’ha visto solo dopo il grande successo di Frankenstein Junior. Rivisto su Rai Movie il 29 giugno 2026 - un giorno dopo il centenario di Mel Brooks - mi sono divertito più che nel 1974 al Cinema Metropolitan di Piombino. Consigliato!

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A cura di Gordiano Lupi



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