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AUTOBIOGRAFIA DI UNO SCRITTORE



  

SERGIO   BISSOLI                          


 

AUTOBIOGRAFIA   DI   UNO   SCRITTORE 1950 2010

Vita, esperienze, amori, sogni, libri dal 1950 fino al 2012




Copyright by Bissoli Sergio

Questa è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.
NOTA Molti nomi dei personaggi sono inventati.




SOMMARIO

Presentazione
Gli anni 40 la preistoria
I grigi anni 50
Critiche
I mitici anni 60
Io e i Libri
Un tuffo negli anni 60
I magici anni 60
Gli amici di Palesella
Gli anni 70 bianchi
Gli anni 70 neri
Gli anni 80 /1
Gli anni 80 /2
Dopo il 1990
Conclusione
Bibliografia









PRESENTAZIONE

              




   Tutte le vite meriterebbero di venire raccontate.
   Ma solo gli scrittori riescono a farlo. E solo alcuni decidono di compiere questa fatica.
   Ho scritto questa autobiografia per aiutare i miei futuri biografi e per aiutare il pubblico a entrare nell'universo di uno scrittore.
   Descrivere la mia vita mi ha fatto provare un piacere tale, quasi come viverla una seconda volta.
   Naturalmente non ho potuto scrivere tutto. Ho descritto gli avvenimenti più importanti, con la massima verità.
   Negli archivi Akashici, insegnano gli Occultisti, sono scritte le storie di tutti gli esseri viventi e di tutti gli universi.
   In attesa di leggere quegli archivi, i lettori intanto possono leggere la storia della mia vita.

 

 

 

 

 

 

        GLI  ANNI   40   LA   PREISTORIA

 


Mio nonno paterno Francesco Bissoli 1900 1976  da giovane fabbricò un trenino a vapore, funzionante , ma suo padre Secondo Bissoli glielo distrusse perchè lo considerava un perditempo.
   Secondo Bissoli era contadino e lavorava i suoi campi ( che in seguito perdette). Era un uomo austero con baffi spioventi e i  familiari si rivolgevano a lui con il Voi.
   Mio nonno Francesco Bissoli faceva l'orologiaio ambulante e a volte veniva fino  a Cerea in bici per vendere le sveglie.
   Mio nonno conobbe un certo Valedi da Ronco (radiestesista, erborista) e da lui apprese lo Spiritismo.  Formarono una compagnia composta di Evangelista da Roverchiara e altri.
    In una stanza gialla e nera egli  faceva i tarocchi e praticava lo spiritismo. Tutto questo l'ho saputo da mio padre. E nel 1976 dopo la morte di mio nonno nella sua casa ho visto i libri di occultismo e l'attrezzatura magica (pendolo, tarocchi, athame).
  Mio nono era orologiaio. Quando ero ragazzo  andavo con lui per aiutarlo a riparare gli orologi da campanile. Andammo a Cerea, Morubio, Bonavicina.
   Mio nonno era sposato a Maria Ferrari 1901 1981 e aveva 4 figli: Gelmino, Amelio, Gino e Mario.
   Il nonno materno Sante Tarocco 1890 1928 era meccanico e aveva l'officina nella chiesa  sconsacrata di S. Procolo in via 25 Aprile a Cerea. Io non l'ho mai conosciuto perchè è morto a 39 anni.
   Mio nonno materno era sposato a Maria Ferrarese 1895 1976 e aveva 3 figli:  Giovanni- Aldo, Irma e Alda.
   Mia nonna Maria Ferrarese nella saletta della casa in via Paride aveva un deposito di cucine marca Sovrana e macchine per cucire Singer e poi Necchi, in conto vendita di proprietà di Guido di Sanguinetto. Questo era un signore onesto, cordiale e molto preciso. Arrivava spesso da mia nonna con la moto o la macchina Topolino. Aveva voce grave, fumava il sigaro e gli piaceva  bere il vino caldo. 
   Nella stessa saletta  in un angolo, mia mamma quando era giovane gestiva una collettoria del lotto per conto del Banco Lotto di Sanguinetto. Una notte sentì dei rumori e trovò un riccio nel cestino della carta straccia. Al botteghino i giocatori raccontavano i loro sogni e chiedevano i numeri dalla cabala. I giocatori erano assidui: i ricoverati al mercoledì (giorno di uscita), una donna da Aselogna che portava con sè il pane e lo mangiava; Sandrina che sognava sempre lo sterco!  Tutti i venerdì mia mamma andava in bici a Sanguinetto per  portare le matrici delle bollette del lotto.
   Altri personaggi interessanti: lo zio Olimpio, ottimo falegname, fratello di mia nonna. Lo zio Alighiero (1900 1961), marito di Marianna sorella di mio nonno, appassionato di musica ,mi insegnava i giochi di prestigio con le carte.  A volte in casa Pollini veniva a trovarci una vecchietta con un fazzoletto nero in testa: era Rosina Andreoli ( mamma di Maria Ferrari)  sposata a un pastore residente in via Chiavichetta a S. Bonifacio.  Il mio padrino Bissoli,Gino (1927 1995) che mi regalò un orologio Lorentz alla cresima. Lo zio Giovanni Aldo Tarocco (1918 1983) ingegnere meccanico che mi comprava le pesche zuccherate, mi insegnava i giochi con le carte e mi regalò il meccano.
   Mio padre Gelmino Bissoli nacque al Volon di Zevio il 18 dicembre 1923 (anche io sono nato il 18 dicembre) e fin da bambino amava l'elettricità.
   Mio padre è un uomo geniale, generoso e religioso. Da ragazzo faceva l'orologiaio nella bottega di mio nonno.
   Alcuni avvenimenti della sua vita che mi ha raccontato: da piccolo all'asilo aveva paura della pioggia e terrore  dei fuochi artificiali. Egli si ricorda sua mamma che si tirava i capelli per supplicare suo marito di non dare l'olio di ricino al bambino.  Sua mamma metteva il dito sotto un disco di legno forato per spingere su la candela e lui piangeva per paura che si bruciasse. In farmacia annusò una boccetta di ammoniaca e stette male. Vide uno stemma di carabiniere nella peschiera, entrò in acqua per recuperarlo e si tagliò il piede con un vetro. Prese uno spavento per un cane nascosto sotto una tavola di pietra. Uno zoppo lo fece cadere dalla bici prendendogli il braccio col bastone.
Quando giocava in cortile con altri bambini, una donna diceva: “Fate piano, altrimenti svegliate il Lovo che sta lassù (indicava la colombaia) e vi mangia.”
   E ancora: nell'inverno del 1929 vide la Peschiera ghiacciata e la gente che correva sopra con le bici. Ruppe la scarpa dando un calcio a uno sterco ghiacciato di mulo .
Prima di pasqua lucidava le catene da camino tirandole per le strade sassose e veniva ricompensato con 2 uova.
 Un giorno il fiume Dougal  si riempì di mele e sua nonna andò a raccoglierle. Una altra volta  gli prese una ninfa nel fosso. Per farlo divertire sua mamma gli prese  una biscia morta dal fosso e nelle sere d'estate lasciava cadere  nel vento manciate di polvere bianca della strada.
   Mio padre quando era  scolaro disegnò una meridiana sul muro dell'aula cosicchè lui e i suoi compagni sapevano quando stavano per finire le lezioni. (Ricordo che in quei tempi i bambini non possedevano orologi). Ma il maestro scoprì la cosa e anzichè elogiare mio padre, lo rimproverò. Il  maestro sequestrava regolarmente a mio padre i libri di elettricità che lui si portava a scuola.
   Da ragazzo mio padre sbiancava con acqua calda le pellicole cinematografiche nere poi vi disegnava sopra pupazzetti e proiettava in casa facendo pagare il biglietto ai bambini che volevano entrare. In tempo di guerra costruì una  radio da barca e fu arrestato dai tedeschi che lo scambiarono per una spia. Da giovane costruì vari apparecchi: un orologio a pendolo con scappamento   a col d’oca.
a col d'oca; un telefono; un campanello con molla da sveglia vibrante.
   Mio padre suonava il flicorno tenore; nella fanfara vinse il primo premio suonando di corsa il flic floc dei bersaglieri per 3 giri nelle stadio dei marmi a Roma.    Nel 1952 aprì un negozio di radiotecnica. Costruì il primo televisore a Cerea nel 1957. Lo espose in funzione nel suo negozio in via Paride 54 e si formò una fila di persone che bloccarono la strada cosicchè intervennero i carabinieri. E quando andò in pensione progettò e costruì un robot per il cinema Mignon e  l'evento venne pubblicato sul giornale l'Arena.
   Gelmino Bissoli sposò il 18 luglio 1945 Alda Tarocco, nata a Cerea il 22 settembre 1924. Ebbero un unico figlio Sergio Bissoli. I miei genitori avevano deciso di chiamarmi Giorgio, ma poichè nella casa dove andarono ad abitare c'era un bambino di nome Giorgio, mi chiamarono Sergio.
   Io sono nato a Verona il 18 dicembre 1946 prima del tramonto del sole, circa alle ore 3 o 4 pm. Pesavo 3,5 kg ed ero lungo 55cm.
   C'era una grande miseria a quel tempo  e anche la mia famiglia viveva in miseria. Mia madre ritornò dall'ospedale  insieme a mio padre sull'automobile (Topolino) di zio Gaetano (1891 1953)che vendeva pentole. Era  inverno, la strada era piena di neve e a un certo punto si forò una ruota. Mia madre dovette scendere con me in braccio perchè la ruota di scorta era sistemata  proprio sotto le pentole e così fu necessario tirarle fuori tutte e deporle sulla neve per  raggiungere la ruota di scorta.
   I miei genitori, nel 1945 andarono ad abitare in una casa in via 4 Novembre a Cerea presso una maestra in pensione Ebe    e suo fratello Silio. La mia famiglia era poverissima e le cose andavano male. Mio papà aggiustava gli apparecchi radio ma  c'era poco lavoro. Nel 1947 si trasferirono in corte F-P* in via Paride. Mia mamma sognò Veneranda Vedovello (mamma del nonno Bissoli); in sogno Veneranda arrivò elegante in limosine e consegnò a mia mamma 3 numeri da giocare al lotto. I numeri uscirono ma mia mamma stupidamente ne aggiunse un quarto (morto che parla) e così guadagnò poco.
   Io non ricordo niente degli anni 40 perchè ero troppo piccolo. Mia mamma dice che quando ero neonato non volevo mangiare. Lei conservò i miei primi capelli, la camicetta da neonato, lo spago col piombo della maternità. Sono stato un bambino molto precoce. Mia mamma mi racconta che a 3 mesi mi spuntarono i primi denti; a 5 mesi inventavo le parole: Atanà per chiamare la nonna, Anbr un buco, Chenche le pietre rifrangenti dei paracarri; all'età di  7 mesi camminavo già e a 10 mesi correvo sul triciclo. All'asilo ci rimasi solo un pomeriggio e poi mi portarono a casa piangente.
   Anche negli anni 50 c'era una grande miseria e mio padre provò diversi lavori: per un po’ di tempo riparò radio a casa sua. Lavorò come avventizio alla società elettrica dove piantava i pali; lavorò sul piccolo San Bernardo da dove discese a piedi di notte; fece il bracciante in ferrovia dove sistemava la ghiaia; lavorò alla Riello bruciatori, poi da Zanchi come tecnico; fu assunto al cinema Sociale; era un lavoro pesante con scarso guadagno: finito l'operatore in cabina caricava le casse di pellicole sulla bici e le portava in stazione per spedirle, preparava la colla con farina e soda caustica e attaccava i manifesti  sui muri.
   Finalmente nel 1952 aprì una bottega di elettricità, la chiuse e la riaprì. C'era, ripeto, grande miseria e durante la settimana c'era poco lavoro. Le persone andavano tutte a lavorare nei campi e solamente alla domenica mattina qualcuno veniva in piazza a fare la spesa. Allora riusciva a vendere un fornello, sostituire una bombola,  raramente vendere una radio, quasi sempre usata, perchè nuova costava troppo...
   Cerea è un paese a 30 km a sud di Verona nella pianura padana.  Negli anni 50 Cerea era un piccolo paese di poveri contadini.




           




            


          I   GRIGI   ANNI   50
 

 I cambiamenti troppo veloci avvenuti negli anni 70 e 80 hanno reso noi scrittori-testimoni dei paleontologi. E quando parliamo degli anni 50 e 60 sembra che parliamo di preistoria e di dinosauri.
   Il mondo degli anni 50 e 60 era completamente diverso da quello di adesso. Per le strade non c'erano automobili, eccetto qualche rara Topolino. C'erano carretti, biciclette, mendicanti, raccoglitori di cicche, suonatori di organini, lavoratrici del tabacco che passavano in bici,  cantando.
   Nelle case c'era il camino in cucina, non esisteva altro riscaldamento. Non c'erano bagni, nè TV, nè radio, e spesso non c'era neanche da mangiare. C'era dappertutto una grande miseria.
   Nel giugno 1947 i miei genitori andarono ad abitare in una casetta  in via Paride, di proprietà dei Faggioni.
   Era un posto molto pittoresco. In via Paride c'erano due portoni adiacenti. Quello a destra era la stalla di Migliorini con cortile e custodia per bici. Nel palazzo Migliorini abitava la vedova alta, magra, intransigente poichè non mi permetteva di giocare davanti alla sua casa dove c'era il ferro per pulirsi le scarpe. A destra c'era il palazzo della maestra Maria che viveva con la vecchia serva Giuseppina.
   Dal portone situato a sinistra sotto la casa dei Faggioni, si entrava in un altro cortile interno di terra battuta. La prima casa a sinistra era l'osteria; poi c'era casa mia e la casa della Nina. In fondo a ovest c'era il pollaio, l'officina, un altro portone che immetteva nel campo delle bocce e infine la cantina. A sud c'era un muro e oltre si vedevano gli edifici pieni di inferriate del palazzo Migliorini. Lungo il muro c'era uno scolo per l'acqua e un bel cespuglio di Serenelle. Ma il cortile era basso e spesso quando pioveva si allagava.
   La mia casetta aveva una vigna di Veron davanti alla facciata. Dentro c'era una saletta, uno stanzino; a sinistra la cucina con il camino, il secchiaio e la scala. Sopra c'era la camera da letto dove dormivamo noi tre. Io stavo in un lettino di ferro color verde, con le sponde. Mamma mi dava una grossa matita per farmi stare buono. La stanza aveva una luce rossa sopra la porta che rimaneva accesa durante tutta la notte. Poi c'era uno stanzino sempre chiuso sopra la scala e un'altra stanza con la scritta CLK in alto sul muro (era la sigla di radioamatore di mio padre) e la tabella: Chi tocca i fili muore. Questa stanza comunicava con lo stanzino inferiore per mezzo di una botola e una scala a pioli: Il gabinetto era nel pollaio; là c'era un gallo battagliero e mia mamma aveva paura ad andarci. Nella casa c'erano topi, millepiedi, scarafaggi, limacce e scorpioni. (Papà fulminava le limacce nel secchiaio con un filo elettrico).
   Una  notte sognai: un lungo banco. Sopra il banco c'era un piatto pieno di patate cotte e sbucciate. Vicino c'era una signorina magra e un uomo. L'uomo apriva la bocca e tirava fuori una lingua lunga e di colore verde. La signorina con una forchetta prendeva una patata e la metteva sulla lingua verde. L'uomo mangiava la patata. Poi apriva di nuovo la bocca, allungava l'orribile lingua verde e tutto si ripeteva. Dopo un pò mi svegliai piangendo. A  mamma che venne a consolarmi dissi che avevo sognato l'uomo con la lingua di peperone. Forse perchè a casa nostra mangiavamo spesso patate e peperoni. Poi mi addormentai girandomi dall'altra parte e sognai un uomo scuro che mi faceva svegliare e piangere. Altre volte al mattino presto udivo un rumore di fagioli lanciati tante volte dentro una casseruola. Quando mi alzavo chiedevo a  mamma cos'era quel rumore ma lei non sapeva spiegarmelo. Forse era  un rumore esterno. Questo si ripetè alcune volte.
   C'era una grande miseria. Mangiavamo patate, peperoni sottaceti della fabbrica dove lavorava mia zia Irma e caramelle che papà portava a casa dal cinema dove lavorava. A volte  mamma faceva i croccanti, la crema fritta o i crostoli.
   Un giorno scandalizzai  mamma descrivendo sommariamente il sesso degli adulti; (membro grosso nell'uomo e pelo nella donna). Lei disse che facevo brutti sogni e mi assicurò che le persone erano tutte uguali a me. Da bambino avevo già le erezioni e  alcune parole mi affascinavano. Un giorno un amico più vecchio detto il Barone mi insegnò una parola nuova: mona. Mi piaceva ripeterla poichè aveva un bel suono. Ma quando  mamma la udì mi ordinò di non dirla perchè era una brutta parola. Un'altra parola che mi piaceva era: addio.
   Nei mattini d'estate gli uccellini cantavano sul davanzale della nostra finestra e ci svegliavano. Mio papà allora costruì un gatto di stoffa e lo mise sul davanzale per spaventarli.
   Ricordo quando  mamma mi insegnò a leggere le ore sulla sveglia: la lancetta corta, quella lunga... Poi mi insegnò a distinguere i mesi pari dai dispari contando sulle nocche delle dita.  Papà mi insegnò a fare i nodi, a fischiare: Una sera mi insegnò a formare le figure con lo spago teso fra le dita; per me era un gioco  misterioso e inquietante. Mi costruì una macchinetta per vedere le immagini capovolte. Spesso mi costruiva giocattoli con filo zincato: bici, spirali e altri oggetti. Con le gomme di valvole tedesche da carri armati costruiva i "bruchi bianchi o neri" (i bianchi buoni e i neri cattivi) che nascondeva nei buchi delle travi e poi mi sollevava per farmeli trovare.
    Papà mi chiamava Rero; sul sellino della bici mi portava alle chiuse sul fiume Menago. Là in campagna mi divertivo a correre dietro alle libellule.
   Un anno mi comprarono un triciclo, poi una bici celeste, successivamente una bici rossa più grande che mi regalarono nel giorno di S. Lucia. Scesi la scala per primo e la bici era là, sulla tavola, circondata da noci e arance. Nel 1959 mi comprarono una bici celeste Clodia dal meccanico Aldo. Con questa bici ho percorso moltissima strada per quasi 20 anni. Nel 1980 circa trovai una bici nera in un fosso. (Pilade mi ha detto che il proprietario era annegato cadendo dentro l'acqua). Ho portato a casa questa bici, l’ho riparata  e ho venduto la Clodia a Aldo per lire 4000.
   Nella casa a ovest del cortile abitava la famiglia Faggioni Pollini. Il vecchio Ernesto aveva 100 anni e si vantava di aver conosciuto Garibaldi. Era un uomo con baffoni, cappello duro e camminava appoggiandosi a 2 bastoni. A volte io giocavo in cortile con Ernesto e lui mi diceva:"Sei una lumaca". La famiglia Faggioni era composta dal vecchio Ernesto, la figlia Maria, Oreste e la moglie Angela. I Faggioni gestivano una piccola bottega che vendeva castagne secche, arachidi, lupini, semi di zucca, carrube, farina di castagne, giuggiole, moretti di liquirizia, figurine. La farina di castagna veniva incartata con foglietti di quaderno usati. C'era anche una pesca. Io avevo pescato tante volte senza mai vincere niente. Un pomeriggio la signora Angela pescò lei per me e così vinsi una palla di gomma.
   Un giorno andando a giocare nel campo di bocce trovai delle cose gialle che scambia  per brusche di saggina usate da mia mamma per il bucato: Invece erano porcospini e quando li presi mi punsi una mano. Una volta mio papà portò a casa una canna rossa ed io correndo mi feci male alla gola. D'inverno papà mi fece un bel pupazzo di neve con i carboni come occhi e il sigaro in bocca. Ma poco dopo arrivò un ubriacone e gli fece la pipì addosso! Un giorno papà  portò a casa un pesante quadro in marmo con interruttori a leva e lo appoggiò al muro. Io giocando me lo tirai addosso; per fortuna non mi feci male. Poichè avevo sentito mio padre dire che in agosto fa così  caldo che cola il piombo, io mettevo i piombini al sole sul davanzale della finestra e aspettavo che fondessero. Un evento meraviglioso era il passaggio sulla strada del rullo compressore. Un pomeriggio arrivò un brutto temporale. La vecchia Angela diceva che era terribile perchè proveniva dai Lumini (una località). Ci siamo chiusi in casa spaventati mentre mamma pregava. Papà mi raccontava storie di spiriti, apparizioni, lumiere, anime di trapassati. Erano storie che lui aveva imparato da suo padre e che questi aveva imparato dal vecchio Valedi, occultista di Ronco all'Adige.
      L'osteria con la quale confinavo fu gestita da vari proprietari: Peroni Maria, Giovanni con Argia e Fibbia Giovanni. La coppia Giovanni e Argia (con la figlia Mariarosa) litigavano spesso. La moglie rinchiudeva il marito dentro l'officina. Allora io andavo a liberarlo.
   In cortile arrivavano vecchi accaniti nel gioco delle carte che pugnavano forte sulle grosse tavole di legno. Oppure giocatori di bocce nel campo in fondo a est. In seguito i vecchi giocavano a rovesciare bottiglie di legno tirando dischetti di piombo. E per ultimo arrivò il gioco dei piombini da piantare sul bersaglio. Durante la gestione Fibbia i due figli mettevano trappole per passeri nella neve e io andavo a farle scattare.
   I personaggi che frequentavano l'osteria e il cortile erano molto pittoreschi! C'era il gelataio, un uomo con la pelle scura che arrivava spingendo il triciclo dei gelati. Una vecchia lavandaia  Maria, soprannominata Boa. Un tizio che usciva sbattendo la porta  gridando: "Non verrò mai più qui!" Invece ritornava puntualmente tutti i giorni e rimaneva lì fino all'alba. Un altro scommetteva di spegnere una candela con una scoreggia. Poi c'era l'arrotino che arrivava con la sua bici speciale carica di ogni cosa e a mezzogiorno si scaldava il baccalà con un fornellino ad alcol. Costui era un artista che affilava i coltelli e decorava vetro e bicchieri con la mola. Mia mamma ha conservato alcuni bicchieri con i suoi disegni: un angelo, due uccellini, i nostri nomi... All'osteria cene, giochi e riunioni duravano fino alle 4 del mattino con rumori e schiamazzi. Così per poter dormire a volte mio padre provocava un corto circuito per togliere la corrente. Ma più spesso azionava un ventilatore rumoroso per coprire i rumori. D'inverno il fumo dei sigari e delle pipe filtrava in camera da letto attraverso una crepa del muro.
   Un giorno mi venne una infezione alla mano destra e poi si estese anche al polso. Il dottore  mi diede una pomata e mi fasciò la mano così tanto che a scuola potevo scrivere a stento. In pochi giorni guarii ma mi rimase la cicatrice per tanti anni. In quegli anni mi ammalai di broncopolmonite e il medico  non se ne accorse! Lo specialista  da Verona fece la diagnosi esatta però sbagliò cura. Finalmente il medico, per interessamento di mio zio ingegnere Aldo  Tarocco, disse di buttare la cura dello specialista e mi ordinò la penicillina.. Così guarii. Un'altra volta il medico mi ordinò una inutile tonsillectomia poichè in quei tempi era di moda. I miei genitori salendo in macchina mi dissero che mi portavano da zia Zulina a Nogara e invece mi portarono all'ospedale. Ma non riuscirono a imbrogliarmi poichè per strada leggevo tutte le tabelle. E lessi anche l'ultima "Ospedale". Qui mi operarono senza anestesia,da sveglio. Un infermiere mi tenne in braccio finchè il dottore mi operava. Dopo mi fecero soffiare il naso e uscì un fiotto di sangue. Mi diedero del ghiaccio e poi mi mandarono a casa. A causa dello shock subìto per 7 giorni non riuscii più ad aprire la bocca. La signora Adami  portò il marito con i polipi al naso da un mago in via Croce Bianca a Verona e il mago lo guarì. (Però in seguito il marito fu costretto a operarsi). La signora raccontò la cosa a mia mamma che decise di portare anche me, poichè in inverno avevo il naso chiuso. Ci portò in macchina Fernando, nipote del buon Guido  di Sanguinetto amico di mia nonna. Arrivammo a un palazzo e salimmo una scala. Nella sala di attesa c'erano tante persone alcune con disgrazie gravi. Quando entrai il mago si soffregò forte le mani,me le mise sulla fronte e mi chiese: "Senti caldo?" Risposi sì. Poi mi disse: "Tu alla sera senti le gambe stanche vero?" Risposi sì. Ero così intimidito che avrei risposto sì a qualunque domanda. Mi mise ancora la mano sulla fronte e la seduta era finita. Anche il mago aveva fallito! Per tutta la vita sono rimasto allergico al freddo e quando esco in inverno devo indossare doppia sciarpa e berretto. Nel 1968-69 diventai dipendente del vasocostrittore Rinocidina. Il medico di Legnago mi consigliò una operazione al setto nasale per respirare bene. Ma io rifiutai e mi liberai della schiavitù della Rinocidina diminuendo le dosi e allungandole con acqua. Negli anni 80 imparai in un libro di pediatria, a usare gocce di acqua e sale quando ho il naso chiuso.
   Quando ero bambino mia nonna e  mamma mi portavano a spasso nelle sere d'estate. Allora non passavano automobili per il paese. A volte andavamo fino in via S. Zeno ai molini di Schiavi. Io mi divertivo a guardare le macchine che traballavano dietro alle finestrelle, lassù in alto. Altre volte d'estate andavamo vicino all’albergo  Bristol; c'era una capanna di fronde,  rischiarata da una lampadina , dove vendevano le angurie. Il vecchietto andava nel campo buio dietro al capanno per prendere un frutto, poi con il coltello curvo ne tagliava un triangolino e ce lo faceva assaggiare. Altre volte andavamo in via Calcara (ora Via Vittorio Veneto)  a casa di Severino ad ascoltare storie di streghe.
   I luna park di quegli anni erano molto pittoreschi, con lampadine colorate e giradischi a 78 giri. C'erano la giostra a cavalli,a onde, l'autoscooter... Una sera siamo andati alla sagra di luglio nel Prato della Fiera a Cerea. C'era con noi anche Severino. Siamo saliti sulla giostra a onde, sulle montagne russe e su una strana giostra dove bisognava passare fra rulli di gommapiuma che giravano. Un altro anno alla sagra di Cerea ho visto l'uomo gigante che teneva 2 bottiglie in mano, oppure 14 dischi a 78 giri.
   Mio papà comprò vari telai e motorini fra i quali un cucciolo rosso e poi una moto Gilera. Con la moto  portava me e mamma sul lago, in montagna, ad Ala di Trento. Ricordo appena una casamatta con una sorgente, l'eco della montagna, i ciclamini. Portammo a casa alcune pietre piatte per ricordo e papà ci scrisse sopra la data.
   Una sera di luglio siamo andati in moto a Nogara a prendere zia Irma che arrivava col treno. C'era la sagra e abbiamo visto una giostra meravigliosa dove omini meccanici si muovevano in tanti modi. Mia zia arrivò da Bologna a tarda notte e noi eravamo stanchi e infreddoliti. In seguito papà comprò un vecchio furgone Topolino A.
   All'angolo di via Borghetto c'era l'osteria Al Pozzetto frequentata da vecchi ubriaconi. Sul pilastro di fronte all'osteria c'era una pompa che dava acqua buonissima. Noi ragazzi andavamo a dissetarci là e a volte andavo a prenderne una bottiglia anche per mio padre. La via proseguiva con il caratteristico Borghetto: una stradina acciottolata, con un paracarro storto in mezzo, fiancheggiata dalle case basse delle cucitrici di tela.  La tela spesso  usciva dalle porte e invadeva anche la strada.
   Una sera  mamma andò a comprare l'acido solforico per le batterie di papà. Io ero insieme a lei. Al ritorno mamma appoggiò la bici al muro di fronte alla nostra bottega, all'angolo del Bosco Cabrini. Dopo un pò vedemmo fumo salire dalla sporta attaccata al manubrio. La bottiglia di acido si era rovesciata nella sporta. Una bambina che abitava vicino, Maria, corse a prendere  secchi d'acqua e li versò sulla sporta. Alla fine la sporta smise di fumare. Ma dentro c'era rimasto il portafogli con i soldi e mamma fu costretta a recuperarlo.
   In quegli anni trovai il mio primo amico, Arnaldo, figlio di un lavorante che abitava nel cortile del bosco Cabrini. Così insieme a Arnaldo andavo a giocare nel bosco e mi divertivo moltissimo. C'erano statue bellissime, montagnette, avvallamenti. Un giorno abbiamo calpestato per gioco tutti i graticci sulla terrazza e poi ci hanno sgridato. Altre volte portavo Arnaldo nel cortile delle bocce, dove una volta si fece male.
   Nell’ agosto 1954 55 e 56 andai a Misano adriatico con la zia Irma Tarocco. Soggiornai all'albergo Vanni e altri. C'era anche la signora  Gina di Cerea con i figli Antonio, Romano e Pietralba. I ragazzi mi insegnavano filastrocche magiche: "Abracadabra io son la strega sgabbra delle melmose more, chi fiuta la mia nebbia maledicendo muore." " Andarusco Forame Sneider Primoschi Voltaire et Arrivoschi Ultimame et fecit traballare pilastros"  Oppure giocavamo a tirare i tappi di bottiglia (che rappresentavano i corridori Coppi  e Bartali) nelle piste di sabbia. Un estate mi hanno mandato al mare con la signora Z* e le figlie Romana e Lia. Un altro anno c'era anche la signora S* con i figli Silvano e Tiziano. Nella spiaggia semideserta  conobbi un tedesco che mi insegnò a nuotare a rana. Mia zia mi comprò molti fumetti  Tiramolla,  Albi della Rosa e un yo yo. C'era anche una sala da gioco e mi sarebbe piaciuto giocare a flipper, ma era proibito ai minori di anni 16 così giocavo al calcetto. Un giorno in spiaggia un signore fu punto al piede dal pesce ragno e urlava di dolore. Il bagnino gli mise sotto il piede l'accendino e poi gli spremette il succo di un'erba. Alla sera mangiando mele lazzarine, passeggiavamo fino al Saviolino, un locale dove il caffè costava 500 lire (Il prezzo del caffè allora era 25 lire), oppure fino agli Alberelli, o sul lungomare fino a qualche balera. In quel periodo visitammo Rimini, Cattolica, Riccione dove c'era un grosso albero piantato all'interno di un negozio (il fusto usciva da un foro del soffitto); il  castello di Gradara con la camera di tortura; il giardino labirinto con spruzzi d'acqua di Ascoli Piceno, ecc.
   A Misano mi innamorai di una bambina chiamata Sandrina. Suo padre aveva un piccolo bar sulla spiaggia e io andavo sempre là per vedere lei. Io avevo 6 o 7 anni e questo fu il primo amore della mia vita. Anche negli anni successivi, quando ritornavo a Misano con mia zia, correvo in quel bar per vedere Sandrina. Il padre sapeva di questo mio amore, anche mia zia e la sua amica. Mia zia diceva che era una cosa peccaminosa. Finchè un anno tornai a Misano ma il bar era abbandonato con i teloni lacerati. Soffrii per la perdita di Sandrina.
   Al mio ritorno dal mare zia Irma mi iscrisse al club Astra e inizia la raccolta dei francobolli. La zia mi comprava i fumetti. Dalla finestra della fabbrica sottoaceti dove era impiegata, ella mi buttava  30 lire per comprarmi Topolino. E zio Aldo mi comprava Cocco Bill di Jacovitti.
      Mia nonna Maria Ferrarese abitava in una casetta in via Paride. Vicino c'era il palazzo Bresciani che aveva una torre dove adesso si trova via Grigolli. Io restavo nella saletta dove c'era una esposizione di macchine per cucire Singer, Necchi e cucine economiche Sovrana. Vendevo lattine d'olio da macchina, aghi, cinghie conservate in una vetrinetta. A mezzogiorno arrivavano i mendicanti e volte davo una lira in carta. Lì zio Aldo Tarocco mi portava le pesche di pastafrolla e mi insegnava i giochi di carte. Anche zio Alighiero mi insegnava i giochi di prestigio con le carte. Una sera d'inverno si incendiò il camino e un uomo salì sul tetto e versò giù secchi d'acqua.
   Nel 1955 56 io passavo attraverso l'inferriata della cucina, (che mio padre in seguito allargò un pò) per andare a giocare nel giardino del palazzo abitato dalla famiglia L*. Giocavo con la figlia Daniela e le amiche Rosalisa  e Luisa. C'era anche una cagna Chita, un cane Toby e i gatti Gerda e Fumetto. A volte io e Daniela esploravamo il palazzo immenso, i granai, i saloni superiori, il salone affrescato pieno di casse di mele. Esploravamo le 2 cantine; in quella vicino al roseto c'era una galleria che (dicevano) arrivava fino al castello di Sanguinetto. Spesso andavamo nel bosco dietro, dove c'era un pino altissimo e secolare, e nel cortile dei Florio. Un giorno i Florio hanno chiesto a noi ragazzi di pigiare l'uva. Purtroppo i miei genitori non me lo hanno permesso e così sono rimasto a guardare. Un giorno mi sono avvicinato troppo alla cagna legata alla catena e la cagna ha incominciato a girarmi intorno legandomi come un salame. Quelli che hanno sentito le mie grida sono corsi a liberarmi. Ero spaventato e piangevo. Dopo questa esperienza (insegnano gli psicologi) uno ha paura dei cani per tutta la vita. Invece no! Al contrario io amo terribilmente i cani e appena ne vedo uno voglio fare amicizia. Nel 1958 nonna Ferrarese e zia Irma lasciarono la casa in via Paride e si trasferirono in via Mazzini 33. Io andavo là dove mi piaceva la nipote della vicina, Mariagrazia e poi la sua amica Laura.
   Severino (1908 1981) era un personaggio eccezionale. Tutta la sua famiglia era speciale. La madre Erminia, la sorella Carmela, il padre Cirillo che vedeva le formiche alte un metro in piazza. Loro abitavano in una vecchia casa in via Calcara (ora via Vittorio Veneto). Severino era un amico di famiglia e veniva spesso a casa mia e di nonna. Ci dava una mano nei lavori e in cambio gli davamo da bere una scodella con pane vino e acqua. Severino credeva nelle streghe, faceva gli scongiuri con sale e coltello curvo. Ci cantava le canzoni che solo lui sapeva. Ricordo qualche verso: "Vialleggiar la città, nella pace l'oscurità,...le gigolette"   "Se Vittorio mi dà il cavallo io me ne vado, io me ne vado. Se Vittorio mi dà il cavallo io me ne vado, via soldato..." Nelle nebbiose sere invernali Severino con un tabarro nero arrivava a casa di nonna per raccontarci storie di Streghe. Una volta arrivò con un grosso fazzoletto che gli avvolgeva la faccia e annodato sopra alla testa: aveva mal di denti e noi ridemmo a crepapelle. Questo uomo aveva la passione del lotto. Raccoglieva i soldi dei giocatori, interpretava i sogni e giocava lui stesso a Sanguinetto, tutte le settimane. Aveva pile di quaderni neri zeppi di numeri. Una volta vinse una quaterna di 800.000 lire. Severino veniva a prendermi a scuola con bicicletta col portapacchi e io mi divertivo ad aprirlo e smontarlo. Egli faceva piccoli trasporti con un carrettino attaccato alla bici. Nel 1958 59 Severino mi dava, in cambio di altre, le monete da 20 lire con la foglia di quercia che io collezionavo in un sacchetto.  A volte mi portava a Legnago con la sua bici; mi piaceva il ponte delle suore Canossiane, sospeso sopra alla strada. Andavamo ai bagni pubblici; poi al mercato a mangiare gratis briciole di formaggio. Un sabato in piazza c'era un imbonitore che mi vendette un callifugo. Nel 1959 siamo andati n treno a Verona, abbiamo perso il treno di ritorno delle 19 così abbiamo aspettato l'ultimo alle 23. Nel 1962 da Sottomarina io e zia Irma abbiamo spedito una cartolina a Severino: "All'illustrissimo stimatissimo dottor professor egregio esimio conte Severino e nobildonna Carmela Via ex Calcara Cerea Verona. Lotteria della Morte: Gioca 9 23 47 90. Vincita 10 milioni." Abbiamo riso tantissimo per quello scherzo.
   Il primo giorno di scuola piangevo perchè non volevo andarci. In ogni modo sono scappato a casa subito dopo. Le scuole elementari in via Stazione erano grandi e fredde con un riscaldamento a carbone che funzionava male. I banchi erano di legno con calamaio. Alle 10,30 suonava la sirena e correvamo ai gabinetti in cortile. Il cortile era delimitato da  un muro di mattoni sopra il quale i più coraggiosi riuscivano a camminare. Il cortile delle bambine era separato e circondato da alberi di susine. C'era un susino che mi piaceva poichè aveva un ramo piccolo al quale potevo attaccarmi saltando dal muretto. Eravamo in circa 50 bambini della classe sociale più bassa. La nostra maestra  Teresa era zia del cantante Fred Bongusto e si arrabbiava perchè molti bambini avevano l'abitudine di sputare sul pavimento. Il cantante, quando non era ancora famoso, venne da mio padre per farsi costruire un amplificatore da chitarra.
   Con la classe 4° e 5° arrivò il maestro Renato che applicava punizioni corporali: colpi di bacchetta sul palmo delle mani e sulle natiche. Inginocchiati con le braccia alzate, sculaccioni e schiaffi. Un giorno mamma tornò da scuola piangendo perchè le dissero che forse io ero un bambino subnormale. A scuola il maestro ci imbottiva la testa di storia romana e prodezze dei romani. Oltre 10 anni più tardi rimasi molto sorpreso quando, in un libro di storia elementare inglese (che leggevo per impratichirmi della lingua ) non trovai gli episodi di glorie romane. Al contrario trovai citato il seguente episodio: un imperatore romano catturò un re britannico, lo portò a Roma e gli mostrò le meraviglie della città. A questa vista il re britannico rispose: "Se tu sei padrone di tante ricchezze perchè vieni a prendere la mia terra?"
   Il maestro era appassionato di storia locale e ginnastica e ci portava in campagna a fare passeggiate. Una mattina ci fece recitare una poesia della quale non riuscivo a ricordare una strofa. Miracolosamente ricordai tutta la poesia e mi scelse per recitarla a una festa della scuola. Senonchè davanti a una folla di spettatori mi bloccai alla strofa difficile. I miei compagni risero di me per una settimana, per fortuna il maestro minimizzò la cosa. A scuola mentre il maestro spiegava le vite di grandi uomini (artisti, inventori, poeti) io intuivo che la mia vita sarebbe stata così. Non legavo con i miei compagni. Alcuni mi deridevano, mi facevano i dispetti, mi picchiavano. Se mi lamentavo con i grandi questi mi sgridavano, quindi restavo zitto. Poichè ero mingherlino mi picchiavano. Così una volta per vendicarmi feci cadere a terra uno più giovane di me, ma il giorno dopo dovetti fare i conti col fratello maggiore. Un giorno siamo andati in gita a Rovereto, Peschiera. A mezzogiorno mangiai tonno e cipolline. Non mi divertii molto poichè in corriera stavo male. Un'altra volta un supplente ci portò nel bosco di Bertelè. Una mattina il maestro mi mandò a far firmare una carta a tutti i maestri. Io ero spaventatissimo, specialmente quando dovevo entrare di sopra nelle aule delle bambine. Un'altra volta mi mandò di sopra a consegnare carte alla direttrice. Io tremavo. C'era l'anticamera, poi la direzione con la segretaria e la vecchia direttrice.
   Il mio compagno di banco per 5 anni è stato Mario D*, un bambino molto vivace. Altri miei amici erano: Carlo, Angiolino, Arrigo, Gabriele, Edoardo.
   Mario abitava in una casa con torre in via Marconi. Lui aveva una sorella che vestiva secondo la brutta moda a sacco di quegli anni. Un giorno Mario mi portò a casa sua per mostrarmi alcuni fumetti. Nella stanza della torre rimasi affascinato vedendo che era tutta tappezzata di giornali.  Io, Mario, Mauro, Guido, sua sorella Luisa e Germano  esploravamo le valli dietro al fiume Menago fino al monticello Tombola. Saltavamo i fossi, cacciavamo le bisce e facevamo lunghe camminate. Io mi innamorai segretamente della bionda Luisa. Mario mi trasmise la passione delle figurine e insieme cercavamo nei chewing gum quelle mancanti. Nei pomeriggi di sole io e Carlo andavamo in bici fino al Tencarol. Un giorno ci siamo spinti fino al bivio Angiari Legnago. Io ero affascinato dal nome Angiari, ma Carlo volle andare a Legnago. Arrivamo sulla strada statale ed entrammo in una fattoria dove ci diedero 2 mele. Un'altra volta presi la strada per Bonavicina e arrivai alla Pioppazza dove un ragazzo di fattoria mi sequestrò la bici. Io piangevo e le donne che tornavano dal tabacco mi gridavano di andare a casa. Alla sera il ragazzo mi restituì la mia bici. Un giorno in via Colombare un bambino voleva il fischietto che avevo al collo e che avevo trovato nell'uovo di pasqua.. Arrivò il fratello maggiore del bambino che mi ordinò di darglielo. Dissi no, così lui mi strappò il fischietto e lo diede a suo fratellino. Mi ci vollero ore per convincerlo a restituirmelo ma ormai era rovinato.
   Dopo la 5° elementare mi chiesero se volevo frequentare  la scuola media oppure l'avviamento. Senza sapere bene di cosa si trattava scelsi la media situata in piazza Sommoriva. Allora questa scuola non era statale così dovetti andare a ripetizione dalla maestra Onorina e superare l'esame di ammissione. Alla scuola eravamo in circa 30 ragazzi  e ragazze, dei quali solo 2 provenivano dalle elementari:  Gabriele e  Edoardo. Qui le materie non mi interessavano e la scuola mi ha insegnato a odiare i libri. I compagni mi picchiavano e mi difendevo graffiandoli. Un giorno l'insegnante ci parlò degli Dei greci: Marte era il Dio della guerra, Venere dell'amore, Giove il capo degli Dei. Io, che avevo studiato da solo l'astronomia, mi alzai e chiesi:  “Signorina professoressa (bisognava chiamarla così) perchè i nomi degli Dei sono uguali ai nomi dei pianeti?" Lei non mi diede nessuna risposta. Le materie che odiavo profondamente erano la matematica e il latino.
   Dopo qualche mese mi ammalai di asiatica e restai definitivamente a casa.  Avevo 10 anni e incominciai a lavorare nella bottega di mio padre in via Canonica.
  La fine della scuola fu per me come la liberazione da un incubo. Battevo le verghe di stagno, riparavo i ferri da stiro e i rasoi elettrici. Ne 1956 via Canonica (ora Via Monsignor Cordioli) era una strada non asfaltata fra il bosco Cabrini e la chiesa. A sinistra c'era il muro di mattoni lungo e dritto con un cancelletto e due vespasiani. In fondo c'era la vecchia canonica, il campanile, il monastero abbandonato di S Caterina e la torre. Con gli alberi secolari alti e fruscianti il posto era molto suggestivo. Nel lato nord del monastero c’era una finestra murata dall’interno. Il muro di mattoni vecchi era molto spesso e formava un vano. Io mettevo delle pietre per terra per arrampicarmi ed entrare nel vano, dove mi sentivo molto felice.
   All'inizio della via c'era la bottega di mio padre, il negozio di stoffe di del Barone e quello del meccanico Aldo. Sulla strada ai lati c'erano tante piccole buche scavate dai ragazzi per giocare a bilie. Io andavo a giocare con bilie di terracotta insieme ad altri bambini. Non ero bravo e perdevo quasi sempre anche ai giochi più facili (lancio). Altri giochi complicati (caporione) non li giocavo. A volte si univa a noi Luciano  detto il Barone. Era un ragazzo alto e magro, più vecchio di noi. Egli ci raccontava le sue imprese e noi ascoltavamo con attenzione. Raccontava che era riuscito a entrare nella vecchia Torre. Forse fu lui a ispirarmi l'amore per quella vecchia torre. Cerea in quei pomeriggi lunghi e senza tempo era un paese deserto. Non esistevano automobili. In giro non c'era nessuno. A volte passava qualche bicicletta o carro tirato dal cavallo. Una sera una donna di passaggio mi disse di correre a casa perchè arrivava il lupo.
   Mio padre aprì il negozio prima in via Paride, poi si spostò in via Canonica e poi ancora in via Paride. In quell'edificio si sono alternati negozi e botteghe artigiane: il meccanico di cicli Aldo, il venditore di stoffe Manara, il calzolaio Otello. L'edificio era semicircolare, all'angolo del bosco Cabrini, composto di 3 settori. Aveva una terrazza di cemento coronata con balaustra. Una sera d'estate attraverso le porte comunicanti (solitamente chiuse) io esplorai le stanze disabitate di quello strano edificio: una sala curva con 2 poltrone abbandonate dal venditore di stoffe. Poi l'ultima stanza, uguale alla prima, con in più una porta che immetteva in cortiletto dentro il bosco. Di giorno dal tetto del gabinetto saltavo dentro al bosco poi di corsa (per paura del cane) lo esplorava arrivando fino a un gruppo di statue sepolte nel folto: fontane, leoni, balaustre e sfere di pietra.
   Nel negozio di via Paride mio padre aveva costruito una divisoria di legno. Davanti c'era l'esposizione dei radio Siemens, Alfa, Watt, Magnadyne, e dietro c'era il laboratorio. Sopra egli costruì un'altra divisoria in legno che formava la soffitta-magazzino piena di scatoloni. Papà costruiva le radio Alfa con i pezzi che faceva arrivare da Genova. Inoltre vendeva fornelli, bombole Solgas, ferri da stiro, rasoi elettrici, dischi, lampadine... In una occasione fece arrivare da Firenze casse di telefoni rotti che poi riparò e rivendette.
   Nel 1953 mio padre costruì la prima TV in bianco e nero. Allora c'erano le trasmissioni sperimentali e trasmettevano un film muto su don Bosco. Una sera mise la TV in vetrina; dopo un pò si formò una fila di persone che guardavano cosicchè bloccarono la strada e intervennero i carabinieri. Nella bottega sono passati 3 allievi: Otello,  Gastone  e Rodolfo. Il negozio era visitato spesso dai ladri. Una sera di nebbia mio padre dopo cena venne in bici a chiudere la saracinesca. In lontananza vide scappare alcune persone e all'arrivo trovò la porta aperta e i dischi rubati. Egli corse fuori, trovò un uomo che orinava nel vespasiano ma non era lui il ladro. Allora corse nella vecchia canonica dove c'erano i ragazzi che giocavano. Don Egidio disse che nessuno era entrato da poco. Anni dopo Don Egidio riferì a mio padre (a condizione che non li avesse perseguiti) i nomi dei 4 ragazzi che avevano rubato. Un pomeriggio arrivò da noi un tizio che desiderava una radio ma disse che sarebbe venuto a comprarlo insieme al fratello. Papà andò nel laboratorio sul retro ed io rimasi in negozio mentre l'uomo si abbottonava il cappotto. Impiegò molto tempo e ciò mi insospettì. Il mattino dopo l'uomo ritornò mentre io non c'ero. Il tizio disse che avrebbe aspettato lì suo fratello e papà tornò nel laboratorio. Dopo un po’ il tizio disse che sarebbe andato al caffè ad aspettare suo fratello. Più tardi papà scoprì che in vetrina mancava un rasoio Philips ed era rimasta la scatola vuota. Altro caso: un giorno arrivò un camionista e disse che vendeva benzina a basso prezzo. Chiese 2 taniche vuote e non tornò mai più. Un giorno arrivò un venditore di stagno per saldare l’alluminio e quasi ci bruciò il saldatore per fare la dimostrazione.
   Nella bottega passavano strani personaggi: un viaggiatore che vendeva timbri scorrevoli a 3 colori; un tizio che ci vendette (dopo dimostrazione) una verga di stagno per saldare l'alluminio. Il signor Francesco da Bovolone che prendeva le radio in conto vendita. Appena arrivava chiedeva straccio e grasso per pulire il motorino. Quando aveva finito entrava in negozio e fumando in continuazione raccontava le sue storie: " Adesso vi racconto dall'A alla Zeta. Dunque, in un paese di montagna c'era una grande pietra con su scritto: Voltami. Un giorno, alcuni curiosi lavorarono molte ore per sollevarla. Sotto non trovarono  nulla, ma sulla pietra  c'era un'altra scritta: Bene facesti perchè le coste mi dolevano".
   Nel gennaio 1958 abbiamo lasciato la casa dei Faggioni
e siamo traslocati in un appartamento al 3° piano di via Paride di proprietà di Bresciani. Nel novembre 1958 siamo andati ad abitare al n° 33 di viale Ungheria. Mio padre aveva comprato il terreno e fatto costruire la casa. Ma mancava l'elettricità, il riscaldamento, le fognature,  il cortile si allagava e la strada non era asfaltata. Ciò nonostante trascorsi un bell'anno. Perdetti gli amici della piazza e ne ritrovai altri: Mario Z*, Dario, Remo, Gianfranco. Mi piaceva esplorare i posti lungo la ferrovia, raggiungevo la vecchia fattoria a sud per vedere la torre cilindrica del silò.
   Una volta, presi un rotolo di filo per registratore, fissai il capo a un palo e poi con la bici percorsi le vie del paese srotolando chilometri di filo. Una vecchietta incappò nella mia ragnatela e incominciò a borbottare mentre io ridevo. Nel 1959 conobbi anche B*, garzone di barbiere in piazza Matteotti, che nei momenti liberi usciva per raccontarmi i film che aveva visto. Con vari amici giocavo a biglie, figurine e lancio dei sassi. Un giorno accadde uno strano incidente in via Canonica.  Io mostravo, a mia cugina Franca, l'amica Rosalisa con sua sorellina, come lanciavo un sasso. Lancia il sasso in alto e avanti; nello stesso istante la bambina corse via e si fermò proprio sotto la traiettoria del sasso che le cadde in testa. La medicarono con l'acqua presa in canonica. E' stato un incidente stranissimo. Altro incidente: feci cadere dalla bici involontariamente mia cugina Franca.
     Nel 1960  sono andato al mare, Sottomarina, con i nonni Francesco, Maria Bissoli e cuginetta Franca. Mi sono divertito. Eravamo in una piccola pensione insieme a Diego e sua sorella Anna di Sanguinetto. C'era anche una bambina di nome Clara che aveva i denti cariati, i capelli lunghi neri e mi piaceva. Nella saletta ci divertivamo a guardare l'orologio a cucù che suonava.  Mia cugina mi insegnò l'alfabeto muto (con le mani) che usavamo a letto mentre i nonni dormivano. Qui lessi un bel libretto di astronomia che il nonno aveva portato con sé. In quel periodo i giornali annunciavano l’imminente fine del mondo.
   Nel 1959, mi pare, sono andato a Trento insieme al nonno, dove abbiamo visto il museo, il convento dei frati, una fabbrica di lenti a  Verona e infine siamo andati da zio Gino.  In marzo 1958 (forse) ho soggiornato una settimana a Bassano con zio Aldo, zia Zulina e cuginetta  Annamaria. Ho visto  il ponte, ho esplorato il monte Crocetta. Siamo andati a Fontanelle e altre colline. Un giorno volli comprare Topolino ma zia Zulina disse che era un  fumetto proibito e così comprai Paperino!
      Nel 1959 -60 avevo impiantato un fiorente commercio di fumetti Topolino usati che compravo da Mauro  e vendevo a Remo, Gianfranco  e altri. Il magazzino lo tenevo nel garage di mia nonna. Remo era un ragazzo che studiava agraria, era naturalista, amava la botanica e collezionava cerambici. Diventò un mio compratore di Topolini fino a una sera quando suo padre ci scoprì e mi sequestrò il pacco dei fumetti. Con Remo andavo a volte alla sua fattoria alla Paganina dove mi insegnò a conoscere le erbe. Insieme a Dario  invece andavo a esplorare le vallette e il monticello Tombola. Già incominciavamo a parlare di ragazze.
   Un pomeriggio mentre mangiavo una fetta di pane e budino preparato da mamma, andai  a vedere un operaio che metteva giù i tubi del metano. Egli avvolgeva una fascia di catrame caldo attorno ai tubi e così facendo mi lanciò gocce di catrame bollente sulle mani. Corsi via, staccai il catrame e con esso si staccò anche la pelle. Forse l'uomo non lo ha fatto apposta però doveva avvertirmi di stare lontano. Un pomeriggio d'autunno 1959 i ragazzi mi proposero di unirmi a loro in una impresa segreta. Li seguii lungo un sentiero fra i rovi, attraversammo la ferrovia e finimmo in un vigneto. Loro presero dell'uva e scapparono via. Ne presi un grappolo anch'io per non sfigurare ma poichè la frutta non mi piace, senza farmi vedere, la buttai via. Un'altra volta rubarono un'anguria e invitarono anche me, ma non mi interessava. I quegli anni iniziai la raccolta di monete con compere, vendite, scambi. Un mio compratore abituale era Gianni S*.
    Nel 1959 conobbi Mario Z.  figlio dell'elettricista e ci appassionammo al cinema. Avevamo un piccolo proiettore ciascuno e ci divertivamo a modificarli aggiungendo rulli scartati dal cinema Sociale. Proiettavamo spezzoni di pellicole (prologhi, filmluce, una parte della Cena delle Beffe) agli amici in casa di Gianni S*. In quell'anno mi presentavo in Prato della Fiera dicendo:  Io sono un regista. Cerco personaggi per fare un film. L'amico Sandro  ricorda di avermi conosciuto così.
   Sempre nel 1959 uscì l'ula hop, un cerchio di plastica da far girare attorno alla vita, e venne subito proibito da genitori e insegnanti. Intanto radio e giornali ne parlavano: una donna aveva fatto girare l'ula hop 8.000 volte e poi era morta; un uomo era andato in estasi, un altro aveva visto Dio...L'anno seguente scoppiò la moda dello Scobidou; due fili di plastica da intrecciare per formare una treccia quadrata. Tutti i ragazzi giocavano con lo scobidou. Io passeggiavo sull'argine del Menago insieme a un cagnolino e intrecciavo lo scobidou. Ho conosciuto un ragazzo molto bravo che aveva ottenuto trecce complicate e originali.
   Nel 1960 uscì il film Dracula di Fisher ed io lo perdetti perchè era vietato ai minori di 16 anni. Io e Mario stavamo insieme per parlare di cinema. Costruimmo anche una radio galena che però non funzionò. A quell'età incominciavamo a scoprire i misteri del sesso e così parlavamo anche di ragazze. Arrivavano i dischi 45 giri con le musiche di Elvis Presley, Celentano, Paul Anca, Mina, Fred Buscaglione. Io incominciai a fumare sigarette Roxi che nascondevo nel cimitero in costruzione. Una domenica pomeriggio al cinema Melchiori un amico soprannominato Bembo mi regalò un calendarietto a colori di donne in bikini. Lo nascosi lungo il fiume Menago dentro un muro di mattoni della famiglia Olivieri, e nei pomeriggi di sole andavo a guardarlo. Le figure sorridenti e seminude delle donne erano molto attraenti.
   A partire dal 1959 incominciai a frequentare le cabine cinematografiche. In primavera andavo, assieme a mio padre, a ripristinare la cabina del cinema Sociale all'aperto, in via Lorgna. Questo cinema si trovava nell'area del condominio Lorgna e consisteva di un cortile con panche in legno, alcuni cipressi e una lunga terrazza anteriore. In fondo c'era la fabbrica di teloni Bertù, a destra la cantina Favalli e a sinistra alti edifici incatramati. Di sopra alla terrazza di giorno vedevo le sartine che lavoravano in una casa dall'altro lato della strada. In quel cinema ho visto I Vampiri di Riccardo Freda. Alle domeniche pomeriggio d'estate andavo a imparare a fare l'operatore al cinema Sociale in piazza Matteotti. Stavo in cabina con l'operatore  Luigi, giravo le pellicole e regolavo i carboni. Qualche film che ricordo: La voglia matta con Ugo Tognazzi e Caterine Spaak, Il Dubbio. I genitori non volevano che andassi in cabina poichè c'erano film per adulti, così ci andavo di nascosto e prima di rientrare mi lavavo le mani col sapone alla pompa del Pozzetto; una volta ci andai sotto ala pioggia.
   Nel 1959 seppi che sarei diventato Scrittore. Già da bambino intuivo vagamente che mi sarebbe toccato un destino speciale.In estate 1959 scrissi il mio primo romanzo intitolato Mezzanotte al Cimitero. Narrava la storia (tratta dalla leggenda) di un uomo che scommette di piantare un chiodo su una tomba di notte. Và, pianta il chiodo ma non si accorge di averlo piantato su un lembo del suo tabarro. Quando prova ad andare via si sente attratto  e muore di paura. Tutti i pomeriggi scrivevo  su foglietti celesti sulla panchina in fondo al cortile della casa in viale Ungheria. Durante le prime settimane questa mia attività passò inosservata. Ma poi i genitori si preoccuparono, mi dissero che perdevo tempo, che era meglio se disegnavo, che scrivere tanto non serviva a niente. Così andavo a scrivere a casa di nonna Maria Ferrarese che in quel periodo si era trasferita in via Mazzini 33. La stesura di quel romanzo durò a lungo. Continuai a scrivere anche durante l'inverno a casa della nonna. Scrissi fino all'ottobre 1960 quando con la famiglia mi trasferii nel vecchio palazzo in via Paride 75. Qui buttai via il romanzo e... incominciai a scriverne un altro, fra l'opposizione dei genitori. Il mio secondo romanzo si intitolava: Un cadavere da uccidere. (Alle bancarelle avevo visto un giallo intitolato: Un morto da ammazzare).
   Facevo lunghi giri in bici per esplorare la campagna. Una volta ho portato Fausto  seduto sulla mia bici fino a Bergantino, pedalando su strada sassosa. Purtroppo nel 1967 perdetti questo amico a causa di sigarette di contrabbando che mi pagò e non gli consegnai. Insieme a Gianfranco sono andato a Concamarise, Salizzole, Bionde. Un pomeriggio andai in bici a visitare la chiesa rotonda di Concamarise, allora in costruzione. Al ritorno andai al cinema sociale a vedere: I soliti ignoti. Sempre al Sociale a 15 anni vidi Psyco di Hitchoch. Era un film mediocre vietato ai minori di 16 anni. Mario  fu assunto come operatore al cinema Principe  e lo perdetti di vista. Adesso avevo trovato un nuovo amico: Luciano.
   Nel 1960 mio padre, per evitare di pagare l'affitto del negozio e per avere casa e negozio uniti, vendette la casetta in via Ungheria e comprò la macelleria in via Paride 34. Nel frattempo siamo venuti ad abitare provvisoriamente in affitto nel grande palazzo in via Paride 75, dove il precedente inquilino, un avvocato, aveva risieduto per 60 anni. Intanto il vicino della macelleria, un vecchio  meccanico di bici, spadroneggiava a suo piacere. Fece togliere un blocco di marmo della facciata poichè sconfinava di 2 cm. Fece installare una tettoia e forò il muro infilando le putrelle dentro la  nostra camera. Fece causa a mio padre perchè la casa aveva 2 finestre aperte sul suo cortile. Ogni tanto veniva a chiedere soldi, risarcimenti, spese. Mio padre per non avere un vicino così terribile decise di vendere la macelleria, di comprare il vecchio palazzo, rivenderlo e conservare un pezzo di terreno per fare una casa nuova. E così avvenne. La macelleria fu venduta ad Angelo. Egli si trovò un avvocato, il vecchio  perdette i processi e anche morì.
   Però mio padre non riuscì a vendere il palazzo. Per un anno arrivarono i mediatori e probabili compratori, ma nessuno volle comprare. Così forzatamente rimanemmo lì e quella che doveva essere una situazione provvisoria divenne stabile. Papà fece fare alcuni restauri e fece aprire due negozi. Quello a destra per lui e quello a sinistra in affitto alla parrucchiera Bianca, poi ai mobili P* e alla Democrazia Cristiana.




                







           

 

      CRITICHE





Negli anni '50 era al potere la democrazia cristiana  e la chiesa imponeva tutta la sua feroce sessuofobia, l'oscurantismo fatto di divieti, proibizioni, censura. Negli anni '50 e fino a metà degli anni '60 qui a Cerea c'era il medioevo. Arte, ricerca, divertimento erano proibiti. La chiesa condannava il cinema, il ballo, la televisione. I film erano quasi tutti proibiti, per adulti, adulti riserva , sconsigliati o esclusi. Film come: L'amore è una cosa meravigliosa, La noia, Mondo di notte, Rififi, La voglia matta, Le ore dell'amore, Sexy al neon, La dolce vita, L'ape regina hanno fatto scandalo. Hanno fatto scandalo le canzoni Amo di Adamo, Je t'aime di Jane Birkin. Monsignor Dario di Cerea ruppe il disco Amo a una ragazza, Rita, che lo suonava con il mangiadischi.  Attrici come Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Brigitte Bardot, davano scandalo. La canzone CHIEDI CHIEDI dei Camaleonti al Cantagiro 1966 fu censurata e dovette essere modificata. La frase: Chiedi chiedi, non è peccato questo amore che dà la vita diventò: “Chiedi chiedi non è rubato questo amore che dà la vita.”
    La televisione era in bianco nero, la Rai aveva il monopolio ed esisteva un solo canale dalle ore 18 alle 23.  I programmi erano: Angelo Lombardi l'amico degli animali; Non è mai troppo tardi, per gli adulti analfabeti; Le prediche di Padre Mariano; I Barboni, varietà di Renato Rascel; Perry Mason telefim di processi; Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno, al giovedì; Carosello pubblicità alle 21; il Musichiere di Mario Riva il sabato; il Mago Zurlì' programma per bambini; Professor Cutolo; un vecchio film al lunedì. Se moriva il Papa o altro personaggio politico, il film veniva soppresso! Al venerdì santo i cinema restavano chiusi.
Negli anni '60 una emittente clandestina  di Milano tentò di trasmettere ma intervennero i carabinieri e sequestrarono tutto. Ripeto: esisteva il monopolio della Rai TV di Stato. Tutte le frequenze erano occupate dalla Rai ed era illegale impiantare una stazione radio o televisiva. Nei primi anni '70 le emittenti Capodistria, Montecarlo e Svizzera trasmettevano programmi in italiano e non erano perseguibili poichè si trovavano all'estero. Noi tirammo un sospiro di sollievo. Finalmente potevamo cambiare canale. A metà degli anni '70 nacquero molte stazioni radio su MF. I carabinieri intervenivano per sequestrarle ma ne nascevano a migliaia e non potevano chiuderle tutte. Così le radio libere diventarono legali. Successivamente i privati impiantarono le TV libere e dopo molti sforzi fecero finire il monopolio Rai di Stato.
   Alla porta della chiesa c'era l'Index Librorum Proibitorum (abolito da Papa Paolo VI nel 1965). I romanzi gialli, rosa, neri erano tutti proibiti. I settimanali Oggi, Bella erano proibiti. I fumetti Topolino, Monello, Nembo Kid, Tex erano proibiti. Vicino c’era l’elenco dei film proibiti, del Centro Cattolico Cinematografico. Questo aveva per emblema una bobina di pellicola dal cui centro esce un serpente che avvolge fra le sue spire un giglio. Alcune volte io l’ho fatto sparire.
Una domenica mancava l’elenco del CCC e mio padre mi permise di andare a vedere Il Sepolcro Indiano. Il film mi appassionò molto. Al lunedì in chiesa e in piazza misero l’elenco, dove questo film era classificato Escluso. Così capii che i film esclusi erano migliori di quelli per tutti. Il CCC classificava i film: Tutti, Adulti, Adulti Riserva, Sconsigliato, Escluso.
Su libri, radio, giornali mancavano tutte le parole che si riferivano al sesso. Sul vocabolario Palazzi mancavano parole tipo: mestruazioni, ecc. Il seno non si vedeva MAI in fotografia. Foto di donne un po’ scollate davano scandalo e venivano sequestrate. Film con scene di baci (senza passione!) venivano vietati. Nei libri di biologia per licei, al capitolo Riproduzione si parlava del moscerino dell'aceto.
   Molte donne portavano busti ed erano piatte come i maschi. Il bikini era proibito. Si diventava maggiorenni a 21 anni. I nomi stranieri ai neonati erano proibiti. I nomi profani erano proibiti o accettati con difficoltà. Il padre di un amico litigò col prete per dare al figlio il secondo nome: Fiammetto. I comportamenti erano molto castigati. Ad esempio: non si vedevano mai coppie di giovani baciarsi per strada. L'amico Gianni T* ci raccontava che era stato in Francia e aveva visto una coppia che si baciava in strada. Noi ascoltavamo sbalorditi; qui un simile comportamento era impensabile!
   Nei sabati bisognava andare a confessarsi nella buia piccola sacrestia dove attendevamo inginocchiati sul banco. Arrivato il mio turno aprivo una porta, entravo dentro una stanzetta luminosa e mi inginocchiavo di fianco a don Silvano per dirgli i peccati. Tutte le domeniche bisognava andare in chiesa alla messa in latino e al pomeriggio a dottrina. In chiesa le donne dovevano portare il velo sulla testa e dovevano mettersi sul lato sinistro della chiesa mentre gli uomini stavano a destra. Per fare la comunione bisognava essere digiuni dalla mezzanotte. Era considerato peccato non ascoltarle le prediche di padre Mariano. Era proibito mangiare carne di venerdì. I preti bisognava salutarli con la frase: "Sia lodato Gesù Cristo". Le suore con: "Gesù Giuseppe Maria". A maestri e professori bisognava dire: Riverisco. Chi trovava qualcosa doveva correre a portarla dal prete. "Sulla luna non ci andremo mai!" tuonava in chiesa un frate negli anni '50. A catechismo ci insegnavano a fare i fioretti; questi erano proibizioni. Fra le altre c'era quella di evitare di guardare i cartelloni del cinema. Io invece correvo a vederli tutti i giorni. Alla sera, mensilmente, c'erano i ritiri spirituali. Noi ragazzi dovevamo andare in oratorio ad ascoltare un prete fanatico don Igino che ci riempiva la testa di superstizioni medievali. E non solo a Cerea. Quando sono andato a Sottomarina nel 1962 sentii che anche là il prete urlava scandalizzato dal pulpito: "Quella lebbra che infetta le spiagge..." Si riferiva alle donne in  costumi da bagno; notiamo che i costumi da bagno di allora erano corazze dalle cosce alle spalle che non lasciavano intravedere niente. Quando era ragazza mia mamma andò in chiesa a Sottomarina con un vestito lungo fin sotto i ginocchi (come si usava a quel tempo); il prete la mandò fuori perchè era senza calze. Alle donne non era permesso entrare nel presbiterio. Le bambine chierichetto, le suore che leggono la bibbia o danno la comunione, sono arrivate negli anni '90. Negli anni '50 e '60 c'erano solo maschi sul presbiterio. Un giorno Gianni portò a casa Cervello che cammina di Dough Steiner. I suoi genitori lo trovarono e corsero a portare il libro dal prete. 
    Una mattina un camionista bestemmiò in strada e don Sarte lo aggredì minacciandogli catastrofici incidenti. Il camionista era un uomo grande e grosso, il prete un vecchietto zoppo. Era sbalorditivo il modo in cui si comportò; don Sarte pensava toccasse a lui difendere Dio. Don Sarte non riusciva a pensare “Se Dio è così potente, si arrangi e si difenda da solo”.
    Un pomeriggio parlavo con Don Sarte sui rinnovamenti del concilio. Lui mi spiegava che prima bisognava leggere il breviario 5 volte, adesso solo 3. Allora gli chiesi: “Se prima del concilio un prete si comportava come adesso, peccava?”
“Sì”.
“E se adesso si comportasse come prima del concilio, peccherebbe?”
“Indubbiamente sì.”
“Perché?”
“Perché, vedi, è il papa che assume su di sé tutta la responsabilità ”.
Io non ribattei. Avrei voluto dirgli che ogni uomo è responsabile delle proprie azioni. Non è possibile delegare a un altro le proprie responsabilità e smettere di pensare!
   A scuola c'erano le punizioni corporali. Nelle scuole e negli uffici pubblici era consentito usare solo penne a inchiostro. Chi veniva sorpreso a scrivere con la sinistra veniva sbacchettato. Tutte le parole straniere erano proibite. Le lettere  J K W X Y erano tolte dall'alfabeto.  Alla scuola elementare c'era l'ora obbligatoria di religione. Don Silvano veniva a insegnarci la religione ufficiale, anche se in teoria la costituzione afferma che ogni cittadino può scegliere la religione che preferisce. Nel 1957 con la legge Merlin vennero chiuse le case di piacere.
   Non esistevano feste commerciali; festa della donna, del papà, della mamma, degli innamorati... Non c'era niente di niente. Gli operai lavoravano anche il sabato e i commercianti lavoravano anche la domenica mattina fino alle ore 14. Non si trovava niente. Per avere camicie bisognava comprare la stoffa e andare dal sarto. Per avere un maglione bisognava comprare la lana e rivolgersi alla magliaia. Non esisteva il self service. Nelle librerie la signorina dietro il banco chiedeva subito: "Cosa vuole?" senza lasciare il tempo di guardare i libri. Così preferivo andare alle bancarelle. C'erano anche alcune cose positive: gli impiegati postali compilavano le ricevute; adesso invece deve compilarle il cliente. Una volta all’anno c’era l’obbligo di timbrare il metro in municipio e la tassa era di 1000 lire; un impiegato punzonava il metro mentre l’aiutante (Ermes) lo sorreggeva. A fine anni 50 arrivarono i primi detersivi in polvere: Omo, Olà, Tide, Persil.
   Nel 1959 circa arrivarono a Cerea i primi blue jeans e insegnanti, genitori e preti gridarono allo scandalo.
   Negli anni '50 e soprattutto negli anni '60 avvennero a Cerea tanti terribili cambiamenti: Distruzione del bosco Monga, ora area campo sportivo. Distruzione bosco Cabrini, ora area condominio in Via Paride. Abbattimento chiesetta S. Procolo in via 25 Aprile. Abbattimento torre in via Grigolli. Poi sotterrarono il  fiume Fossa per trasformarlo in uno scarico della fabbrica perfosfati. Abbatterono anche i bei paracarri con catene che cingevano gli argini. Chiusero un pezzo di via Libertà per far posto alla fabbrica.
   Nel 1958, dopo la morte dell'arciprete Sancassani, arrivò a Cerea per sostituirlo don Dario. La popolazione non voleva questo nuovo arciprete e di notte abbattè tutti i festoni piantati per dargli il benvenuto. Sui gradini della chiesa scrissero. "Vogliamo don Riccardo" (il curato). Al mattino dopo la scritta venne coperta con un tappeto e don Dario si insediò a Cerea. Iniziò con un lunghissimo discorso (uno dei tanti!). Don Dario mandò via i curati, l'amato don Riccardo e don Silvano e dopo di allora ne cambiò circa 2 ogni anno.                                               
   Attorno a don Dario ruotavano persone interessate a ottenere posti in municipio e a impadronirsi degli arredi antichi della chiesa. Così negli anni successivi sparirono: l'orologio antico sopra l'organo, i lampioni in ghisa dei giardini della chiesa, le balaustre in marmo,  banchi e confessionali in noce, le statue dell'oratorio, le lampade in ottone, il cancelletto in ferro battuto, quadri antichi, la croce esterna a sinistra della chiesa, eccetera. Don Dario, uomo ironico e indisponente, dominò la scena sociale, politica e religiosa per oltre 30 anni.
   Nel 1961 il nuovo sindaco  cambiò in peggio Cerea. Fece scavare il paese per abbassarne il livello. Fece raddrizzare via Paride che era una via sinuosa. Allargò la strada, tolse i ciottoli laterali e restrinse i marciapiedi. Fece togliere i cubi di pietra bianchi e celesti dei marciapiedi e li sostituì con mattonelle piccole e scure. Tolse i paracarri ornati di catene davanti al piazzale della chiesa. Ridusse piazza Matteotti e i marciapiedi attorno per fare strade a doppia corsia. Alla fine il paese diventò brutto e anonimo: una lunga corsia per macchine e camion che passavano senza interruzioni.
   Ma il disastro era appena incominciato. Nel 1963 abbattimento del parco nazionale Cabrini in via Paride per costruire condomini  e scuole. Nel '64 abbattimento dell'antico monastero di s. Caterina del 1300 per costruire la casa della gioventù. Abbattimento di altri edifici storici: palazzo Spagnolo affrescato, in via Paride dove costruirono un condominio. Villa Lucchini (rasa al suolo in una notte) in via Garibaldi, dove costruirono  case a schiera.
   Fino agli anni '50 esistevano a Cerea solo contadini e artigiani. I contadini erano salariati o piccoli proprietari con fattoria e 2 o 3 campi. Gli artigiani avevano piccole botteghe di calzolaio, sarte, barbiere, fabbro. Negli anni '60 per merito di Bresciani nacque a Cerea l'industria del mobile d'arte. Questa industria in poco tempo travolse tutto e Cerea, paese agricolo, diventò paese industriale. In ogni casa nasceva una falegnameria. Tutti cambiavano lavoro. Contadini, barbieri, calzolai, fabbri diventavano falegnami. Cerea diventò un grosso paese industriale dominato dai mobilieri. Cerea diventò una grande mangiatoia  per gente arrivata qui solamente con lo scopo di arricchirsi. L'amore per l'antichità era solo un trucco per vendere mobili. Qui a Cerea esisteva un solo interesse: il denaro. E con i soldi arrivò il culto della cafoneria, della rozzezza e dell'ignoranza.
   Negli anni '80 arrivò la superstrada e i fantasmi della civiltà contadina furono spazzati via dai demoni della civiltà industriale: droga, inquinamento, violenza.
   Mi viene da ridere quando sento che i giovani a scuola imparano la Storia. Ma quale storia? Quella dei romani che è falsa e non serve a niente?  La storia Medievale di principi, papi e politici?  Mi piacerebbe che a scuola i giovani imparassero la Storia, quella vera e vissuta, la Storia della gente di 30 anni fa.
   Negli anni '90 tutte queste cose sono dimenticate e nessuno le ricorda più. La storia viene scritta dai vincitori e loro scrivono e ricordano quello che fa loro comodo e cancellano e dimenticano quello che vogliono obliare!
























I   MITICI   ANNI   60  
 
 Continuando a scavare nel passato incontro i magici, giovani, indimenticabili anni '60.
   Affermo che gli anni '60 erano differenti da come sono stati descritti nei films fatti negli anni '90! In quegli anni noi non eravamo così spregiudicati. Eravamo timidi e impacciati.
   Gli anni '60 sono stati il periodo più ricco di esperienze importanti nella mia vita. Il periodo più affascinante che ricorderò sempre con infinito piacere. Ho incontrato molte difficoltà a ricordare gli avvenimenti e collocarli nelle loro date esatte. Ho fatto del mio meglio, aiutandomi con punti di riferimento, date sui libri, suggerimenti degli amici. Spero di non aver commesso troppi errori.
   Nell'ottobre 1960 venimmo ad abitare nel grande e scomodo palazzo in via Paride 75, con il tabellone della magnesia S. Pellegrino attaccato al muro. Da principio mi piaceva esplorare la casa con tutte quelle stanze. Soprattutto mi piaceva il granaio, dove lavoravo con pezzi di macchine cinematografiche. In una stanza con il pavimento di catrame c'era il pianoforte a coda scordato, dove papà mi insegnò a suonare il Dies Irae.
   In quel periodo feci amicizia con Luciano  e insieme andavamo in giro a fare i bulli. Di solito ci accompagnava un cane randagio nero che chiamavo Dick. Feci amicizia con quel cane ma i miei genitori non lo volevano e lo fecero portare via.
   Un pomeriggio di dicembre 1960 io,  Gianni T* e Luciano  andammo sulla bici di mia nonna fino a Cantarane di Asparetto. Gianni era appena stato operato di appendicite. Stavamo in bici in due a turno e l'altro andavo a piedi. Raggiungemmo un ponte in cemento in campagna, dove sotto progettammo di fare un fortino. Lavorammo tutto il pomeriggio per mettere pali. Poi alla fine mi stancai e tornai a casa con Luciano, abbandonando Gianni che tornò a piedi.
   A s. Zeno c'era una vecchia fabbrica abbandonata, per la conservazione dei pomodori. Un pomeriggio, io Gianni e Luciano siamo entrati da una porta aperta sul retro. L'interno era bellissimo, pieno di macchine strane e arrugginite. Noi ci divertivamo ad arrampicarci su una macchina alta fino al soffitto. Nei giorni successivi però abbiamo scoperto che la fabbrica era frequentata da altri ragazzi. Noi abbiamo chiuso tutte le porte per tenerli fuori; io sono uscito per ultimo attraverso una inferriata. Ma loro sono riusciti ad entrare ugualmente. Una volta eravamo dentro e uno di loro è entrato da una fessura del portone a nord. Dalla fabbrica abbiamo prelevato le cinghie in gomma delle macchine, per costruirci delle scalette. Abbandonata la fabbrica ci siamo costruiti un rifugio segreto nel boschetto di robinie a nord, sulla scarpata ferroviaria di via Peagni, vicino al tombino.
   Nell'inverno 1961 noi 3 ci divertivamo a esplorare il campanile della chiesetta di Beata Vergine. Salivamo da una botola ed era bellissimo vedere il paese da lassù. Poi in una occasione venimmo scoperti. Altre volte abbiamo esplorato la chiesa di s. Vito passando da una breccia nel muro. Nei sottotetti Gianni rischiò di cadere; mise i piedi sul soffitto che cedette e si aggrappò ai travetti di legno. Poi esploravamo gli edifici bombardati in via Roè, ecc. A quel tempo mi piaceva una giovane serva e la guardavo senza avere il coraggio di parlarle. Lei si spaventò e mi mandò il fratello a dirmi di smettere di guardarla. Nell'inverno 1961 62 mi ammalai di itterizia.
   Nel febbraio 1961 il ragazzo Vito  lasciò Porto di Legnago e venne ad abitare a Cerea con la famiglia. Un giorno vidi un ragazzo nuovo con la pelle bianca e gli insegnai a giocare a figurine. Era suo fratello Ezio. Subito dopo conobbi Vito. Il padre era macellaio e prese in affitto la casa di mio padre situata in via Paride 34. Adesso questa casa non esiste più, al suo posto c'è un passaggio dietro alla Banca Rurale.
   Io e Vito diventammo subito amici, giocavamo con le figurine, andavamo in giro con la bicicletta. Ma soprattutto ci dedicavamo all'esplorazione degli edifici abbandonati. Il campanile di Cerea era la nostra meta preferita. Entravamo dalla chiesa; senza farci vedere andavamo nella sacrestia fredda e in penombra; passando dietro all'altare sbucavamo in oratorio. Là in fondo dietro all'altarino con due angeli c'era una porta  (ora murata) che immetteva nel campanile. Salivamo le prime due rampe di scale, al buio. Al primo pianerottolo si vedeva tutto l'interno del campanile con le scale in legno, le corde e le finestrelle. Salivamo emozionati accompagnati dal battito duro del grande orologio. Raggiunto il piano dell'orologio salivamo ancora nella cella campanari. Stare lassù era bellissimo anche se c'era sporco di grasso e sterco dei piccioni. Guardavamo il panorama e aspettavamo che il grande martello battesse due volte le ore. Una volta  arrampicandoci sulle campane siamo saliti fino all'interno del cono.
   La chiesa di pomeriggio era sempre deserta. Io e Vito ci divertivamo a esplorarla. C'era una porticina mimetizzata sul primo altare a sinistra. Salendo una scala di tufo a chiocciola arrivavamo sulla loggia dell'organo. Da un'altra porticina salivamo sul pulpito. C'erano sempre colombi sui primi gradini perchè entravano dal finestrino e rimanevano intrappolati. Una porticina sul secondo altare di destra immetteva in un ripostiglio. All'ingresso di sinistra c'era un'altra porta. Conduceva a un piano superiore ingombro di statue in legno, candelabri, vecchi paramenti e con una grata che si affacciava all'interno della chiesa. Anticamente questo era un locale per spiare. Adesso la grata viene utilizzata per l'aria calda. Ma nelle nostre ricerche non riuscimmo mai a trovare la scala che conduceva ai sottotetti della chiesa.
   A Cerea in via Roè (ora via Rossini) esisteva un tombino che passava sotto la ferrovia. L'ingresso era ad arco, di mattoni e aveva affascinato tutti i ragazzi prima di noi. Quelli più vecchi raccontavano che il tombino aveva 3 curve e poi sfociava in una camera rotonda situata sotto la ferrovia. Altri ragazzi raccontavano che c'era un tesoro in fondo al tombino. Così noi 3 in un pomeriggio freddo e nuvoloso della primavera 1962 decidemmo di esplorare il tombino. Scendemmo nel fosso asciutto e in fila indiana entrammo dentro. La volta era bassa e bisognava chinarsi; ma più avanti il terreno si abbassava e l'andatura era più facile. C'erano detriti, melma e uscimmo più volte per pulirci e infilarci barattoli per non sporcare le scarpe. Intanto fuori aveva incominciato a piovere. Il tombino era troppo buio e serviva luce. Gianni andò a prendere alcune candele in chiesa e con le candele accese avanzammo fino alla seconda leggera curva. I mattoni della volta erano ammuffiti, c'erano ragnatele e fango e stando là dentro vedevamo l'uscita piccola e lontanissima. L'acqua incominciava a scorrere in fondo al tombino. Poi le candele si spensero e corremmo fuori sotto alla pioggia abbandonando le ricerche. La domenica successiva portammo in chiesa 10 lire a testa per pagare le candele. Quell'estate io e Vito casualmente scoprimmo l'uscita del tombino, nei campi di fianco al cimitero. L'uscita era bassa, rotonda e sarebbe stato impossibile passare. Vito provò a gridare e io stando alla estremità opposta udivo la sua voce.
   Dove adesso c'è la casa della gioventù e il parcheggio, sorgeva l'ex monastero di S. Caterina. Questo era un complesso di fabbricati con cortile interno al centro. Il lato ovest con la facciata comprendeva ai piani superiori la vecchia canonica disabitata. Sotto a destra c'erano le sale giochi per i ragazzi e lo stanzone della televisione. A sinistra un piccolo bar e il cinema teatro. A sud c'era l'orto; a nord la vecchia torre di S. Caterina e un campo di granturco. A volte esploravamo le stanzette abbandonate del monastero.
   Ma l'esplorazione più interessante era senza dubbio quella della vecchia torre del 1.200. Quella torre mi aveva sempre affascinato e a volte anche adesso la rivedo in sogno e sempre in sogno salgo le sue ripide scalette di legno. La torre sorgeva nell'angolo nord est del monastero. Era quadrata, di mattoni alta 4 piani più il sottotetto, con muri spessi e obliqui fino a metà. Poi si restringeva e aveva un tetto obliquo con un grande lucernario sopra. La parete a sud era interamente coperta di edera. A nord invece era grigia e tetra.
   Noi entravamo dal portone a nord. Sotto il  portico, a sinistra c'era la porticina. Con le dita attraverso le brecce del muro facevo scorrere indietro il catenaccio. Con una forcella di legno sollevavo il gancio e la porta si apriva. Adesso si vedeva una scala di legno ripida e ai lati due stanzette scure e tetre. Con tanta emozione salivamo i gradini fino alle altre due stanze superiori. Qui c'era più luce. Il pavimento di legno aveva buchi. Un'altra rampa di scale ci portava al secondo piano composto di due stanze e un'altra scala. Il terzo piano era formato da una sola stanza con due finestre a sud. Sul pavimento c'erano contenitori militari in bakelite e un mulinello in legno per filare la lana. A volte arrampicandoci sui  mattoni, attraverso una botola salivamo sul sottotetto. Qui sul pavimento c'erano alcuni grossi sassi imprigionati nelle reti, che non ho mai capito a cosa servissero. In alto c'era il  lucernario.
   La stanzetta al piano terra della torre era utilizzata dal campanaro che entrava dalla porta a nord. A volte il primo piano era utilizzato per essiccare la polenta. Così ogni volta che entrava il campanaro richiudeva la porta sotto il portico; una volta legò il gancio con fil di ferro, ma noi riuscimmo ad entrare ugualmente passando dalle finestre a sud. Un pomeriggio sfidai l'amico Gianfranco  a salire con me sulla torre. Lui vantava il suo coraggio, diceva di essere boy scout diceva che non aveva paura di nulla. Scendemmo giù nel campo ed entrammo dal portone. Lui mi guardava mentre con le dita, attraverso una sbriciolatura del  muro, facevo scorrere indietro il catenaccio della porta e con la forcella di legno sollevavo il gancio. Intanto sentivo che Gianfranco smetteva di vantarsi. Quando la porta fu aperta e si vedeva la scala di legno ripida davanti a noi, Gianfranco confessò che aveva paura. Si rifiutò di entrare nonostante le mie insistenze, così tornammo in paese.
   A quel tempo mi piaceva una ragazza di nome Anita. Poi la figliastra dei P*, ma ero troppo timido per tentare degli approcci. Intanto Vito mi insegnò a giocare a scacchi e facevamo belle partite dentro il monastero, anche con don Egidio.

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   La parte più importante della mia vita incominciò nell'agosto 1962 quando andai a Sottomarina con mia nonna Maria Ferrarese. Alloggiammo all'albergo Nettuno per tutto il mese. Qui comprai il primo libro della mia vita:  Urania Mondadori N° 288 Il Vento Dal Nulla di J. Jim Ballard. Dopo averlo letto in spiaggia ne comprai altri 2: Strisciava sulla sabbia e Il lichene cinese. La fantascienza mi piaceva però sentivo che non era questo il mio genere. Finchè in una edicola a Chioggia  comprai il mensile di Racconti del Terrore Sansoni Editore. La copertina rossa e nera raffigurava una donna in bikini insieme a uno scheletro. Lessi il libro in albergo: Era strabiliante e meraviglioso. Conteneva i racconti: Tè Verde di Le Fanu; La zampa di scimmia di Jacobs; I topi nel muro di Lovecraft. Quando tornai a casa comprai altri numeri fino ad averli tutti 8. Contenevano: Fischia e verrò da te di M.R. James; La casa del giudice di Stoker; La cuccetta superiore di Crawford; L'uomo di Porroh di Well; Confessione di Blackwood; Sapendo quello che so ora di Perowne; Manrheim di Stevenson; La notte dei pipistrelli di Oberto Marrana; Il terzo occhio di Satanael di Dorothy St. Cross; Le mani di Ottermole di Burke; Il sale della strega di O. Crevit; L’elemento Q4 di Earl; ecc. Nel novembre 1962 Vito mi comprò a Legnago (dove andava a scuola) il n° 6 di Terrore Sansoni. Ricordo che lo aspettai alla stazione. Per terra c'era la neve. L'amico Luciano  come vide il libro criticò quel genere di letture. Vito mi aveva comprato anche i primi numeri del fumetto Tipitì.
   Nel settembre 1962 feci un sogno profetico: sognai che avevo tantissimi Racconti di Dracula davanti a me ed ero felice. Il giorno dopo  andai all'edicola di Marangoni Angelo e comprai 3 Racconti di Dracula, mensili editi dalla ERP di Roma a partire dal 1959. Precedentemente avevo visto quei libri in vetrina ma non ne avevo mai letto. I libri erano: Uomini pipistrello di Morton Sidney; Vincolo macabro di Harry Small; e l'ottimo Il fu mr. Washington di Max Dave. Quei libri erano meravigliosi e avrebbero cambiato la mia vita. Avevo trovato quello che cercavo!
Ricordo che in quegli anni esisteva l’index Librorum Prohibitorum appeso alle porte delle chiese. E i Racconti di Dracula erano nell’elenco dei libri proibiti!
   Gennaio 1963. Tutti i giovedì pomeriggio andavo a Verona in treno per comprare i ricambi a mio padre. (I treni allora avevano sedili in legno che mi piacevano tanto). A piedi andai a comprare i pezzi in Porta Palio, poi con il pacco andai alla Standa vecchia in via Cappello; lì compravo cibi da portare a casa. Poi andai in piazza Erbe alle bancarelle dei libri usati. Lì trovai 2 Racconti di Dracula: Uno era il capolavoro: La legge dell'aldilà di Max Dave e l'altro non lo ricordo. Finalmente andai alla stazione e presi il treno delle 18,30. Il treno aveva l'interno in legno lucido; fuori era buio e per terra c'era la neve. Quando arrivai a Bovolone provai a nascondere i 2 libri. Li misi sotto la maglia ma si vedevano, provai dentro ai pantaloni ma sfuggivano da sotto. (Ricordo che c'era la miseria ed ero vestito pochissimo). Sapevo che mio padre mi stava aspettando alla stazione e mi avrebbe sicuramente stracciato i libri. Allora mi spaventai. Aprii il finestrino e buttai fuori i libri. La domenica dopo presi il treno delle 13,30 e scesi a Bovolone. Poi mi incamminai lungo la ferrovia alla ricerca dei miei libri. Li trovai a metà strada fra Bovolone e Cerea. Erano adagiati sulla neve ghiacciata, non  erano rovinati e nemmeno bagnati. Non mi sembrava vero. Ero contento e proseguii  fino a Cerea. Avevo percorso 11 Km. a piedi in 3 ore. Arrivai  a casa stanco ma felice e la stessa sera mi portai il libro a letto per leggerlo.
   Nel marzo 1963 lessi di notte a letto lo straordinario "La dama in nero" di Max Dave. Ricordo che parlai del libro all'amico Vito, mentre andavamo a Legnago in treno. Era una domenica pomeriggio col sole ma la neve per terra. Nell'aprile lessi lo straordinario Il golem di Frank Graegorius ambientato in Boemia. Conservavo tutti i Racconti di Dracula nella vetrinetta in camera da letto, nascosti dietro ai Topolino. Se mio padre avesse trovato i libri li avrebbe distrutti.
   In luglio alla sagra di Cerea in Prato della Fiera arrivò un tizio magro che faceva il gioco delle 3 carte. Rimasi a guardarlo per tanto tempo desiderando imparare. Anche l'anno dopo agosto 1963 andai a Sottomarina con nonna Maria Ferrarese. Quel mese mi divertii moltissimo. Appena arrivato mi comprai ciabatte di moda allora: gialle a infradito. In spiaggia lessi: Deserto d'acqua di Ballard. Esploravo tutte le edicole di Sottomarina e Chioggia alla ricerca di libri. Trovai gli stupendi: L'uomo che non poteva morire di Morton Sidney; (La ragazza dell'edicola ebbe un brivido di paura guardando la copertina) La vergine di sangue di Paul Carter; Il tempio dell'orrore di Sidney; Satana è donna di Carter; L'amante del loculo 3 di Dough Steiner. Vidi i film Suspense tratto da Un giro di vite di James e l'originale: Psicosissimo con  Ugo Tognazzi. In spiaggia conoscemmo una famiglia di Verona C'era una maestrina di nome Annamaria e insieme a lei facevo lunghe passeggiate fino alla diga o alla foce del Brenta. Ma mi parlava sempre di religione. I juke box suonavano senza interruzione le stupende musiche anni '60 che hanno contraddistinto un'epoca: Sapore di sale, Abbronzatissima, 24mila baci, L'età dell'amore, I capricci tuoi, Cuore, Quando calienta il sol, Quelli della mia età, Guarda come dondolo, Ballata di una tromba, Ora sei rimasta sola, I watussi, Summertime, Amore Fermati.... In spiaggia le ragazze indossavano il bikini e il ballo di moda quell'estate era il twist. In albergo c'era un 40enne mingherlino che ripeteva sempre "Io mi sento giovane" e così ballava con le ragazzine. C'era anche una bellissima signorina veneziana che mi faceva sognare.... Ma alla fine di agosto l'albergo si svuotò ed io di notte restavo sul poggiolo ad ascoltare il ruggito del mare e a guardare la sabbia che correva sotto i lampioni.
   Al mio ritorno da Sottomarina nel settembre 1963 leggevo i libri dietro il cimitero nuovo (a sinistra di quello centrale e lungo metà di quello attuale). I lavori di costruzione del cimitero erano stati sospesi da anni e dal retro io potevo entrare indisturbato. I libri avvolti nel nylon li conservavo dentro un loculo (il terzultimo della galleria sotterranea). Toglievo i mattoni, mettevo dentro il pacco e poi reinserivo i mattoni messi in pila. Un caldo pomeriggio di settembre entrai dal retro; il terreno era invaso da un'erba ombrellifera con le sementi appiccicose. Camminavo piano, avevo i vestiti pieni di sementi, così fui visto dal guardiano che mi sgridò e mi mandò fuori.
   Quell'autunno abbandonai il lavoro di mio padre, che non mi piaceva, e andai a fare l'orologiaio nella bottega di mio nonno Francesco Bissoli. Lavorai lì per un anno circa assieme al nonno e agli zii Amelio e Mario. Imparai ad aggiustare molte sveglie, pendoli, orologi a cucù e qualche orologio da tasca. In seguito ho comprato l'attrezzatura da F* a Verona con l'intenzione di aprire una bottega mia. Anche negli anni '70 sono andato a lavorare da zio Amelio ma poi mi sono stufato e ho abbandonato questo lavoro.
   Alle domeniche pomeriggio del 1963 andavo a leggere libri dietro il cimitero. In ottobre poichè faceva freddo andavo a leggere dentro il casotto che era un deposito dei marmi nuovi. Ricordo un pomeriggio di ottobre quando lessi accanto al finestrino il suggestivo: I sussurri delle streghe di Frank Graegorius. C'era freddo e la luce era scarsa; con l'arrivo della sera ci vedevo sempre meno. Provavo emozioni bellissime leggendo quel libro straordinario e ispirato. Sempre lì lessi il capolavoro di Jack Leeder: Lo squalo bianco. In autunno erano arrivate le prime sepolture e il cimitero incominciò ad essere frequentato. Una sera mentre toglievo i mattoni dal loculo per mettere via i libri, scesero delle persone dall'altro lato della galleria. Scappai via dalla finestra lasciando i libri là per terra. Aspettai con ansia che quelle persone se ne andassero poi tornai. Per fortuna non si erano accorti di nulla e i libri erano ancora là.
   Mettere i libri nel loculo richiedeva un lavoro lungo perciò decisi di trovare un altro nascondiglio più pratico. Le file dei loculi erano sormontate in alto da un tetto fatto di tanti spazi triangolari. Io scalai i loculi vuoti e raggiunsi uno di questi sottotetti triangolar alto circa un metro e mezzo. Il "triangolo" era il 23° cioè l'ultimo poichè a quel tempo il cimitero finiva là. La scalata era difficoltosa e pericolosa la prima volta, ma in seguito mi impratichii. In quel triangolo misi il pacco dei libri. Da lassù c'era un'ottima vista del paese a nord e del cimitero a sud. Inoltre potevo vedere se arrivava gente da lontano; avevo la possibilità di andare via o aspettare indisturbato che se ne andassero loro. Nel triangolo portai tante volte anche gli amici  Vito,  Gianni e  Domenico i quali apprezzarono il posto. A partire dall'inverno 1962-63 noi 4 formavamo un gruppo affiatato ed eravamo sempre insieme.
   In via Roè (l'attuale via Rossini) fra la ferrovia e il fosso c'era il deposito delle traversine. Nell'autunno 1963 alle domeniche mattine (anziché andare a messa) io andavo là a leggere i libri. Lessi lo stupendo: Le belle e i mostri di Paul Carter; il mediocre Tela del ragno; gli originalissimi Femmine dell'aldilà e La femmina dell'homuncolus di Dough Steiner. Era un posto tranquillo e bellissimo riparato dalla strada da piante di robinia, una staccionata e il fosso. Quando avevo finito nascondevo i libri avvolti nel nylon fra le traversine di legno incatramato. Un pomeriggio andai là e vidi che gli operai lavoravano fra le traversine. Alcune cataste erano a metà. Allora mi feci coraggio e chiesi a un operaio se aveva trovato i miei libri. Lui mi rispose che non aveva trovato niente. Ma aggiunse che gli operai non stavano portando via le cataste di traversine ma ne stavano aggiungendo di nuove. Così corsi indietro e ritrovai i miei libri che portai via con me.
   Un pomeriggio di inverno 1963 proposi agli amici di andare al cimitero di notte per provare il nostro coraggio. L'idea fu accettata con grande entusiasmo. La stessa sera noi 4 raggiungemmo il cimitero. C'era buio e freddo e dalla strada si vedevano i lumi che ardevano silenziosi. Ci nascondemmo dietro ai sempreverdi per controllare se c'era qualcuno in giro; poi scalammo il muro con le lance e saltammo sulla ghiaia dall'altra parte. Girammo con tranquillità all'interno del cimitero. Sollevammo la botola dell'ossario e Vito con la pila fece luce dentro. Si vedevano ossa umane là sotto che io a prima vista scambiai per fiori secchi. In seguito tornammo tante altre volte al cimitero di notte anche con la nebbia che dava effetti suggestivi. Ci sono andato anche da solo nelle notti d'invero a passeggiare fra le lapidi. Una volta si è unito a noi un nuovo amico, Serafino  che aveva una paura tremenda e ci seguiva come un cagnolino.
   Nel maggio 1963 fu abbattuto il secolare Parco Nazionale Cabrini. Il parco era situato fra via Paride e via Canonica, dove adesso si trova la Cassa di Risparmio (ora Unicredit), le scuole Olga Visentini, il cortile, eccetera. Un pomeriggio di marzo io andai a vedere mentre segavano quei tronchi secolari. Un boscaiolo si divertiva ad arrostire vive le lucertole sopra il motore rovente della sega. Dopo l'abbattimento del bosco e del muro perimetrale diventò possibile entrare nei grandi e alti edifici abbandonati a nord est. Quegli edifici erano luoghi meravigliosi, pieni di cose strane da scoprire. C'era un grande e alto essiccatoio formato da stanzoni per essiccare il tabacco, due tettoie  e una camera con la caldaia. Per mezzo di una scaletta andavamo su un lungo poggiolo esterno, sotto il tetto. C'erano tante aperture per accedere al soffitto fatto di travi in cemento alle quali veniva appeso il tabacco da essiccare. In seguito questo edificio è stato ridotto per allargare via Visentini. A nord dietro la casa abbandonata del custode c'erano altri essiccatoi più vecchi con scalette in ferro, soffitti di legno e pavimenti di terra. Poi c'erano locali per il riscaldamento dove Vito si divertiva a disegnare donne nude sui muri, servendosi di un pezzo di mattone rosso. Noi 4 ci divertivamo a esplorare questi edifici abbandonati, ad arrampicarci sui sottotetti. Lassù nascondemmo, avvolte nel nylon, due foto in bianco e nero di donne nude. Una foto era di proprietà di Gianni; l'altra era mia e rappresentava una giovinetta nuda che si tiene un mantello aperto. Me la aveva venduta per 300 lire il compagno di scuola Angiolino. Ricordo una domenica fredda e grigia mentre da lassù guardavo la vecchia Giuseppina Tartaglia (che abitava nella casetta della fabbrica di travi) mentre stendeva il bucato.
   Vito mandava a prendere libri che poi mi prestava: Come ipnotizzare; Come sviluppare la memoria; Judo; Cartoline erotiche; Come vincere la timidezza; Come diventare scrittore di grido; Come farsi una cultura in poco tempo; Come conquistare le donne. Mandò a prendere gli occhiali a raggi X che permettevano di vedere sotto i vestiti. La pubblicità raffigurava un uomo con gli occhiali che vedeva nuda una donna vestita. Arrivò il pacco contrassegno con gli occhiali. Le lenti erano di cartone con una spirale disegnata sopra e un forellino al centro. Le istruzioni dicevano: Indossate questi occhiali e dite alle amiche che potete vederle completamente nude. Scapperanno via tutte. Godetevi l’effetto. La fantasia per vederle nude mettetecela voi.
Io andavo spesso dietro agli essiccatoi per leggere i miei libri (Racconti di Dracula). Poichè i libri sul triangolo del cimitero erano diventati scomodi, un tardo pomeriggio d'inverno 1963 io e Vito andammo a prenderli e li portammo nell'essiccatoio nuovo. Il pavimento in cemento delle stanze era traforato da buchi quadrati e canali che servivano per il passaggio dell'aria calda. Nascondemmo il pacco dei libri (avvolti nel nylon) in fondo a una di queste aperture. Calammo giù il pacco legato a uno spago e lo spingemmo dentro alla galleria così che non si vedeva. Per recuperarlo bastava tirare lo spago.
   Novembre 1963. Di giovedì pomeriggio feci il solito viaggio a Verona. Alle bancarelle in piazza Erbe comprai: La tomba di Satana di Geron Brandanus. Però non potevo portarlo a casa senza rischiare che i genitori lo vedessero e lo stracciassero. Andai alle Poste dove c'erano 2 ragazze. Dissi  a quella coi capelli rossi che volevo spedirlo all'amico Vito ma non sapevo l'indirizzo. (In realtà lo sapevo ma non volevo metterlo nei guai. Vi ricordo che in quegli anni c'era un clima medievale in provincia dove tutto era proibito dalla chiesa: film, libri, feste, ballo, giochi, amore...)  La ragazza mi suggerì un fermo posta e così feci. Poi Vito ritirò il pacco e me lo consegnò. Lessi La tomba di Satana nella casa abbandonata del custode Parco Cabrini, in un gelido pomeriggio di novembre 1963, con la luce che calava sempre più. Al tardo pomeriggio non ci vedevo più e proseguii la lettura fuori, nel cortile. Trovai il libro unico, fenomenale e in seguito lo rilessi tante altre volte.
   Il sistema fermoposta funzionò ma non per molto. Dopo 2 o 3 volte sorsero imprevisti. Un giorno andai a ritirare il pacchetto insieme a Vito. L'impiegata gli chiese i documenti e lui mostrò una tessera del club di Topolino. L'impiegata disse che non poteva consegnare il pacco perchè Vito era minorenne (a quei tempi si era minorenni fino a 21 anni) e la legge lo proibiva. Se voleva il pacco doveva venire accompagnato da suo padre. A niente  valsero le nostre proteste. Uscimmo e io dissi addio al mio libro. Invece, lo stesso pomeriggio Vito arrivò e mi portò il pacco. Come aveva fatto? Niente di speciale: suo padre lo aveva mandato in posta per fare una raccomandata e l'impiegata gli aveva chiesto: "Allora, lo vuoi il tuo pacchetto?" Lui aveva risposto sì e lei glielo aveva consegnato. Misteri della burocrazia! Io entrai in possesso del mio libro però da quel momento non feci più pacchi fermoposta.
   Inverno 1963-64. Una domenica pomeriggio noi 4 eravamo nella casa abbandonata del custode Cabrini. Faceva freddo e per scaldarci abbiamo abbattuto una parete di mattoni forati. Una fredda sera Vito lasciò i maglioni nell'essiccatoio, indossò il paltò sopra il torace nudo e così andò fino al bar dai preti. Io lo accompagnai e ricordo che per terra c'era la neve. Primi febbraio 1964: in quel mese al festival di S. Remo Gigliola Cinquetti aveva cantato: Non ho l'età per amarti. Una domenica pomeriggio i preti avevano organizzato uno spettacolo dove le ragazze cantavano, fra l'altro, quella canzone. C'era gran freddo e nebbia infernale e noi 4 non avevamo i soldi per entrare. I miei amici avevano ripiegato andando a giocare a pallone nel campo vicino. Li guardavo giocare nella nebbia e intanto studiavo la situazione. Incominciai ad aggirare il teatro, ricavato da un'ala del vecchio convento abbandonato. Entrai dal portone a nord, aprii una porta chiusa con fili di ferro e sbucai in uno stanzone pieno di botti per il vino, rottami, attrezzi. Riuscii ad aprire un'altra porta e in fondo vidi raggi di luce che piovevano dall'alto. Allora andai a chiamare i miei amici. Entrammo tutti e finimmo nel sottopalco. Era un vano basso, ingombro di rottami fra polvere e ragnatele. Le tavole del palco sopra di noi erano corrose e avevano grossi buchi. Dai buchi noi vedevamo le gambe e le mutandine delle ragazze che stavano sopra a cantare. Restammo lì tutto il pomeriggio, finchè una ragazza riuscì a vederci. Allora, spaventati scappammo via e andammo a casa a cenare.
   A partire dall’autunno 1963 volevo saperne di più sui scrittori della serie Dracula: Max Dave, Morton Sidney, Paul Carter, Frank Graegorius, Dough Steiner. Scrissi all’editrice ERP la quale mi rispose: “Gli scrittori della serie Dracula appartengono al secolo scorso. I nostri redattori con improba fatica rielaborano i testi adattandoli ai giorni nostri.” Stupefatto e deluso scrissi nuovamente per avere l’indirizzo dell’editore inglese o per comprare i testi originali. Ricevetti la risposta che diceva: “Per segreto d’ufficio non possiamo rivelare i dati da lei richiesti…” Sempre più sbalordito e meravigliato in seguito scrissi al Conte di Marmorito e altri, ma nessuno conosceva questi autori. Più tardi nel 1969 mi rivolsi a un distributore inglese chiedendo i dati degli autori Stoker, Blackwood ecc. e anche degli autori di Dracula. Risultato: mi spedirono le fotocopie dei dati relativi ai libro di Stoker ecc. ma riguardo agli autori dei Dracula non sapevano nulla. Il mistero era inestricabile per ora. Sarebbe durato fino al 1976!
   In marzo 1964 andai a Teramo in treno con zia Irma Tarocco. Mia zia andò a trovare due amiche, suor Fidelia e suor Silvarina all’ospedale sanatoriale di Teramo. Alloggiammo là per una settimana. In quell’occasione visitammo la casa di Gabriele Dannunzio a Pescara, i ruderi di un monastero in cima a una collina, la biblioteca di un convento di clausura e altro. Salimmo fino all’osservatorio della Specola ma non ci lasciarono entrare. Suor Silvarina diceva a mia zia: “Io organizzo il lavoro in modo di avere tempo per leggere; poiché io amo leggere, leggere, leggere.” Così decisi di imitarla.



IO E I LIBRI
Al mio ritorno da Teramo, comprai alla libreria Barbato di Verona Einstein La relatività Boringhieri. L’autore incominciava a confutare la geometria euclidea, ma poichè non la conoscevo, non capii niente. Comprai  Freud Introduzione alla psicanalisi  Boringhieri;ci impiegai molto a leggerlo ma lo compresi perfettamente.
Nel corso degli anni, i libri che ho letto mi hanno dato molte emozioni, mi hanno arricchito e consolato. In particolare, i libri che descriverò qui mi hanno accompagnato durante momenti importanti della mia vita e sono come pietre miliari che segnano il percorso degli anni dal 1962 fino al 1975 compreso. Infatti, è stato questo il periodo della lettura più intensa e degli avvenimenti più significativi.
Nel 1962 a Chioggia scoprii i Terrore Sansoni. E in settembre a Cerea I Racconti di Dracula. Alla storia di questi libri ho dedicato un volume: IL MISTERO DEI RACCONTI DI DRACULA di prossima pubblicazione.
Ricordo che i genitori non approvavano le mie letture, così dovevo prendere precauzioni: incartavo i libri, strappavo copertine troppo osè, li nascondevo fra i libri di scuola, li conservavo in casa di amici (Piergianni, Renato, Vito). Nel 1969 poi mi iscrissi alla scuola media serale in via Borghetto. Così avevo la possibilità di mescolare ai libri di scuola anche altri libri meno ortodossi.
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Nel marzo 1965 alle bancarelle di piazza erbe comprai Emilio de Rossignoli Io credo ai vampiri Ferriani editorei. Pagai il libri 2000 lire e lo lasciai là; il giorno dopo incaricai l’amico Vito che studiava a Verona, di ritirare il libro.  lo lessi a letto e lo nascosi in un sentiero fra la ferrovia e il fiume fossa, in attesa di rivenderlo a Piergianni. Sull’entusiasmo suscitato da quel libro, successivamente acquistai usato da Domenico Horror Sugar. Poi le altre antologie: Volta I vampiri tra noi Feltrinelli. Fruttero Storie di fantasmi Einaudi. Tasso Un secolo di terrore Sugar. Romanzi e racconti neri Sugar. Musca 20 racconti del mistero. In inverno 1966, sulla sedia a sdraio in cucina lessi Lovecraft Le montagne della follia Sugar.  In primavera, in cortile sotto gli alberi lessi Lovecraft La casa delle streghe Sugar.  Stoker Dracula Sugar. Scoprii  libri con bizzarri racconti: Jean ray 25 racconti neri e fantastici Baldini e Castoldi. Saki L’insopportabile Bassington Einaudi.
All’edicola stazione di Legnago dove andavo in bicicletta, comprai Moravia La noia Bompiani con in copertina la bella foto di Catherine Spaak. Lessi questo libro in inverno, dentro la casa abbandonata del custode parco Cabrini. In inverno 1967 lessi Waldberg Surrealismo Mazzotta editore.
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Mi stufai di questi libri e mi venne la passione per i giochi d’azzardo e di carte. all’edicola stazione di Legnago comprai: Altavilla Giochi d’azzardo Rizzoli. Maraldi Giochi d’azzardo Bompiani. Rastelli Poker Mursia. Culbertson Canasta Mursia. In vetrina da Gheduzzi c’era un libro che mi aveva tentato per anni e finalmente nell’inverno 1965 lo comprai: Rossetti Magia delle carte Hoepli. Misi anche in pratica gli insegnamenti, alle roulette delle sagre e all’osteria Busa, giocando a poker, con risultati disastrosi. Imparai il gioco delle tre carte che praticavo guadagnando 10 lire al colpo.
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Nel 1964 mi venne la passione per la botanica, che durò alcuni anni. L’amico Remo mi prestò libri. Con l’amico Serafino trovai lo stramonio nel bosco Cabrini appena abbattuto. Cercavo  il giusquiamo, la mandragora (mai trovata) la belladonna (Serafino mi scrisse che c’era al campeggio in montagna) l’aconito (mai trovato). Comprai molti libri: Viola Severino Piante medicinali e velenose De Agostini. Baroni Guida botanica d’Italia Cappelli. Cappelletti Dalle erbe la salute Publilux. Magistretti Vita delle piante Martello editore. Darwin L’origine della specie Boringhieri. Andavo in campagna per erborizzare e raccogliere semi. questa passione si esaurì e ritornò nel 1977.
Nel 1968 mi appassionai all’enigmistica. comprai dal ragioniere Alberto Almagioni di Milano: Paracelso Troviero Che cosa e’ l’enigmistica classica. Risolvevo rebus, sciarade, lucchetti nelle riviste che comprava zia Irma.
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Nel 1966 uscì la bella collana Pesanervi Bompiani. Lessi Meyrink Il golem e mi  innamorai di questo scrittore. Allora comprai usati gli altri romanzi delle edizioni Bocca e Gattopardo: Domenicano bianco. Notte di Valpurga. Angelo della finestra occidentale; che leggevo nella bottega di mio padre, nelle pause di lavoro, mentre aspettavo i clienti. La faccia verde edizioni Ar l’ho trovato al circolo Baudelaire di Vr.
Altri bellissimi del Pesanervi: M. R. James Cuori strappati. Maturin Melmoth, l’uomo errante. Gracq Nel castello di Argol. Jarry Il supermaschio. Bierce Racconti neri. Alexandrian Pericolo di vita.
Questi sono libri che mi hanno dato molto e che ancora adesso rileggo con piacere.
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Nel 1967 circa comprai e feci spedire a casa di Renato: Krafft Ebing Psycopathia sexualis Manfredi editore. Seligmann Lo specchio della magia Casini editore. In primavera, dietro il tiro a segno abbandonato, leggevo libretti di sessuologia e magia degli editori: Zibetti, Capitol, De Vecchi, Mediterranee, Nettuno.
In marzo 1968 comprai alla libreria Ghelfi gestita da Marisa, un libretto giallo: marchese De Sade La filosofia nel boudoir edizioni del Libro Raro Lugano. Lessi il libro in campagna, a nord del bosco Dionisi, mentre raccoglievo il tarassaco (erba da mangiare in insalata).
Nel 1966 - 68 lessi alcuni libri importanti: Tondriau Guida all’occultismo. Talomonti Universo proibito. De Givry Il tesoro delle scienze occulte. Bouisson La magia Sugar editore. Moufang Il libro dei misteri e delle potenze ignote Hoepli. Pauwel & Bergier Il mattino dei maghi Mondadori. De BoniLl’uomo alla conquista dell’anima Luce e Ombra editore.
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Nel 1965 imparai l’inglese: Mingazzini Grassi Pozzi English Vallardi. Carmen Ferrario Conversazioni letture inglesi Edizioni Ape. Eckersley Essential english. Eckersley A comprehensive english grammar. Pei The story of language. Crystal What is linguistic. Hayakawa Language in thought and action, Longmans. E   altri ancora. Mi appassionai ai linguaggi e lessi: Gordon Scritture dimenticate Astrolabio. Cleator Linguaggi perduti Garzanti.  E negli anni 70: Bausani Le lingue inventate Ubaldini editore. Vecchiotti Che cosa sono le lingue del mondo Ubaldini.  Alla libreria campane (ora estinta) di Vr compravo:  Cynthia Asquith Ghost book Pan. Van Thal Horror book Pan.
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 Nel  1967, a letto lessi Sade Justine Sugar. Negli anni successivi Masoch Venere in pelliccia Vallecchi. Masoch La madre santa.; L’amore crudele Sugar. Borel Racconti immorali Sugar. Tutto l’inverno 1968-69 lo dedicai alla lettura del lunghissimo Sade Aline e Valcour Sugar. Sade Juliette viaggio in italia Nuova editrice milanese, lo lessi in campagna, d’estate, all’ombra di un salice.
Sempre in quegli anni scoprii i libretti della vecchia Bur Rizzoli. Lessi i meravigliosi: D’aurevilly Le diaboliche. De Quincey Confessioni di un mangiatore d’oppio. Maupassant Chiar di luna. Louys La donna e il fantoccio. Flaubert Novembre. Nietzsche Al di la’ del bene e del male. Baudelaire Lo spleen di Parigi. All’edicola della  stazione ferroviaria di Legnago  comprai lo strabiliante Rynne L’Irlanda Garzanti. Alla libreria Gheduzzi comprai l’eccellente Sierksma L’uomo e i suoi Dei Sansoni editore.
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Attratto dalle edizioni economiche comprai i meravigliosi pocket Longanesi: Russel Matrimonio e morale. Russel Alla conquista della felicità. Russel Perche’ non sono cristiano. Lewinsohn Storia dei costumi sessuali. Reik Amore e lussuria. Alla stradina rossa in estate lessi Jadis Piaceri e crudeltà’ storiche Nerbini.
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In estate 1968 avevo scoperto Baudelaire I fiori del male, nell’ottima traduzione di Pilla, fratelli Fabbri editore.
In febbraio 1972, finito il servizio di leva, l’amico Renato nella cucina di Palesella mi lesse alcune poesie di Verlaine. Comprai anche io il libro Verlaine Poesie Guanda, e questo divenne il mio poeta preferito. In marzo comprai Rimbaud. E poi:  Bertrnad Gaspar de la nuit Cino del Duca editore. Breton Poesie Einaudi. Eluard Poesie Mondadori. Trakl Poesie Rizzoli; e molti altri.
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Nel 1970 mi appassionai alla filosofia. lessi i 4 volumi:  Russel Storia della filosofia occidentale Longanesi. Voltaire Dizionario filosofico Mondadori. Nietzsche Umano troppo umano. Aurora. La gaia scienza Oscar Mondadori. Nietzsche Così parlo’ Zarathustra Fabbri editore. Mentre leggevo Nietzsche (in aprile seduto sul canapè in saletta) sentivo che scriveva delle cose ovvie, delle cose che io avevo già pensato. Ma nel 1972 mi stufai, buttai questi libri nel fiume Fossà   e mi appassionai alla filosofia orientale. In giugno a Sottomarina, dove andai con mia nonna, portai con me una valigia di libri dell’editore Astrolabio: Ramakrishna Alla ricerca di dio. Vivekananda Yoga pratici. Krishnamurti Libertà’ dal conosciuto. L’uomo alla svolta.  Gopi Krishna Kundalini. Yogananda Autobiografia di uno yoghi.  Maharishi La scienza dell’essere. Zaehner Il libro del consiglio di Zarathustra Ubaldini editore. Shah La strada del sufi Ubaldini.
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Esaurita questa passione ritornai alla scienza: Wickler Gli animali questi peccatori Mondadori. Chauvin Le societa’ animali Bompiani. Lorenz L’anello di re Salomone Adelphi. Inglish Terapie eterodosse Astrolabio. E molti altri.
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 Nel 1971 72 73 diventai amico di Ezio, fratello di Vito. Gli consigliai di leggere Nietzesche, gli compravo i libri a Verona e insieme discutevamo di filosofia. In quel periodo io lessi anche molta letteratura della bella collana Fratelli Fabbri: Balzac, Hugo, Flaubert, Maupassant, Zola, Gautier, Strindberg, Lamartine, Eichendorf, Wilde, Yeats, Shaw.   Ezio abbandonò filosofia e letteratura e si dedicò alla fisica. Poi passò al bridge, al tennis, infine si sposò e andò ad abitare a Verona.
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Dopo di questo, nel 1972 mi tornò la passione per, magia, occultismo, spiritismo, mantiche: Gettings Il libro della mano Mondadori. Droleval La mano parla Mediterranee. Benham The laws of scientific hand reading putnam. Dopo questi studi leggevo la mano alle ragazze alla sagra di settembre a Roverchiara, insieme a mio cugino Renzo e all’amico Giovanni. Poi alle ragazze di san Vito, dove trascorrevo i pomeriggi delle domeniche di ottobre insieme a Renzo. Poi studiai ancora: I king Astrolabio. Kaiti Introduzione allo studio della geomanzia Atanor. Wirth I tarocchi Mediterranee. Paracelso Paragrano Laterza. Levi Il dogma dell’alta magia. Il rituale dell’alta magia Atanor. Agrippa La filosofia occulta Mediterranee. Kardec Il libro degli spiriti. Il libro dei medium Mediterranee. Kremmerz La scienza dei magi Mediterranee. Crowlwy Magick Astrolabio.
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Un bel romanzo lo lessi nell’officina di papà, durante un autunno dorato: Dunsany La maledizione della veggente Sonzogno. In inverno lessi: Fruttero e Lucentini I mostri all’angolo della strada Mondadori. Altri libri di narrativa: Ewers Il ragno Del Bosco editore. Hodgson Carnacki il cacciatore di spettri Siad. Dunsany La figlia del re degli elfi Meb. A letto lessi: Leiber Neri araldi della notte la Tribuna. Nel 1978 Hodgson Deep waters Arkham. Brennan Stories of darkness and dread Arkham.
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Nel 1982 l’amico Raffaello mi prestò vecchi: Gialli Schedario e  Narratori Americani del Brivido appartenenti alla collezione di suo padre. Lessi tutto l’estate riscoprendo in ritardo questi capolavori.





UN TUFFO NEGLI ANNI 60

Al mio ritorno da Teramo, nel Marzo 1964  seppi che entro quella settimana sarebbe incominciato l’abbattimento del monastero e della torre di s. Caterina. Don Dario, nemico giurato dell’antichità era riuscito a vincere le proteste  popolari  e dello storico Bresciani. Al posto di quel complesso storico doveva sorgere un brutto edificio chiamato casa della gioventù  e un teatro, mai costruito. Al posto del teatro fecero invece un posteggio per automobili, poi dei garages e negli anni 90 un chiostro.
   Lassù sulla torre lessi il terribile e malinconico  La caccia del Diavolo di Morton Sidney. Sulla torre lessi anche metà  di Assediati dal demonio di Max Dave. Poi Vito mi aiutò a trasportare i libri nel suo rustico situato in fondo alla macelleria di via Paride. Alla domenica pomeriggio finii di leggere Assediati dal demonio nel rustico di Vito. Il rustico era un piccolo edificio a 2 piani utilizzato come deposito della macelleria.
   Al lunedì pomeriggio andai a vedere i lavori di demolizione. La ruspa stava abbattendo la torre di s. Caterina. La ruspa con la pala alzata correva sulle macerie del monastero per colpire la torre che oscillava ma non cedeva. La ruspa rimbalzava indietro e tornava all’attacco. Infine quelle vecchie mura cedettero. C’era ancora un po’ di neve per terra nelle zone d’ombra. Io guardavo e piangevo. Dai lavori di scavo emersero molte ossa umane e teschi che furono raccolti in un sacco. Una sera noi 4 andammo a vederle e Gianni si portò a casa un teschio.
   Non potevo lasciare a lungo i libri nel rustico di Vito e neppure nella soffitta della casa del custode. Nel marzo 1964 lessi Il cane nero nella casa abbandonata del custode. Nell’aprile 1964 Vito mi comprò a Verona il bellissimo Nostra signora morte di Frank Graegorius che lessi negli essiccatoi abbandonati. Nel maggio 1964 con i libri di uno studente universitario e l’aiuto di Serafino  studiavo le erbe. Mi interessavano: mandragora, stramonio, giusquiamo, morella, belladonna, aconito, papavero. Serafino mi rintracciò lo stramonio nell’ex parco Cabrini. E quando andò in ferie in montagna mi scrisse che là c’era la belladonna. Successivamente negli anni 70 un raccoglitore di erbe, Sante di Solesino, mi indicò dove trovare i semi di giusquiamo. (nei negozi di cibo per gli uccelli). Lo piantai nell’orto di mia nonna e dopo potei vedere per la prima volta  la pianta. Nell’agosto 1964 mandai a prendere a Roma un pacco di Racconti di Dracula. Gianni mi aveva dato il permesso di farlo arrivare a casa dei nonni, così lo feci arrivare là e poi andai a prenderlo. La casetta era in fondo via Canonica e aveva le finestre superiori piccole e gotiche. L’anello della strega lo lessi in ottobre negli essiccatoi. E Paura sulla Scogliera lo lessi  in novembre nella casa del custode, stando in piedi al piano superiore. In quel periodo lessi anche La Noia di Moravia. Nascondevo i libri avvolti nel nylon nella soffitta della casetta del custode. Usavo un accendino a benzina per muovermi lassù. Un giorno Gianni andò su a recuperarmi i libri servendosi di una finestra appoggiata al muro come scala. Ma scivolò contro il vetro rotto e si fece un taglio alla gamba. Un freddo pomeriggio di domenica 2 ragazze entrarono dal cancelletto  dell’alto muro. Poi fecero pipì sul vialetto d’ingresso e io rimasi a spiarle dalla finestra.
   I ragazzacci incominciavano a frequentare la casa del custode e così nascosi il pacco dei libri dentro una delle tante aperture rotonde per il riscaldamento situate sul pavimento dell’essiccatoio vecchio. Calavo giù il pacco sul fondo e lo spingevo dentro la canna perché non si vedesse. Per recuperarlo tiravo lo spago e tiravo su il pacco.
   Un  pomeriggio d’autunno io e Vito volevamo entrare nel Canile abbandonato. Io ho comprato un bottiglione di benzina e abbiamo dato fuoco alla porta. Per fortuna non siamo arrostiti.
   Durante il mese di dicembre  1964 ero a casa da solo poiché mia mamma era all’ospedale a Legnago (ora ospizio) e mio padre era con lei per darle assistenza. Io mangiavo da nonna e tornavo a casa per dormire e per tenere aperto il negozio. In casa faceva un freddo cane: 4 - 6 gradi centigradi.  La notte di natale lessi La leggenda dei Balfe di Red Schneider. Lessi il libro durante tutta la notte stando a letto. Mi addormentai alle 4 del mattino. All’alba arrivò mio padre e mi svegliò buttando sassi alla finestra, poiché era senza chiavi. Gli aprii poi andai a messa.
   Nel dicembre 1964 passando per Viale  Vittoria notai per la prima volta l’edificio situato a nord dell’ex parco Cabrini. Era un edificio lungo color bianco sporco con finestre ad arco e pinnacoli sul tetto. Una domenica pomeriggio con neve e nebbia io e Vito eravamo negli essiccatoi e studiavamo il modo di entrare là dentro. Percorremmo tutta la facciata. Le finestre avevano inferriate. La porta era in ferro. I portoni pure. Ma l’ultimo portone a sinistra, quello più vicino all’abitazione F*, era chiuso con grossi fili di ferro. Con una pinza tagliammo i fili poi scappammo via per paura che qualcuno avesse udito il rumore. Tornammo dopo alcuni minuti ed entrammo dentro. La prima precauzione fu di richiudere il portone dall’interno; poi quando guardammo vedemmo…. Il paradiso! Eravamo in uno stanzone enorme, freddo e tetro. Con grosse travi sotto il soffitto e portoni ad arco da dove si vedevano fughe di altri stanzoni. Felici ed emozionantissimi io e Vito saltavamo di gioia. Non avevamo mai visto un posto così grande. Ed ora era tutto nostro! Ci mettemmo a correre per visitare tutto l’immenso edificio. C’era la Bottaia,  la sala con la pressa,  la sala con il forno, la sala degli essiccatoi con impalcature che salivano fino al tetto. E ancora saloni e saloni. Di sopra c’erano stanzoni con grandi tavoli e pile di seggiolini, dove le donne un tempo lavoravano le foglie di tabacco. Ma in certi punti c’era anche un terzo piano che si stendeva sopra  agli essiccatoi e sopra altre stanze. Scoprimmo una botola, una scaletta in ferro di servizio fra due piani, un megafono a tromba fra il piano terra e il piano superiore. Impiegammo tutto il pomeriggio per visitare l’edificio e scoprirne tutti i suoi segreti. Uscimmo dalla porta in ferro a destra. Al catenaccio interno (dopo averlo unto) fissammo 2 spaghi che facemmo scorrere ai lati della porta. Tirando lo spago a destra il catenaccio si chiudeva. Tirando lo spago a sinistra il catenaccio si apriva. Dopo aver chiuso buttavamo dentro lo spago della chiusura e nascondevamo per terra lo spago dell’apertura (che finiva con un filo sottile per poter essere meglio dissimulato). Battezzammo quel posto Il Regno H e diventò il nostro quartiere generale. Alcuni giorni dopo ci portammo anche Gianni e Domenico.
   Nei pomeriggi successivi tornammo molte volte nel regno H. Al piano superiore sui grandi tavoli con sgabelli, lessi lo splendido La stirpe maledetta di Morton Sidney. Dunque, un freddo e grigio pomeriggio andammo a prendere il pacco dei libri, nascosti nella stretta apertura quadrata  per il calore. Nascondemmo i libri dentro al forno, che era come una cassaforte.  Poi ci dedicammo ai giochi. Mettevamo legni sotto alla pressa e li facevamo scricchiolare. Poi ci facevamo rinchiudere per pochi secondi nel forno mentre uno restava all’esterno per tirarci fuori, estraendo il carrello. Io avevo costruito una lampada ad alcool con una bottiglia e una matassa di cotone e facevamo fondere il piombo. La lampada ad alcool ci serviva anche  come illuminazione di sera. Ricordo che una volta io andai là da solo di notte e attraversai tutto l’edificio facendo luce con la bottiglia di alcool. Poi ci andai un’altra volta di mattina presto; il 1 gennaio 1965 avevo dormito da mia nonna poiché mamma era all’ospedale; io appena potevo andavo nel regno H e mi sentivo un re.
   Una volta abbiamo segato l’inferriata del finestrino al terzo piano per avere una uscita  sui tetti della fabbrica di travi di cemento.  Dal tetto poi era facile scendere a terra tramite una scala. Un pomeriggio io e Vito scoprimmo che il nostro regno confinava con altri locali a ovest, utilizzati come deposito di mobili.  Eravamo contenti da principio. Entrammo dal soffitto di una scala, ma poco dopo arrivarono persone al piano inferiore. Sentivamo anche un cane che per fortuna non poteva salire a causa dei mobili che ingombravano la scala. Noi restammo silenziosi finchè quelli andarono via, poi richiudemmo per sempre  quell’entrata.
   Tutta  questa meraviglia però non poteva durare a lungo. Una domenica scoprimmo che alcuni ambienti a ovest erano stati chiusi e occupati da una rozza officina. Per entrare dentro ci calammo dalla botola del soffitto, con una scala di fili di gomma ( le cinghie della fabbrica di conserve). Vista la situazione decidemmo di rinunciare a quegli ambienti e barricare bene il portone interno che comunicava con il resto dell’edificio. Noi saremmo così restati  nei locali a est. Ma fu un  grave errore! Durante la settimana gli operai si accorsero che qualcuno era entrato. Così riuscirono ad aprire il portone, abbattendo la barricata. Entrarono nei nostri locali e ci portarono via tutte le nostre cose: attrezzi, pinze, tenaglie, trance, scale di fili di gomma, bottiglia di alcool, tutto. Poi scoprirono il nostro ingresso della porta di ferro con i catenacci azionati dallo spago e  decisero di tenderci una trappola. Toccò a Gianni cadere in trappola, il freddo lunedì pomeriggio col sole.  Avevamo deciso di entrare nel regno. Gianni andò alla porta e tirò la cordicella. Ma per fortuna  la corda resisteva poiché non era come noi la avevamo lasciata. Gianni intuì subito che qualcosa non funzionava e finse di orinare dietro un cespuglio lì vicino. Subito corsero fuori 2 operai con la tuta. Io Vito e Domenico ci nascondemmo e non ci videro. Gianni si giustificò dicendo che lui era venuto lì per orinare e niente altro. Gli operai erano grandi e grossi, arrabbiati e minacciosi. Ma Gianni dopo molte chiacchiere riuscì a convincerli che si trovava lì solo per orinare e non sapeva niente della porta e della apertura con gli spaghi.  Lo lasciarono andare ma passò un brutto spavento. Gianni venne subito da me a raccontarmi l’accaduto e allora progettammo di recuperare i libri.
    La domenica seguente, fredda e nebbiosa,  entrammo dal finestrino sul tetto della fabbrica di travi. L’aver segato quella inferriata era stata una ottima idea e ora potevamo entrare. Il finestrino era in alto, ma aiutandoci si poteva entrare. Rivisitammo tutto l’edificio che ormai non era più nostro. Ci sentivamo sconfitti e sconsolati. Nascondemmo i libri su una tavola in alto, nell’impalcatura per il tabacco. I libri si prendevano da sopra, attraverso uno sportello sul pavimento. Decidemmo di frequentare l’edificio solo di domenica, in assenza degli operai. Ma neanche questo durò. Dopo qualche settimana scoprimmo che il forno era stato tolto; per fortuna non c’erano più dentro i libri!
    Una domenica io e Vito eravamo sul tetto della fabbrica in procinto di entrare dal finestrino. Vito si tirò su ma  ridiscese subito dopo. Allora volli provare a salire anche io e vidi: mancava il pavimento del terzo piano ed erano state tolte tutte le impalcature. Vedevo lo stanzone vuoto in tutta la sua altezza fino a terra. Adesso era impossibile entrare e i libri erano stati portati via. Riscendemmo amareggiati e delusi.
    Arrivò marzo 1965 e per alcuni di noi arrivò la stagione degli amori. Il regno perduto, i libri, le foto di donne nude perdute, gli attrezzi perduti. Una sera tiepida vicino agli essiccatoi dove noi ci radunavamo ancora per conversare, Gianni ci raccontò di aver conosciuto una ragazza di nome Laura ( il padre aveva una lavanderia a secco).  Gianni ci raccontava i piccoli ma intensi avvenimenti vissuti insieme a lei. Con il passare del tempo la sua amicizia divenne più profonda. Gianni vestiva di bianco, comprò la lambretta e ci frequentava sempre meno. La nostra compagnia si sciolse. Gianni lasciò Laura e si fidanzò con quella  che poi divenne sua moglie, Domenico andò via da Cerea; Serafino si dedicò al lavoro. Un altro grande periodo della mia vita si era concluso.






 

 

 

 

 

 

 

 

 

I   MAGICI   ANNI   60

   E’ una strana operazione  quella di scrivere una autobiografia. E’ una rivincita sul tempo che distrugge tutte le cose belle e care.  Mi sembra di prendere la Vita e metterla dentro vasi di vetro, affinché non vada perduta.
   Negli anni 60 lavoravo nella bottega di mio padre ma avevo anche altri compiti. Tutte le mattine andavo a comprare il pane da Federico; tutte le sere andavo a comprare il latte in latteria dove c’era Loretta, una ragazza bruna e magra che mi piaceva. E 2 o 3 volte alla settimana andavo a comprare le bottiglie di acqua minerale a s. Zeno, dove c’era una signora bionda che chinandosi per mettere le bottiglie nelle sporte di tela, mi mostrava un po’ il bel seno.
    All’inizio i miei approcci con le donne erano un po’ burrascosi perché ero inesperto. Nel 1964 passando in bici per via Tencarol vidi una ragazza che mi piaceva. Restai a guardarla e anche lei mi guardò stando davanti a casa sua. Ripassai altre 3 o 4 volte davanti alla casa della ragazza,  finchè una sera mentre ritornavo notai un uomo che mi seguiva in bici. Per prudenza anziché andare subito a casa mia svoltai per un’altra strada. Anche l’uomo svoltò. Allora provai ad accelerare e anche l’uomo accelerò. Riuscii a seminarlo dopo una corsa di alcuni Km. Non tornai più in via Tencarol.
    Negli anni 60 sono stati prodotti molti film di genere soprannaturale. Sfuggendo ai divieti di genitori preti e insegnanti sono riuscito a vederne molti. I miei attori preferiti erano Vincent Price, Cristofer Lee, Peter Cushing e la divina Barbara Steele. Ho apprezzato Danza macabra di Antonio Margheriti, Il pozzo e il pendolo di Roger Corman, Lo spettro di Riccardo Freda, eccetera.. (Dracula di Terence Fisher l’ho visto in ritardo alla TV.
    Nel 1965 molte cose erano cambiate: il vecchio monastero e la torre erano distrutti. Gli essiccatoi in via Canonica stavano per essere trasformati in condomini. Nell’ex bosco Cabrini stavano fabbricando la banca e le scuole.
    Nel marzo 1965 ricomprai  ancora libri, sostituii quelli perduti e ripresi la mia attività. Nel gennaio 1965 Vito andò ad abitare nella casa in via 25 Aprile, comprendente il vecchio forno del fu Federico. Con il permesso di Vito, avevo nascosto i libri nel piano superiore delle baracche in fondo al cortile, dietro il forno. Successivamente trasferii i libri dentro un cassetto vuoto per la pasta nel negozio di alimentari sempre di proprietà di Vito. Quella casa era molto pittoresca. Si entrava da un portico, c’era un cortile davanti al forno e a destra (sud) una scala con sopra il pergolato e il muro coperto di edera. L’ingresso era in cima alla scala. Le domeniche pomeriggio le trascorrevamo a giocare nel forno e negli  stanzoni del magazzino. C’era caldo e file di scarafaggi sempre in cammino. In primavera appoggiammo una  lunga scala dietro la finestra del cinema Sociale. Il cinema aveva una finestra sul cortile dietro il forno. Stando sulla scala, a turno o tutti due insieme, vedevamo un po’ il film. Oppure entravamo da una uscita di sicurezza che in estate era protetta solo da una tenda. Così ho visto un pezzo di La noia con Catherine Spaak. Nei pomeriggi feriali io e Vito entravamo nel cortiletto pieno di canne di bambù e da lì attraverso una uscita di sicurezza entravamo nel cinema Sociale vuoto.
    Nel gennaio 1965 mi abbonai ai Racconti di Dracula inviando un vaglia all’editore ERP di L. 1.500 per 12 numeri. Feci l’abbonamento a nome di  Vito che acconsentì a ricevere i libri nella macelleria di suo padre in via Paride 34. Io, nei primi giorni di ogni mese andavo vicino alla porta della macelleria e guardavo Vito che stava alla cassa. Lui mi faceva un cenno con la testa (sì o no). In caso affermativo aspettavo un poco e Vito, senza farsi vedere da suo padre, si accostava alla porta e mi consegnava il libro. Nel 1965 uscirono mensilmente a partire da gennaio, i capolavori: Terrore al castello di Max Dave Il castello delle rose nere di Frank Graegorius La prigioniera di roccia di Morton Sidney  Il canto degli annegati di Kevin mc. Hynes. Il febbraio 1965 fu freddissimo. Mia mamma era all’ospedale  a Nogara (con mio padre) e io ero solo in casa e  non riuscivo a scaldarmi; di notte gelava la pipì nel vaso. In quel mese rilessi il divino Sudario nuziale di Frank Graegorius. 
    Nel 1965 Vito si era comprato una chitarra elettrica rossa e si esercitava a suonarla nel negozio di alimentari. Suonava le canzoni dei Beatles e venivano amici per ascoltarlo fra i quali Luigino (1949 1980) grande appassionato di musica beat.
Mi venne la passione per il poker e lessi libri di poker. Gli amici Vito, Gianfranco e M* mi insegnarono a giocare. Giocavamo tutti i pomeriggi nell’osteria Busa, vicino al fiume Menago. Mi stancai dei Racconti di Dracula e li diedi tutti a Gianfranco perché li vendesse alle bancarelle di Verona. Poi dividemmo l’incasso (500 lire a testa).  Io e Gianfranco  avevamo inventato un codice, un modo di tenere le carte, per comunicarci il punteggio. Giocava chi di noi aveva il punteggio più alto e alla fine andavamo a dividerci l’incasso. Nonostante questo trucco perdevamo spesso. Gli avversari erano forti e fortunati: Paolo, Antonio, M* ecc. M* era un perfetto pokerman. Egli  adoperava  la sua faccia bruna per qualsiasi genere di bluff, bugia o imbroglio. Più volte, a fine partita, dopo aver sentito il punteggio dell’avversario dichiarava freddamente un punteggio più alto e abbassava le carte. L’avversario distratto non controllava bene e M* si prendeva il piatto con un punteggio più basso. Una sera di primavera andammo a giocare a poker a casa di Vito in via 25 aprile. Eravamo nella cucina con un’unica finestra buia a sud sul muro pieno di edera. Giocavamo bassissimo (solo 5 lire a fiche) ed eravamo tutti amici. C’era anche Loretta, la figlia del lattaio, con suo fratello Alcide. Loretta mi piaceva  e io volevo perdere al gioco in suo favore invece vincevo vergognosamente. Un colpo con un full servito scartai 4 carte e feci poker!
    Giocammo alla Busa fino a maggio perdendo grosse somme. Poi ci stancammo. Io e Gianfranco andammo a fare giri in bicicletta. Vito passò al gioco dei piombini da lanciare sul bersaglio. In quel periodo (1965) vinsi a poker da M* e in pagamento mi feci dare una grammatica inglese e libro di lettura Mingazzini Grassi Pozzi English Grammar Vallardi editore e Carmen Errario Conversazioni letture inglesi Edizioni APE. Così perfezionai l’inglese che avevo incominciato a imparare col corso Metodo natura. In seguito lessi molte altre grammatiche fatte arrivare da Londra  poiché questa lingua mi piaceva per la sua grammatica sobria e razionale. A quel tempo avevo deciso di imparare l’inglese per poter leggere gli originali dei Racconti di Dracula dei testi italiani esauriti. Allora non sapevo che i testi dei Racconti di Dracula erano scritti da italiani con pseudonimi inglesi e titoli originali falsi. Ciò nonostante  l’imparare questa lingua è stato per me la cosa più utile che abbia fatto. L’inglese mi ha permesso di leggere  libri eccezionali, di conoscere persone, associazioni.
Lessi Rossetti Magia delle carte  Il trucco c’è ma non si vede Hoepli e altri. Così finalmente imparai i giochi che vedevo alle sagre. Il gioco delle 3 carte, della catenina, dei bussolotti. Nel 1968 conobbi un tipo alle sagre, un ex mago. Lui e un vecchietto suo socio avevano un banco con roulette e dadi. A volte eseguiva il gioco dei bussolotti con 3 ditali. Io feci amicizia, puntavo con i suoi soldi per attirare i clienti e alla fine mi dava 1000 lire. A volte collaboravo anche con un altro biscazziere, Severino Contin da Castagnaro.
         Nel 1965 io e Vito compravamo riviste erotiche francesi o tedesche di donne nude. Compravamo riviste e foto da  Vasco il quale le comprava da  Giuliano. Noi le guardavamo con grande interesse e poi le rivendevamo ad altri. Una volta io e Vito comprammo per 600 lire da  Vasco un libretto francese con foto in bianco e nero di donne nude, tutte molto eccitanti. Poiché Vito non aveva le 300 lire misi io la sua parte in cambio di una moneta araba. Nascondemmo il libretto in un foro nel muro lungo il fiume Menago, nei campi del Negus. Un giorno il libretto mi cadde in fondo al foro e toccò a Vito recuperarlo. Mostrammo il libretto anche a Gianni. In seguito consegnammo il libretto a Paolo  affichè lo vendesse. Lui lo portò a scuola e un professore lo vide e lo sequestrò. Paolo disse i nostri nomi, scoppiò un piccolo scandalo e lui non pagò. Dopo pochi anni uscirono le prime riviste erotiche in Italia: Playman, ABC, Le Ore: mostravano solo ragazze in bikini  e venivano spesso sequestrate. Poi, un po’ alla volta diventarono legali.
         In aprile 1965 Roberto mi portò a casa di un suo amico per vedere una moneta d’oro messicana. Così conobbi Piergianni e fu una folgorazione. Abitava in una casetta in via Libertà. Suo padre era carabiniere, e aveva una bella madre 1 fratello e 2 sorelle.
         Piergianni era un genio, magro e serio. Mi mostrò la moneta, poi da una valigia dove le teneva nascoste, tirò fuori una pistola, sigari, whisky… Era appassionato di Occultismo e Letteratura Nera e aveva alcuni Racconti di Dracula. Da quel momento diventammo amicissimi e mi tornò la vecchia passione per l’occultismo. Gli vendetti per 500 lire Io credo ai vampiri di Emilio de Rosignoli che tenevo nascosto lungo la ferrovia in via Colombare. In aprile, maggio giugno,   dalle 13 alle 14 quando il negozio di  mio padre era chiuso, andavo a casa sua a leggere libri di spiritismo, magia, occultismo e a parlare di queste cose.  Parlavamo anche di Maria Luisa  una sua compagna di scuola che lui adorava disperatamente. Mandammo a prendere ancora libri e mi fece conoscere anche un suo amico bruno: Renato.  Nelle domeniche di giugno io andavo nella saletta a casa di Piergianni a rileggere Racconti di Dracula, leggeva anche lui, poi si cambiava e andava a fare il cameriere in un bar dove trovava biglietti da 1000 lire nascosti nei bicchieri. Un pomeriggio io, Piergianni e Renato andammo lungo il fiume Nichesola; loro fecero il bagno e io lessi Nicet Droghe e tranquillanti Mediterranee.
         Un giorno Piergianni mi indicò Maria Luisa  e dopo un po’ mi innamorai di lei. Quella ragazza vestiva sempre di giallo e nero, oppure tutto in nero, che erano i miei colori preferiti. La guardavo passare in bicicletta, la spiavo davanti  alla sua fattoria  dietro al campo sportivo e trascorsi alcune notti insonni pensando a lei. In luglio mi presentai a lei nel campo di tennis. Scambiammo alcune parole e dopo le prestai un pacco di libri perché le piaceva leggere. Ci rivedemmo anche altre volte, ma lei aveva molti corteggiatori. In autunno andò ad abitare in città e si sposò.
         Tutte le volte che mi sono innamorato (e sono state molte volte nella mia vita)  ho provato ansia, sfinimento, nausea, nervosismo, batticuore, sudorazione e brividi di freddo. Mangiavo poco e non riuscivo più a dormire. L’amore è stato sempre per me come una malattia.
         Nel maggio 1965 decisi di fare una vita come gli altri, così tutte le domeniche andavo al bar Zuccolo, fumavo le sigarette (che mi davano poiché non avevo soldi), guardavo giocare a biliardo, ascoltavo il juke box. Quella vita mi annoiava terribilmente ma mi ero imposto di farla per sentirmi come gli altri miei amici.
         Piergianni mi aveva accennato che un giorno sarebbe partito da Cerea, ma sembrava una possibilità lontana. Invece, la prima domenica di luglio 1965, giorno di sagra, andai da lui e trovai la casa semivuota. Stavano per partire per Conegliano veneto. Ricordo che uscendo da casa sua trovai in strada un gettone della giostra e andai sull’autoscontro dei fratelli Piatto in prato della fiera. Piergianni andò via portando con sé il mio pendolino da radioestesista in bronzo e rame che mi aveva dato la bambina Daniela, la mia collezione di teschietti, Il Libro dei misteri e delle potenze ignote editore Hoepli, eccetera.
         Dopo la sua partenza ci scrivevamo con assiduità e ci telefonavamo al telefono pubblico bar Centrale. Negli anni successivi venne giù a trovarmi alcune volte. Nel maggio 1976 con la Fiat 500 andai a Conegliano e rimasi ospite 2 giorni nell’appartamento in via Garibaldi. Trovai  un Piergianni elegante e cittadino. Il papà era morto, sua madre molto invecchiata. Sua sorella Maida era bella e gentile. Quando gli chiesi il mio pendolino disse che lo aveva perduto. Insieme visitammo un cimitero ebraico sulla collina. Piergianni mi disse che veniva spesso in quel posto per meditare. In realtà era un posto affascinante: le lapide grigiastre erano spesse, inclinate, sbreccate. Andammo da una sua amica dove bevemmo grappa aromatica. Poi al castello di Susegana; dal ponte si vedeva un masso sospeso a una catena che serviva da contrappeso alla grata. Piergianni mi aspettò fuori; io saltai il muro e visitai l’interno. Nel cortile c’erano pozzi profondissimi; all’interno sale col tetto puntellato, sarcofaghi di pietra con cavalieri scolpiti sul coperchio, sale piene di acqua…  Pochi giorni dopo, ricordo, arrivò il terribile terremoto del maggio 1976.
         Anche alcuni anni dopo ritornai in quei posti. Negli anni 70 incominciavo a interessarmi dei guaritori. Nel 1977  mamma si lamentava per i reumatismi e così siamo andati con la Fiat 600 di mio padre a Treviso. Là c’era un guaritore meridionale che mentre teneva la mano a  mamma guardava un cronometro. Poiché mamma non sentiva niente disse che era refrattaria al fluido. In quell’occasione visitai il museo della città. Poi siamo andati da padre Tiburzio a Verona e altri. Nel 1983 Piergianni si trasferì in Germania, nell’albergo del marito di sua sorella. Al telefono rispose lei; disse che Piergianni era fuori, stava bene e che quello scapolone non si era ancora sposato. Nel 1991 ho cercato di mettermi in contatto con lui, ma all’anagrafe di Conegliano mi dicono che è morto nel 1989, all’età di 38 anni.
         Nel luglio 1965 andai in bici alla Palesella, nella vecchia casa contadina di  Renato, l’amico di Piergianni. Renato abitava in una tipica casa contadina con ingresso ad arco, portico, fienile e un campo. In luglio 1965 nel vecchio portico sotto il fienile lessi  Una fossa bianca di luna di Frank Graegorius. C’era un caldo infernale e c’erano moltissime mosche che ronzavano nel silenzio.
         Un altro mio luogo di lettura: dal passaggio a livello di via Oberdan partiva un sentierino fra le rotaie che costeggiava il fiume Fossa a sinistra e la ferrovia per Verona a destra. A un certo punto c’era la grande buca provocata da una bomba. Il sentiero finiva all’ex passaggio a livello di via Colombare, allora sbarrato. Io percorrevo questo sentiero per andare a leggere là, all’ombra di robinie e sambuchi. In estate le traversine che si dilatavano al calore del sole ogni tanto davano colpi secchi come spari che mi facevano sussultare. In agosto lessi molti Pocket Longanesi. In settembre lessi La villa degli incubi di Harry Small; in ottobre La figlia del diavolo  di Red Schneider. In novembre lessi lo stupefacente Organo di morti  uno degli ultimi capolavori di Frank Graegorius. Era un pomeriggio grigio e freddo. Tirava un vento  gelido di tramontana che annunciava neve e io stavo rannicchiato sulla bici mentre leggevo. E l’anno seguente (1966) in primavera ritornai ancora in quel posto per leggere: L’uomo dell’aldilà  di Max Dave, Una diabolica storia  di Paul  Carter .
         Nel gennaio 1966 rinnovai l’abbonamento ai Racconti di Dracula da spedire a casa di Vito in via 25 Aprile. Vito era stufo e dovetti regalargli 1000 lire perché accettasse. I libri andavo a prenderli nella sua polleria dal fratello Ezio. Il primo libro che arrivò in gennaio fu I sosia dell’inferno  di Max Dave, di genere orrore-fantascienza. A partire dal 1966 incominciò la decadenza dei Racconti di Dracula e non uscirono più capolavori. Molto bello L’ululato del lupo mannaro  di Frank Graegorius che lessi dietro il cimitero di Cerea nel luglio 1966.  Con gli anni 70 la situazione peggiorò fino alla chiusura dell’editrice nel 1983.
         Nell’aprile 1966  sulla rivista di mio padre: Costruire diverte lessi un annuncio di Rossi Loris  Fano Pesaro che diceva: “Attenzione prego vendo varie enciclopedie e Raccontio di Dracula”. Scrissi a Loris, feci amicizia e comprai tutti i Racconti di Dracula. In maggio, dietro al monticello del Tiro a Segno, lessi lo stupendo e malinconico Fiume di sangue  di Red Schneider. Come unico compagno avevo un vecchietto che zappava il mais in lontananza. Poi rilessi molti altri Racconti di Dracula e libri di sessuologia, erotismo, droghe. Rilessi il sublime Sudario nuziale   di Frank Graegorius. Mentre leggevo questo libro provavo emozioni bellissime e pensai: “Dedicherò la vita a far provare agli altri le emozioni e i piaceri che questo scrittore mi fa provare adesso”.  A distanza di anni, anche per merito delle circostanze, quel desiderio si è realizzato.
Al Tiro a Segno, camminando lungo un fosso udii un unico forte battito d’ali provenire dal fogliame. Mi fermai ma tutto era silenzio. Mi incamminai e il rumore si ripetè. Allora spostai le fronde a galleria sopra il fosso. Dall’alto pendeva un uccello, morto, imprigionato nei viticci.  Un poco alla volta liberai l’uccello inanimato, per poterlo osservare meglio, ma quando fu libero prese il volo e andò via. Era una civetta molto intelligente; per 2 volte aveva richiamato la mia attenzione, poi si era finta morta e infine aveva ripreso la sua libertà.
In seguito Loris mi vendette per 500 lire anche il n° 1 della collana: Uccidono i morti  di Max Dave. Nell’estate 1966 io e Vito nascondemmo i libri in un tombino che sfociava in Menago in via Peagni dietro a due alte  cabine elettriche (ora demolite). Entrai per alcuni metri nel tombino rotondo. Sistemai una tavola di lego a metà e sopra ci misi i libri. Così l’acqua passava sotto alla tavola, senza bagnarli. Un giorno sentii un sibilo e mi trovai davanti a una biscia. Il tombino fu l’ultimo nascondiglio dei libri. In seguito andai a prenderli e li tenni in casa adottando qualche precauzione: toglievo le copertine, li incartavo, li nascondevo fra altri libri di scuola.  Nel 1966 Vito si dedicò con successo a suonare la chitarra in un complesso chiamato Le Rocce . Ora ci vedevamo sempre meno. Le nostre avventure erano finite.
Da giovane (15- 20 anni e più)  ero molto timido, ingenuo, impacciato, mi mancava il senso pratico, ero sensibile, fantasioso, sognatore. A 20 anni ero molto timido. Ricordo che di fronte a casa mia lucidava i mobili, una ragazza bionda col labbro leporino e i capelli lunghi. Era bellissima e d’estate indossava un vestito rosa che aveva una collana come cintura. Qualche volta veniva nel negozio di mio padre per comprare le pile. Io gliele davo e tremavo, non osavo parlare. Ero talmente timido che quando dovevo dire qualcosa o andare in qualche posto nuovo arrossivo, balbettavo, mi mancava il respiro e sentivo freddo.
Nel  giugno 1966 conobbi Piero,  un coetaneo di Cerea. Piero indossava sempre pantaloni neri e camicia gialla, come una divisa. Era un ragazzo sfrontato, dissacratore, ribelle e anticonformista. Diventammo subito grandi amici poiché io volevo essere come lui. Cominciammo a frequentare le sagre dove io giocavo alla roulette, ai dadi, fino a perdere tutto. Correvamo dietro alle ragazze. Lui era sfacciato e esperto io timido e inesperto. Di notte per provare il nostro coraggio, andavamo al cimitero. Facevamo il bagno nudi nei fiumi. Siamo  stati alle sagre di Cerea, Nogara, Isola della Scala, Castagnaro e Minerbe. Qui in provincia dove tutto avviene in ritardo, questo era il periodo d’oro dei mitici, favolosi, irripetibili anni ’60. Le chitarre, le musiche di pace o d’amore, le camicie a fiori, i capelloni… Gli anni ’60 sono stati la culla delle illusioni, della bellezza e dell’amore romantico.
Alla 5° domenica di luglio, alla sagra di Castagnaro: con la prima ragazza che abbiamo corteggiato non avemmo fortuna. Era una tipa villana e ci disse di andare a morire ammazzati. Ho ricordi bellissimi di avventure con Piero. Noi 2 insieme, di pomeriggio e sera andavamo in bici a caccia di ragazze. Conoscemmo 2 sorelle di Legnago in tandem. Una bionda di Milano di nome Antonella. Tutti gli anni questa ragazza passava le vacanze dai parenti a Porto, in una casa bianca col pilastro. In un pomeriggio nuvoloso portai Antonella sull’autoscontro alla sagra di agosto (s. Rocco) a Legnago. E molti anni dopo alla sagra di Porto, una bionda con i capelli ricci   mi chiamò. Era Antonella e io non la avevo riconosciuta. Forse se qualche persona sarà ancora viva riconoscerà sé stessa in queste memorie. Ma andiamo avanti. Nelle notti di agosto io e Piero girovagavamo in bici per Legnago e Porto mentre lui cantava canzoni oscene. Siamo andati in bici alla sagra di Isola della Scala dove io ho perso 1000 lire alla roulette e 1000 lire ai dadi. Alla sagra di Sanguinetto conoscemmo 2 belle ragazze di Macaccari. Una domenica con pomeriggio nuvoloso trovammo 2 corridori sulla statale per Legnago ( la strada era deserta perché in quei tempi non c’era traffico!) ci mettemmo a chiacchierare mentre pedalavamo verso Legnago. A un certo punto i due corridori si fecero un gesto di intesa e poi partirono in fuga per distanziarci. Con le nostre bici li seguimmo in corsa fino a Legnago; i corridori non erano riusciti a seminarci! Alla sagra di Castagnaro una ragazza mi diede uno schiaffo.
Siamo andati alla sagra di Minerbe nell’agosto 1966 e là ho conosciuto la 18enne Franca. E qui si apre un capitolo importantissimo della mia vita. Pochi giorni dopo Piero partì con i genitori in cerca di lavoro in Germania. Ci scambiavamo lettere, cartoline. Lui veniva in ferie ogni anno d’estate a Cerea, così andavamo in giro insieme in quei giorni. Poi con il passare degli anni Piero era sempre più impegnato e non aveva più tempo. Un estate arrivò giù con la figlia di un poliziotto tedesco. Dieci anni dopo una sera io e Piero siamo andati a Verona con la sua macchina per cercare donne. Due zingarelle ci dissero “Da noi prima si paga e poi si scopa”. Piero le diede 10.000 lire e lei ci disse di aspettarci più avanti, ma non venne. Piero tornò, ma lei disse che era spagnola e 10.000 lire non bastavano, così li ha restituiti. Poi  lui ha caricato una donna bionda che però era un travestito. Piero si è fatto restituire le 10.000 lire che però erano false. Piero voleva ammazzarlo con la macchina, ma io l’ho supplicato di ritornare a casa. Negli anni successivi Piero cambiò molto, si trovò un buon lavoro e si sposò.
 Descriverò adesso il mio sogno ricorrente che mi ha accompagnato dal 1965 circa fino al 1988: arrivo in un paese che mi piace e che vedo per la prima volta. Girando per il paese incontro una ragazza meravigliosa ogni volta diversa. Nel sogno la riconosco subito e sento di averla finalmente ritrovata dopo averla cercata per tanto tempo. Abbraccio la ragazza, restiamo insieme a parlare d’amore e dopo un po’ mi sveglio. Questo sogno ( io sogno sempre a colori) arriva sempre all’alba 1, 2, o 3 volte all’anno. Al risveglio sono agitatissimo e ricordo perfettamente i particolari del paese e il volto della ragazza. Provo una profonda gioia, un grande benessere che dura per tutto il giorno. Anche il poeta Verlaine faceva lo stessa esperienza e la descrive nella lirica Il mio sogno familiare.  Un altro mio sogno ricorrente: L’esplorazione di edifici strani, misteriosi, affascinanti: vecchie torri, granai, cantine…
Ma torniamo a Minerbe. Prima domenica di Agosto del 1966 insieme a Piero. C’era la sagra di s. Lorenzo. Quell’anno suonavano Girl dei Beatles; Michelle dei Beatles; Paint it black dei Rolling stones. Nel viale della stazione vidi per la prima volta una ragazza bellissima, con i capelli lunghi e lisci; vestiva una gonna nera e una blusa rosa. Di colpo mi innamorai di lei. La salutai, lei mi salutò e quella ragazza entrò per sempre nella mia vita. Lei è stato il mio più grande amore! Dimenticai subito Marialuisa che diventò una donna qualunque, completamente indifferente. Un profondo conoscitore dell’universo erotico, Barbey D’aurevilly scrive: Il più forte dei nostri amori non è né il primo né l’ultimo, come molti credono; è il secondo. Ma a proposito d’amore tutto è vero e tutto è falso; comunque per me andò così… Il primo amore è di prova e assomiglia alla messa bianca detta dai preti per esercitarsi a dire poi, senza sbagliarsi la vera messa, la messa consacrata.
La domenica dopo Piero era già partito per la Germania e tornai da solo a Minerbe. Le domeniche successive tornai ancora a Minerbe e approfondii l’amicizia con Franca. Anche il paese mi piaceva, mi sentivo a casa lì, come se avessi vissuto una vita precedente in quei posti. Franca  era una ragazza dolce, timida, riservata. Io andavo a trovarla in bici tutte le domeniche e restavamo insieme. Ah! I ricordi di quelle domeniche!
La prima domenica di settembre 1966 andai in bici alla sagra di Roverchiara con  Roberto e Attilio  che suonava l’armonica a bocca. Lasciai gli amici a Roverchiara e proseguii per Minerbe. Per la strada c’era un ciclista e facemmo amicizia; si chiamava Roberto di s. Pietro di Morubio. A Minerbe incontrai Franca che usciva di chiesa con alcune amiche: Annamaria di s. Vito, una ragazza bellissima con i capelli lunghi e altre. Sul ponte di Bonavigo al ritorno conobbi 3 amiche: Nadia,  Lorella e Rita che andavano alla sagra di Roverchiara. La seconda domenica di novembre trascorsi un altro incantevole pomeriggio a Minerbe insieme a Franca. Al ritorno rividi anche Annamaria. In inverno mi facevo portare a Minerbe  da conoscenti con la moto o facevo l’autostop. Alla seconda domenica di ottobre andai a Minerbe sulla lambretta di Ezio (fratello di Vito). Stetti alcuni minuti insieme a Franca; poi andammo alla sagra di Vigo dove ricevetti uno schiaffo da una ragazza che tentai di corteggiare, e al ritorno dovetti pagare la miscela a Ezio. Ma molto spesso andavo a Minerbe in bici, col tempo freddo che minacciava pioggia. Lungo la strada guardavo le case in costruzione e progettavo di correre al riparo nella più vicina in caso di pioggia. Una volta mi riparai al mobilificio Damin e Gatti di Porto, a quel tempo in costruzione; un’altra volta alla mostra di roulotte fra s. Pietro e Cerea. In inverno pagai 500 lire d’argento a un tizio perché mi portasse a Minerbe con la moto vespa. Faceva freddo e per terra c’era la neve. In paese feci un giro per le strade ma non vidi Franca, così infreddolito tornai indietro. In dicembre i miei genitori mi accompagnarono in via Mazzini a Verona e mi comprarono quello che desideravo: una pipa.
L’anno dopo 1967. La terza domenica di marzo, giorno di sagra a Minerbe, conobbi l’amico Claudio  di Begosso. Fu un’altra domenica indimenticabile. C’era una folla multicolore: nella piazza e nel viale dei tigli c’erano molte ragazze in minigonna, tantissimi hippy con capelli lunghi, camicie a fiori e jeans. Le giostre suonavano musiche dei Beatles e altri complessi italiani. Alla sagra c’era anche Annamaria. Restai insieme a Franca fino a sera. Poi con il buio l’amico Claudio mi portò in moto fino sul ponte del Bussè a Legnago e lì feci l’autostop per venire a Cerea. Faceva freddo e presi la bronchite.  In maggio, all’improvviso, Franca mi disse che non voleva più vedermi, e da allora non riuscii più a parlarle perché lei sfuggiva tutte le volte che la incontravo. Soffrii moltissimo. Però andai a Minerbe anche negli anni successivi. Nel marzo 1968 alla sagra la rividi. Stava sulla ruota panoramica mentre suonavano Che freddo fa  di Nada. Franca era bellissima. Nei pomeriggi successivi per tanti anni mi sedevo sulla panchina vicino alla chiesa o passeggiavo ricordando i giorni felici. Franca diventò donna, si sposò, cambiò casa, poi cambiò ancora.  Nel 1980 circa a Minerbe mentre ero seduto nel bar della stazione notai lo sguardo insistente di una donna. La guardai anche io e lei non abbassò lo sguardo; finchè il marito la chiamò: “Franca, vieni”. Era lei e non mi aveva dimenticato. Cara Franca, che strana e bella ragazza! La storia del nostro amore l’ho scritta nel 1973 in un romanzo intitolato: Sortilegio perciò non la ripeterò qui. Ma ero inesperto e così in seguito riscrissi quel romanzo in forma migliore e definitiva. Franca assomigliava a Olivia Hussey nel film Giulietta e Romeo  di Zeffirelli.
Un lento pomeriggio invernale, davanti al bar Passarini a Cerea, passò un signore e  disse: “Come è bello metterlo dentro nel buco delle femmine. Là dove pisciano.”
Una domenica pomeriggio del 1967 io, Giorgio  R*  e altri suoi amici eravamo in piazza a Minerbe. La piazza come al solito era vuota. Passò una zingarella e uno della compagnia commentò “Che belle tette”. Lei si girò e con un sorriso malizioso disse: “Sì, e anche sotto è bello”. Nel maggio 1967 io e un amico occasionale mentre facevamo l’autostop a Porto conoscemmo una bionda di Bevilacqua che era scappata da casa. Facemmo amicizia poiché anche lei amava i Beatles ed era andata a Londra per vederli. Nell’estate 1967 applicai un motorino mosquito 38cc. alla mia bici. Ora alternavo le visite a Minerbe con le sagre in altri paesi. A partire da quegli anni visitai le sagre dei paesi vicini e questa passione mi è rimasta. Non so se mi è possibile rendere l’atmosfera irreale, sognante degli anni 60. Tutto era meraviglioso. I complessi musicali erano innumerevoli. La musica beat si suonava ovunque. Quasi in ogni casa c’era un ragazzo che suonava la chitarra. Tutti i ragazzi avevano i capelli lunghi. Gli hippy erano tantissimi e vestivano blue jeans, camicia a fiori e portavano i capelli lunghi e lisci fin sulle spalle. Al collo avevano una collana con la scritta: Fate l’amore non la guerra . La filosofia Hippy imperava, il mondo sembrava all’alba di una nuova era! C’era luce e sorriso negli occhi di tutti i giovani e tante speranze per un futuro migliore. Denaro, politica, affari, non contavano! I nuovi valori erano: la Musica, la Poesia, la Bellezza, l’Amore… Oggi a distanza di anni, non so spiegarmi perché tutti questi ideali sono miseramente falliti! Ma forse questi ideali sono solo assopiti nel cuore degli uomini in attesa di risvegliarsi in una futura e migliore società.
Dunque, con nella testa ancora le musiche dei Beatles, Equipe 84, i Rocks, Les Surf, Adamo, Nada, i Dik Dik, proverò a raccontare quegli anni. Passando sempre per Minerbe all’andata e al ritorno, andai alle sagre di Boschi, Cologna, Terrazzo, Marega, Canove, Porto, s. Tommaso, Bonavigo, Orti, Bevilacqua, Vigo, Terranegra, s. Zenone, Legnago, Vangadizza, Morubio, Bonavicina, Roverchiara, Sanguinetto…..    Alla sagra di s. Pietro di Legnago vicino a una slot machine conobbi un ragazzo sorridente con i capelli lunghi e rossicci: Uber  da Cerea. Qualche volta sono andato alle sagre con lui. Era simpatico e ci sapeva fare con le ragazze. Una volta siamo andati a Verona in autostop e un signore vestito di bianco, ci fece salire sulla sua macchina lussuosa. Fece i complimenti ai capelli di Uber definendoli <rosso Tiziano>. Poi proseguì: “Andate a Verona? Cercate l’amore a Verona? Che tipo di amore? Io sono un uomo di larghe vedute e so che esistono molti tipi di amore. Ad esempio quello fra persone dello stesso sesso.” “I pederasti” dissi io che stavo seduto dietro. “Ci sono pederasti al vostro paese?” Ci invitò a casa sua, ma noi abbiamo rifiutato. Ho incontrato quel signore nel 1975 a casa di Alberto. E poi nel 1982 al teatro Salieri dove ero andato a vedere il brutto film La Casa.
 Al luna park di Verona Uber corteggiò una ragazza balbuziente e tentò più volte di toccarle i seni. La ragazza non ci stava e così Uber la salutò, allontanandosi. Alla sagra di Legnago scommise con un suo amico che questi non sarebbe riuscito a mangiare tutte le paste di un contenitore girevole. Le paste erano 30. Il ragazzo divorò 12 paste in pochi secondi. Poi bevve. Mangiò altre 10 paste. Poi bevve molto e riprese a mangiare. La 27esima pasta la sputò fuori, pagò la scommessa e andò a vomitare nel parco dietro al bar. Una volta sono andato a casa di Uber. I genitori erano vecchi e grassi e avevano un deposito di vetro e ferro vecchio in cortile. Fra l’altro c’era anche una locomotiva a vapore. Una volta Uber mi raggiunse col suo motorino Corsaro Morini alla sagra di Sanguinetto, nonostante avesse uno svantaggio di alcuni Km. Una sera di giugno in piazza Nascimbeni, Uber corteggiò una ragazza ricca, accompagnata dalla madre. In quell’occasione Uber riuscì a far ridere la madre. La musica che suonavano in quel momento era Let it be  dei Beatles. Ma una sera ebbe un brutto incidente col motorino e si ruppe i denti incisivi. In seguito Uber incominciò a frequentare brutte compagnie e lo perdetti di vista. Una notte d’estate alla fine del mio lavoro al cinema lo trovai con altri mentre faceva l’autostop per Verona. Mi invitò a unirmi a loro ma io andai a letto. Alla bella sagra di Orti (poi abolita) ho conosciuto una ragazza del tiro a segno. Fidanzata a Luciano fabbro di Cerea. Un pomeriggio un signore mi chiese se conoscevo ragazze e se ero disposto a dividerle con lui. Lo avrei presentato come un fratello maggiore; lui avrebbe messo la macchina, pagato la cena e poi… una sera a Legnago mi diede un passaggio per Cerea il coetaneo Giuliano R*. Ma correva come un folle così al passaggio a livello chiuso sono sceso poiché avevo paura. In seguito ho rinunciato all’autostop. Alla sagra di Porto io e un amico abbordammo 2 signorine che per un po’ ci ascoltarono, poi fingendo di sistemarsi le calze si appartarono dietro un portone per tentare di fuggire. Dopo ci dissero che avevano 27 e 28 anni e noi eravamo troppo giovani. Il mio amico disse: “Mi metta alla prova signorina” lei rispose: “No, non in quel senso; noi cerchiamo un 30enne, un fidanzato vero; ci dispiace ma non possiamo perdere tempo con voi.” In quel periodo utilizzavo molto l’autostop da solo o con un amico, per spostarmi a Minerbe, Legnago, Verona e alle sagre. Spesse volte andava bene. Trovavo un signore che mi portava spesso a Minerbe. Ma a volte andava male. Alla domenica precedente la sagra di Bevilacqua mi diedero un passaggio 3 automobilisti ubriachi. Altre volte incontravo automobilisti che correvano troppo.
Nel 1968 circa sono andato al cinema Italia a Legnago per vedere il famoso film Helga; film molto discusso dove si assisteva per la prima volta a un parto. Sono andato col Mosquito passando per Angiari dove a una salita si è rotta la biella. Ho pedalato fino al cinema e poi al ritorno a Cerea. Ma al film Sessualità a Legnago 2 signorine mi hanno bloccato all’ingresso e non mi hanno lasciato entrare.
Negli estati 1967 68 69 andavo spesso in bici e poi in moto alla Stradina Rossa per leggere e meditare. La stradina rossa era un sentiero attorniato da cespugli di rovo e elianto fra via Cabianca e via Tencarol. Si chiamava così poiché il terreno di cui era fatta era color rosso. Mi piaceva percorrere quel sentiero che in quegli anni sembrava immerso nella giungla. Là lessi: Il fiore di carne  di Max Dave ; Storia dei costumi sessuali  di Lewinsohn; Piaceri e crudeltà storiche .  Ho portato Vito, Gianni e Remo. Un pomeriggio d’estate io e Remo vedemmo 2 innamorati in auto. Io chiesi a Remo: “Che cosa si diranno?” E Remo rispose: “La ragazza dirà all’uomo: -Mio signore, mio principe…- ”. Ci avvicinammo piano stando dietro ai cespugli finchè dai finestrini aperti potemmo udire le loro parole. I 2 fidanzati stavano litigando furiosamente e lei gli diceva un sacco di parolacce. Io risi e per molto tempo canzonai Remo. Una notte di agosto andai alla stradina col motorino e vidi una luna calante rosso sangue che faceva paura. In maggio vidi sorgere la luna piena bella come una sposa. In dicembre la luna era piccola e fredda fra i rami scheletrici dei pioppi che fischiavano nel vento. Un altro bel sentierino che mi piaceva percorrere in bici partiva da via Roè, passava a sinistra del cimitero e usciva in via Cabianca. In giugno era tutto pieno di papaveri e camomilla. In campagna mi piaceva ( e mi piace tutt’ora) annusare questi fiori.
In un freddo pomeriggio di fine ottobre in villaggio Bresciani gli uomini bruciavano le sterpaglie negli orti. Un tizio strano sbuca da una via. Indossa tabarro nero, cappello nero e pedala in bici. La bici è carica di setacci di tutte le dimensioni, legati in grandi mazzi davanti e dietro. Poco dopo l’uomo ( Ziviani, l’ombrellaio) scompare nella nebbiolina di ottobre. Io scrivo una poesia (ora perduta) intitolata: l’uomo dei setacci.
Nel marzo 1967 e 68  sono andato alla visita militare in via Cantarane a Verona. Sono stato scartato per insufficienza toracica. La seconda volta, dopo la visita io e il compagno F* siamo andati al cinema Bra per vedere L’uomo del banco dei pegni  il primo film dove si vedeva il nudo integrale. Poi io sono tornato a Cerea in autostop.
Nel dicembre 1967 andai a fare  l’operatore al cinema Principe. Lavoravo un paio di sere la settimana e guadagnavo Lire 1.500 a sera. Mi ha insegnato Maggiorino e io a mia volta ho insegnato a Nazareno,  Fausto. Lì ho conosciuto un altro operatore: Fernando fratello di Luigi. Alle domeniche il teatro era zeppo di persone venute per vedere i film wester all’italiana e i film musicali con Morandi e la Pavone. Si pagava lire 360 come  resto c’erano le caramelle. Nella sala c’era un fumo tremendo e moltissime persone in piedi. Invece nelle sere infrasettimanali c’era poca gente e bei film: Privilege ; Lo spettro  con Barbara Steele;  L’ora del lupo; La lunga notte infedele; Relazioni proibite e altri. In estate 1968 lavorai saltuariamente, poi ripresi nell’inverno successivo e smisi definitivamente nel 1969.
Ritorniamo al 1968. In inverno al bar dei preti facevo il gioco delle 3 carte o della cordicella per guadagnare qualcosa. Nelle fredde domeniche pomeriggio di febbraio 1968 andavo a Minerbe in autostop accompagnato da  Giuliano R* o da un altro amico. Nel bar della stazione facevo il gioco delle 3 carte. Il juke box suonava Cuore matto   di Caterina Caselli, L’immensità  di Johnny Dorelli.
La seconda domenica di maggio 1967 andai in bici  alla sagra di Bevilacqua dove conobbi una ragazza di nome Mariarosa abitante a s. Vito di Legnago, e rimasi con lei tutto il pomeriggio. Tornai a casa passando per Minerbe e S. Vito. La mattina dopo, lunedì, dopo aver fatto colazione con pane e budino, mio padre mi portò a Bovolone in furgone. Avevo zaino, sandali, Lire 100.000 dentro un sacchetto ed ero deciso a raggiungere Londra. Era un giorno caldo di sole. In autostop raggiunsi Verona. A Verona feci l’autostop e mi raccolse un signore che andava a Torino in autostrada dopo essere stato dalla fidanzata a Reggio, mi pare. Mentre avanzavamo vedevo un  coperchio sopra il cielo in fondo alla strada. A Milano mi scaricò sulla autostrada e io dovetti percorrere lo svincolo a piedi. Ciò era pericoloso e inoltre due poliziotti volevano multarmi. A Milano attraversai un ponte in ferro e feci l’autostop per Como. Arrivato a Como pioveva e faceva freddo. Sotto la pioggia raggiunsi a piedi l’ostello, dove soggiornai un paio di giorni. Poi sempre in autostop raggiunsi Lugano. In città comprai tabacco da pipa, cioccolata e vidi Playboy esposto in  edicola. A Lugano feci l’autostop per il Brennero, ma poiché nessuno mi faceva salire ritornai a Como, all’ostello. Passando a piedi dalla dogana non denunciai quello che avevo e lo misi sopra allo zaino. I doganieri perquisirono lo zaino in profondità e non trovarono tabacco e cioccolata. Con il clima cattivo mi ero raffreddato e comprai gocce per il naso e sciroppo per la tosse. Avevo anche rotto i sandali. Il padrone dell’ostello era un vecchietto poco socievole. Nelle cucine c’era sporcizia, nelle camerate il mio letto doppio dondolava. Inoltre continuava a piovere. Per guadagnare qualcosa, un ragazzo napoletano raccoglieva le bottiglie vuote di latte lasciate all’ostello e le riportava alle latterie (incassava i soldi delle cauzioni pagati da altri). Io lo accompagnavo portando le bottiglie vuote; ma erano di tante marche e ogni latteria trattava una sola marca, quindi bisognava camminare per la città e visitare tante latterie per vendere tutte le bottiglie. In un negozietto compravo i libri della serie KKK usati. Mi trovavo male e così alle 5 di un pomeriggio presi il treno per Londra. In treno mi misero con un inglese sordo. Era un pomeriggio piovoso. Il tempo era sempre peggio ed io stavo male. Soffrivo il mal d’auto, con vomito e nausea. Per tutta la notte non riuscii a dormire. Al mattino alle 11 appena mi restituirono il passaporto scesi alla prima fermata. Non sapevo neanche dove ero. Faceva freddo come se dovesse nevicare. La stazione era grande di pietra scura e non riuscivo a trovare l’uscita. Finalmente la trovai; sul cartello c’era scritto Sortie. La città si chiamava Valencenness nel nord della Francia. Dopo essermi scaldato in stazione, dopo aver mangiato, visitato un po’ la città e spedito una cartolina, presi la decisione di ritornare, anche perché i soldi scarseggiavano. Così quella sera presi il primo treno e al mattino seguente ero a Chiasso. Con l’autostop arrivai a Cerea. Lì faceva caldo, bel tempo e mangiai le ciliegie del mio albero in cortile.
Nell’agosto 1967 o 68 sono andato con i genitori a sentire la musica in piazza s. Rocco, sagra di Legnago. Poi abbiamo visto i fuochi sull’Adige. Nell’estate 1968, mi pare, mi piaceva una brunetta magra di nome Elisabetta.  Lei veniva alla sera, col fratello Marcellino, nel campo parrocchiale e io la spingevo sull’altalena. Alle domeniche d’estate andavo a spiare le ragazze che facevano pipì ai gabinetti della casa della gioventù.
In luglio 1968 conobbi un nuovo amico Gianni S* che faceva il  benzinaio e possedeva un motorino Legnano. Facemmo amicizia e insieme ci dedicammo alla caccia sistematica delle ragazze. Io avevo i capelli lunghi,mi ero comprato jeans neri super Rifle, camicia a fiori, collana in alluminio e tenevo questi vestiti in un sacchetto nell’osteria di Roberto. Prima di partire andavo a prendere i vestiti e lungo la strada mi cambiavo e mi scioglievo i capelli. Al ritorno riportavo i vestiti da Roberto, poiché in famiglia non mi permettevano di vestirmi così. Già dovevo lottare in casa per tenermi i capelli un po’ lunghi. Quella camicia fece una strana fine: alla sagra di Cerea nel 1969 ero insieme a Gianni S*, quando passammo vicino a un banco che vendeva camicie a fiori a 2500 lire. Io dissi a Gianni “per 1000 lire gli darei la mia”. Il venditore mi sentì e mi porse un biglietto da 1000. Gli diedi la camicia con attaccati i distintivi; sotto avevo una maglietta rossa. In seguito vendetti anche i pantaloni e in futuro comprai tanti jeans neri che tengo in casa.
Dunque nel 1968 andavamo, io e Gianni S*, con il suo motorino a tutte le sagre, nelle domeniche pomeriggio e anche di sera. Una volta andammo perfino al Piper, un ballo sulle Torricelle di Verona. Arrivammo su ma non mi bastavano i soldi per entrare, così aspettai fuori. Dopo scendemmo e trovammo una ragazza con cui parlare. Al ritorno di sera l’amico che era con noi forò il suo motorino. Noi lo abbandonammo e fece la strada a piedi fino a Cerea. Nell’inverno 1968- 69 Gianni S* trovò la fidanzata così persi anche questo amico. Comprai il suo ciclomotore per 15.000 lire. Era un telaio Legnano, rosso, con 3 marce e motore Sachs 48. Io e mio padre comprammo i pezzi da M. a Legnago, poi lo smontammo e rimontammo tutto. Mettemmo in moto  il motore mentre si trovava  ancora sul banco del negozio. Il motore si avviò.  E in marzo 1969 il ciclomotore era pronto!
Quel ciclomotore mi ha dato grandi soddisfazioni. Sono andato a sagre a caccia di ragazze. Ho visitato paesi nuovi, campagne… Ricordo una sera di novembre eccezionalmente calda; sono andato in via Cabianca, in una fattoria dove seccavano la polenta col vapore. In una notte di aprile andai in motorino dietro il bosco della Marchesa e vidi una forma bianca come una donna, sentii un profumo amaro: era un cespuglio di frassino in fiore. Un tardo pomeriggio di fine agosto percorsi via Piatton. Oltre la ferrovia mi aspettava uno scenario suggestivo causato dai molti temporali: la villa era seminascosta dagli alberi fradici; faceva freddo, l’erba  del sentiero era bagnata, dal fiume Fossa saliva la nebbia e c’erano giganteschi cespugli di datura stramonio. Una sera di maggio vidi sorgere la luna oltre i campi di grano, bella come una sposa. Una sera d’agosto sopra il pilastro di una fattoria di Angiari vidi un cocomero con occhi naso bocca e una candela all’interno. Era una immagine molto suggestiva nel silenzio e semioscurità di quella sera in campagna.
Una sera di novembre 1968 a Verona i genitori mi comprarono alle bancarelle un giubbino da motociclista nero in pelle. Questo giubbino mi piaceva molto e l’ho indossato per molti anni. (E’ quello che si vede nella mia foto dove scrivo con la penna d’oca).  In un’altra occasione in maggio siamo andati dal mitico Basevi a Verona; era una casa alta, stretta, vecchia e cadente, color giallo, con finestre piene di inferriate. Per entrare si attraversava un ponte di assi. Il negozio era scuro e tetro e lì si trovava tutto il mondo Beat: jeans, stivaletti, camicie a fiori, zaini, cinturoni, giubbini divise e anche indumenti usati. Questo posto era la mecca degli hippies.
Per tutto l’estate 1969 mi dedicai alle sagre nei piccoli paesi. Fu un’esperienza bellissima e indimenticabile. Conobbi ragazze, scoprii bellezze paesaggistiche, storiche, folklore, personaggi strani… Alle sagre ho avuto l’opportunità di incontrare personaggi eccezionali: girovaghi, beatnik, biscazzieri, artisti. Esempio: ho visto un grassone soprannominato Macchina che soffiando fra le dita messe in un certo modo suonava come se avesse un flauto! Le sagre non erano convenzionali come quelle attuali; allora si incontravano personaggi stranissimi e giochi ancor più strani; ho visto il gigante che teneva 2 bottiglie con una mano; c’era l’uomo che faceva il gioco della cordicella oppure della catenina: bisognava infilare il chiodo al centro di un nastro arrotolato; tirando l’estremità, se il chiodo restava dentro alla corda vinceva, se restava fuori perdeva. Il gioco delle 3 carte, eseguito anche con 3 specchietti. Il gioco dei bussolotti o ditali o campanelli. Il gioco del pendolino: bisognava colpire un birillo col colpo di ritorno di un pendolo. Il gioco delle stecche: usando 2 stecche da biliardo bisogna spostare un dado di legno sopra un tavolo. Il gioco dei dischi: con 5 dischi di ferro bisognava coprire interamente un disco bianco disegnato sul tappeto. C’erano le slot machine, le pescasigarette, le peepshow (macchinette dove si introduceva una moneta e si vedevano per mezzo minuto da un oculare, donnine in bikini). Una sera a Cerea ho assistito a uno strano incidente: a un ragazzo è caduto in testa un tubo al neon staccatosi dall’autoscontro. Un’altra sera davanti a una bancarella di giochi, un ragazzo toccò il sedere a un uomo. L’uomo si voltò arrabbiato e gli disse. “Permetto di toccarmi solo alle ragazze di 20 anni.” Il ragazzo parlò con voce femminea, da omosessuale e l’uomo commentò rivolto a un amico: “Che miserie ci sono al mondo!”
Alla sagra di Nichesola, un gelido pomeriggio della terza domenica di ottobre. Ricordo un lungo tubo da stufa nero e storto, che usciva di fianco alla casa e aveva annerito la parete. Un vecchia stava alla finestra e guardava la folla, le giostre, le bancarelle giù in strada. Avessi avuto la macchina fotografica per fotografare!
Negli anni 60 a Cerea è arrivato anche il fachiro che si faceva incatenare, piantare gli aghi sulle braccia e si sdraiava sui pezzi di vetro.
Un pomeriggio d’estate ero seduto al parco di Legnago  e vidi due zingari che corteggiavano le ragazze. I due zingari erano seduti su una panchina (vicino alle ragazze) e parlavano forte fra loro di allegorie sugli accoppiamenti; esempio: l’ape va sul fiore, eccetera. Dopo alcuni momenti le ragazze si guardarono fra loro e dissero: “Andiamo via.” Partite le ragazze, i due zingari tacquero. Questo era il più strano corteggiamento che avessi visto.
Nel 1968 69 aiutavo mio padre a riparare i juke box. Ne arrivavano di bellissimi marca Ami, Rok Ola, Jupiter, Seeburg; così guadagnavo qualche moneta extra recuperata dentro il macchinario. I dischi erano straordinari e veniva ad ascoltarli anche l’amico Gianfranco. Fu lui a suggerirmi di comprare i dischi a 400 lire da C* a Verona e rivenderli qui a 600 lire (In negozio i 45 giri costavano 850 lire). Il primo disco che comprai fu il meraviglioso Bang Bang dell’Equipe 84. In seguito comprai molti altri dischi e vendetti anche vecchi dischi da juke box.
A fine 1968 mio padre vendette il palazzo. Mio padre cessò per qualche mese l’attività per trasferirci a Garda dove si accaparrò un terreno. Ma a fine anno si pentì; ruppe le trattative con Carlo, restituì caparra doppia perdendo la caparra di Garda. Poi riprese il vecchio lavoro di riparatore radio e Tv. Fu un brutto errore che ci costò soldi e sofferenze.  
Nel 1969 tutti pomeriggi mentre studiavo nel negozio di mio padre vedevo passare la fila delle bambine che andavano dalle suore. Una bambina bella, bionda, magra, con occhi chiari mi guardava sempre. Una volta mi salutò e in seguito facemmo amicizia. La bambina aveva 9 anni, si chiamava Lucia   ed era orfana di padre. Mi confessò che si era innamorata di me, che non aveva più voglia di mangiare. Mi presentò a sua madre, mi invitò a casa sua. Alla fine mi innamorai anche io di lei e andavo a guardarla in fondo al mio cortile fra gli alberi di elianto, mentre lei stava alla finestra del collegio. Una volta le ho fatto fare un giretto sul mio motorino; un’altra volta siamo stati insieme alla sagra di Cerea. Lucia diventò una donna bionda, si sposò, ebbe figli. Ancora adesso la vedo ma non mi saluta più. A quel tempo le dedicai una poesia.
Nel 1967 circa nell’ antologia Storia di fantasmi Einaudi, il curatore ringraziava il Conte Roberto di Marmorito. Gli ho scritto e da allora siamo diventati amici. Lui diventò il mio maestro in Letteratura e negli anni successivi mi consigliò titoli, libri, novità, eccetera. Provai a frequentare gli ambienti culturali a Verona, ma erano molto arretrati. La società letteraria apriva solo di sera e c’erano solo vecchi barbogi. Frequentai la biblioteca pubblica ma il servizio era pessimo causa eccessiva burocrazia. Per avere un libro bisognava compilare la domanda con penna a inchiostro (la biro non era accettata) pagare 10 lire per la marca da bollo, attendere 1 o 2 ore per la consegna. A volte c’era lo sciopero, i lavori in corso sullo scaffale, oppure il libro non era consentito. Una volta gli impiegati non vollero ritirare il libro finchè non fosse terminato lo sciopero. Un’altra volta sono entrato senza bussare nell’ufficio del direttore e aveva una donna sdraiata sulla scrivania. Così preferivo
comprare i libri a Verona da Barbato in via Mazzini e alla libreria Campane (ora estinta). In quei tempi frequentare una libreria era difficile poiché non esisteva il self service e mancava il tempo di scegliere. I libri erano tutti dietro il banco e appena entravo una signora che metteva soggezione chiedeva subito che cosa volevo, senza lasciarmi il tempo di guardare. Negli anni 67 68 69 frequentai la libreria di Marisa in via Roma. Ai primi anni 70  mamma mi segnalò una nuova libreria. Ci andai. Era la Cortina in via Cattaneo a Verona. Sono stato uno dei primi clienti di quella bella libreria che praticava il 10% di sconto. Lì ho conosciuto il simpatico gestore Alfredo e ho fatto amicizia col bibliofilo Gesualdo. Poi frequentavo le 2 bancarelle in via Mazzini e 2 in piazza Erbe. Io leggevo molti libri in quegli anni e poi li rivendevo a prezzi irrisori alle bancarelle a Verona o li davo a Renato.
Nel 1968 scrissi 3 brutti romanzi e nel 69 ne spedii uno alla Wamp (la vecchia ERP Roma) e naturalmente non fu accettato. Scrivevo anche molte poesie. Nel 1968 spedii un manoscritto con oltre 30 poesie all’editore Gabrieli di Roma. 4 poesie furono stampate nell’antologia Giochi di Immagini. L’antologia venne ristampata ma io non l’ho mai comprata e tutte le poesie andarono perdute.
Nell’inverno 1969-70 mi iscrissi a una scuola media privata. La scuola consisteva di 3 stanzette in via Borghetto riscaldate da una stufetta a gas ed era gestita dalla professoressa comunista Alba   e da sua figlia Simona. L’atmosfera era stimolante e gioiosa. Là mi innamorai di una ragazza bionda di nome Bianca. Quella scuola serale è stata una piacevole esperienza; eravamo in 10 e diventammo tutti amici. Per i primi mesi vennero anche Fiammetto, suo padre Giovanni, mio padre,  Gino (un amico di mio padre) allo scopo di imparare l’inglese. Alla scuola quello che mi indisponeva maggiormente erano i problemi: in una vasca di 50 litri c’è un rubinetto che perde un centilitro al minuto; in quanto tempo…? Al diavolo! Chiudete il rubinetto o chiamate l’idraulico! Nell’estate 1970 andammo agli esami a Salizzole. Io andai in motorino portando anche una ragazza da Terrazzo. C’era stato lo sciopero dei professori e fummo tutti promossi. Io avevo scritto un tema discreto, ma credettero che lo avessi copiato e mi diedero la sufficienza. Dopo di allora tutti quegli amici scomparvero. In seguito andai a trovarne qualcuno:  Renzo, Loredana, Maurizio,  Franca, Marco. Nell’estate 1970 ancora sagre, letture e nell’inverno 70-71 frequentai la scuola guida e presi la patente. Ma non avevo i soldi per comprare l’automobile.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
GLI  AMICI  DI  PALESELLA

Questi scavi nel tempo sono faticosi, me ne rendo conto. Ma torniamo indietro, nell’anno 1965.
La Palesella era una lunga via di campagna con un piccolo villaggio nella bassa veronese.
Nel luglio 1965 incominciai ad andare alla Palesella a casa di Renato per leggergli le lettere che mi spediva Piergianni. Negli anni successivi io e Renato iniziammo l’esplorazione della campagna e delle case abbandonate. Alcuni libri proibiti li facevo arrivare a casa di Renato oppure me li teneva lui.
Un pomeriggio di maggio 1966 ero alla ricerca di un nascondiglio per i miei libri. Renato mi propose la casa abbandonata del pastore in via Capersa. Senonchè quel mese aveva piovuto molto, la stradina era un pantano e noi affondavamo sempre più man mano che avanzavamo. La casa si vedeva lontano e noi eravamo affondati nel fango, specialmente io che avevo la bici. Alla fine decidemmo di rinunciare. Io lavai la bici nel fosso ma per colmo di sfortuna forai la ruota. Così andai a piedi a Cerea dal meccanico Aldo per farla riparare e lo pagai il giorno dopo perché non avevo soldi con me. Una domenica di maggio andai alla Palesella. La pioggia aveva allagato via Guanti ed era troppo tardi per tornare indietro così proseguii in bici con l’acqua che mi entrava nelle scarpe. Arrivato a casa di Renato mi tolsi le calze ma poi tornai a Cerea perché lui stava per partire. Un altro pomeriggio andammo a mangiare le albicocche in una fattoria abbandonata in via Guasti.
Nelle sere d’autunno andavo ad aspettare Renato che usciva dalla bottega di falegname al Villaggio Bresciani. Nelle sere di Novembre, nebbiose e fredde, il villaggio era silenzioso e buio. Io, seduto sulla bici, appoggiata alla ringhiera, guardavo una signorina dentro la stanza illuminata nella casa di fronte. Altre volte veniva Renato  nella bottega di mio padre con ancora addosso l’odore del legno. Nei momenti liberi andavo a trovarlo a casa sua. Una domenica d’inverno 1968 69 Renato mi presentò 2 sorelle Paola e Loretta. Arrivai in moto alla loro casa in un pomeriggio grigio e freddo. Io e Paola ci siamo scritti molte lettere poiché avevamo gli stessi interessi. Sempre alla fine degli anni 60 Renato mi fece conoscere altri amici: Fiammetto  che abitava in una vecchia casa che era stata un convento. Suo padre Giovanni, simpatico e intraprendente con le donne. Fiammetto era un tipo calmo con molti interessi: pesca, culturismo, scienza. Quando andavo là visitavo gli allevamenti di conigli,criceti, tortore, oche, pesci rossi. Un altro amico era Giorgio  che abitava in una fattoria poco lontano. E Germano  in via Ronchi. Una domenica siamo andati a chiamare Fiammetto per andare a una sagra. Giorgio mi aveva avvertito che Fiammetto era lento, ma io non conoscevo ancora bene l’amico. Dunque arrivammo alla sua vecchia casa in quel caldo e lungo pomeriggio d’estate. Fiammetto era ancora a letto. Sua mamma lo chiamò all’una di pomeriggio (non si alzava mai prima di mezzogiorno). Lui si alzò in canottiera, si lavò, mangiò qualche panino, prese il caffè. Poi si rasò la barba con sapone e rasoio a mano. Fu un’operazione lunghissima davanti a un pezzo di specchio rotto appeso alla vigna. Poi diede da mangiare a pesci, criceti, conigli, galline. Ci mostrò le sue belle rose. Andò di sopra a cambiarsi e impiegò un’altra eternità. Poi svolse il rito di darsi la brillantina ai capelli; quello di lucidarsi le scarpe con il lucido che fabbricava con paglia bruciata. Poi dovette liberare il garage per tirar fuori la moto (una vespa verde) e preparare la miscela. Al momento di partire dovette riparare la vespa, e allora tirò fuori i ferri, gli attrezzi e perdette ancora tempo. Quando fu pronto era arrivata la sera. Lui partì e noi andammo a casa a cenare.
Nei pomeriggi con grande emozione esploravamo la vecchia casa di Fiammetto, quella che si diceva era stata un convento. C’erano stanze buie colme di rottami, scale ripide, stanze murate accessibili da botole, sottotetti… In quella casa il tempo si era fermato e sembrava di camminare dentro un passato pieno di ricordi e di segreti.
Una sera siamo andati alla sagra di Pilastro sulla macchina di Germano: una fiat 600 con riscaldamento sempre aperto perché guasto, così scoppiavamo dal caldo. Un’altra sera abbiamo proiettato filmine erotiche a casa di Fiammetto. Altre volte sul fienile facevamo sollevamento pesi con  manubri fabbricati da Fiammetto con ingranaggi di camion infilati nella sbarra. Una sera Giorgio ha cominciato a battere a macchina alcuni miei testi, ma è scoppiato un temporale e siamo rimasti senza luce.
Una sera di maggio sui nostri motorini siamo andati allo stagno delle rane. C’era la luna e il gracidio delle rane era assordante. Poi su quelle strade polverose siamo andati alla località  Colonnelli; era una estensione infinita di campi, divisi da fossati. C’erano sciami di lucciole e mi sembrava di volare percorrendo quei sentieri sotto la luna, fra tutte quelle lucciole con le luci intermittenti e silenziose. Alla fine sono tornato a casa bianco di polvere. Una sera accompagnammo Giorgio che cercava un posto isolato dove portare la sua ragazza la sera successiva. Arrivammo a una casa abbandonata fra Palesella e Angiari con edifici alti e imponenti ai lati:  stalle, fienili porticati, essiccatoi. Noi ci sdraiammo fra le viti a chiacchierare. Davanti a noi c’era la facciata della casa rischiarata dalla luna, con le finestre piccole e il comignolo altissimo. Mi piaceva quella casa e in seguito sono tornato a rivederla e fotografarla prima che la demolissero.
Una sera di settembre ci siamo radunati intorno al camino acceso nella vecchia casa di Fiammetto. Leggevamo storie del terrore, mangiavamo pannocchie abbrustolite e io fumavo la pipa. La stanza era ingombra di rottami, oscura e con ragnatele. Un vecchio topo passeggiava ogni tanto sul pavimento. Notate che in quegli anni le strade erano deserte, i campi erano deserti, le case erano poche e sperdute, i paesi sembravano abbandonati… Alcune sere noi 4 ci radunavamo in un capanno in campagna con una lampada ad acetilene, per parlare di ragazze. Una notte abbiamo mangiato peperoni sottaceto nel vecchio palazzo di Giorgio. In quell’occasione lui ci mostrò gli stanzoni oscuri e tetri. Poiché si era fatto tardi, per rincasare presi la scorciatoia attraverso un campo di tabacco sfogliato; attraversai di corsa il campo con la bici e i miei compagni sentivano il rumore dei fusti abbattuti.
Una notte di ottobre arrivai in motorino con indosso il giubbino nero, a casa di Renato. Insieme, a piedi, abbiamo percorso il sentiero campestre via Capersa. Il sentiero scendeva di fianco alla fornace abbandonata. Abbiamo raggiunto la vecchia casa del pastore anche essa abbandonata. Era una notte incantevole, magica. In cielo splendeva una luna di cristallo, la campagna sembrava irreale e fiumi di umidità cadevano giù su di noi.
L’esplorazione della campagna fu una esperienza strabiliante. Nel giugno 1969 io e Renato scoprimmo in via Arzarin un palazzo abbandonato. Ricordo ancora bene quella sera quando siamo entrati per la prima volta. Il palazzo era color celeste, con porta ad arco, poggiolo e 2 comignoli monumentali a forma di Y. C’era la luna e un ciuffetto di margherite spuntava di fianco all’ingresso. Dopo aver tirato 2 catenacci entrammo e visitammo il salone, le altre stanze ognuna con un differente colore: rosa, azzurro, verde. Poi i piani superiori: ricordo la scala che girava illuminata da un lucernario con vetri colorati. Le stanze da letto; una con lo spioncino. Infine c’erano i granai, con caminetti e finestre con inferriate, e più in su c’era la colombaia. Ma l’esplorazione non era finita: c’era la casa del fittavolo; intorno al palazzo c’erano edifici immensi: stalle, magazzini, anche essi abbandonati. Dietro c’era il pozzo con la tettoia. E a sinistra c’era uno stagno d’acqua con le rane che gracidavano… Un pomeriggio di una domenica di ottobre 1970 io, Renato, Fiammetto e Giorgio ci siamo arrampicati sul noce davanti al vecchio palazzo e siamo rimasti là a parlare di ragazze e a mangiare noci. Vorrei poter comunicare al lettore le sensazioni di quelle giornate fuori dal mondo, silenziose e senza tempo. Sono tornato tante altre volte là e ho fatto anche delle foto, ora perdute (ne ho recuperate alcune). Mi dispiace poiché il palazzo nel corso degli anni è stato saccheggiato, abbattuto e infine raso al suolo. Lo stagno è stato prosciugato e al suo posto sorge una fabbrica di cemento.
Un pomeriggio di primavera forse 1970, io e Renato attraverso il suo campo siamo andati verso est nei terreni denominati Vallette. Una grande estensione di territorio dove regnava silenzio e solitudine. Ricordo un ponticello di mattoni, il fiume Fossa, distese di meli… E, lontano, un villaggio abbandonato, con poche case color celeste, rosa, verde che sembravano un miraggio irreale e irraggiungibile. Negli anni successivi tutti questi posti vennero distrutti poiché costruirono una superstrada, una zona industriale, svincoli, piazzole per distributori.
Una mattina di domenica di giugno 1970, noi 4 andammo a visitare la villa della marchesa Dionisi a Cadellago. Giorgio  conosceva i custodi e così potemmo entrare. La marchesa in persona ci accolse e ci accompagnò a visitare i saloni affrescati, zeppi di ricordi. C’era la sala dei ciliegi, l’alcova, la stanza di Napoleone, la biblioteca… Poi andammo nel parco secolare e percorrendo il sentiero lungo il fiume lo visitammo tutto. Ricordo alberi giganteschi, il padiglione di bosso, la grotta, la statuetta di Venere. Successivamente siamo tornati ancora nel bosco per fare delle foto dove sembravamo fauni. Io e Renato poi siamo tornati tante volte clandestinamente saltando il fiume da dietro. Una sera lui perdette il maglione e ci siamo attardati a cercarlo. Nel crepuscolo sentivamo presenze e ci pareva di sentire passi e rumori di persone. Una sera ci hanno sparato un colpo di fucile e abbiamo sentito i pallini fra gli alberi. Un pomeriggio di novembre sono entrato da solo ma il guardiano armato mi scoprì e dovetti uscire subito. Nel 1972 la marchesa è morta in un incidente d’auto. La villa è stata svuotata, il parco saccheggiato. Ora, anziché castelli e ville preferisco visitare le tipiche case contadine.
Nel 1971 Renato era militare a s. Candido. Al suo ritorno nel febbraio 1972 portò un libro di poesie di Verlaine. Nella sua cucina mi leggeva le poesie e io mi entusiasmavo di questo poeta maledetto. In seguito comprai Rimbaud, Mallarmè, Bertrand Aloysius, Brerton, Eluard, Argon e tutti i surrealisti, Trakl, ecc.
Una domenica pomeriggio di giugno noi 4 siamo andati con i motorini dietro il bosco di Bertelè. C’era una coppia che faceva l’amore, sdraiati sotto il vecchio faggio. Noi ci siamo fermati più avanti e poco dopo loro ci vennero incontro. La ragazza era bellissima e raggiante; i short mostravano le gambe tornite. Lui era magro e serio con i capelli lunghi. Ci chiese una sigaretta e Giorgio gliela diede. Era una giornata con grandi nuvole bianche; di fronte a noi, oltre il fiume Fossa c’era il Ranch (una balera ricavata in una fattoria). La sua musica dolce arrivava fino a noi. Poi  quei due andarono alla loro macchina Citroen  che avevano lasciato oltre la ferrovia. Noi siamo andati a piedi fino al vecchio faggio che aveva il tronco inciso con frasi d’amore. In giugno 1972 con il mio motorino io e Renato siamo andati nel bosco di Bertelè. Era un giorno fosco e nuvoloso. Siamo entrati clandestinamente  da dietro. All’interno c’era un accampamento di girl scout. Una delle ragazze aveva perso una sciarpa, noi la abbiamo trovata e fatto amicizia. Abbiamo mangiato le more, abbiamo visto un riccio, ma poi ho dovuto portare Renato a casa di corsa poiché arrivava un temporale.
Una domenica pomeriggio aprile 1972 io e Renato partendo da casa sua abbiamo raggiunto le vallette attraverso campi. Qui passando su una tavola messa su un fosso abbiamo raggiunto una casa abbandonata in via delle Scope (così chiamata perché nei fossi sorgeva il Carice, che serve per fare le scope). Abbiamo esplorato la casa. Nel portico c’era un carretto. In una stanza da letto c’era una valigia piena di quaderni di scuola. Appartenevano a una ragazza che aveva abitato lì, e noi ci siamo divertiti a leggerli. Un’altra domenica di maggio siamo tornati alla casa abbandonata per sfogliare riviste Playmen che avevamo trovato. Erano riviste bellissime di erotismo soft. C’erano foto di ragazze nude, su cavalli bianchi, al crepuscolo, in riva al lago.  Un pomeriggio di fine aprile 1973 abbiamo attraversato a piedi le vallette, via delle Scope, via Ronchi e siamo andati nella località chiamata Colonnelli di Angiari. Questa era una estensione di terreno grandissima che comprendeva campi, boschi, laghi, paludi e case abbandonate. Noi abbiamo girovagato su quei sentieri, sulle rive dei laghetti, dentro ai boschetti di pioppi, fra i canneti della palude… Abbiamo visitato le case abbandonate. Non riuscirò a descrivere la sensazione di immensità, le emozioni, i silenzi di quelle domeniche senza tempo, i grandi spazi vuoti della campagna intorno a noi.
Nella primavera 1973 ai Colonnelli, Renato mi parlò per la prima volta di una ragazza di nome Sandra  che poi sarebbe diventata sua moglie. Una sera d’estate a casa di Fiammetto mi presentò la fidanzata; ricordo che aveva le unghie laccate di verde e io le lessi la mano.
In seguito siamo tornati ancora ai Colonnelli. Un freddo pomeriggio di novembre 1973 il sole scomparve e la nebbia scese all’improvviso sulla palude. Noi ci eravamo sperduti e correvamo a perdifiato mentre  nella nebbia dietro di noi eravamo inseguiti dall’ansito di un cane e dai tonfi di remi di una barca. Quella fu una delle ultime nostre gite. Nel 1974 Renato si sposò e andò ad abitare a Legnago. 
Anche Fiammetto intraprese una attività comune a molti giovani, in quei tempi a Cerea: l’intagliatore del legno. Dopo aver lavorato in una bottega, nel 1971 72 andò a lavorare nella tornerai di suo fratello. Andai anche io là alcuni mesi e Fiammetto mi insegnò a intagliare. Nel 1973 si comprò il banco e lavorò a casa sua, poi si fidanzò. Dopo varie attività sfortunate, allevamento fiori, tentativi di allevare polli insieme a me, nel 1976 diede vita a una radio libera, Radio Atlantide e poi Radio Beta. Nel 1980 chiuse la radio e aprì un laboratorio radio Tv. Nel 1983 si sposò   e cambiò lavoro. La vecchia casa alla Palesella fu venduta e distrutta. Il papà Giovanni morì nel 1999. Il convento crollò nel 2004.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
GLI   ANNI   70   BIANCHI
Il mondo degli anni 70 è diventato più grigio degli anni 60 e meno ricco di novità. Nonostante ciò gli anni 70 sono stati per me belli fino al 1975 e brutti dal 1976 fino alla fine.
Negli inverni 1971 72 frequentai un gruppo di amici capeggiati dal maestro  Todeschini a s. Vito. Ci radunavamo alle scuole, discutevamo, giocavamo, proiettavamo film e stampavamo un giornalino. Eravamo circa 15 ragazzi e ragazze. Ricordo: Giuliano, Renzo,  Luciano,  Rino, Mario figlio del pastore, Franca, Lucia, Rosanna, Emilia… Un ragazzo mi insegnò alcuni bei giochi di prestigio con le carte.
Negli anni 70 quando ci fu la famosa partita a scacchi fra Fisher e Spasky scoppiò anche a Cerea la febbre degli scacchi. Sandro fondò un circolo scacchistico, io compravo libri di scacchi a Verona e li rivendevo a Cerea; Ezio mi offrì qualunque somma per una scacchiera ma a Verona erano tutte esaurite! Una sera d’inverno io Sandro e Lucio  siamo andati al Palytime a vedere uno spogliarello.
Un bel natale l’ho trascorso nel 1971, mi pare. Era un giorno nuvoloso e sono andato in bici ai Colonnelli dove ho trovato un pastore col quale chiacchierare. In quegli anni d’estate raccoglievo la camomilla che poi bevevo in infuso a colazione. Nel 71 visitai la galleria d’arte il Fauno a Verona dove esponeva Vinicio Pradella coi suoi bei quadri surrealisti.
Agli inizi degli anni 70, la mia nuova passione per l’astronomia mi fece conoscere Gino; questo era un ragioniere in pensione, della banca privata Bresciani. Gino era un personaggio eccezionale: capelli bianchi e lunghi, guidava un’auto Topolino, era astrofilo, bibliofilo, musicofilo, scacchista e viveva in campagna. Io andavo a casa sua per osservare le meraviglie del cielo col suo telescopio Zeuss da 130 ingrandimenti. Vidi le montagne della luna, i satelliti di Giove, gli anelli di Saturno, Venere, Marte, imparai a conoscere le costellazioni e a costruirmi un piccolo telescopio lungo 2 metri con un tubo di plastica. Alcuni anni dopo Gino morì e mi dispiacque molto.
Nelle notti di agosto, umide e afose, io e Renato andavamo in campagna a studiare le costellazioni e a osservare le stelle. Una bella notte stellata, in via Cabianca, eravamo seduti sulle nostre bici, e guardavamo il cielo. All’improvviso arrivò la guardia notturna del paese, ci puntò la pila in faccia chiedendoci cosa facevamo. Se avessimo detto la verità non ci avrebbe creduto. Così Renato raccontò che aveva rotto la bici.
Nel 1972 dopo molte incertezze e dispiacere di abbandonare la campagna, tornai a Sottomarina con la nonna materna. Ma questa volta mi annoiai terribilmente. Il mare ormai non mi interessava più. A quel tempo imparavo a suonare il piffero e leggevo filosofia orientale. Una sera ebbi l’idea di andare a vedere sorgere la luna in spiaggia. Ma non era come una volta, ora c’erano i bagnini e mi mandarono via. La sera dopo mi spostai verso la diga. Sulla spiaggia c’erano alcuni uomini in piedi immobili (omosessuali?). Quando mi videro tutti vennero verso di me ed io corsi via. Andai più avanti. C’era molto buio e sentivo i gemiti di 2 che facevano l’amore. Per non disturbarli mi voltai per andarmene, e inciampai sulle loro gambe. Disgraziatamente un’auto lontana vicino alla diga, accese i fari e vidi che i 2 amanti erano distesi in una buca per le sabbiature. Scappai via. Più avanti c’erano altri uomini e uno di loro mi seguì fino a piazza Italia.
Una sera d’estate 1972 passando nella campagna dietro il cimitero di Cerea udii uno strano suono proveniente da dentro. Era un sibilo forte seguito da un suono gutturale: sssssgggggt. Mi arrampicai sul muro e il suono si spostò nel lato opposto del cimitero. Tornai altre volte per sentirlo e sono anche entrato dentro. Ho raccontato la storia ad alcuni amici, ma mi hanno accompagnato fin vicino al muro rifiutandosi di entrare. Alcune volte sono entrato da solo per tentare di risolvere il mistero. Ricordo una notte di agosto di ritorno in bici da Minerbe. Passando per s. Vito vidi Marte che nel cielo a est rosseggiava come una macchia di sangue. Arrivato a Cerea sono entrato nel cimitero e ho fatto un giro ascoltando il rumore che faceva rabbrividire. In seguito ho saputo dall’amico cacciatore Franco che alcuni uccelli notturni come l’allocco, emettono quel suono.
 Le sere d’estate mi piaceva andare a Minerbe in bici e percorrere lentamente il viale dei tigli (viale Ungheria). Scrissi là la poesia Notturno nel luglio 1973. Una sera sono andato a Minerbe in compagnia di Roberto. Per disgrazia ruppi la bici e dovetti cercare un meccanico. Scoppiò un temporale terribile. Non pioveva ma i lampi illuminavano a giorno tutto il paese, mentre eravamo dal meccanico. Al ritorno ruppi anche i pantaloni. Altre volte andavo a Minerbe di sera e mi ispiravo al profumo dei gelsomini nel viale dei tigli.

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Ricominciano le avventure.
Con i primi anni 70 finì la mia amicizia coi ragazzi di Palesella. Ora frequentavo un nuovo amico che era anche mio cugino. Renzo figlio di un fratello di mia nonna paterna. Con Renzo  ho tanti bei ricordi poiché abbiamo trascorso tante avventure meravigliose insieme. E’ un piacere ricordarle qui.
Un caldo pomeriggio d’estate, mentre vagavamo in bici per la campagna assolata, udimmo gridolini e risatine nel folto dei salici. Seguendo il sentiero arrivammo al fiume Fociara, dove alcune ragazza facevano il bagno. Ma al nostro arrivo, scapparono via tutte, dalla riva opposta..
Un tardo pomeriggio di fine settembre di ritorno da Minerbe, Renzo in motorino tirava me in bici. Arrivati a Bonavigo abbiamo seguito la strada a sinistra dell’Adige, per vedere dove portava. Ci siamo perduti e abbiamo chiesto a un vecchio. La strada era cieca e dovevamo tornare indietro. Rimanemmo a parlare, finché il vecchio ci disse: “Affrettatevi perché scende la sera.”
Il sole era scomparso dietro l’argine del fiume e la sera scendeva immensa e paurosa sulla campagna. A tutta corsa siamo tornati indietro costeggiando pioppeti fruscianti.
Negli anni 1971 72 73 mi interessava la chiromanzia e  studiavo Cheiro, Desbarolles, Benham. Nelle domeniche 1972 era proibito l’uso delle automobili poiché c’era l’austerity. In quell’inverno avevo montato sulla bici 2 tubi di gomma al posto delle camere d’aria; così non foravo più, però le ruote erano diventate più pesanti.
Le domeniche pomeriggio del 1972 io e Renzo andavamo a Minerbe in bici passando per s. Vito. Un pomeriggio di ottobre al ritorno vidi tante belle ragazze e ragazzi che giocavano sul piazzale della vecchia chiesa di s. Vito e nel campo dietro alla sacrestia. La domenica successiva ci fermammo anche noi a s. Vito e facemmo amicizia. Così io e Renzo arrivammo a rompere la noia delle domeniche in quel paesino. Restavamo là fino al buio. Io leggevo la mano alle ragazze e questa attività mi dava un po’ di successo. Ricordo Patrizia calma e raffinata, Annamaria sempre malinconica, la frizzante Loretta, una grassottella ansiosa, una ragazza alta e seria con i capelli lunghi povera ma bellissima. Del gruppo di ragazzi ne ricordo qualcuno: un meccanico zoppo che desiderava sposarsi presto, un ragazzo grande e grosso che si divertiva a prendere in giro Renzo. Un giorno offese Renzo e lui gli diede un forte schiaffo. Per un attimo temetti il peggio e mi misi fra loro per separarli ma tutto finì lì.
Un pomeriggio mentre giocavamo, la palla saltò al di là di un basso muro. Nessuno voleva andarla a prendere e così andai io. Scalai il muro e discesi facilmente dall’altra parte camminando su un gran mucchio di legna. La nostra palla era in fondo al cortile deserto. Mi chinai per raccoglierla e sentii un ringhio basso e feroce alle mie spalle. Mi girai e rabbrividii vedendo il grosso cane. Ora capivo perché nessuno voleva scavalcare il muro. Pianissimo, senza voltare la schiena al cane, indietreggiai mentre il cane mi seguiva. Salii la catasta di legna e ritornai dai miei amici portando la palla.
Trascorremmo pomeriggi autunnali incantevoli. In inverno, quando era troppo freddo, ci radunavamo a giocare in uno stanzone della canonica. Si entrava da una porticina di fianco alla chiesa e dopo un lungo corridoio si arrivava dentro uno stanzone che aveva il pavimento metà di mattonelle e metà di mattoni. Un pomeriggio di fine dicembre siamo rimasti là fino a sera e quando siamo usciti abbiamo trovato… buio e un nebbione fitto da fare paura. Non si vedeva più nemmeno la lampadina sulla piazzetta. C’era una vecchia lì vicino che ci disse: “Tornate a casa, tornate a casa altrimenti le vostre mamme staranno in pensiero”. Così siamo saliti sulle bici e lentamente abbiamo pedalato fino a casa.
Nelle domeniche pomeriggio di gennaio, gelide e ghiacciate, a volte arrivavamo a s. Vito ma non c’era nessuno. Allora proseguivamo sempre in bici, fino all’incrocio sulla strada per Minerbe. Proseguivamo dritti su una strada non asfaltata e poi su sentierini campestri che ora non saprei ritrovare. Sbucavamo a Boschi s. Anna di fronte a una osteria con juke box. Si entrava scendendo uno scalino. Dentro c’erano alcune stanze piene di gente e il juke box che suonava. Restavamo là a scaldarci e poi tornavamo indietro sempre per la stessa strada. Qualche domenica andavamo a scaldarci nel bar di Orti, dove in fondo c’era il bocciodromo. Nei freddi pomeriggi invernali a volte andavamo a casa dell’amico Antonio di Vangadizza. Antonio era intagliatore, aveva la barba e un vecchio padre ed era molto ospitale. Stavamo nella cucina a riscaldarci. Chiacchieravamo e intanto io ammiravo sua sorella Adelina.
In estate io e Renzo in motorino andavamo a mangiare pomodori in un campo a Orti ma il padrone ci vide da lontano e noi scappammo via. Una domenica di ottobre abbiamo incontrato Annamaria seduta sui gradini della vecchia casa a Orti. Siamo rimasti a chiacchierare durante tutto quel grigio pomeriggio. Passò in macchina l’amico Giorgio R* che ci salutò. Quando arrivai a casa scrissi una poesia dedicata ad Annamaria.
Giorgio R* una sera mi portò a Orti a casa di una ragazza in cerca di fidanzato. Mentre stavamo là in cucina, i genitori mi chiesero che lavoro facevo. Risposi: “Aiuto mio papà nella bottega di riparazioni radio, ma non mi piace questo lavoro. Io sono scrittore.”
I genitori mi chiesero: “Uno scrittore? Chissà quanto guadagna ?”
Risposi che non guadagnavo niente e lavoravo per passione.
I genitori della ragazza si guardarono e io lessi i loro pensieri: “Questo qui non è il tipo che va bene per nostra figlia.”
Una domenica mattina rubarono il motorino di Renzo a Cerea. Mentre camminavamo per cercarlo vedemmo il motorino alla custodia Busa. Era successo questo: una donna aveva rubato il motorino e lo aveva portato alla custodia lì vicino, lasciando detto che sarebbe venuto il figlio a prenderlo. Andammo dai carabinieri e dopo molti discorsi riuscimmo ad avere il motorino dal custode. Egli però pretese i soldi del posteggio.
Nella primavera 1973 (mi pare) causa reumatismo, vendetti il motorino Legnano Sachs a Gianni S* (quello che me lo aveva venduto 4 anni prima) e poco dopo mi pentii e corsi a ricomprarlo, ma Gianni  S* non lo aveva più. Allora comprai altre moto, da Luigino e da altri ma le rivendetti subito poiché non mi trovavo bene.
Nell’agosto 1973 andai a Verona con mio padre che mi comprò una auto Fiat 500L  usata, bianca. Io non me la sentivo di guidarla e così la guidò mio padre mentre io lo seguivo con la sua Fiat 600. Arrivati a casa la 500 puzzava da pesce poiché si era guastato il polmone di apertura automatica dello sfiato aria. Così eliminai l’automatismo e misi anche uno spruzzatore ridotto per risparmiare benzina. Di sera facevo insieme a mio padre alcuni giretti a Roverchiara per impratichirmi. Ma i primi momenti mi sentivo molto insicuro.
In primavera 1974 io e Renzo siamo tornati a s. Vito in macchina. Io incominciai a corteggiare Patrizia,la ragazza povera e bella, ma lei era selvatica e non voleva. Certo aveva paura di suo padre, un tipo rustico. Un giorno era accompagnata da suo padre che mi proibì di parlare con sua figlia. Una domenica di maggio entrai nello stanzone e mi avvicinai a lei. Subito sbucò suo padre che mi venne incontro minaccioso. Io e Renzo fuggimmo via e salimmo in macchina. L’uomo uscì sempre adirato ma appena vide la macchina si fermò sbalordito. Sul suo viso si leggeva la sofferenza per avermi trattato male. Ora che aveva visto l’automobile capiva che io ero un buon partito per sua figlia ed era dispiaciuto di perdermi. In ogni modo partimmo e non tornammo più a s. Vito. Ci tornai alcuni anni dopo ma tutto era cambiato. La compagnia si era sciolta, le ragazze non le rividi mai più. In seguito la chiesa fu acquistata dall’archeoclub di Legnago. Eressero una chiesa nuova e il paese si spostò a sud.
Una domenica di novembre io e Renzo siamo andati in bici a s. Zenone di Minerbe. C’era un palazzo immenso. Siamo entrati nel cortile dove c’erano alcuni ragazzini e ho chiesto di vedere il palazzo. Loro ci hanno portato nei granai, dentro stanzoni immensi e dimenticati. Senonchè, quando è arrivato il momento di scendere le scale abbiamo visto i genitori che ci aspettavano là sotto e avevano una faccia arrabbiata. Mi è venuto il batticuore, però subito dopo ho avuto un’idea. Sorridendo dissi a loro: “Una bella visita al museo!” Sorrisero anche loro e così evitammo di venire sgridati. La stessa sera arrivò una nebbia fittissima e Renzo forò la bici. Alcuni ragazzini ci indicarono un vecchio meccanico. Andammo a casa sua. Il vecchio tirò fuori una cassetta di attrezzi, riparò la ruota e Renzo gli diede 500 lire. Un’altra domenica entrammo nella villa coi merli a Pressana. Anche lì chiedemmo al bambino di visitarla e lui ci guidò di sopra e fin nei granai. Nel frattempo i genitori erano scappati fuori spaventati e chiamavano il bambino. Dovetti rassicurarli dalla finestra del granaio.
A s. Zenone abbiamo conosciuto molte ragazze: Sabrina, Cristina, Patrizia  e altre. Io e Renzo siamo tornati a San Zenone tanti pomeriggi di domenica. In  dicembre ci siamo seduti sulla solita panchina bianca per aspettare le ragazze, ma incominciò a nevicare e siamo andati via.
Una notte di primavera profumata di tigli vedemmo ragazzi e ragazze che si baciavano dietro la vecchia pesa. Una sera d’inverno eravamo seduti  sulla mia macchina e parlavamo con le ragazze. Sabrina mise il seno sporgente dentro al finestrino per provocarmi, ma non ebbi il coraggio di toccarlo. Renzo regalò un cervo scolpito da lui, a una bionda di nome Cristina.  Nei grigi pomeriggi invernali, vicino alla pesa, una vecchina col carretto vendeva caldarroste, patate dolci, arachidi, lupini, semi di zucca…
Nell’inverno 1974-75 io e Renzo arriviamo a Pressana. Era una sera fredda e buia. Chiedemmo informazioni a un uomo che entrava in una porticina e lui ci disse: “Entrate.” E poi: “Tirate”. Lo aiutammo a tirare le funi delle campane. Poi lui ci diede le informazioni desiderate. (storia inserita in: La ragazza del paese stregato).  Era il campanaro Giovanni Massignan. 30 anni dopo io e Renzo siamo andati a vedere la sua tomba.
Un freddo pomeriggio d’inverno 1974-75, io e Renzo arriviamo a Zimella. Visitammo il vecchio palazzo del Grest. Dentro c’erano grandi sale vuote, bei dipinti ma i piani superiori erano abbandonati e in sfacelo. Un uomo e poi una donna salirono le scale in fretta. Poi salirono un gruppo di bambine. Arrivati al terzo piano vidi le bambine davanti a una porta chiusa che spiavano dal buco della serratura. Chiesi cosa facevano là dentro. Una bambina fece cenno di fare silenzio poi disse piano: “L’a-mo-re.” Questo episodio vero l’ho descritto in: La ragazza del paese stregato, compreso in Storie d’amore e di Mistero.
In estate ho parcheggiato la macchina davanti al cimitero di Zimella, sullo spiazzo pieno di ortiche. Renzo mi ha detto: “Senti l’odore.” Infatti le ortiche maciullate mandavano un odore aspro e forte.
Alla sagra di Bonaldo, Renzo ruppe un sandalo. Non potendo camminare ci informammo dove c’era un venditore di scarpe. Ci indicarono un tizio a San Stefano. Andammo là in macchina. L’uomo ci disse di andare al mercato a Lonigo al lunedì. Ma poi vedendo la situazione andò nel camioncino e ci portò un paio di ciabatte nuove. Renzo gli chiese il prezzo, voleva pagare, ma l’uomo disse di no e rientrò in casa.
Nella primavera- estate 1972 andai a lavorare con Fiammetto nella tornerai di suo fratello là Fiammetto mi insegnò a fare l’intagliatore. In quel periodo conobbi anche Teresa  che abita di fronte. Poi andai a lavorare da  Luciano in via Mantova. In risposta a offerte di lavoro mi recai a Verona, Legnago. Mi proposero di vendere, solo a percentuale, lacche, pentole, aspirapolvere… In risposta a un altro annuncio sul giornale mi recai a Terranegra. Questi annunci erano sempre misteriosi e non dicevano mai in cosa consisteva il lavoro. In ufficio mi dissero che si trattava di vendere qualcosa, senza mai dirmi cosa. Allora lo chiesi più volte e l’impiegato rispose: “Acciai da cucina”. “Pentole!” dissi io. L’impiegato restò di sasso ed io andai via. Nell’estate 1973 circa, andai a vendere enciclopedie per la Rizzoli a Legnago. Mi presentai a un certo dottor C* il quale mi fece una lunga tiritera su come affibbiare enciclopedie alla gente. Mi misero insieme a una ragazza e un altro ragazzo e insieme andavamo a suonare alle famiglie di Legnago e Porto. Fu un’estate sprecata. Non vendemmo quasi niente e in più venni a sapere che un ex venditore non era stato pagato da C*. Così per risarcirmi del tempo perduto mi tenni la valigetta col catalogo. Durante una delle nostre peregrinazioni in quei caldi pomeriggi, ci sedemmo sui gradini per riposare. Passò un cagnolino bianco, randagio. Io lo chiamai e il cane venne a farsi accarezzare. La ragazza mi guardò con espressione sbalordita e commentò: “Tu devi essere un gran rivoluzionario!”
In quel periodo avevo incominciato a trascrivere le frasi che trovavo scritte sui muri delle case abbandonate, sui tronchi degli alberi, nei cessi. C’era di tutto: frasi d’amore, di sesso e di libertà. Intendevo raccoglierle in un libro intitolato: Iscrizioni nelle latrine. Il materiale era interessante ma purtroppo in seguito ho perduto il quaderno.
Ma riprendiamo le avventure con mio cugino Renzo. Nel 1973 andavamo a Minerbe in bicicletta. Il campanaro Anselmo ci aveva fatto conoscere una buona ragazza di nome Angelica che cercava il fidanzato. Un pomeriggio eravamo seduti al bar e Angelica propose di andare al cinema (davano un film dell’orrore). Invece siamo andati alla sagra di Boschi s. Anna. In paese abbiamo trovato  Luigi e abbiamo abbandonato Angelica. Siamo andati a casa di suo cugino Giovanni  a guardare una bella filmina erotica. Poi però il mattino dopo ho telefonato ad Angelica, al magazzino delle mele di Minerbe dove lavorava, e abbiamo fatto la pace.
Una domenica siamo andati a passeggio a Legnago dove abbiamo incontrato Antonio. Un pomeriggio di una domenica di giugno 1973 eravamo a Minerbe io, Renzo e Angelica. Poco dopo nel viale dei tigli (Ungheria) incontrammo l’amica Nadia  con sua sorella. Così lasciammo Angelica per raggiungere Nadia e insieme ci sedemmo sotto il pergolato del bar della stazione. Nadia era bellissima, bionda, in minigonna nera e camicetta bianca, e il profumo dei tigli faceva sognare. Dopo questo incontro molto romantico, a Cadelago scrissi la poesia Sere di Giugno e a casa incominciai a scrivere il romanzo: Sortilegio dove descrivevo la mia avventura con Franca nel 1966.  Ma era pieno di errori e ingenuità, così successivamente ho riscritto Sortilegio più volte, dandogli una forma corretta, togliendo gli eccessi, squilibri e imperfezioni di quando ero inesperto.
Nell’estate 1972 circa, Giovanni mi disse: “A Vigo c’è una ragazza che ci sta. Si chiama Anna e abita nella casa dopo la ferrovia.”
Partiamo in bici, all’una del pomeriggio con un caldo bestiale. Strade deserte. Arriviamo alla casetta con tutte le finestre chiuse. Giovanni chiama: “Anna. Anna…”
Restiamo lì ad aspettare nel cortiletto per circa due ore.
Sul tardo pomeriggio si apre una finestra al piano superiore e appare una vecchia. Giovanni chiede di Anna e la vecchia risponde: Mia figlia non c’è, è andata a ballare.”
Noi andiamo via.
Per qualche tempo, fino a novembre, frequentai Giovanni  e a volte insieme a Renzo siamo andati alle sagre di Roverchiara, Begosso. Un pomeriggio di agosto eravamo seduti al bar di Minerbe io, Renzo, Giovanni (che aveva una vecchia zia nel viale Ungheria) e Luigi. Decidemmo di ordinare 4 birre. Gli amici le volevano fresche, ma io li convinsi che, poiché eravamo molto sudati, sarebbero state meglio calde, cioè fuori dal frigo. Arrivò il cameriere e Luigi ancora suggestionato dai miei argomenti disse “4 birre calde!”. Seguirono gran risate.
La madre di Giovanni era sgarbata col marito e gentile con me. Una sera d’inverno andai a chiamarlo e per la strada incontrai Nazareno che mi accompagnò. Giovanni non c’era, c’era sua mamma vestita di bianco che mi aprì, ma quando vide l’amico si ritirò. Dopo di allora non mi permise più di entrare in casa.
Un’altra avventura importante e significativa con Renzo l’ho avuta nel 1974-75. Ed è stata l’ultima. 15 Novembre 1974: Io e Renzo siamo in macchina per esplorare la pianura veronese. Partendo da Minerbe attraversammo Miega, Michelloire, Presina. Da lì la strada era bianca, piena di buca e c’era nell’aria odore di carogna proveniente dalle piantagione di cavoli. Visitammo la chiesetta di s. Lucia e arrivammo a Veronella che era buio. Il paese mi affascinò subito per la sua antichità e caratteristiche. C’era il castello, la fontana, i merli, le case basse, gli stemmi araldici. . .  Decisi  di ritornare. Tornammo tutte le feste fino a tutto il 1975. Io e Renzo visitammo tutti i paesi limitrofi: Zimella, s. Gregorio, Bonaldo, s. Stefano, Volpino, Baldaria, Cologna, Desmontà, Modon, Roveredo, ecc. A Veronella nel novembre 1974 conobbi una ragazza 15enne di nome Pia e mi innamorai di lei. Sono andato da Pia insieme a Renzo (che mi dava 1000 lire per 4 litri di benzina) dal dicembre 1974 fino al settembre 1975. Ricordo i pomeriggi indimenticabili trascorsi insieme in quel suggestivo paese con le mura merlate. Pomeriggi di nebbia e pomeriggi di vento profumati di calicanto. Pomeriggi infuocati d’estate e malinconici d’autunno. Abbiamo conosciuto anche sua sorella, l’amica Daniela e il fratellino. Ho regalato a Pia una radiolina e una bici pieghevole comprata a Morubio. Ma suo padre non l’ha voluta, io e Renzo abbiamo tentato di rivenderla a s. Bonifacio e poi la abbiamo gettata in un fiume.
L’amore per Pia  è stato il secondo (e ultimo) mio grande amore platonico. (il primo era stato con  Franca di Minerbe).  La mia storia d’amore con Pia mi ispirò una raccolta di liriche simboliste che scrissi nel 1975: Variazioni d’amore. Le avventure che vissi con lei mi ispirarono il romanzo che scrissi da marzo a settembre 1975 seduto sulla panchina in giardino; per ispirarmi cantavo sottovoce il Dies Irae.   Ma il testo era pieno di errori e di ingenuità, perciò lo revisionai nel 1988 conservando trama, atmosfera tetra e togliendo tutti gli errori. L’opera perfezionata e finita si intitola: La ragazza del paese stregato.
Ho fatto tanti bellissimi sogni sempre a colori. Ho avuto anche molti sogni profetici. Quasi sempre sognavo in anticipo le risposte che gli editori davano alle mie richieste di pubblicazione. Racconterò un sogno. Avevo scritto all’amico di un editore affinché mi aiutasse a pubblicare il mio libro. Trascorse quasi un anno e io mi ero dimenticato di lui. Una notte, all’alba, feci un sogno chiarissimo: mi arriva una busta color rosso, con un francobollo stranissimo. Apro la busta e incomincio a leggere il foglio. Non vedo le parole ma provo una sensazione di profonda delusione; “Ah!” penso, “non ha potuto aiutarmi…” Mi sveglio di soprassalto, teso e sudato. Lo stesso mattino il postino mi recapitò una busta. Era una busta color rosso (rarissime) con un francobollo strano, commemorativo. Aprii. Era l’amico che si scusava per il ritardo e mi diceva che non poteva aiutarmi. Nel 19?? Ho sognato fiamme altissime che salivano al cielo dietro la casa F-P* a est, e pochi giorni dopo è accaduto un terremoto in Jugoslavia. In maggio 1975 all’alba feci un altro sogno profetico. Sognai che la mia auto Fiat500 bianca risaliva da un abisso. Una catena tirava su l’auto ed io stavo accanto e ridevo. Al risveglio ero tutto sudato e agitato. Cercavo di trovare un significato senza riuscirci. Circa un mese dopo, io e Renzo ritornavamo da Veronella passando per Cadelago. Prima del mobilificio L* decisi di  fermarmi su uno spiazzo per orinare. Accostai la macchina ed entrai nello spiazzo. Subito sentii un forte colpo. Era la ruota anteriore destra che era sprofondata in una buca. Ma non lo capii e avanzai ancora. La macchina sprofondò e quello che avevo scambiato per uno spiazzo era una scarpata con l’erba alta a livello della strada. Uscimmo e chiedemmo aiuto dentro la fattoria M* lì di fronte. Arrivò un uomo col trattore; agganciò una catena alla macchina e tirò su. Io ero lì, preoccupatissimo per i danni che avevo subìto. Quando l’auto arrivò su constatai che la carrozzeria non si era fatta niente, neppure un graffio. Allora per la tensione nervosa scoppiai a ridere. E immediatamente ricordai nitidissima la scena del sogno. Era identica: l’auto che risaliva tirata dalla catena ed io lì vicino che ridevo. Questo sogno documenta la realtà della veggenza. Renzo diede 1000 lire all’uomo del trattore e ripartimmo.
Io e Renzo abbiamo visitato i castelli di Illasi, Soave, Bevilacqua, Ferrara, Mirandola. Le rocche di Stellara, s. Felice sul Panaro, Caldiero. Siamo andati a vedere le ville di Orgiano, Villimpenta, Canda. Il palazzo del diavolo di Sorgà, la villa di Carbonara Po’ con 25 Kg di monete d’argento racchiuse dentro una colonna… Abbiamo esplorato sistematicamente il Veronese, Rovigino, Vicentino, Padovano. Zelo, Canda, Trecento, Castelguglielmo, Presciane, Ghiacciano, Baruchella, s. Bellino, Sermide, Vescovana con la tomba gotica dei conti Moroni, Stanghella col bosco, la torre di Lusia, il palazzo di Tribano, parco e villa di s. Elena d’Este, l’abbazia di Carceri, Ponso, Noventa, Balduina, Boara Pisani, s. Martino Spino, Magnacavallo… e paesi, frazioni, contrade… nei pressi di Vescovana si è rotta la cinghia della macchina e ho avuto la fortuna di trovarla presso una famiglia. A Tregnago ho avuto un incidente nel 1976. Siamo stati sul lago di Fimon, al carnevale di s. Gregorio, di Zimella. E poi abbiamo esplorato case contadine, fienili, stalle, colombaie, barchesse, pollai…
Nelle nebbiose domeniche d’inverno attraversavamo le valli e andavamo  a vedere filmine erotiche a casa di G* a Castelmassa  che aveva una bella nipote. Una domenica d’inverno siamo andati in treno a Legnago al cinema Italia per vedere il pessimo film “L’esorcista”. Sul ponte di Porto abbiamo trovato le amiche di S Zenone, anche esse nauseate da quel film. Poichè c’era da aspettare 2 ore per il treno, siamo tornati a piedi lungo la ferrovia. In maggio abbiamo mangiato le ciliegie sulle colline di Villaga. In luglio io Renzo e Nazareno  siamo andati a Recoaro a bere l’acqua e siamo saliti sulla seggiovia. L’ultima domenica di agosto 1975 alla sagra di s. Stefano di Zimella incontrammo una bambina sola che piangeva. Disse di essersi smarrita e allora io feci chiamare i genitori all’altoparlante della giostra. Nel 1987 questo particolare mi  ispirò l’inizio di un racconto. Nel 1977 siamo andati al cinema Italia a vedere: Quell’oscuro oggetto del desiderio.
Tutte le sere d’estate andavamo a Morubio, Roverchiara o Angiari in bici passando per via Capersa. Sulla piazza di Angiari c’erano alcune ragazze e noi avevamo fatto amicizia. C’erano 2 Monica e altre. Una sera percorrevamo in bici via Capersa diretti ad Angiari. Sul ponte della Focciara la bici di Renzo entrò in una buca e lui ruppe i pantaloni. Io ridevo da matti a vederlo in quelle condizioni e per quella volta fu costretto a ritornare. Un pomeriggio di agosto abbiamo incontrato 3 ragazze in bikini che prendevano il sole sull’argine dell’Adige e siamo rimasti là a chiacchierare. Una notte d’estate a Roverchiara abbiamo visto una donna seminuda alla finestra, mentre stava per andare a dormire. A volte andavamo in piscina ad Albaredo o Caldiero. Una volta in luglio, eravamo in bici e ha incominciato a piovere. Ci siamo rifugiati alla fornace di Albaredo e un operaio ci ha mostrato i forni in funzione. In agosto a Zimella abbiamo partecipato al funerale di un vecchio mescolandoci ai parenti in casa. Al primo gennaio passando per Baldaria abbiamo visto una festa e siamo entrati mescolandoci agli invitati. C’erano canti e giochi.
Un pomeriggio nuvoloso siamo partiti ma Renzo aveva una bici difettosa e poco affidabile. Per convincerlo a partire portai con me una borsa di attrezzi. Tutte le volte che la bici dava segni di rompersi, Renzo mi guardava preoccupato e allora io scuotevo la borsa dei ferri dicendo: “Abbiamo qui l’officina.”
A Cerea in luglio avevo visto un uomo che raccoglieva i fiori caduti dei tigli. Si chiamava Sante e veniva da Solesino. Così io e Renzo siamo andati a trovarlo. Sante viveva in una casa-pensione a Solesino;  ci mostrò l’orto botanico di un suo amico e le fabbriche per la lavorazione delle erbe. Si sentiva l’aroma forte delle erbe officinali dentro quei posti. Nel 1979 riparai la dentiera a Sante e venne a prenderla a casa mia in motorino da Solesino portandomi il Calamo e altre erbe.
Nel nostro vagabondare abbiamo esplorato ogni casa disabitata, ogni fattoria, villa, castello o campanile della campagna veneta nella pianura compresa fra Verona, Mantova, Padova, Vicenza e Rovigo. A partire dal 1977 circa non frequentai più Renzo (o ci vedevamo solo saltuariamente) e si chiude un altro capitolo della mia vita.
Nel giugno 1975 comprai a Verona un motorino Califfo per 150.000. Lo portammo a casa nella Fiat600 di mio padre. Con il motorino andai a S. Bonifacio a trovare la poetessa Castellani, ma mi aspettavo una ragazza giovane invece trovai una vecchia e scappai via. Poi però in seguito ritornai. La sera del giovedì prima della sagra del Carmine andai a Veronella. Per la strada di Cadelago scrissi la poesia Da solo. A Veronella davanti alla casa del Conte scrissi l’inizio di Sentimenti. Andai a casa tardi, presi un reumatismo, così vendetti il motorino a Renato per 100.000 lire.
Nel corso degli anni alle domeniche sono andato tante volte a Minerbe. Ho sempre desiderato vivere in un piccolo paese con una casetta, un lavoro, una moglie, dei figli. E a volte ho anche lottato per ottenere questo scopo, che era molto aldilà delle mie forze. Poi assistevo agli orrori della vita coniugale, le bassezze, le piccinerie, le liti, i disaccordi. E allora mi dicevo che ero fortunato ad essere quello che sono: uno scrittore libero. Ma continuavo ad andare a Minerbe e sognare una vita normale. Karma? Chissà! 
Nel 1975 in libreria conobbi il simpatico prof. Gino. Andai a trovarlo a casa e lui esordì in dialetto: “Non mi piacciono gli scrittori perché hanno paura di togliere le mutande e chiamare la fica con il suo nome”.
Nel 1975 circa dopo ricerche bibliografiche immani, dopo aver scritto a mezzo mondo, perfino in Australia, arrivai alla conclusione che gli autori dei Racconti di Dracula: Max Dave, Morton Sidney, Paul Carter, Frank Graegurius, Red Schneider, Dough Steiner George Wallis, Harry Small, ecc. forse erano italiani e quei nomi erano solo pseudonimi. Scrissi all’editore pregandolo di darmi gli indirizzi in cambio di 50.000 lire. Ma l’editore taceva. Allora mi rivolsi a una agenzia investigativa di Milano e con la somma di lire 100.000 mi spedirono gli indirizzi richiesti eccetto quello di Max Dave. Contemporaneamente mi rispose l’editore spedendomi pure lui gli indirizzi richiesti eccetto quello di Max Dave poiché era morto nel 1969. Così scrissi finalmente agli autori, in seguito telefonai e facemmo amicizia.  (Vedi Gli scrittori dell’orrore).
Ma quello col quale ho fatto amicizia e col quale ho goduto una lunga e intensa corrispondenza (purtroppo ora perduta!) è stato Frank Graegorius. Nel 1976 circa, scrissi per la prima volta a questo uomo eccezionale e straordinario. Ne ricevetti lettere di toccante sensibilità, di profonda conoscenza e ispirata bellezza. Graegorius possedeva  una profonda conoscenza letteraria, magica ed esoterica raccolta in 5000 volumi e una sensibilità da grande artista. Questo uomo straordinario aveva scritto oltre 100 romanzi gialli e neri oltre un libro di psichiatria (Psicologia Medica). Quelli che preferisco di più sono i Racconti di Dracula scritti negli anni 60: I sussurri delle streghe,  Il golem,  Sudario nuziale,  Il castello delle rose nere,  L’ululato del lupo mannaro,   L’organo dei morti,   Nostra signora morte. Opere di profonda sensibilità artistica, ricche di simboli, di visioni, intrise di conoscenze esoteriche, avvolte nella bellezza e nel mistero. Ecco un pezzo della sua prima lettera, che cito a memoria: “Mi hanno molto stupito le sue lodi ai miei pastiches. Non era mia intenzione scrivere opere d’arte e nemmeno di buon artigianato e solo per caso, nei momenti di buona ispirazione mi è scappato dalla penna qualche brano passabile.”
 Gli spedii il mio libro  (la vecchia versione de Il Paese Stregato) e lui commentò: “Mi hanno divertito le mie citazioni all’inizio dei capitoli. Si ispiri più a Poe e Lovecraft che al sottoscritto. Il romanzo mi è piaciuto. C’è in esso una atmosfera sottile, arcana, misteriosa, quasi onirica. E’ un romanzo dal quale traspare una profonda tristezza. Conosco i luoghi e i villaggi che descrivi. Cosa credi? Sono stato anch’io in Veneto; a Bergantino di Rovigo a fare il medico e a Marostica  (Vicenza) dove ho un figlio morto. Ma perché chiamare Pia quella ragazza? (la protagonista). Quella che aveva ucciso materialmente un uomo e moralmente un altro. Un sarcasmo in più, forse.”
Gli spedii le mie 2 raccolte di poesie: “Notturne carezze” e “Variazioni d’amore”. Lui mi fece i complimenti con una nota: “Il sentimento è una bella cosa, ma la poesia deve essere preziosa ed evocativa; la poesia deve essere invenzione, slancio, novità, stupore…”
 Seguii il suo consiglio e nella primavera 1980 scrissi: “Temi surreali” liriche ispirate al pittore surrealista Rene Magritte. Spedii i  dattili a Graegorius il quale li apprezzò molto e me li restituì commentati uno per uno. Quei dattili li ho spediti a un Editore che non mi ha neanche risposto. Le liriche (revisionate nel 1980) le ho allegate al mio romanzo “Sortilegio”.
Altri brani delle sue lettere citati a memoria: “Caro Sergio… lei è un poeta, e un poeta è come un falò che arde, illumina, riscalda e scoppietta, ma si consuma… è inevitabile.”  Gli chiesi cosa ne pensava delle filosofie orientali e lui mi rispose: “Eviti le chiesuole orientali. Per avvicinarci all’Oriente è necessario conoscere il sanscrito, conoscere simbologie, usi, tradizioni orientali. Perché tanta fatica? Abbiamo di meglio qui in occidente. Io sono iscritto a una loggia molto esoterica e lì mi trovo bene.”  Altre volte mi scrisse: “Caro Sergio, diamoci del tu. Il lei è spagnolesco e antiquato…”
“Anche io amo i cani. Ho una cagnetta alla quale sono, ahimè, anche fin troppo affezionato.”  
“Bisogna avere una buona dose di masochismo per fare il medico…”  
“Io sono stato sposato 2 volte e la prima moglie ha smesso di amarmi quando ormai le avevo dato tutto…” 
 “…Le mie donne mi hanno amato per quello che sono. Non ho mai promesso loro una vita comoda. Come Giuseppe Garibaldi ho prospettato  sofferenze, difficoltà, ostacoli e forse anche morte… “  
“Un editore mi ha proposto di scrivere romanzi rosa. A me che scrivo gialli e neri, come i colori della bandiera asburgica. Via, siamo seri…”
In una mia lettera io manifestai l’intenzione di smettere di scrivere a causa dell’incomprensione, e Graegorius mi rispose: “Perché vuoi diventare vecchio e stanco? Continua a scrivere. Scrivi per te, naturalmente… Anch’io nei momenti di sconforto guardo dentro me stesso. Guardo la fuga di colombe bianche dei miei pensieri, e scrivo…”
  In una lettera nella quale lo invitavo a incontrarci a Bologna, mi rispose: “Non torno mai nelle città nelle quali ho abitato perché, come Neruda, ho paura di incontrare il vuoto…”
  Gli chiesi che edizione aveva di Verlaine e mi rispose: “Ne ho più d’una… Ho 3 edizioni…” 
Gli chiesi  se aveva “The Magus” di Francio Barret e mi rispose:  “Non posseggo Barret. Ne hanno una copia i miei amici il prof. Servadio e il pittore Ivan  e tengono questo libro molto caramente, come se fosse un figlio. Ma non importa.. cosa c’è di più in Barret che non c’è già in Crowley?”  Poi: “Non scrivo più racconti dell’orrore; ne ho abbastanza di cose turpi. I libri incominciano a darmi fastidio, ne ho 5.000! ”.
Alle mie insistenti lodi alle sue opere, una volta mi rispose pressappoco così: “Sì, lei mi ha compreso perfettamente e i miei lavori non sono andati sprecati. Posso affermare che un lettore l’ho avuto!”.
Avevo sempre immaginato Frank Graegorius come un uomo alto, magro, bruno e col cappello. Quando  mi inviò la sua foto scoprii che era completamente differente.
La mia amicizia con Graegorius durò fino negli anni 80. Nel 1983 con 100.000 lire trovate per strada andai a Roma ma non riuscimmo a incontrarci. In città c’era l’anno santo e una folla strabocchevole di gente, drogati, delinquenti, prostitute, omosessuali, negri, disperati. La città mi spaventò e così tornai a casa. L’ultima lettera che mi scrisse nel 1983 era manoscritta, con calligrafia grande: “Sono l’ombra di me stesso… sono paralizzato e non riesco più a stenografare… Inoltre soffro di una dolorosa micosi allo scroto…” In agosto  telefonai e la moglie mi disse che Graegorius era morto. Le lettere le ho perdute, distrutte quando intrapresi il lavoro di odontotecnico. Però conservai i suoi libri, la sua foto, il suo ricordo.










GLI   ANNI   70   NERI

Adesso che richiamo alla memoria questo periodo della mia vita mi stupisco per tutte le azioni e le cose che ho fatto. Cose giuste, cose sbagliate. Azioni, errori, piaceri, dolori, sbagli, ripensamenti, cambiamenti… Durante questo periodo mi sono immerso nella materialità e i lati brutti sono maggiori di quelli belli.
IL PERIODO OSCURO. 
Dal 1976 fino al 1980 lo considero un periodo brutto della mia vita. Nel 1976 morì di asma mio nonno Francesco Bissoli. Nel 1976 morì anche mia nonna Maria Ferrarese. Alcuni mesi prima  mia nonna mi raccontò un sogno: lei vide mia madre vestita di nero; (cioè vide sua figlia vestita a lutto). Quella fu l’unica volta che mia nonna mi raccontò un sogno; dopo la sua morte , mia mamma portò il lutto.
In quegli anni, poiché le monete metalliche erano scarse, si diffusero i miniassegni. Questi erano di varie province ed erano difficili da spendere. Nel 1975 incominciai a interessarmi di libri antichi per passione e per guadagnare qualcosa. Tre volte sono andato con mio padre a Firenze alla libreria Vittorio per comprare libri del 1600 che poi rivendevo ad antiquari di Cerea. Visitammo Palazzo Vecchio, gli Uffizi, la cupola Brunellesca, il campanile di Giotto.  In quel periodo ho conosciuto a Verona un bibliofilo eccentrico,  che aveva una libreria antiquaria  con grandi foto di Baudelaire e altri scrittori. A volte andavo a trovarlo e parlavamo di letteratura. Nel giugno 1975 sono andato a Padova con i genitori.
Nel 1975 circa sorse a Verona un centro di Maharishi Mahes Yogi per insegnare la meditazione trascendentale. Io conoscevo il guru dei Beatles perché avevo letto il suo libro “La scienza dell’essere e l’arte di esistere” così un giorno andai a piedi fino al centro in via C*. Nel 1976 il centro si trasferì in una nuova sede e in aprile mi iscrissi con 50.000 lire per imparare la TM. Il mio maestro fu un giovane magro di nome Erminio. Egli, dopo alcune sedute introduttive mi guidò in una stanza in penombra con fiori, candele, idoli e lì con molta suggestione mi insegnò il mantra: Sciringa. Meditai, cioè ripetei tante volte il mantra ma non ebbi gran beneficio. Nella primavera 1976 lessi le opere di magia di Giuliano Kremmerz e decisi di iscrivermi a un circolo kremmerziano. Per questo motivo in giugno andai a Milano in treno dal dottor P*. Ma sbagliai giorno e P* non era a casa. Così visitai Milano: il cimitero monumentale, il castello sforzesco, Brera e il duomo. Sul tetto rimasi affascinato da quella foresta di mostri gotici in pietra. Lì con un grimaldello improvvisato aprii le serrature di due cancelli e insieme a una coppia di fidanzati salii fin sulla guglia della madonnina. In novembre 1977 andai a Bari in treno dal dottor D* altro kremmerziano. Arrivai di sera e incontrai  D* che mi diede appuntamento per il giorno dopo. Così cercai alloggio in una locanda ma era troppo malfamata. Mi sistemai al Jolly, ma i prezzi erano alti, io presi il raffreddore e il giorno dopo ritornai a Cerea. Andai a trovare anche lo studioso di metapsichica dott. Gastone de Boni a Verona e strinsi amicizia. Nel 1980 poi andai nel suo appartamento dove mi mostrò una grande documentazione.
Nell’estate 1975 mi pare, conobbi Alberto e lo frequentai fino al 1976. Gli vendetti moti libri e gli insegnai l’occultismo. Alberto abitava in una casa molto pittoresca arredata con pezzi di antiquariato. C’erano catene, un lampadario di vetri colorati, uno specchio a mezzaluna, botti esagonali. Qui facemmo sedute spiritiche con il medium che avevo portato io: Livio.  Arrivavano molte persone: Gaetano, amico del medium, Renato, Fiammetto, Sergio, le sorelle Paola e Gigliola, Nada  con sua mamma, Sandro  e sua sorella Sandra. Altri venivano saltuariamente: una coppia di fidanzati,   Antonio con la sua donna,  Vasco, il linotipista Flavio,  ecc. Le sedute riuscivano discretamente con qualche fenomeno che poteva essere frutto del caso o della suggestione. Trascorremmo serate piacevoli e interessanti. Qui conobbi Nada, mi innamorai e decisi di sposarla. Adesso desideravo una vita normale per dimenticare la storia d’amore con Pia di Veronella. Dopo alcuni mesi scoprii che  Alberto aveva gusti che non condividevo   e così smisi di frequentare la sua casa.  Però   mi ero rovinato la reputazione. Quelli che mi avevano visto insieme ad Alberto credettero che fossi come lui e negli anni seguenti fui insultato da sconosciuti.
Gli ultimi film che vidi furono il meraviglioso: Male d’Amore e  Amici Miei. Dopo  frequentai meno i cinematografi. Entravo, pagavo il biglietto e dopo mezz’ora uscivo perchè il film non mi piaceva. Ricordo una sera di maggio: andai al cinema Principe. C’era un film francese in bianco e nero, una storia squallida, ambientata in città. Vidi la fine, un pezzo di inizio e poi uscii nauseato. Andai in bici in un sentiero a destra di via Palesella. C’era la luna piena che cambiava continuamente colore mentre saliva all’orizzonte. Intorno c’era il canto dei grilli. Mi sedetti sull’erba per ammirare lo spettacolo. Questo era il cinema e non quello che avevo appena lasciato. L’ultimo bel film lo vidi nel 1980: Il misterioso caso Peter Proud.
Nel 1976 passeggiando dietro il bosco Dionisi, un giorno conobbi Enrico. Aveva preso in affitto un edificio a sud della villa. Enrico era un ragazzo alto, con capelli lunghi, di carattere hippy; era appassionato di astrologia e fumava l’erba. Facemmo amicizia e così per qualche mese frequentai la villa e il parco. Facemmo anche lunghe passeggiate in campagna assieme alla sua ragazza e al cane. Però eravamo inquieti poiché sentivamo il bisogno di denaro. Così ultimamente andammo in giro per cercare lavoro in una porcilaia di Sustinenza, ecc.
Nell’autunno 1977 mia mamma lesse sul giornale l’Arena la richiesta di aiuto di una signora che viveva in una casa stregata. Mamma mi mostrò l’annuncio, io scrissi al giornale ma non ottenni risposta. La risposta arrivò 2 o 3 mesi dopo direttamente dalla donna, signora  Nereide, di Verona. Così un gelido pomeriggio di dicembre 1977 andai alla casa stregata. La donna mi raccontò la sua triste storia e in casa vidi fenomeni strani. Telefonai al dott. P* di Milano chiedendo se poteva aiutarla ma lui rifiutò. Qualche tempo dopo telefonai alla signora Nereide, ma mi rispose la sorella dicendomi che era morta. Questi fatti li ho trascritti nel primo dei miei Racconti Supernaturali. Nel 1978 scrissi anche un romanzo: 22 come destino ma riusciva male e lo buttai via.
Nel 1976 decisi di sposarmi. Volevo cambiare vita. Ero stufo e volevo abbandonare definitivamente i libri e la letteratura. Adesso volevo fare una vita normale con casa, moglie, figli e lavoro. Dopo aver conosciuto, a casa di Alberto, Nada  progettai di fidanzarmi. Ma prima mi serviva un lavoro. Chiesi aiuto a don Dario, ai sindacati che mi smarrirono il libretto di lavoro, a esponenti di partito… Fu tutto inutile. Così, prima che scadessero i 30 anni iniziai il calvario delle richieste di assunzione. Feci domanda in banca come fattorino, in posta come portalettere, in municipio come messo comunale, becchino, guardia, vigile, spazzino. Spendevo patrimoni in carte bollate a favore del Comune, marche da bollo per le autentiche delle fotocopie, ecc. Partecipai a concorsi-buffonate dove per un posto di bidello c’erano 30 aspiranti fra geometri e ragionieri. Vedevo altri prendere il posto: figli di impiegati comunali, uomini iscritti al partito, ragazze, handicappati… ma io non venni mai assunto. In quei tempi in municipio regnava un immobilismo stalattitico. Gli impiegati erano grigi ed era impossibile comunicare. Alla fine seppi dal mio amico G*  che le domande in carta da bollo non servivano. Bastava fare domanda in carta libera, farla protocollare e portarla dal sindaco. Provai anche quello; ma ormai era troppo tardi poiché c’era una legge che bloccava le assunzioni.  I sindacati per scusarsi di avermi perduto il libretto e poiché minacciavo di rivolgermi alla Camera del Lavoro  a Verona, mi dissero di rivolgermi al mobilificio B* di Asparetto. Entrai in un capannone semioscurato dalla polvere, fra l’urlo delle seghe e delle pialle. Scartai il lavoro che mi offrirono di magazziniere -facchino poiché era troppo pesante.
Nella primavera 1976 progettai insieme a Fiammetto di impiantare un allevamento di tacchini. Visitammo vari allevamenti, contattai persone del settore ma non conclusi niente. In autunno poi mi venne l’idea di impiantare un allevamento di lumache. Con questo scopo frequentai la figlia dell’allevatore Benso e presi visione dei suoi registri di annotazioni, delle vasche, della sua collezione di lumache sinistrorse.
Nell’autunno 1976 Fiammetto e Renato fondarono una radio libera, Radio Atlantide, a Palesella, dentro la soffitta, fra zucche vuote, botti, pelli di coniglio, ingranditore fotografico… Venivano anche 2 ragazze Monica  e Fausta. Poi, in novembre 1976 io trovai la sede in via Ortigara presso la famiglia C* In seguito la radio si chiamò Radio Beta 1. In un pomeriggio nebbioso abbiamo scavato la buca per l’antenna. Io portavo su i secchi di terra. Dentro il cemento del fondamento Fiammetto buttò molle da materasso, come armatura. Piantata la colonna, l’ingegnere Franco  si arrampicò sul palo per fissare l’antenna.
In aprile 1977 conobbi Neva, una bella ragazza con i capelli lunghi. La sera che andai a casa sua per la prima volta, ero emozionantissimo. Lei mi fece conoscere i genitori e poi l’ho portata al cinema a Legnago con la mia macchina. Non successe niente perché ero troppo inesperto. Diedi a Neva una lettera di presentazione per il conte Roberto, e lei andò a Torino a trovarlo a nome mio. Portai alla radio: Neva, Sergio  che aveva una mini minor grigia, Giovanna e l’ingegnere Franco.
Nel maggio 1977 alla radio conobbi la figlia del proprietario, Loredana. Mi innamorai e decisi di sposarla poiché era una ragazza semplice. Ma come al solito prima mi serviva un lavoro. Mi rivolsi alla fungaia di Morubio. Scartai l’offerta poiché bisognava portare casse pesanti 40 Kg. I lavori leggeri di inseminazione dei funghi erano riservati alle donne. E poi si parla tanto di parità fra i sessi. Così in quel periodo chiesi a Renato se mi prendeva a far pratica come intagliatore, ma lui rifiutò. Allora mi rivolsi a Renzo. Andavo a Casaleone tutti i pomeriggi d’estate a dargli una mano, ma imparavo poco.
Nell’estate 1977 conobbi Giovanna. La portai a Radio Beta e la accompagnai a passeggio. Stavo bene insieme a  lei, finchè alla sagra di settembre a Cerea mi rimproverò il mio modo di vestire trasandato. Le risposi che ero un artista e da allora non la frequentai più.
Il primo novembre 1977 andai a casa di Renzo, trovai sua sorella Giuseppina (ragazza madre) che stava  cogliendo fiori per la tomba di suo padre. Parlai con lei e mi innamorai.  Il 18 dicembre a casa di Renzo avevano ucciso il maiale ed erano impegnati a fare i salami. Rimasi là a guardare tutto il pomeriggio nell’attesa di vedere Giuseppina. La rividi di sfuggita dalla finestra mentre tornavo a casa. Durante tutto l’inverno 1977 78 andai a casa da Giuseppina e divenni tacitamente il suo fidanzato. Le insegnai a guidare la mia macchina, la portai in bosco dalla Marchesa (sfruttando l’amicizia di Enrico). Giuseppina mi piaceva però il figlio era troppo vivace.
Nel novembre 1978 conobbi Adelina. Alta, bella, bionda. Subito dimenticai Giuseppina, mi innamorai di Adelina e decisi di sposarla. Dopo appostamenti nelle nebbiose sere, davanti al negozio di Fiammetto, riuscii a presentarmi. La accompagnai in macchina a prendere una cioccolata al Bristol e poi la portai dal calzolaio. Dopo le telefonai, ci frequentammo un po’ come amici ma lei aveva un fidanzato che veniva a trovarla e nel marzo 1979 Adelina mi disse che stava per sposarsi. Nell’estate 1979 mio padre mi consigliò di sposare una ragazza di s. Vito. Erano 2 sorelle ma erano troppo bigotte.
Fra le mie tante attività su questa terra c’è stata quella di sfamare i cani randagi. La signora C* era molto buona e raccoglieva i cani randagi. Fra quelli capitati a casa sua c’era una cagna nera con macchie bianche che chiamò Lola. Lola aveva una personalità eccezionale (gli amici degli animali mi comprenderanno). Lola mi seguiva ovunque e riuscivo a comunicare con lei meglio che con le persone. Adesso suppongo che questa cagna sia stata la reincarnazione di un essere molto evoluto. Una volta mentre tornavo a  casa stanco dal lavoro a Legnago e non la avevo vista, lei per richiamare la mia attenzione non abbaiò ma semplicemente mi passò accanto sfiorandomi la gamba. Un pomeriggio di dicembre siamo andati sull’argine del fiume Adige. Era un pomeriggio grigio, freddo e nebbioso e lungo la strada Lola ringhiò a uno zingaro; poiché Lola odiava gli zingari e sapeva riconoscerli a distanza. Un’ estate ho tentato di attraversare l’Adige. Io camminavo nell’acqua bassa e il cane era dietro me. A un certo punto l’acqua è diventata profonda e così tornai indietro. Mi accorsi allora che il cane già da tempo non toccava terra con le zampe, ma stava nuotando. Lola odiava anche i gatti. Un pomeriggio sull’argine dell’Adige partì a razzo per rincorrere un gatto presuntuoso con vestito e campanelli. Io vedevo solo le scie sull’erba che facevano gli animali e sentivo le grida delle 2 proprietarie: “Richiami il suo cane! Richiami il suo cane!” Poco dopo, proprio sulla cima di un palo per i fili elettrici, stava il gatto con sotto Lola che abbaiava. Mentre io e il cane andavamo via sentivo le voci delle signore che si lamentavano: “Povero Fuffi. Adesso non verrà più a passeggio con noi.” Anche i cani provano la sofferenza esistenziale, ne sono certo. Una notte arrivai alle spalle di Lola che ululava da sola in modo triste. Quando si accorse di me, Lola smise subito e assunse una espressione di vergogna. Ci sarebbero tanti altri episodi da raccontare su questa cagna intelligente e umana. Le gite, le emozioni, le intese per mezzo degli sguardi…  Lola mi fu di grande aiuto in quel periodo difficile della mia vita. Un giorno dell’estate 1978 scomparve e non la vidi mai più. Suppongo che i vicini la odiassero e la abbiano portata via. A volte sogno Lola e mi piace pensare che in un punto dello spazio lei continui a vivere e aspetti di incontrarmi. Negli anni 80 passando per Zenone di Minerbe vidi un cane magrissimo sdraiato a terra mentre stava morendo di fame; aveva una espressione rassegnata ed era debolissimo. La gente passava senza emozioni, senza interesse. Io volevo comprare qualcosa ma i negozi erano chiusi e avevo fretta.  Tornai la domenica successiva ma il cane non c’era più. Perdonami, caro amico.
Ho portato  mio padre in  molte belle gite in campagna. Siamo andati ai Colonnelli, sull’Adige, in Valle… Mio padre mi ha insegnato a fare i bastoni, i fischietti con le cupole delle ghiande, le trombette con i fiori arancione e le cortecce dei salici. Per fare i bastoni bisogna liberare dai rametti un ramo di robinia, legno leggero e duro. Le cupole delle ghiande si mettono fra l’indice e il medio, si mettono le nocche in bocca e si soffia. Ai fiori bisogna assottigliare il manico cavo per farli suonare. I rametti teneri dei salici si scortecciano, si assottiglia l’estremità del tubo di corteccia e si soffia. 
Nell’aprile 1976 feci un sogno profetico. Il sogno, dapprima incomprensibile, diventò chiarissimo dopo i fatti svoltisi dal 1976 fino al 1980. Ecco il sogno: Io mi trovo seduto scomodamente in una soffitta; un posto pericoloso e instabile, con il pavimento fragile e tarlato. Dietro di me, in un angolo, c’è qualcuno che sta suonando una musica meravigliosa e sublime. Io ascolto estasiato quella musica e provo una profonda felicità. Però nello stesso tempo vorrei scendere giù e ascoltare la musica stando sul terreno sicuro. Davanti  a me c’è una botola aperta e una scala a pioli. Ma la scala è corta. Probabilmente non riuscirò mai a scendere. Dopo un po’ provo e in un attimo mi ritrovo giù a terra. Sembrava così difficile scendere e invece è stato facile. Qui a terra mi sento al sicuro però succede una cosa che non avevo previsto. Non sento più la musica. Tutto è silenzio; eppure la botola è lì aperta, 2 metri sopra di me. Allora provo a salire la scala e metto la testa nella soffitta. Risento la musica melodiosa, affascinante e vengo rapito dal piacere. Però penso che non posso restare sempre qui, sulla scala. Devo decidere: o salgo su o scendo definitivamente giù e tornerò su un altro giorno. Dopo qualche perplessità decido di scendere giù. Al piano terra mi trovo bene, ci sono comodità, rubinetti per l’acqua e sicurezza. Dopo molto tempo riprovo nostalgia della musica e decido di risalire nella soffitta per ascoltarla ancora. Però incredibilmente non riesco più a trovare la botola. La botola era lì, sopra alla mia testa, ma adesso non c’è più ed io mi sento perduto e disperato! A questo punto mi sveglio. Sono le 6 di mattina di un giorno di Aprile 1976. Ho il batticuore e sono agitatissimo. Che strano sogno! Cosa significherà?
L’inizio del sogno si riferiva al mio stato di artista ispirato e povero, mentre stavo in una soffitta, cioè in una situazione precaria e desideravo scendere, desideravo cioè una situazione sicura, una vita stabile. Nel novembre 1976 mi rivolsi a tutte le botteghe di calzolai di Legnago per diventare apprendista, ma nessuno mi prese. Poi mi rivolsi a tutti i meccanici di biciclette. Secondo la legge io ero troppo vecchio  per fare l’apprendista e non potevo essere pagato come operaio poiché dovevo imparare il lavoro. Un vecchio meccanico che lavorava dentro un androne tetro, in un vicolo di Legnago, fu simpatico; mi raccontò tutte le sue avventure e amori giovanili. Purtroppo però aveva poco lavoro e non poteva assumermi. Un meccanico,  Elio con l’officina a Legnago, mi prese come aiutante, gratis. Là mi trovavo bene e imparavo il lavoro. Tutte le mattine andavo in macchina; a S. Pietro facevo salire  una vecchietta che chiedeva  la carità a Legnago. Da Elio riparavo le bici e il lavoro mi piaceva. In primavera 1977 smisi poiché conoscevo il lavoro. Adesso dovevo aprire una officina a Cerea, così comprai l’attrezzatura e andai alla ricerca di una stanza. Ma la stanza non si trovava e c’erano affitti altissimi. Abbandonai il progetto di aprire una officina di bici e cercai un lavoro più immediato.
Nell’aprile 1977 provai a fare il falegname in viale Ungheria, l’assicuratore a Legnago, l’intagliatore da Renzo. Nel novembre 1977 (come ho già scritto precedentemente) mi innamorai di sua sorella Giuseppina (ragazza madre) e per tutto l’inverno frequentai la sua casa. Però ora avevo bisogno di un lavoro redditizio se intendevo sposarla e mantenere lei e il figlio. Un amico di mio padre, il maresciallo R*, mi propose di fare l’odontotecnico.
Nel gennaio 1978 provai a iscrivermi alle scuole ma dovevo dimostrare di fare l’apprendista. Così mi rivolsi ai laboratori, ma questi non erano disposti a insegnarmi e inoltre avevo superato l’età. Fra i tanti da me interpellati trovai  Raul che acconsentì a insegnarmi la professione. Frequentai il suo laboratorio  a Legnago fino all’estate e imparai a fare l’odontotecnico. Raul era un tipo eccentrico e disponibile, ma comunista e ateo; amava l’astronomia e la navigazione.  Una mattina alla radio c’era una trasmissione dedicata agli UFO.  Fra noi si  svolse il seguente dialogo. Raul: “Sciocchezze, gli ufo non esistono. Sono tutte illusioni. Anche io una volta ho visto il diavolo!”
“Ma no, non è possibile” dissi io.
“Sì. Avevo 20 anni e stavo salendo le scale per tornare a casa. A un tratto sul pianerottolo, lo vidi.”
“E come era?”
“Era brutto e aveva la faccia color mattone. Mi voltai verso mia sorella che stava dietro e le dissi: Guarda. Lei si mise a piangere. Io guardai di nuovo e non c’era più nulla.”
“Sarà entrato da qualche parte.”
“No. La scala finiva su quel pianerottolo e c’era solo la mia porta, chiusa a chiave.”  In seguito ho provato a interrogare Raul per avere altri particolari,  ma lui non volle più tornare su quell’argomento.
Dopo aver imparato a fare l’odontotecnico decisi di mettermi a lavorare a casa mia.  Nel 1978 dapprima in una stanza sul retro, poi nel negozio a sinistra, ora sfitto. Comprai attrezzatura e materiale a Verona, poi mi rivolsi ai dentisti ma non mi davano lavoro poiché avevano già i loro tecnici. Feci stampare cartelli pubblicitari da appendere nei bar e nelle farmacie. Non veniva nessuno e così nel frattempo seguitavo a lavorare nel negozio di mio padre. Trascorse tutto il 1978 e parte del 79. Mi rivolsi al dentista dott Fulvio, il quale promise che mi avrebbe mandato qualche cliente con la dentiera rotta da riparare. Passò ancora tempo, avevo quasi perso le speranze quando in agosto arrivò il primo cliente. Ero emozionantissimo, ma riuscii ad accontentarlo. In seguito ne arrivarono altri due.  Nel 1979 si era sparsa la voce e i clienti arrivavano in folla. Riparazioni dentiere, ribasamenti, aggiunta denti, ganci, dentiere nuove, fissaggio capsule…
Un altro particolare del sogno si era avverato e diventava chiaro. La mia discesa dalla scala, cioè l’uscita dalla mia situazione di disoccupato, sembrava una cosa impossibile, invece ad un tratto mi trovai giù, al sicuro, con un lavoro che rendeva.
Per tutto il 1979 lavorai come un forsennato. Si era sparsa la voce che ero bravo e arrivavano clienti anche alle 10 di sera. Adesso guadagnavo bene e coi soldi potevo frequentare le prostitute. Però c’era un grosso imprevisto. Avevo perso la creatività ed ero sempre nervoso e irritabile. In quel periodo distrussi moltissimi documenti: lettere di scrittori,  foto di amici e della casa in via Arzarin; vendetti molti libri. Avevo chiuso con gli scrittori e la letteratura. Non riuscivo più a trovare piacere nella lettura, non riuscivo più a scrivere una riga. Non mi divertivo più a passeggiare in campagna. Così imballai i libri rimasti per far posto alle resine e ai gessi.
Ora il sogno diventava chiaro: quando ero sceso giù a terra mi sentivo al sicuro, ma non riuscivo più a udire la musica, cioè l’ispirazione, la creatività.
Ciò mi dispiaceva, ma non era il peggio. L’inconveniente peggiore era questo: da quando avevo iniziato la nuova attività dormivo sempre meno di notte! Mi ero rassegnato a dormire solo  3, 4 ore, a rigirarmi per tutto il resto della notte e ad alzarmi prestissimo. Nei brevi periodi di sonno sognavo le dentiere da riparare che sarebbero arrivate il giorno dopo. Finchè una notte, stufo di stare sveglio, decisi di porre fine all’odontotecnico. Alle 2 di notte mi alzai, smontai gli attrezzi, imballai tutto il materiale negli scatoloni e dopo due ore di lavoro tornai a letto soddisfatto. Subito mi addormentai profondamente, come non avveniva da anni.  Però al mattino seguente arrivarono i clienti e fui costretto a sballare tutto e riprendere il lavoro. Andò avanti per qualche settimana durante la quale non riuscii più a dormire. Finchè una notte scesi giù e reimballai tutto. Tornai a letto e mi addormentai. Questo successe ancora parecchie volte. Vivevo in un conflitto terribile. Davanti allo specchio mi davo degli schiaffi imponendomi di smettere quel lavoro. Ma poi, la fame di denaro, il desiderio di indipendenza, di autoaffermazione, mi facevano riprendere il lavoro. Allora costruii un laboratorio smontabile che smontavo la sera e rimontavo alla mattina. Però questo sistema funzionava poco. Non riuscivo a dormire. Dovevo prendere una decisione.
Un altro particolare del sogno si avverava e la sua simbologia diventava chiara. Nel sogno precognitore io stavo sulla scala, incerto se salire sulla soffitta insicura o scendere al pianterreno sicuro.
Nel sogno io avevo preso la decisione di restare giù, e questo mi terrorizzava. No! Dovevo oppormi con tutte le forze. Ma non era facile decidere poiché chiudere l’attività significava la fine del denaro, significava dover ritornare a lavorare da mio padre. Inoltre c’era l’opposizione dei genitori. Un pomeriggio, decisi fulmineamente. Presi il materiale e andai a buttarlo tutto nelle immondizie.
In seguito arrivarono i clienti e andai a cercare il materiale nei cumuli di immondizie fumanti in via Frescà. Non trovai niente e fui costretto a ricomprarlo. Lo buttai via di nuovo e lo ricomprai. Da un lato i clienti mi supplicavano, mi impietosivano e pagavano bene. Dall’altro lato dopo ogni lavoro trascorrevo una notte insonne. Mi sembrava di impazzire.
Finalmente tutto questo finì nella primavera 1980. Tutte le mattine mi alzavo deciso a intraprendere il lavoro, invece scrivevo una poesia. In questo stato di profondo conflitto scrissi i meravigliosi Temi surreali dedicati al pittore Renè Manritte.    I Temi Surreali  li ho scritti  nel mio letto, a Cadelago, Capersa, bosco Bertelè, in marzo, aprile, agosto 1980.  Al mattino presto mi svegliavo tormentato dal conflitto di riaprire oppure no il laboratorio di odontotecnico.  Allora pensavo alle poesie, le parole mi venivano in mente e subito le scrivevo. Quando avevo finito di scrivere una lirica ero tutto sudato e dovevo correre al gabinetto.
Fortunatamente feci la scelta giusta, cioè opposta a quella che avevo fatto in sogno. Il sogno dunque mi aveva solo indicato quali sarebbero state le conseguenze se avessi fatto la scelta sbagliata: avrei perso per sempre la creatività.
L’unica eredità positiva che mi ha lasciato il lavoro di odontotecnico è questa: ho imparato a otturarmi i denti da solo con cementi o guttaperca. Da allora non sono più andato dal dentista per estrazioni (un incubo terribile per me, e l’otturazione non era possibile perché non sopporto il trapano). I denti cariati me li otturo da solo. Gli altri dicevano che ero pazzo, che mi si sarebbe gonfiata la faccia. Il tempo mi ha dato ragione; le mie otturazioni dopo 20 anni funzionano benissimo.

AVVENTURE SEXY  Descriverò adesso le mie avventure erotiche. Mi accorgo che scrivere una autobiografia è quasi come vivere 2 volte la propria vita.
Nell’agosto 1977 a 30 anni ebbi la mia prima esperienza sessuale. Molte cause ritardarono terribilmente il mio primo rapporto sessuale facendomi soffrire 15 anni astinenza! Le cause furono: la timidezza che mi impedì di avere rapporti con le coetanee ; il pesante clima di sessuofobia fatto di divieti e tabù che dominò in famiglia e nella società degli anni 50 e 60 ; la chiusura delle case dell’amore nel 1956 ; vivevo in un piccolo paese dove le prostitute erano 2 vecchie e troppo conosciute; soffrivo di mal d’auto e non potevo unirmi ai miei amici che andavano in città; non possedevo una macchina fino al 1973 e neppure denaro fino al 1978.
Conoscevo un meccanico geniale: Gigi che si era costruito un elicottero ed era un famoso donnaiolo. Gigi amava 2 cose al mondo: i gatti e le donne. Egli mi diede l’indirizzo di Bruna da Verona. Un caldo pomeriggio partii con la mia macchina insieme ad Adriano. Arrivato a Zevio telefonai per l’appuntamento e lei mi disse che ci aspettava. Avevo una gran paura, tremavo e mi era venuta la cacarella. Arrivammo all’appartamento e lei ci aprì. Stava cucinando il pesce e ci disse di aspettare. Era una donna mediocre. Quando venne a chiamarmi entrai in camera da letto. Ci spogliammo,  lei si accucciò sopra di me e si muoveva. Io, mentre le accarezzavo il seno, pensavo: “E’ tutto qui?” Fu un rapporto veloce.
Poi toccò ad Adriano. Quando ebbe finito cercò nel suo portafoglio vuoto, ma non aveva i soldi per pagare. Pagai tutto io, 20.000 lire per me e 15.000 per lui; era tutto quello che avevo. Al ritorno ero molto felice e mi sentivo finalmente uomo.
Qualche settimana dopo Gigi mi diede l’indirizzo di Angela da Verona. Ci andai in macchina insieme a Renzo; e questa era la prima volta per lui. Posteggiammo la macchina molto lontano e arrivammo a piedi, camminando sotto il sole. Entrammo da una porta a vetri al primo piano. Angela era una donna di mezza età. Mentre facevo l’amore con lei pensavo: “Ecco, ora so tutto sul sesso; questa sarà l’ultima volta”.
In giugno 1978 Gigi mi diede il numero di telefono di Linda da Verona. Telefonai da Cerea e lei mi scambiò per un altro; ma chiarimmo l’equivoco. Ritelefonai da Verona e lei mi disse che mi avrebbe aspettato, vestita di blu, davanti a un negozio di parrucchiera in centro. Per curiosità di vedere questa ragazza percorsi la via, deciso a proseguire se non fosse stata di mio interesse. Invece… sulla soglia di un lussuoso negozio  stava una diciannovenne favolosa, alta, formosa, con un volto senza trucco. Entrai subito senza perdere tempo. Lei appariva riservata e mi disse solo: “Lei sa, vero?”
“Certo” risposi, “Anzi che cosa c’è da sapere? Il prezzo?” 
“Sì” 
“50?”
“Sì”
A questo punto lei chiamò un taxi e mi portò in una casetta  gestita da due sorelle. Faceva fresco e c’era il caminetto acceso. Salimmo una scala in legno al piano superiore. Linda lasciò cadere gonna e mutandine e si sedette sul letto. Era uno schianto. Poi si sfilò il corpetto. Corpo favoloso, seni enormi e duri. Intanto mi ero spogliato anche io. Salii sul letto e riuscii solo a dirle: “Come sei bella…” “Grazie” rispose lei. Dopo pagai e la signora ci riportò in città con la sua macchina. In seguito ho provato a portare Renzo ma non riuscimmo a incontrarci. Un pomeriggio tornai da solo e Linda mi portò in un appartamento. Questa volta lei si era depilata e mentre le guardavo il pube mormorò: “Al mare indosserò il tanga, spero non ti dia fastidio…”  Le baciai il sesso e smise di parlare.
Questo fu solo l’inizio. In seguito scoprii molti bordelli mascherati da attività commerciali. La mia natura passionale, accresciuta da anni di forzato digiuno, esplose! Da Rina e Anna mi portò l’amico Carlo. In inverno Umberto mi portò in un maglificio. C’erano le ragazze ed io scelsi una biondina piccolina e cicciotella di nome Maurizia.
In via F* c’era un bordello. Una sera di pioggia ci portai anche un amico di Verona. Là conobbi e amai una bella bruna,  tipo zingara, che si faceva chiamare Antonia. Appena entrai in camera da letto lei mi chiese: “La luce accesa o spenta?”
“Accesa”.
“Uhm. Vuol vedere bene i difetti”, commentò.
In realtà era bellissima. In seguito conobbi anche l’amica. Queste due gestivano una lavanderia, dove mi feci portare da Umberto e Vincenzo. Allargai il giro perché mi piaceva far l’amore con ragazze sempre nuove.
Nel 1979 circa arrivò a Cerea Nando, un tipo alto,  distinto, formidabile amatore.  Egli amava molto le donne e la sua frase ricorrente era: “Quando un uomo è a letto con una donna è il re del mondo”. Ma una domenica caldissima, quando ritornò da un appuntamento amoroso, scendendo dall’autobus, sudato e sfinito mormorò: “Maledetta fica”.
Nando possedeva un senso speciale, (che dopo anni ho imparato anch’io) e quando vedeva una donna sapeva subito se era il tipo che ci stava oppure no. Lui nei pomeriggi liberi andava a  passeggio; inoltre conosceva un professore che gli forniva molti indirizzi di donne. Io feci amicizia con Nando e poiché lui non aveva la macchina andavamo in giro con la mia. Mi presentò una donna di Correzzo; in una nebbiosa domenica di dicembre la portai via in macchina,  ma per colpa mia non riuscii a fare niente. In estate andammo da una signora disponibile a  Roilli. La signora aveva una servetta di nome Tania e la signora fece da intermediaria. Tania era una bella ragazza bruna coi capelli lunghi. Negli infuocati pomeriggi di luglio la portavo in campagna fra il granturco. Lei aveva paura di rimanere incinta, così facevamo solo il petting. Quando attraversavamo i paesi in  macchina la ragazza aveva paura di farsi vedere e io le suggerii di leggere il giornale così nessuno la avrebbe vista in faccia.
 Dopo poco tempo Tania scomparve. La signora mi disse che il fidanzato geloso aveva accoltellato un suo rivale. Nando volle andare  casa di Tania, con un pretesto, e io fui tanto stupido da seguirlo. Alla porta venne sua mamma, ma io alzando la testa notai che alla finestra c’erano  uomini minacciosi che ci spiavano.
In agosto 1979 riuscii a conquistare, con anni di ritardo, una mia coetanea, Elena. La portai ai Colonnelli e là le chiesi di fare l’amore. Non disse no, così ci inoltrammo di più nella campagna. Però in seguito ebbi paura delle conseguenze e non riuscii più a contattarla.
In inverno Adriano mi presentò un’ amica, alta, bionda, vestita di nero. In un nebbioso pomeriggio andai a trovarla in una vecchia casa isolata in campagna. Lei mi raccontò una storia dolorosa: alcune persone volevano picchiarla. (io stupidamente non mi domandai perché). Il suo fidanzato era in galera ma sarebbe tornato fra giorni. Poi uscì per comprare qualcosa, lasciandomi solo in casa. Al ritorno salimmo di sopra,  in camera da letto. Ma non volle fare niente e dopo io andai via. Ero scampato per puro caso a una trappola terribile. La ragazza era d’accordo con un compare forte e violento. Lei si faceva trovare a letto con un uomo; il compare arrivava, recitava la parte del fidanzato appena uscito di galera, geloso e accecato dall’ira. L’altro per calmarlo doveva sborsare soldi. Nel mio caso la ragazza era uscita per avvertire il compare però questo non aveva potuto arrivare. Ma ugualmente egli tentò di ricattarmi in seguito. Le persone che volevano picchiare la ragazza erano quelle truffate da lei.
Un grigio pomeriggio di novembre 1980 andai in bici a visitare la casa abbandonata ai Colonnelli (Angiari). Ma poco dopo arrivarono i contadini e con la trebbia incominciarono a tagliare il mais davanti alla casa. Io fuggii di corsa attraverso il mais, sentendo il rumore della macchina che si avvicinava.  Riuscii a raggiungere il fiume e il sentiero senza essere scoperto. Al  ritorno mi dissero che Nando era venuto a cercarmi, così andai a casa sua. Nel suo letto, sotto le coperte, c’era una ragazza che lui aveva conosciuto in corriera. “E’ nuda” disse Nando. Lei incominciò a tirare giù le coperte e io rimasi deluso poiché indossava un maglione di lana accollato. Le coperte scendevano e vidi che non aveva altri indumenti, oltre il maglione. La ragazza si chiamava Rosa, aveva 20 anni e sembrava arrivata dal nulla. Era una tipa piccola e insignificante che passava inosservata quando era vestita. Nuda era formosa, bella e instancabile. Feci l’amore con Rosa tante volte, a casa di Nando, in campagna, a Minerbe. Anche Renzo la portò con sé. Di carattere anticonformista e amorale, Rosa spariva e riappariva dopo giorni di assenza. Quando la interrogavo raccontava la storia triste di una matrigna, di un ricovero, di una vita sbandata.
Non era una ragazza pudica. Una domenica pomeriggio d’inverno siamo andati ad Angiari in bici. Lei mi disse che doveva fare pipì. Deviammo a piedi per un sentiero e dopo pochi metri la ragazza si tirò giù pantaloni e mutandine e si accucciò a fare pipì. Io la guardavo e vedendo il bel sederino formoso lo accarezzai. Di colpo il getto di pipì si arrestò in mezzo alle gambe e lei gridò: “Lasciami pisciare!”
Una fredda domenica mattina mentre la portavo in bici in campagna e le raccomandavo di stare attenta alle malattie veneree, lei mi disse di aver avuto la sifilide. Ad Angiari mi mostrò le macchioline bianche rimaste sotto alle unghie. Così mi raccontò che era stata malata, si era curata al secondo stadio, quando erano comparse le papule rosse sul corpo. Io ero inorridito!
Appena potei corsi ad avvertire Nando che diventò pallido. Quella notte non dormii. Il giorno dopo corsi dal medico che mi ordinò per precauzione 2 scatole di antibiotici. Anche Nando fece la stessa cura che ci procurò la diarrea. Però bisognava fare le analisi del sangue alla ragazza per sapere se era veramente guarita. Ma nel frattempo Rosa era scomparsa. In stato di grande apprensione comprai libri di venerologia che mi spaventarono ancora di più. Dopo settimane Rosa arrivò e Nando corse ad avvertirmi. Nando le promise che io la avrei sposata se avesse accettato di farsi l’analisi del sangue e lei finalmente accettò. Il professore amico di Nando (anche lui interessato) ci portò al Centro e le fecero il prelievo per il test di Wasserman, dopodiché aspettammo una settimana. Fu una settimana di attesa interminabile. Al venerdì sera, preoccupatissimo, andai a prendere il risultato: Negativo. L’incubo era finito! Corsi ad avvertire Nando, che in quel momento stava nel negozio di Fiammetto, e mi portò a casa sua a festeggiare.
Ma dopo questo incidente le avventure sessuali non potevano più essere come prima. Io mi ritirai, interpellai altri amici sull’argomento e scoprii che molti avevano preso la gonorrea, le piattole, i condilomi…
Poche sere dopo Nando mi chiamò spaventato a casa sua. Lui tirò fuori il pene, lo schiacciò e vidi uscire un liquido bianco. Aveva preso la gonorrea da Rosa e dovette andare dal medico.  Mi comprai libri sulle malattie veneree, decisi di finirla col sesso e per qualche anno ci riuscii.
Così si chiuse ingloriosamente questo bel periodo di esperienze.










GLI   ANNI   80 \ A


Rievocare i ricordi è un procedimento bello e strano. Il passato sembra morto e lontano. Poi mi viene in mente un fatto e decido di scriverlo. Allora molti ricordi si affollano nella mia mente, cose dimenticate, amori finiti, avvenimenti lontani che credevo conclusi mi riportano sensazioni, dolori e piaceri di altri tempi. Forse è così che uno si sente dopo la morte; tutte le azioni vissute tornano con prepotenza alla memoria e l’uomo le rinnova e le rivive.
Nell’aprile 1980 feci amicizia con Annalisa, una ragazza ricca di Cerea. Scrissi la 12° poesia dei Temi Surreali, pensando a lei.
Nel 1980 morì l’amico Luigino. Nel 1981 morirono mia nonna Maria Ferrari e Severino.  Nel 1983 mio padre chiuse definitivamente il negozio e cessò l’attività. Adesso io avevo più tempo libero. Nel 1983 morì mio zio ing. Aldo Tarocco.
Nel 1980 un amico di mio padre, Dino, mi trasmise la passione per l’antiquariato. Nell’ottobre 1980 visitai il primo mercatino dell’antichità a Nogara. In una fredda domenica d’inverno Dino mi portò al mercatino di Suzzarra dove comprai il bellissimo: Ekstrom Ha ballato una sola estate Corticelli. Visitai  molti altri mercatini: Este,  Desenzano, Modena insieme a papà, Sanguinetto, Montagnana, Ostiglia, Asparetto, Cologna, Lonigo… A Nogara 4 signori sconosciuti affermarono di conoscermi e mi chiesero di accompagnarli a casa mia per comprare qualunque cosa. Insistettero molto per portarmi con la loro macchina e io rifiutai e mi insospettii. Dissi loro di venire a casa mia il giorno dopo. Non li ho mai più  incontrati. Probabilmente erano omosessuali in cerca di vittime. 
Al mercatino di Nogara  conobbi l’antiquario Lamberto e andai con lui a caccia di mobili vecchi. Ma il lavoro richiedeva troppo tempo e guadagnavo poco. Inoltre mi piacevano di più gli oggetti, attrezzi e utensili tipici della civiltà contadina veneta, così andavo a comprare queste cose nelle case contadine, dai ferrivecchi e poi le rivendevo agli antiquari.
Settimo era un uomo simpatico, onesto e molto preciso. Alla sera, all’osteria Bellintani dove ci trovavamo, mi raccontava che da giovane giocava alla roulette, ma poi aveva smesso. Settimo in via Fossa (ora via Libertà) aveva un lungo cortile con il deposito del ferrovecchio e della piuma d’oca. Molti antiquari andavano là per comprare oggetti. Io comprai da lui paioli di rame, bilance a piatti, catene da camino, ruote da pozzo, ferri da stiro, bracieri, forche e forconi, lucchetti, girarrosti.  Nelle case contadine (Carmela, ecc.) comprai vecchie bottiglie decorate, cuccume di rame, lumini a olio, mortai di pietra per pestare il sale, sveglie, acquasantiere di porcellana, stampe, filatoi, macinini da caffè…  Nei primi anni 80 impiantai un commercio di queste cose. Ma dopo alcuni anni lo abbandonai poiché richiedeva troppo tempo e fatica per trovare gli oggetti e altrettanto tempo e fatica per rivenderli agli antiquari. Però ho conservato l’amore per queste cose che testimoniano il mondo contadino. C’è tutta una storia da scrivere su questi oggetti e sul mondo al quale appartengono. Dal 1985 al 89 feci amicizia con Giorgio, un antiquario di Cerea e alle domeniche andavo nella sua mostra per ascoltare le sue storie.
Un giorno passando per s. Zenone vidi un vecchio pozzo nel cortile di una fattoria. La settimana dopo tornai a s. Zenone con lo scopo di chiedere ai proprietari se mi vendevano la ruota del pozzo. Arrivai in paese, ma davanti a me c’era un funerale e dovetti procedere piano restando dietro. Quando finalmente fui davanti alla fattoria posteggiai l’auto ed entrai dentro come un fulmine per chiedere la ruota. Ma nella saletta c’erano tutte persone piangenti e così balbettai qualche scusa e andai via.
Remigio, un mercante di Salizzole, un giorno promise una mancia a mio padre che gli aveva fatto da mediatore in un affare. Ma Remigio non mantenne la promessa e per mesi, ogni volta che ci incontrava, inventava un pretesto per non pagare: “Ho dimenticato a casa il portafogli, ecc”. Alla fine io lo canzonavo bonariamente quando lo incontravo. Poi non lo vidi più. Passarono oltre 10 anni e di primavera al mercatino di Legnago mi sentii chiamare. Era Remigio che mi consegnò 10.000 lire per estinguere il debito con mio padre. Io ero esterrefatto e non volevo accettare, ma lui insistette. In estate Remigio morì. Nel 1991  Maria B* mi supplicò di portare mia mamma poiché voleva vederla prima di morire. Maria era sanissima e in ottima forma. Accompagnai mamma da lei, per esaudire il suo desiderio. Alcuni mesi dopo Maria morì una notte, di infarto. Quando sente che si avvicina la fine l’uomo prova il bisogno di chiudere i conti.
Nel 1985 circa per passione e per guadagnare qualcosa ripresi a comprare, riparare e vendere motorini Mosquiti. Tenni un 38 cc per me, poi un 48, poi cambiai modelli. Nel 1991 li vendetti tutti a un  impresario di pompe funebri. 
Nel 1981 incominciai finalmente ad arredare uno studio mio, nell’ex laboratorio odontotecnico. Misi il tavolino da radioamatori di papà, sul quale scrissi tutte le mie opere, e il seggiolone. In inverno acquistai tavolo e sedie dell’ex radio Beta. Dal deposito della cartaccia presi pacchi di fogli, buste, cartelle scartate dopo la chiusura della redazione di un giornalino locale. Comprai una macchina per scrivere usata. Incorniciai ed esposi il:   Discorso a un Bambino di Marcello Bernardi edito dalla Libreria dei Ragazzi di Milano:
Se ti dicono sempre che sei bravo, sta in guardia: qualcuno cercherà di sfruttarti.
Se ti dicono sempre che sei intelligente, sta in guardia: qualcuno cercherà di eliminarti.
Se ti dicono sempre che sei obbediente, sta in guardia: qualcuno cercherà di farti schiavo.
Se ti dicono sempre che sei buono, sta in guardia: qualcuno cercherà di opprimerti.
Ma se ti dicono studia, non temere: tu potrai fare un mondo senza scuole.
Se ti dicono taci, non temere: tu potrai fare un mondo senza bavagli.
Se ti dicono obbedisci, non temere: tu potrai fare un mondo senza padroni.
Se ti dicono chiedi perdono, non temere: tu potrai fare un mondo senza inferni.
Non credere a chi ti comanda, a chi ti punisce, a chi ti ammaestra, a chi ti insulta, a chi ti deride, a chi ti lusinga, a chi ti inganna, a chi ti disprezza.
Essi non sanno che tu sei ancora un Uomo Libero.
Più difficile fu avere la scrivania. Un pomeriggio la vecchia Atala mi chiese se volevo comprare mobili vecchi. Andai a vederli nel suo palazzo, dentro una stanza buia, con una  candela accesa. I mobili erano di un assicuratore che era fuggito senza pagare l’affitto. Io decisi di prendere la scrivania. La vecchia chiese consiglio a un altro suo fittavolo il quale la sconsigliò di vendere mobili non suoi. Allora io mi rivolsi all’avvocato assicuratore di Legnago il quale mi disse che i suoi agenti, proprietari dei mobili, si erano volatilizzati.  Per un anno corteggiai Atala per comprare la scrivania; andai a casa sua, tentai di convincerla, visitai il palazzo e gli arredi. Finalmente dopo anni, l’avvocato si dichiarò disposto a firmare una lettera liberatoria per i mobili. Allora Atala acconsentì a vendere; ma era venerdì pomeriggio, avevo appena fatto il bagno, così decisi di tornare lunedì. Domenica mattina all’osteria Bellintani il pittore Pilade mi disse: “Hai sentito la novità? Stanotte è morta Atala”. Nei mesi seguenti  incominciai le ricerche presso gli eredi, e alla fine rinunciai. Un pomeriggio nuvoloso andai da Enea per  comprare un tanaglia e vidi  il  palazzo di Atala aperto. Era arrivata  una erede e mi disse che avevano venduto la proprietà. Raccontai la mia storia a questa signora che fu tanto gentile da regalarmi la scrivania, a condizione che la portassi via subito. Caricai il mobile sul manubrio della bici e mi avviai sotto una pioggia battente. Per strada incontrai Dino che mi chiamò per mostrarmi il sacchetto di calcoli estratti dalla sua pancia. Nella vita io ho sempre dovuto lottare anche per conquistare le cose più semplici.
Nel 1981 ebbi una  crisi mistica e scrissi ad Assisi perché intendevo farmi frate. Mi rispose il frate scrivano invitandomi ad andare là. Ma la calligrafia dello scrivente era terribilmente piccola, schiacciata come da pesanti imposizioni. Pur non essendo grafologo intuii che l’uomo che scriveva aveva un’anima spersonalizzata, annientata, compressa. Questo mi spaventò moltissimo, così abbandonai l’idea di entrare in convento. Nei primi anni 80 tentai di impiantare a casa una attività di assemblaggio pezzi di bruciatori, ma si guadagnava poco e smisi subito.
Nel 1981 mi appassionai alla pittura. Studiai le opere di Monet, Manet, Matisse, Van Gogh, Munch, Bosch, Picabia, Klint, Klee, Bonnard, Watteau, Ensor, Magritte, Delvaux, Gaughin, Alessandri, ecc. Il mio preferito era Friedrich. Amo molto i quadri di Friedrich. Vedere i suoi quadri è stato per me ritrovare qualcosa di perduto, ricordare qualcosa di dimenticato. Durante quegli anni visitai tutte le gallerie d’arte di Verona. Nel gennaio 1981 presi lezioni di pittura dal pittore Pilade; feci acquerelli e tempere che però non conservai. La casa di Pilade, dove prima abitava mia prozia Maria T*, la presi come modello nel racconto La Strega del 1982. Pilade mi regalò un bel quadro che però ho perduto. Nell’inverno 1981 82 insieme a un fotografo di Bovolone e a Sandrina organizzammo una mostra di  oltre 20 pittori locali presso la Banca: Pavan, Corezzola, Manara, eccetera e Adriana, della quale mi innamorai.
Nella primavera 1982 divenni amico di Antonio. Questo ragazzo si interessava di letteratura, poesia, aveva mezzi finanziari, aveva pubblicato un libretto di poesie, aveva fondato una piccola editrice. Facemmo molti progetti insieme, anche quello di fondare una editrice per dilettanti. I nostri progetti naufragarono  quell’inverno, quando lui si sposò e andò a Verona; successivamente si dedicò al circo. Rimasto solo, io decisi di comprare una macchina offset usata e fare l’editore a pagamento per poeti dilettanti. Ma la macchina costava 5 milioni, non li avevo e rinunciai all’idea. Nell’inverno 1982 conobbi Marco; visitai la sua casa, il granaio, vidi l’erbario e comprai una raccolta di bolli ; poi mi stufai e la rivendetti a un collezionista di Verona. Siamo andati a Bologna, siamo saliti sulla torre, abbiamo visitato l’archiginnasio, le librerie, abbiamo conosciuto un poeta. In maggio 1982 conobbi Rosalba, discreta medium e una sera di temporale facemmo una seduta spiritica nella sua villa a C*. Parteciparono anche i fratelli e la bella cugina Adriana coi capelli lunghi. Quell’estate conobbi anche Mariarosa di Angiari. Andavo tutte le sere in bici al capitello con la speranza di incontrarla. E in autunno scrissi una poesia, poi perduta. Nel 1982 mi venne la passione per la scultura e andai con Renzo a Grancona. Visitai le segherie e mi rifornii di pietre, ma riuscii a scolpire solo un portacenere che vendetti per 10.000 lire.
Nel 1982 circa iniziai a scrivere 4 o 5 racconti neri, ma erano troppo convenzionali e li buttai via. Nel 1982 83 scrissi 10 racconti gotici d’atmosfera, strani, misteriosi, insoliti, bizzarri supernaturali, ispirati a fatti reali. I racconti mi riuscirono bene e decisi di scriverne ancora l’anno successivo. Invece gli avvenimenti mi costrinsero a rimandare  anno dopo anno e ripresi a scrivere gli altri racconti nell’ottobre 1988 ! 
Nell’ottobre 1981 un coetaneo idraulico mi indicò una ragazza di nome Morena. La portai al cinema; andammo a Miega, poi a Minerbe dove facemmo un giro in carrozza; poi in campagna per il resto del pomeriggio. Lei voleva sposarsi, così la presentai all’amico Nicola. Dopo poco tempo la ragazza sparì. Nicola era un ragazzo che avevo conosciuto per caso al bar Bellintani. All’inizio non era affidabile perchè  faceva  troppi scherzi; successivamente diventò più savio e così lo ripresi come amico. Alcune volte lo portai alle sagre e in breve lui diventò un fanatico delle sagre e incominciò a frequentarle tutte.
Per molte volte ho sognato di salire scale e visitare soffitte, granai, torri, celle campanarie. Oppure scendere scale e visitare sotterranei, cantine. Ho sognato molte volte il futuro, avvenimenti importanti o insignificanti. I sogni si sono svolti all’alba e mi hanno fatto svegliare di soprassalto. L’avvenimento futuro si è verificato alcuni giorni dopo. Nell’inverno degli anni 80 feci questo sogno: mi trovo in campagna. All’improvviso compare un toro che mi corre incontro a testa bassa. Io mi svegliai di soprassalto. La domenica successiva casualmente passai da Begosso e mi fermai per salutare l’amico Giuliano che possedeva una stalla. Trovai Giuliano in mezzo al campo e come al solito ci mettemmo a parlare di filosofia. Dopo un po’ un cavallo lontano ci corse incontro a testa bassa a tutta velocità. Allora  mi ricordai del mio sogno. Poiché non esistevano ripari io mi spostai dietro il corpo del mio amico che era più alto di me. Giuliano si sfilò il camiciotto e lo tenne con il braccio disteso. Il cavallo centrò il camiciotto e passò oltre.
Nei primi anni 80 feci amicizia con un vecchio girovago, Esperio, che mi raccontò la sua vita. Esperio era un uomo serio, alto e magro. Lui e il suo amico detto Capitano avevano viaggiato tutta l’Italia in bici, chiedendo la carità e dormendo nelle stalle. Nel 1981 82 83 feci una ricerca sistematica dei guaritori e veggenti della pianura veronese. Ne conobbi tantissimi, nei paesi o  nelle campagne e andai a intervistarli anche se non volevano: a Castagnaro, Terrazzo, Pressana,  Urbana, Legnago, Boschi  e poi cartomanti, frati, suore, vecchie streghe, sensitivi, pazzi, tutto un mondo sommerso, vario e interessante. Avevo conosciuto la sarta Amelia che mi aveva mandato dalla sua amica Nella la quale era appassionata di queste cose e conosceva tantissimi guaritori. Ognuno usava un suo sistema: la vecchia Emma guercia e novantenne  bolliva un pentolino, lo capovolgeva su un piatto e lentamente l’acqua rientrava dentro il pentolino capovolto. Altri guaritori facevano passaggi con le mani, usavano l’anello su mali superficiali, annodavano uno spago, tracciavano crocette a X recitando parole sottovoce. Compilai un archivio e descrissi le tecniche in un quaderno, poi perduto. Lessi anche le lettere di padre Pio per tentare di capire le tecniche di guarigione.
 Nell’estate 1982  in campagna conobbi un pastore vecchio, alto e magro di nome Bruno di Angiari. Trascorsi molto tempo a sentirlo parlare, mentre le pecore brucavano, mentre il cane le riordinava e le ore passavano lente in quei pomeriggi languidi, finchè il sole tramontava, la sera arrivava e noi ci incamminavamo verso l’ovile. Bruno era un tipo interessante. Aveva avuto molte esperienze, molte avventure, molte donne. Egli mi raccontava  tutto mentre, col coltello, intagliava bizzarri bastoni di olmo che poi regalava alla figlia di Milano. Ricordo una volta che  cercai il pastore nella vegetazione folta, senza riuscire a trovarlo; sentivo il suono dei campanacci portato dal vento, vedevo le tracce del passaggio delle pecore, ma non riuscivo a rintracciarlo. Ricordo la sera dell’ultima domenica di settembre, quando di ritorno dalla sagra di Angiari andai a trovare Bruno; la campagna   sconfinata, le erbe secche e spinose, il sole rosso, la sera cupa che avanzava paurosamente, il pastore alto e ieratico.
Tutte le sere dell’estate 1982 mentre andavo ad Angiari col motorino Mosquito, incontravo un uomo che spingeva una sedia a ruote con sopra una ragazza paralizzata. Una sera di fine estate mi fermai a parlare con l’uomo che era il padre della ragazza e mi raccontò la sua storia. La ragazza si chiamava Mariarosa, aveva 20 anni ed era nata zoppa. I dottori la operarono e così diventò paralitica. La ragazza non parlava ma comprendeva tutto perfettamente. Dopo quella volta, tutte le sere mi fermavo a parlare col padre per stare insieme a Mariarosa. Le regalai anche un braccialetto d’argento. La vicinanza di quella creatura mi faceva provare sensazioni fortissime di sofferenza e dolore. Mi sembrava di essere io il colpevole. Mi sentivo impotente a liberarla della sua malformazione.
Nel luglio 1983 (c’era la canzone Vamos a la playa dei Righeira) aiutai ad attraversare strada una ragazza cieca e di colpo mi innamorai. La ragazza si chiamava Susanna. Durante tutto l’estate e l’autunno andavo a casa sua e la accompagnavo a passeggio. La portai a Verona dall’UCI e imparai l’alfabeto Braille. In cuor mio volevo intensamente guarire Susanna così la portai in macchina da tutti i guaritori che conoscevo, senza risultato. L’anno dopo ci separammo. Nel 1985 incominciai a scrivere un romanzo su questo tema. La mia avventura con Susanna, la mia esperienza con i guaritori e la mia conoscenza della campagna confluirono nel romanzo intitolato: Sole di Mezzanotte finito nel 1986.
Nel 1983 circa passando per piazza Bra a Verona notai la scritta:  Il Gazzettino. Entrai, conobbi il direttore,  gli offrii il mio lavoro e mi incaricò di fare l’elenco dei film di Cerea e altre cosette. Ma non piaceva dover rincorrere le notizie che dovevano essere fresche come l’uovo di giornata. Io amavo scrivere verità eterne. Così dopo un pò smisi. Poi collaborai con un quindicinale di Legnago inviando articoli per alcuni anni. Altri articoli sono apparsi su riviste,  fanzines e successivamente su siti internet.  Non posso ricordarli tutti; lascio ai miei futuri biografi il piacere della scoperta.
Sono bibliofilo, anzi bibliopatico. Negli anni 80 per mezzo di inserzioni contattai librai e collezionisti per ricomprare i vecchi Racconti di Dracula (e altri libri) che avevo perduto. Il mio debito verso questi  Autori è grandissimo poiché essi  mi hanno aiutato a vivere, mi hanno fatto scoprire la mia missione nella vita. Negli anni 80 e 90 revisionai le Liriche, Sortilegio e Il Paese Stregato. Nel 1985 scrissi la raccolta di poesie erotiche: L’Opale che poi nel 1987 ho utilizzato per il primo racconto sexy. Successivamente ne scrissi altri, fino a 13 Avventure sexy in campagna. Nel 1986 incominciai a scrivere Il Manuale dello Scrittore che terminai nel 2000.  Nel 1995  97 scrissi: I Romanzi dell’Occultismo, un saggio sulla letteratura  del supernaturale.  Nel 1988 ripresi a scrivere i Racconti Supernaturali arrivando a scriverne 64 nel 2000. I racconti formano un mosaico che espone la mia filosofia e la mia visione del mondo, frutto della mia sensibilità ed esperienze. Tutte le volte che terminavo un racconto mi stupivo come davanti a un miracolo. Mi sembrava che non fosse mio il merito. Mi sembrava di non riuscire più a scrivere altri racconti. E ogni volta provo queste sensazioni. Scrivere è per me una necessità naturale, una in più di quelle della gente comune. Provo piacere se scrivo e sofferenza se non scrivo. Ho un gran bisogno di libertà e  solo lo scrivere mi fa sentire libero. Scrivo sempre di mattina e spesso mi sveglio con le idee già in testa. Quando scrivo, quando creo, mi emoziono molto; sudo, mi viene sete, sento  freddo, il bisogno di orinare e mi viene una leggera diarrea. Negli anni 90 e seguenti scrissi: Sesso e Amore, poi Donne Amore Piacere. Critica al Potere. Case nel Tempo con 2000 foto. Autobiografia di uno Scrittore. Spiritismo e Reincarnazione. Notturne Carezze, 3 raccolte di poesie recuperandone alcune che erano andate perdute. Gli scrittori dell’orrore. Anime Nude racconti psicologici. Guida alla scrittura creativa. Nel 2004 scrissi Amori Maledetti, una storia della Letteratura d’amore, erotica, sexy. Questi testi sono stati stampati amatorialmente  da piccoli editori e Lulu.com. I libri dei miei scrittori preferiti mi hanno aiutato a vivere. I miei libri aiuteranno a vivere futuri lettori.
A partire dagli anni 80 conobbi e intrattenni corrispondenza con scrittori e appassionati: Mariella Bernacchi,    Dario Spada,  Massimo Ferrara,  Marco Gordini, Sarah Gilmer, Romano Bertola.
Negli anni 80 lessi Kardec, Holzer, Gardner, Leadbeater, Farrar, Sanders, eccetera e  mi iscrissi a varie associazioni inglesi e americane di Spiritualismo, Paganesimo, ricerca psichica. (Agli amici Pagani propongo di istituire la festa del profumo dei tigli).  E poi ancora libri, sagre, falò d’inverno, passeggiate in campagna e visita a case abbandonate. Il mio impero lo ho costruito DENTRO di me. Tutte le mie esperienze, i miei ricordi, le mie emozioni forse non andranno perdute perché verranno pubblicate. Nel 1993 scrissi la mia biografia pensando che possa interessare gli studiosi e gli appassionati. Ho scritto questa autobiografia ricorrendo alla mia memoria, guardando le date sui libri, (Racconti di Dracula) e prendendo fatti datati come riferimento. In questo modo i tasselli degli avvenimenti vanno tutti al loro giusto posto. Ho pensato spesso a come sarà il mio futuro biografo, l’estimatore e il diffusore delle mie opere. Forse deve ancora nascere, oppure si trova in un paese lontano. Comunque, so che un giorno il mio biografo arriverà. Egli verrà a trovarmi nella mia tomba; conserverà i miei manoscritti originali che sono la cosa più preziosa che ho al mondo. Entrerà nella mia stanza, se ci sarà ancora, si siederà al mio tavolino di scrittore. Conserverà i miei libri,  rintraccerà i testimoni ancora vivi; visiterà i luoghi che ho amato: Minerbe, Bonavigo, Veronella e la campagna circostante. Ciao caro amico! Ti stringo forte la mano. Buon lavoro!








GLI   ANNI   80 \B


I ricordi sono strani. Io mi sforzo di evocarli appena in tempo per scriverli e poi essi sfuggono, come se avessero fretta di tornare indietro, dal posto dove sono venuti.
Nell’aprile 1986 esplose la centrale atomica di Chernobil, ma la notizia venne diffusa più tardi. I primi giorni di maggio furono caldissimi, io mi abbronzai al sole e forse fu un male. Nel mio cortile il sedano si bruciò e le foglie di magnolia avevano macchioline di bruciato. Nel 1988 insegnai la grammatica a Girolamo che mi regalò i pomodori per molti anni.
Nelle sere d’estate e d’autunno mi piaceva sedermi sui gradini della chiesa di Palesella per godermi lo spettacolo, ogni volta differente, del sole che tramonta. La sera del 21 giugno 1986 ero seduto sui gradini quando arrivò una bella ragazza in bici. Indossava pantaloni bianchi e maglietta e mi chiese informazioni sulla strada da seguire. Si chiamava Sara e aveva 20 anni. Io la accompagnai con la mia bici lungo la strada delle scope, detta così perché nei  fossi cresce il carice dalla cui infiorescenza si ricavano le scope. Nel sentiero,  fra le distese dei meli, la baciai. Le sollevai la maglietta e vidi i bei seni, uno col capezzolo rientrato. Ma arrivò una macchina, così proseguimmo fino sul ponte del fiume Nichesola. Più avanti la spogliai ancora ma lei aveva freddo e paura del buio che stava per arrivare, perciò riprendemmo la strada. Questa avventura l’ho descritta in un racconto sexy.
Alla terza domenica di luglio 1986 andai alla sagra di Veronella. Era un pomeriggio caldo e umido e la sagra era stata spostata in centro anziché nel campo sportivo come gli anni precedenti. In piazza notai una ragazza sola con pantaloni bianchi e maglietta rossa. Le chiesi se le piaceva la sagra e lei mi rispose che era migliore quando era nel campo sportivo. La invitai in giostra e lei rifiutò ma poi acconsentì. Così conobbi Adriana, di 29 anni. Le offrii un gelato a s. Gregorio, passeggiammo per il paese e restammo insieme per tutto il pomeriggio. Al ritorno appena fuori dal paese deviai per un sentiero, facemmo l’amore e dopo la riportai a Veronella.  Nei giorni successivi pensai spesso a lei e al modo di rintracciarla, senza riuscirci.
In agosto trovai scatoloni di profumi, rossetti, cosmetici, scartati da una profumeria che aveva rinnovato il negozio. Portai a casa le confezioni e ne misi alcune in macchina con l’intenzione di regalarle alle ragazze. Nicola mi raccontò che aveva conosciuto una ragazza di nome Giuliana alla sagra di Roverchiara. Con le sue descrizioni riuscii a individuarla alla sagra di Morubio e mi presentai. Ma Giuliana aveva un appuntamento con un altro quel pomeriggio che la portò con sé mentre io rimasi ad aspettarla. Alla sera la ragazza tornò ed io la seguii per un po’ in auto, lungo la stradina che va verso l’Adige. Poi la chiamai e le offrii i cosmetici. Mentre lei felicissima sceglieva i rossetti io la abbracciavo e la baciavo. Eravamo soli in campagna, ma faceva freddo e arrivava il buio, così ci demmo appuntamento per la domenica successiva. La prima domenica di settembre alle 2 pm andai ad aspettarla davanti alla sua vecchia casa e la portai alla sagra di Cologna e poi a Veronella. Restammo insieme tutto il pomeriggio ma non riuscii a fare niente.  Alla sera quando la riportai a casa, mi disse in tono malizioso: “Non bisogna scoraggiarsi. Quello che non si riesce ad avere la prima volta si può averlo alla secondo.” Andai a prenderla ancora per altre 2 volte poi mi stancai; Giuliana era furba e voleva farsi sposare. Questa  ragazza diceva spesso una imprecazione originale che mi faceva ridere: “Marisa cavalla”.
Alla terza domenica di settembre alla sagra di Cerea ritrovai Adriana insieme alle amiche. La portai in giostra e ci demmo appuntamento il giorno dopo a s. Andrea dove lei sarebbe passata per andare dalla sua amica. Arrivai là senza  speranza di trovarla, invece Adriana arrivò. Andammo sull’argine del fiume Guà, vicino a Roveredo  e ci amammo freneticamente.   Continuammo ad incontrarci per tutto il mese di ottobre e  andavamo in giro a visitare campagne e paesi.   In quei pomeriggi di sole autunnale provammo tutte le emozioni e i labirinti del sesso.  In novembre sull’argine del Gua la   fotografai nuda, però successivamente perdetti quelle foto. Di giorno ero felice perché a 39 anni avevo trovato una fidanzata; però alla sera rimpiangevo la solitudine, la malinconia creativa, la mia libertà.
L’amico Nicola mi descrisse una ragazza di Roverchairetta conosciuta di sera alla sagra di Morubio, ultima settimana di agosto. Alla domenica pomeriggio andai a Morubio. Vidi arrivare una ragazza in bicicletta che corrispondeva alle descrizioni: piccolina, magra, visetto insignificante, capelli corti. Al luna park mi avvicinai e feci conoscenza. Si chiamava Giuliana. Le proposi di andare a Cologna a mangiare il gelato e lei accettò. Ma arrivò Onorio col quale era d’accordo di andare al cinema a Cerea. Onorio la fece salire sul suo motorino e partirono, senza che potessi fare niente. Alla sera tornai a Morubio e aspettai Giuliana. Ci mettemmo d’accordo che sarebbe venuta a Cologna con me la domenica successiva. Poi lei partì in bici per insegnarmi dove abitava e io la seguii con la macchina. In un sentiero ci fermammo e io la accarezzai un poco. Aveva mutandine nere e mi disse: “Eh, ho capito dove vuoi arrivare...” non mi spinsi oltre e proseguimmo fino a casa sua.
La domenica successiva arrivai a Roverchiaretta. Alla finestra della sua casa stava la ragazza che appena mi vide corse fuori e salì in macchina. Guidai fino all’argine dell’Adige dove mi fermai. Incominciai ad accarezzarla, ma Giuliana incominciò a piangere dicendomi che suo padre la avrebbe ammazzata se avesse saputo. Così smisi e le proposi di andare a Cologna. Lei accettò e cessò subito di piangere. Trascorremmo il pomeriggio a passeggio a Cologna e poi a Veronella. Lei mi raccontò la sua vita: sua mamma era morta, aveva un fratello e il padre. Mi disse che aveva l’epilessia e mi insegnò come fare nel caso fosse svenuta. Per fortuna non successe mai. Alla sera la riportai indietro pensando che avevo sprecato un pomeriggio e perciò non sari più andato da lei. Ma Giuliana mentre scendeva dalla macchina mi disse maliziosamente: “Non bisogna arrabbiarsi. Se una cosa non si può avere una volta, la si potrà avere la volta successiva.”
Così tornai altre due domeniche, senza mai riuscire a spogliarla. Dopo non andai più da lei.
Dopo l’anno 2000, visto che ero rimasto senza amicizie femminili, decisi di ritornare da Giuliana. Ma era tutto cambiato, lei non c’era più. i vicini mi spiegarono che il fratello era morto in un incidente; il padre si era trasferito e lei era andata ad abitare alla Domus Paci di Legnago. Un pomeriggio di domenica andai alla Domus paci. Entrai e a un marocchino che lavorava come muratore chiesi di parlare col prete. Lui percorse un corridoio e io lo seguii. Entrò in una stanza e sentii il prete che diceva: “Mandalo via, digli che non ci sono.” Ma io stavo già per entrare così il prete mi accolse con un sorriso e alla mia richiesta rispose che la ragazza era andata al cinema.
Ritornai una settimana dopo, di sera. Una suora mi disse che la ragazza abitava in un edificio in fondo al parco. Le chiesi se poteva accompagnarmi e lei chiamò un’altra suora. Ma poichè intendevo andare a piedi e non i macchina, la presenza dell’altra suora era superflua. Entrammo in un salone dove mi dissero che Giuliana era fuori (a messa, non ricordo). Mi feci dare il numero di telefono della segreteria e mi apprestai ad andare via. Vidi una riproduzione grande come la parete del quadro l’impero dei lumi di Magritte. Lo apprezzai e quelli si stupirono molto che io conoscevo Magritte.
In seguito telefonai e la donna che mi rispose mi gridò che non volevano che succedessero casini. Poi mi passò al telefono Giuliana. Questa mi disse che aveva cambiato vita e non voleva più rivedere i conoscenti di un tempo. Così tutto finì lì. 
Il pomeriggio del primo novembre 1986, festa dei morti, era un giorno scialbo con sole autunnale. Io e Nicola stavamo   all’osteria Bellintani, affollata di vecchioni che bevevano, fumavano e parlavano forte mentre giocavano a carte. Noi eravamo annoiati perché non sapevamo dove andare, allorquando alle ore 5 pm entrò una ragazza sola, bruna con maglione verde e bevve qualcosa al banco. Io e Nicola ci chiedevamo chi fosse e da dove venisse, così quando uscì nella piazza  ci presentammo. Lei si chiamava Simonetta, aveva 19 anni ed abitava a B*. Dopo un po’ lei prese la sua bici celeste e si avviò per ritornare a casa. Io andai a prendere la mia bici e la seguii. Faceva freddo, scendeva il buio e la ragazza pedalava forte. La raggiunsi in fondo al paese e la accompagnai fino a s. Pietro di Legnago chiedendo molte cose di lei. Ricordavo di averla vista l’anno prima alla sagra di Bonavigo. Prima di lasciarla la accarezzai il seno ma lei tirò via la mano dicendo: “Eh, calma, calma.”   Le detti appuntamento la domenica seguente sulla piazza di Bonavigo; poi tornai indietro perché c’era sempre più freddo e buio.
Ma il pomeriggio della domenica seguente non andai all’appuntamento poiché supponevo che Simonetta non sarebbe venuta. Andai invece da Adriana e la portai in giro come al solito. Intanto la nostra amicizia si era approfondita, le avevo dato il numero di telefono e lei mi chiamava spesso. Adriana mi raccontava le sue cose, i suoi problemi, i suoi rapporti difficili con i genitori.  Un freddo pomeriggio di metà novembre 1986, tornavo in macchina da un appuntamento con Adriana. C’era un tramonto giallo, il vento staccava le foglie morte e io mi sentivo nauseato e stanco. Inaspettatamente sulla strada incontrai Simonetta in bici. Le chiesi se era venuto all’appuntamento e rispose sì. Allora mi scusai e le diedi un altro appuntamento la domenica successiva a Pilastro.
Il pomeriggio della domenica seguente pioveva a dirotto. Andai ugualmente all’appuntamento, sicuro che la ragazza non sarebbe venuta. Aspettai a Pilastro, poi le andai incontro. La vidi avanzare in bici sulla strada, con un vestito verde, con l’ombrello, sotto la pioggia sferzante. Aveva anche il raffreddore. Salì in macchina, io le chiusi l’ombrello e partimmo verso Minerbe. Poi andammo a s. Zenone, fermai la macchina sotto i tigli e restammo a parlare.  Lei si rivelò una ragazza sensibile, buona e sfortunata. Aveva avuto tanti problemi da piccola, era stata rifiutata (come me) dai compagni di scuola. Poi ripartimmo per  una località fra s. Zenone e Pressana (Occa?) e facemmo sosta lungo il fiume Fratta. Là, sotto la pioggia che batteva sulla capote, nella più completa solitudine della campagna grigia e desolata, baciai Simonetta; ero rassegnato a prendere il raffreddore (invece non lo presi).   La spogliai mentre lei era timida e preoccupata e ci amammo tutto il pomeriggio, mentre la pioggia sferzava rabbiosa nella campagna .   Quando volli ripartire ebbi difficoltà perché le ruote erano affondate nel fango. Al ritorno era buio e seguitava a piovere. A Morubio ebbi problemi al motore e andai da un meccanico. La domenica seguente, al pomeriggio c’era il sole e andai ancora all’appuntamento da Simonetta. Andammo a visitare Veronella e dintorni. La domenica dopo, giorno di nebbia, andammo a Pressana e Miega. Simonetta era una ragazza emotiva. Le regalai gli ultimi cosmetici che mi erano rimasti e un giorno d’inverno mi portò a casa sua.
L’otto dicembre, mentre passavo con Simonetta sul ponte del Gua, vidi Adriana col paltò rosso che mi aspettava. Mi dispiaceva lasciarla là, così feci salire anche lei e andammo alla festa del mandorlato a Cologna e poi al centro giovanile di s. Gregorio. Le due ragazze fecero amicizia e io alla domenica andavo a prenderle entrambe. In quei gelidi pomeriggi nebbiosi le portai a Montagnana, sulla torre, a Legnago, nel salotto di Clara, la pranoterapista. Questo durò per tutto l’inverno 1986-87. In primavera 1987, ancora gite insieme. Qualche volta  portavo con me una ragazza sola, ma allora si verificavano situazioni spiacevoli; quella rimasta a casa telefonava a casa dell’altra.
Con Adriana andavamo a fare l’amore sull’argine sinuoso del fiume Fratta fra Caselle e Pressana. Simonetta invece non volle più fare l’amore con me.  Ho trascorso un bel pomeriggio di maggio insieme a Simonetta a Minerbe, anche se ora non voleva più fare l’amore. Eravamo seduti sulla panchina quando arrivò la mia conoscente Marzia, invidiosa, che mi chiese di andare con lei. Invece io e Simonetta siamo andati a passeggio nel viale dei Tigli e delle Rose fino a sera.
Alla sagra di Boschi in luglio 1987, ancora con Adriana e Simonetta, dove al cimitero voleva presentarmi ai suoi parenti. A s. Zenone, in un pomeriggio nuvoloso con Adriana; ci eravamo appena rivestiti dopo aver fatto l’amore in fondo a un campo quando arrivò una donna che ci chiese: “Che cosa avete fatto?”  “Niente” rispose Adriana;  “Eh no, qualcosa avete fatto!”  Probabilmente ci aveva visti.
Ma questa situazione non poteva durare! Dovevo scegliere una ragazza sola. In estate 1987 scelsi Adriana e forse sbagliai.   Così, dopo andavamo in giro io e lei, senza meta, liberi, per paesi e campagne:  Angiari, Pressana, s. Gregorio dove facemmo l’amore dietro la tenda di una chiesetta, Orgiano, Teonghio… Ogni tanto le regalavo braccialetti, libri, calze, orologi e una volta l’ho portata nel mio studio.
Vedevo Simonetta sempre meno; in giugno, io e Adriana trovammo Simonetta che andava in bici a Montagnana.  Ritrovai Simonetta da sola nel febbraio 1988 alla sagra di s. Apollonia. La trovai alla sagra di Cerea, a quella di Bonaldo 1988. La prima domenica di ottobre rividi Simonetta alla sagra del vino di Miega. Non voleva che la toccassi. Era appena tornata in bici da Verona, dove aveva conosciuto un ragazzo. Le dissi di non andare tanto lontano, ma mi rispose: “Al cuore non si comanda”. Un pomeriggio di agosto 1989 a Legnago incontrai Simonetta. Il suo motorino era senza benzina e lei aspettava che aprissero i benzinai. Andammo nel parco a parlare ma non accettò neanche una carezza.  A un certo momento, stanco delle sue reticenze le dissi: “Eppure io ti ho vista nuda”. Lei rimase sorpresa e mi rispose: “Ah sì? Beh, io non mi ricordo”. Ci separammo, la accompagnai fino al ponte, e quella fu l’ultima volta che la vidi.
 Nell’agosto 1987 Adriana andò al mare e io mi sentii sollevato. Incominciavo a sentire il peso delle responsabilità. Lei parlava sempre più spesso di matrimonio ed io mi ero adattato all’idea. Ma a questo punto sorgevano i vecchi problemi: cercare il lavoro, la casa…  Avevo visto una villetta in vendita a Minerbe e telefonai per sentire il prezzo; era 80 milioni! In quel periodo sognavo che cercavo Adriana e andavo a piedi fino a Cologna  senza trovarla. Arrivava la sera e guardavo l’orologio che segnava le 5; era troppo tardi. E qui mi svegliavo.
 Nell’agosto 1987 comprai un motorino Mosquito con telaio Legnano, dal mio maestro di scuola. Un caldo pomeriggio col sole di  domenica, andai a provare il motorino ma non avevo  una meta precisa. Andai a Pilastro, poi deviai fino a Legnago. Il viale della stazione era pieno di coppie che passeggiavano. Fra gli altri notai una ragazza bruna, sola vicino alla stazione. La salutai e proseguii oltre. Quando ritornai a piedi, dopo aver posteggiato il motorino, vidi che la ragazza era ancora là. Prima di andare via le dissi la prima frase che mi venne in mente: “Ciao, vieni a passeggio?” Restai sbalordito vedendo che la ragazza si muoveva per venirmi incontro! Andammo al parco e ci sedemmo su una panchina. Lei disse di chiamarsi Paola, aveva 20 anni ed era triste perché il fidanzato la aveva abbandonata. Le offrii gelato, bibite ma rifiutò. La abbracciai, la strinsi vicino a me e lei non fece nessuna resistenza. Le proposi di fare una passeggiata sull’argine e lei acconsentì. Restammo insieme tutto il pomeriggio ed è stato meraviglioso. Prima di andare via le chiesi di rivederci e mi rispose: “Chissà”.  La domenica successiva era un giorno nuvoloso e la cercai inutilmente per le vie di Legnago. La incontrai di sfuggita, ma lei scappò via. Poiché sentivo di aver perso questa ragazza, la segnalai all’amico di Nicola, Roberto il quale riuscì a rintracciarla. Una sera Nicola portò me e Roberto a una festa a Boschi. Rividi Paola che mi salutò, ma c’era anche suo padre sospettoso e severo, così non potei parlarle. In seguito rividi Paola insieme al fidanzato e poi scomparve del tutto.
In settembre ritornò Adriana e riprendemmo il nostro rapporto ormai stanco. Una coincidenza: la sua amica Annamaria perdette 2 volte il grosso braccialetto d’oro e per 2 volte io lo ho trovato e restituito. Ancora sagre, amore, progetti, preoccupazioni. In settembre 1987 andammo alla sagra della patata di s. Andrea e le portai le foto che avevamo fatto a Legnago, un braccialetto, alcuni libri. In ottobre a s. Zenone mi sedetti involontariamente sul suo ombrello rompendolo. Ne comprai uno, ma dicono che regalare gli ombrelli porta sfortuna. Questa storia è costellata di coincidenze e sincronicità. Un pomeriggio nuvoloso andammo a Belfiore e là incontrai un compaesano (il padre di Gianni T*) che scendeva dalla macchina nello stesso momento che scendevo  io. Insieme ad Adriana girovagammo per il paese e a sera quando ritornammo alla macchina vidi che anche il compaesano arrivò nello stesso momento per ripartire! Ma avvenne un’altra coincidenza che io considero un presagio. Un pomeriggio di ottobre nuvoloso e senza sole lo trascorremmo insieme a s. Bonifacio a passeggio, al bar, sulle panchine a baciarci. Sulla strada del ritorno facemmo l’amore. Poiché ci restava poco tempo deviai alla prima stradina che trovai fra s. Gregorio e Veronella. Dopo aver finito io guardai la campagna e riconobbi il posto. “Sai dove siamo?” chiesi. Adriana sorrise perché anche lei aveva riconosciuto il luogo. Era lo stesso dove eravamo venuti a fare l’amore per la prima volta, in un pomeriggio nuvoloso. Dopo di allora non eravamo più tornati lì. E proprio lì finì il nostro rapporto. E’ strano come le cose finiscono nello stesso modo in cui sono incominciate!!!
Il giorno dopo Adriana mi telefonò dicendomi che i suoi parenti ci avevano visti insieme a s. Bonifacio, avevano avvertito i genitori e adesso erano infuriati poiché avevano scoperto la nostra relazione. Quindi mi disse di venire a casa sua a parlare con i suoi. Promisi di andarci alla domenica, la prima di novembre, ma arrivato al suo  paese mi mancò il coraggio e tornai indietro. Ci andai la domenica successiva. Adriana abitava in una casetta in fondo a un vicolo. I suoi genitori erano all’antica, molto severi e intransigenti, specialmente la madre. Chiesi di fidanzarmi con la figlia e mi risposero: no. Dopo questo incontro andarono a prendere informazioni su di me da un amico pittore di Cologna. Poi telefonarono al parroco di Cerea, che venne a casa mia una sera per tentare di dissuadermi. Anche la mia famiglia era un po’ in subbuglio. E soprattutto in me c’era un conflitto: volevo sposare Adriana ma ero senza lavoro, senza casa, senza soldi. Un freddo pomeriggio di sole di novembre 1987 io e Adriana andammo a Caldiero a visitare le terme, la chiesetta abbandonata. Al ritorno parlammo del nostro futuro, lei aveva convinto i genitori a venire a casa mia e chiese se ero d’accordo. Dissi sì, ma poi le telefonai per dirle no.  Avevo paura, soffrivo, stavo male. Non dormivo, mangiavo poco, mi stava succedendo quello che avevo provato quando facevo l’odontotecnico. Feci un altro sogno premonitore. Sognai uno sciame di vespe che mi inseguivano ma quando mi voltai per combatterle le vespe fuggirono indietro. In quel periodo cercavo una casa; trovai 3 stanze al Borghetto (le stesse dove ero stato a scuola nel 1969). Ma non avevo i soldi per pagare l’affitto. Avevo uno spasmodico bisogno di denaro, denaro, denaro. Volevo avere un lavoro, una casa, una donna, dei figli. E volevo essere scrittore, libero, e senza legami. Che situazione terribile!
Durante il 1988  rividi  Adriana solo qualche volta; un pomeriggio d’estate a Pressana, lei mi supplicò di farle fare un figlio; invece facemmo il petting come tutte le altre volte.
Nel maggio 1988 (o 89) ero alla sagra di Arcole ebbi un’altra avventura. Alle 5 pm arrivò una splendida ragazza sola in minigonna. Facemmo conoscenza. Si chiamava Giovanna, 20 anni, orfana e aveva perso il fidanzato. Partimmo verso s. Bonifacio;  sul lungofiume  lei provò a guidare la mia macchina, le accarezzai le belle gambe e  in breve riuscii a spogliarla.  Restammo insieme fino a sera a parlare e baciarci. Le domeniche successive tornai ad Arcole ma non riuscii a trovarla. La rividi in un pomeriggio di pioggia e facemmo un giro  insieme, dopodiché scomparve.
 In ottobre 1988, come ho detto, ripresi a scrivere i Racconti Supernaturali e continuai a scriverne durante tutto il 1989. Nella primavera 1989 feci amicizia col contadino Sarte di Cerea. Egli mi raccontò uno strano fatto: nel 1970 circa, una sera stava cenando insieme ai suoi inquilini. Improvvisamente un bicchiere pieno di vino volò in aria, restò immobile per alcuni secondi poi cadde giù sul tavolo. Il bicchiere si ruppe in molti pezzi che però rimasero tutti uniti cosicchè il vino restò dentro al bicchiere. Tutti si spaventarono, ma  non Sarte che diede questa spiegazione: “Sono stati i nostri antenati”.  Mi piaceva la sua fattoria, mi piaceva quell’uomo piccolo e gran lavoratore della terra, tipico della razza veneta. Feci amicizia e tutti i pomeriggi andavo a lavorare nella sua fattoria fino al buio. Scaricavo carri  di fieno, portavo carriole di paglia per le lettiere delle mucche. Davo da bere agli animali… Lui ogni settimana mi dava un po’ di carne o verdure dell’orto. Nella fattoria abitava anche una famiglia di poveri con tre sorelle miopi, bionde e con la pelle bianchissima. Qualche volta parlavo con qualcuna di loro; qualche volta intravedevo il seno. Restai a lavorare alla fattoria fino a giugno, poi mi stancai. Negli anni successivi andai ancora a trovare Sarte. Lui aveva smesso l’attività, venduto le bestie e la fattoria. Finchè nel 1993 morì sulla bici, travolto da un camion.
Durante il 1989 andavo da solo alle sagre. All’ultima domenica di agosto ero alla sagra di Asigliano. In quel periodo 4 ragazzi, seguendo una usanza, prendevano le ragazze senza accompagnatore e le versano addosso un secchio di acqua. Si sentivano grida e si vedevano corpi nudi sotto i vestiti bagnati.  In paese conobbi Teresa, 28 anni che viveva col padre e il fratello. Ritrovai Teresa alla sagra della patata di s. Andrea. La rividi la domenica successiva e andammo a Montagnana, Veronella, Pressana.  Era una buona ragazza ma insisteva che io andassi a trovarla a casa sua. La rividi saltuariamente anche negli anni seguenti.
Alla seconda domenica di ottobre 1989, giorno freddo e nuvoloso, andai a Legnago e stetti a chiacchierare con l’amico Virginio. Poi andai alla sagra di Vigo e visitai la vecchia fattoria abbandonata al centro del paese. Ripartii per Minerbe ma passando da Boschi vidi un annuncio funebre: Simonetta di anni 21 scomparsa in un tragico incidente stradale. Corsi ad avvertire Nicola che riferì al suo amico Roberto. Il lunedì seguente, giorno di sole, andammo al funerale a Bonavigo. La chiesa era piena di gente, l’arrivo della bara, la mamma e le sorelle che piangevano… Io e Roberto seguimmo il corteo fino al cimitero portando una corona. Simonetta fu seppellita nel piccolo cimitero di Bonavigo. Dopo aver chiuso il loculo, il becchino commentò: “Bah, questi giovani…”  Il fratello ci disse che era stata travolta da un camion mentre andava in motorino.
Cara Simonetta, ti ricordo sempre e qualche volta ti vedo in sogno. Al funerale soffrii come un cane per la perdita dell’amica e per il rimorso di averla trascurata. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Nell’estate 1989 una libreria inglese mi scrisse che stava per chiudere, io avevo un credito di 26 sterline da oltre 20 anni presso di loro e potevo richiedere libri. Mi ero completamente dimenticato di quel credito. Richiesi  fra gli altri, Hans Holzer Truth about witchcraft che mi entusiasmò. In autunno lessi Gardner Witchcraft today, King of witches, Janet Farrar ecc. e mi iscrissi alla Pagan Federation. 
In ottobre 1989 in campagna in via Capersa, mi sentii stanco e temetti di avere qualche malanno. In novembre andai a Verona accompagnato dagli amici Giorgio F* e Maurizio, per intervistare Davide. Chiedemmo informazioni in un bar dove c’era un tizio con baffi a manubrio e barba a spada, e alla fine riuscimmo a trovare l’abitazione. Davide era un giovane alto, biondo, apparso sui giornali perché faceva le materializzazioni. Ci ricevette e ci parlò dello spirito di sua madre morta, di veggenza, di aura… Alla seconda volta che ci andammo, lui con smorfie e contorsioni,  materializzò un sasso e un bocciolo di rosa. Io sono sicuro che sia stato un trucco.
In dicembre 1989 scrissi una presentazione ai miei racconti supernaturali; il testo assomigliava a un testamento, ma allora io non me ne accorsi. Ecco la presentazione: Seduto al mio tavolo di scrittore penso alla mia vita, ai miei ricordi. La vita mi appare adesso come un bel ricamo e così scrivo I Racconti Gotici. Questi racconti, con il loro messaggio esoterico, sono il mio capolavoro e mi ricorderanno dopo la morte. In essi c’è tutta la mia vita e la mia filosofia.  Bissoli Sergio Cerea Verona Dicembre 1989.
Nell’inverno 1989 Fiammetto mi presentò al tipografo Maggiorino e incominciai a scrivere testi pubblicitari per i suoi clienti. In febbraio 1990 partecipai a una seduta spiritica con tabellone a casa di Felicita a Legnago. Parteciparono anche Marino e Maurizio. Fu una cosa mediocre, inoltre non mi sentivo bene.

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E arrivò il 1990, l’anno maledetto. Scrivere gli avvenimenti di questo anno provo ripugnanza e mi costa uno sforzo.
Nel dicembre 1989 feci un sogno: cammino da solo in campagna. All’improvviso vedo arrivare 2 cani, neri, furiosi, alti come tori. In un attimo i cani sono vicini e mi saltano intorno. Io vedo che questi cani sono terribilmente forti e feroci e penso che mi sbraneranno. Impaurito continuo a camminare. Entro in un portoncino aperto. Continuo a camminare, a camminare… Adesso non vedo più niente e mi volto indietro. Vedo i cani lontani e penso che ora non potranno più raggiungermi. Mi svegliai di colpo, tremante e sconvolto. Il sogno era chiaro; un grave pericolo mi minacciava, ma cosa poteva essere?
Nel gennaio 1990 sentii una specie di tensione muscolare al collo. Andai dal medico  mio amico che mi visitò, controllò la tiroide e non trovò nulla di anormale. A fine gennaio o ai  primi di febbraio sentii che sul collo a destra erano apparsi dei grumi duri e indolori. Trovai il medico per strada e glieli feci notare. Mi disse di andare da lui. Ci andai un pomeriggio di febbraio. Mi visitò, poi mi ordinò di fare i raggi, prelievi di sangue e analisi orine. Quando uscii dall’ambulatorio buttai subito via le sue prescrizioni. Per tutto febbraio non stavo bene, ma ero convinto di avere solo l’influenza. Quell’inverno fu freddo e nevoso e io scrivevo, facevo passeggiate sull’argine del fiume Menago. Telefonai al veggente di Terrazzo che mi ordinò di bere succo di ravanelli e zucchero. 
In marzo andai a Vicenza con Renato a vedere le librerie, poi alla rocca di Stellata, alla libreria di Mirandola. Incominciavo a sentire un peso sul petto e facevo un po’ fatica a respirare. A volte sentivo prurito nel corpo e incolpai il fegato. Avevo tanti piccoli disturbi: raucedine, un po’ di sordità a un orecchio, faccia gonfia al mattino. Avevo bisogno di riposo, credevo di avere la bronchite e alla terza domenica di marzo perdetti la sagra di Minerbe, con molto dispiacere. In settimana tornai dal medico che mi rifece le carte. Buttai via quelle delle analisi e decisi di fare solo le radiografie dove aveva scritto Urgente.
Una mattina mio padre mi accompagnò all’ospedale a Legnago e qui sorse la prima difficoltà. La radiografia non si poteva fare poiché il computer diceva che… la avevo già fatta. Si trattava di un altro Bissoli Sergio, anche lui nato il 18 dicembre 1946. Così per superare l’inconveniente mi registrarono nato il 19, anche se era falso. Mi fecero 4 radiografie e volevano farmi bere un intruglio ma rifiutai. Alcune sere dopo portai le lastre al medico, ma era pieno di gente così andai da un tipografo per offrire il mio lavoro. Al mio ritorno il medico appese le radiografie e le guardò in silenzio. Alla fine disse: “Hai visto?” Io avevo notato che i polmoni apparivano asimmetrici, ma finsi di non accorgermene: “Cosa c’è che non va?”   Il medico riprese: “Ma tu hai mai visto le lastre di una persona sana? Ti faccio le carte per ricoverarti subito all’ospedale”.  “No. All’ospedale non voglio andarci” e afferrai la porta per uscire.  “Fermo. Prima di uscire di qui devi firmarmi una carta che esprima il tuo rifiuto”:  “Va bene, firmo tutto quello che vuoi, ma all’ospedale non ci vado!”.
Mi lasciò andare ugualmente ed io non dormii quella notte. Pensavo che se fosse stata una cosa grave avrei risolto seguendo la mia filosofia: il corpo è meraviglioso, ma quando non funziona più bisogna buttarlo via. Se era un male grave sarei andato a buttarmi nell’Adige dal ponte della ferrovia. Poiché non stavo bene tornai più volte dal medico a chiedergli cosa avevo. Lui ripeteva: “Puoi avere tante cose; sarcoidosi, toxoplasmosi…” e altre parole per me incomprensibili.  Una mattina mio padre mi accompagnò alle analisi. I risultati arrivarono a intervalli e il medico nel vederli diceva: “Non hai la leucemia. Non hai l’aids…”  Stanco di queste incertezze insieme a papà portai le carte a un altro medico, il quale alla fine mi disse: “Lei avrà sentito parlare del morbo di **** ” e disse una parola mai sentita. In quel momento pensai che il medico era matto e andai a casa. Ma mio padre giorni dopo tornò dal  medico per farsi ripetere quella parola. Il medico era all’ospedale e pochi giorni dopo morì.
In aprile andai all’ospedale per chiedere spiegazioni. Fui ricevuto da un giovane dottore e lasciai mio padre fuori dalla porta affinché non sentisse cose spiacevoli. (Però in seguito mi pentii molto di aver trattato male mio padre). Quel medico mi disse che bisognava fare un prelievo osseo, mettere un tubo di fibre ottiche nella trachea, nello stomaco, ecc. Mi disse che bisognava farlo e che prima o poi ci saremo rivisti. Spaventato andai via pensando che mi sarei ammazzato piuttosto di rivedere quel medico. Mia madre che è molto religiosa pregava in continuazione. Anche io scrissi a padre Tardiff, tenni una foto di padre Pio, acqua di Lourds, ma senza risultato.
In aprile, dopo la pasqua, entrai in ospedale, reparto medicina, dove era ricoverato anche il meccanico Gigi. Ma durante la visita a letto udii tutte le operazioni che i medici intendevano farmi. Così andai in bagno, mi rivestii e scappai a casa. Quella sera mi telefonò un medico dicendomi che se accettavo almeno 2 operazioni, la biopsia al collo e la tac, avrebbero potuto curarmi. Rientrai in ospedale il giorno dopo. Chiesi al medico che malattia avessi, ma non seppe dirmelo. Chiesi la causa e mi rispose andando via che la causa era sconosciuta per le forme tumorali. Pensai che non avesse capito la mia domanda. Andavo all’ospedale al mattino e rientravo a casa alla sera. Tutti i pomeriggi quando c’era da firmare il permesso per andare a casa, il primario sbraitava: “Questo non potrebbe andare via!” Usava il condizionale perché sapeva che se lui non firmava io sarei andato via ugualmente.
In quel periodo iniziarono le sudorazioni notturne, i gonfiori sotto l’ascella destra. Una sera arrivò la febbre a 39, il versamento pleurico e mi riportarono indietro all’ospedale. Ero ridotto male: avevo macchie nere sul corpo (sangue coagulato) mi muovevo con fatica, respiravo male; papà doveva aiutarmi a fare il bagno e mamma mi portava a spasso in giardino. Provavo grandi rimorsi poiché talvolta avevo trattato male genitori e parenti e questo mi faceva piangere.
Feci esami, prelievi di sangue, radiografie. La notte precedente la biopsia dormii pochissimo ed ebbi un incubo. Udii il crepitio elettrico che ho udito il giorno dopo durante l’operazione. Mi portarono a digiuno alle 7 del mattino all’ospedale (la sera prima avevo mangiato qualche patata alle 5pm). Attesi con mio padre fino alla 1 pm. In sala operatoria mi dissero di mettermi nudo, di stendermi sulla barella. Terrorizzato mi rivestii e decisi di fuggire. Gli infermieri non riuscivano a tenermi, ma per uscire dovevo firmare. In quel momento arrivò il chirurgo che ruppe la tensione: “Bissoli, ti piacciono sempre i motori Mosquito? Ti ricordi di me alla Palesella? Fidati di me, non sentirai un cazzo”. Mi lasciai operare e dopo qualche giorno mi convocarono in ufficio all’ospedale. “Abbiamo i risultati telefonici della biopsia e sappiamo nome e cognome della sua malattia. Lei ha il morbo di Hodghkin. Se fossi obbligato a scegliere fra queste malattie, io sceglierei questa”. Era la prima volta che sentivo questo nome che per me non significava nulla.
Dunque il sogno fatto nel dicembre 1989 era un sogno precognitore e adesso il suo significato diventava chiaro: i cani feroci rappresentavano la malattia, il mio attraversare il cancello rappresentava il mio ingresso in ospedale.
Confidai il mio dramma solo all’amica Mariella Bernacchi che continuò a scrivermi e rincuorarmi. Facendo ricerche sull’enciclopedia scoprii che il morbo di Hodgkin è un tipo di cancro scoperto da un medico australiano. Nei giorni seguenti all’ospedale pensai seriamente per la prima volta al suicidio. Mi ritirai nella cappella e progettai freddamente ogni mossa: dovevo scappare dall’ospedale, dovevo raggiungere di notte il centro del ponte della ferrovia sull’Adige; dovevo buttarmi nel fiume. Intanto arrivarono i genitori e non vedendomi a letto vennero a cercarmi giù in cappella. Mia madre vide che ero molto serio e si mise a piangere. Volli firmare per andare a casa, quella notte dormii e il pensiero del suicidio sfumò. La mattina seguente all’ospedale feci la Tac. Mi fecero firmare. Non riuscii a bere il litro di liquido bianco che mi diedero. I dottori erano arrabbiatissimi. Mi infilarono aghi nelle braccia e nelle mani e mi misero dentro la macchina.
Giorni dopo feci l’ecoscopia, una operazione molto più semplice. Ma il medico con la cartella in mano non riusciva a capire nulla e intanto mi domandava: “ Lei è Bissoli Sergio? Lei è nato il 18 dicembre 1946? Lei è nato ad Angiari?”  E qui risultò che aveva in mano la cartella del mio omonimo, anche lui malato di cancro. Così per evitare confusioni scrissero nelle carte dei prelievi di sangue che io ero nato il 19 dicembre 1946. La caposala del reparto medicina non voleva credere a questa coincidenza, finchè ebbe la conferma dal reparto dove si trovava il mio omonimo. Poi un giorno, il 20 aprile 1990, mi disse che l’altro Bissoli Sergio era morto, e io temetti di dover fare la stessa fine.
Arrivò su un nuovo medico barbuto, il dottor Michele, l’uomo più buono e comprensivo di tutto l’ospedale. Mi disse che dovevo fare 11 radioterapie col cobalto, prelievi di fegato, prelievi ossei. Rifiutai tutto e accettai solo le radioterapie. Io avevo il linfoma di Hodghkin nel mediastino, tipo sclero nodulare, stadio 2 B. Gli chiesi la causa della mia malattia e lui mi rispose: “Non la sapremo mai”.
Al reparto oncologia mi dissero che avevo 70, 80 %probabilità  di guarire. Mi dissero che si sarebbe bruciata un po’ la laringe e avrei perso i capelli.  Tornato a casa mia, per la seconda volta, progettai seriamente e dettagliatamente il suicidio. Scrissi il mio testamento e lo misi nel mobiletto dei libri. In quel foglio rincuoravo i genitori e li pregavo di prendersi cura dei miei manoscritti.  Progettai di spararmi alla testa stando seduto sul ponte di un fiume. Così se non fossi morto per il proiettile sarei ugualmente morto cadendo nel fiume e annegando. Quel pomeriggio venne a trovarmi Renato che mi trovò molto male, e poi zia Afra.
Il mattino dopo, all’ospedale, ordinarono all’infermiera di accompagnarmi nel bunker e lei impallidì. Nel reparto oncologia mi fecero la centratura, i tatuaggi, poi mi mandarono in corridoio ad aspettare la prima radioterapia. Nel corridoio ero solo.  Era l’una di un pomeriggio di Maggio. Non avevo mangiato e mi sentivo stanco, sfinito, depresso, impaurito. Guardavo fuori dalla finestra non sapendo cosa mi aspettava. E in quei pochi secondi accadde una esperienza stranissima.
Dalla finestra vedo quanto segue: un cane proviene da est e si incammina su un marciapiede di fronte a me. Io penso: ecco, quel cane sono io.
Sullo sfondo ci sono alcuni pilastri di cemento e ogni volta che il cane li oltrepassa io penso: 10 anni, 20 anni, 30 anni, 40 anni.  In questo punto c’è una grossa sporgenza di cemento e il cane si ferma proprio sotto. Il cane rimane immobile proprio sotto alla sporgenza e io penso: quell’ostacolo rappresenta la mia malattia; non riuscirò a superarla.
Il cane fermo, volta la testa e guarda indietro. Io penso: ecco, è la fine, sto per morire.
Invece il cane lentamente raddrizza la testa, guarda avanti e poi riprende ad avanzare. Io penso: incredibile, riesco a superare la malattia e la mia vita continua.
Il cane cammina e oltrepassa un altro pilastro. Io lo incito: forza, dai, cammina, cammina!
Il cane arriva a un altro pilastro, 60 anni. A questo punto esatto il cane svolta bruscamente, esce dal marciapiede e torna indietro da dove era venuto. Io penso: dunque morirò a 60 anni.
Poco dopo gli infermieri mi chiamarono per farmi la radioterapia; 2 minuti e mezzo sopra e altrettanti sotto. Mi misero i piombi per salvarmi in parte i polmoni e mi lasciarono solo. Il tempo sotto quella macchina non passava mai. Quando arrivai a casa scoprii che non riuscivo a mangiare poiché avevo una grande nausea. Sentivo che era arrivato il momento di mettere in pratica il mio piano.
Quella sera andai a letto prestissimo. Dormii poco e alle 2 di notte mi alzai e scesi giù. Guardavo la scala sapendo che la stavo vedendo per l’ultima volta. In cucina bevvi un antinausea. In una borsa misi una banana e la pistola carica di mio padre. Indossai l’orologio vecchio  perché mi dispiaceva rovinare quello nuovo. Scrissi su un biglietto che andavo a casa di amici. Volevo ritardare la scoperta del mio suicidio.
Neutralizzai l’antifurto e scesi in cortile. C’era la mezzaluna calante a ovest. In garage riuscii a mettere in moto la macchina. In strada incontrai il giornalaio che mi chiese se andavo a puttane.
Ore 2 di notte di venerdì 18 maggio 1990. Percorsi via Guanti, Palesella, Morubio, Bonavigo, Pilastro, Presina, Caselle. Volevo recarmi al ponte della ferrovia abbandonata sul Fratta fra Caselle e Pressana. Ma arrivato sul posto scoprii che il sentiero che conoscevo e che avevo percorso una estate, non c’era più. Ora c’era tutto campo arato. Allora proseguii per Pressana. Attraversai Cologna deserta nel cuore della notte, deciso a raggiungere il fiume Guà. Ma sul ponte scoprii che non era possibile addentrarsi sull’argine. Aveva piovuto molto, giorni prima, il terreno era fradicio e non potevo permettermi di impantanarmi con la macchina e restare a piedi. C’era un buio totale e non riuscivo a distinguere nulla. Proseguii ancora e attraversai Roveredo anche questo deserto in piena notte.
Arrivai a Pressana dove sostai per mangiare la banana. Avevo modificato il piano; avrei atteso le prime luci dell’alba e poi sarei andato lungo il fiume Fratta fra Zenone e Pressana, dove nell’86 avevo fatto l’amore con Simonetta, per  la prima volta.
Guardavo l’orologio e aspettavo. Il cielo era buio. Però circa alle ore 3 e 30 am incominciò a schiarirsi. Avviai la macchina anche per riscaldarmi perché avevo freddo e fame. Raggiunsi Caselle di Pressana. In strada c’erano gli spazzini e chiesi loro se avevano moneta. Intendevo telefonare per sentire la voce dei genitori per l’ultima volta. Ma non avevano moneta così proseguii per Miega. In quel paesino sentii un buon profumo di pane così entrai nel forno e comprai mezzo kilo di pane. Andai a mangiarne un po’ fra Zenone e Pressana; poi raggiunsi l’argine del fiume Fratta. Ora c’era luce e potevo fare tutto con facilità. Percorsi l’argine a piedi alla ricerca di un posto adatto, ma era troppo ripido, l’erba era bagnata e mi rovinava le scarpe. Ritornai in macchina a pensare ed aspettare.
Finalmente sorse il sole. C’era luce, caldo, uccelli che cantavano. Alcuni contadini passarono in bicicletta. Guardai l’orologio: erano le 6  di mattina. In quel momento l’idea del suicidio che fino ad allora aveva dimorato nella mia mente, sfumò completamente. Se dovevo morire sarei morto di morte naturale, a casa mia. Comprai benzina a Pressana, poi dalle Caselle telefonai ai genitori dicendo che se volevano che tornassi non dovevano obbligarmi a proseguire la radioterapia.
Così tornai a casa, feci il bagno, mangiai, dormii e mi ripresi un poco. Mio padre e mia zia andarono all’ospedale a cancellare le mie radioterapie e io trascorsi una settimana di discreta tranquillità. Dissi a mio padre di nascondere l’arma, nel caso mi venissero brutte tentazioni.
Un particolare del percorso del cane si era verificato. Il cane che mi rappresentava aveva guardato indietro, poi aveva guardato in avanti. Io avevo tentato il suicidio, ma non lo avevo attuato.
Una mattina il mio medico venne a casa mia e mi convinse a riprendere la radioterapia. Così facendo mi salvò la vita. Dopo un paio di settimane mi ripresero all’ospedale e mentre stavo sotto alla macchina pensavo: “E’ come se fossi già morto. Ho tentato il suicidio; le radiazioni mi uccidono, la malattia mi sta ammazzando. Io sono già morto...”  Eravamo in giugno, faceva caldo. Un pomeriggio di sole mio padre, dopo la radioterapia mi portò in via Batorcolo a vedere i papaveri (uno fra i miei fiori preferiti). Finite le 10 radioterapie mi si sgonfiarono un po’ i linfonodi.
La visione del cane si stava realizzando; il cane aveva ripreso lentamente ad avanzare.
Chiesi all’oncologo di lasciarmi un po’ di tempo per riprendermi ma lui rispose: “No, poiché la malattia ritorna indietro come prima e peggio di prima”.  Così di martedì iniziai l’inferno della chemioterapia. Mi dettero un febbrifugo, un sonnifero, mi bruciarono il braccio con un liquido rosso, mi iniettarono il Plasil e poi mi spedirono a casa. Non riuscivo neanche a stare in piedi. Andai a letto, vomitai, ebbi nausea, astenia, diarrea per 10 giorni.
Ho notato che all’ospedale ci sono molti medici sadici, ma non scriverò i loro nomi. Uno mi chiese come era andata la chemioterapia. Gli risposi che avevo sofferto moltissimo e il medico commentò: “Così impara”.
All’ultima domenica di giugno però andai alla sagra di Porto e fra gli intervalli della chemio andai a Noventa, Boschi, Minerbe.
Mi rimandarono due volte la successiva chemio per scarsità di globuli bianchi. Feci la seconda. Alla terza mi ribellai e scappai a rifugiarmi al Tencarol, a casa di Sonia, ma poi tornai all’ospedale. In quel periodo conobbi Lucia, una donna 30enne, madre di una bambina, operata al seno e anche lei sottoposta all’inferno della chemio. Lucia mi parlò e mi diede un po’ di coraggio.
Intanto perdevo i capelli. Mi ero procurato libri di medicina e imparai i danni che la chemio procura al corpo umano: tumori secondari, mieloma, ecc. Feci la quarta chemioterapia, poi in agosto telefonai all’ospedale dicendo che se mi avessero costretto a proseguire mi sarei ammazzato. Il medico che mi ascoltò, a differenza degli altri, fu molto comprensivo. Disse di andare là per cercare una soluzione. Chiesi il suo nome: era il dott. Michele. In quel periodo pregai il mio Spirito Guida di aiutarmi a uscire da quell’inferno, poiché con le mie forze non ci sarei mai riuscito.
Andai all’ospedale con mio padre. Michele disse che avrebbe messo una pietra sopra alla chemio e che mi avrebbero fatto ancora radioterapie. Disse fra l’altro che quando ero arrivato all’ospedale la prima volta, ero a un passo dalla tomba. Gli mostrai i libri sui rimedi che mi ero comprato e lui commentò: “Noi non capiamo questa malattia dopo 20 anni e pretende di capirla lei in 6 mesi?”  Dunque la chemio  era finita e per un po’ potevo riprendermi. Ripresi a mangiare, andai alla fiera di Begosso alla prima domenica di settembre dove ritrovai l’amico Claudio.
Speravo mi dessero poche radioterapie. Lo confidai al medico e quello mi rispose: “Se me lo dice un’altra volta la butto fuori a calci.” Me ne prescrisse 32! Decisi di farle finchè avessi resistito. Facevo radioterapie ogni altro giorno, suscitando le ire del primario che non voleva intervalli. Alla sesta radioterapia tornai a casa con un po’ di male allo stomaco. Il male aumentò terribilmente e alle 2 di notte fui costretto a telefonare all’ospedale. Arrivò un medico, mi fece una iniezione ma il dolore rimase fino alle 11 del giorno successivo. Così tornai all’ospedale con mio padre dicendo che interrompevo la radioterapia. Chiesi a Michele se avevo possibilità di salvarmi. Mi rispose: “Nessuna poiché avevo ancora i linfonodi ingrossati”.  Gli chiesi se avesse conosciuto qualcuno che si era salvato dopo aver interrotto la cura. Mi rispose: “No. Lei è un caso atipico. Anche se ci fosse stato qualche caso esso non è riportato nella letteratura medica”. Mi disse di ritornare per le visite di controllo in novembre.
Tornai in novembre e un oncologo mi ripetè: “Lei ha un cancro”. (Avevo notato che tutti gli oncologi parlavano nello stesso modo, adottando uno schema di comportamento che era stato loro insegnato). Gli risposi: “Uno è sufficiente, non voglio che ne arrivi un altro”. Sentendo questa frase rimase stupito perché non gli avevano insegnato cosa ribattere. Mi dissero di ritornare in aprile 1991 ma l’altro oncologo aggiunse: “Lei in aprile non sarà più in questo mondo”.  Da allora non tornai più all’ospedale
A casa mia, nel mio studio, pensavo sempre come fare per sconfiggere la malattia. Vivevo in uno stato di grande incertezza e paura. Il mio medico mi disse che commettevo una pazzia. Mi parlò della cura del dottor Zarro ma non si sapeva la composizione. Lo zio Amelio mi consigliò di andare da fratel Vittorino a Vago. Decisi di andare da suor Pura, che aveva fama di veggente, a Mozzecane. Ci andammo 2 volte. La prima non fu possibile entrare. La seconda, partimmo alle 5 del mattino e trovammo il giardino già pieno di folla. Fu un’attesa snervante. In quel posto si respirava aria da Medioevo. C’era un giardiniere folle che predicava da solo tenendo alto il crocefisso. La gente recitava il rosario, seduta sulle piccole panchine della saletta. In fondo, dalla porta a vetri smerigliati, si vedeva l’ombra della suora che gesticolava. Quando arrivò il nostro turno, circa alle 11 am, esposi il caso e la suora disse che dovevo rivolgermi a Giuseppe Nascimbeni (che era morto) fondatore dell’ordine di  suore della sacra famiglia. E ci congedò. Se dovevo chiedere aiuto agli spiriti mi sarei rivolto all’amico Frank Graegorius che mi conosceva e mi apprezzava. Oppure a Baudelaire, Algernon Blackwood, Meyrink che erano scrittori, avevano i miei stessi gusti e potevano capirmi. Tornai a casa deluso e stanco morto. Scrissi a padre Emiliano Tardiff in centro America, senza ottenere risposta. Diedi la mia maglietta verde a Maurizio che la portò a Milano dal vescovo Milingo, affinché ricevesse una benedizione.
Giorni dopo andai con mio padre dal veggente  di Terrazzo; lui mi consigliò di rivolgermi al dottor Pantellini di Firenze. Per telefono egli mi mandò a Camisano Vicentino da un dottore. Ci andammo e questo medico mi disse: “Se lei avesse interrotto le cure a suo figlio la manderei fuori a calci, ma dato che si tratta della sua vita…” E mi mandò in una farmacia di Vicenza dove vendevano la cura Pantellini:  bustine di acido ascorbico e ascorbato di potassio. Ma io volevo avere tante frecce di riserva per combattere la malattia, così seguivo contemporaneamente anche altre cure. Sui libri trovai che la Vinca Rosea era utile c comprai la tintura madre da Boiron.
Ho conosciuto medici strani, onesti, imbroglioni. Uno di Rovigo rifiutò di parlare per telefono poiché, mi disse, poteva essere una burla! Era un pretesto per farmi andare nel suo studio e farsi pagare la visita. Un medico di Monza mi disse per telefono che non dovevo fidarmi della mia diagnosi perché se 4 medici fanno 4 biopsie ottengono 4 diagnosi differenti. Disse che la mia malattia dipendeva da acqua infetta! L’amico Tiziano mi fece parlare con un ex malato che mi consigliò l’omeopatia. Andai a Verona da un medico omeopata e agopunturista. Individuò la mia cura servendosi di una macchina Vega, mi ordinò una sporta di medicine, chiese 150mila lire e mi disse di ritornare. Scartai l’omeopatia e quel medico. Seguivo anche varie cure di erbe: succo di barbabietola, ecc. Mamma alla radio sentì l’erborista Nerino di Castel d’Azzano. In novembre andammo a trovarlo. Questi ci portò da un farmacista di Vigasio che mi ordinò magnesio e altre erbe. Alla farmacia di Vicenza mi consigliarono il betacarotene così abbandonai tutto il resto e bevvi succo di carote.
Una dottoressa di Verona mi diede il numero di una dottoressa dell’università di Bologna, la quale mi indicò il professor Arturo micologo di Torino. Gli telefonai e scrisse molte volte e il professore si dimostrò gentile e disponibile. Egli mi consigliò il decotto di funghi Coriolus Versicolor; lievito di birra e Plearoto Ostreaus. Così per molto tempo andai a trovare i funghi Coriolus Versicolr in campagna e seguii questa cura.
Leggevo molti libri sull’argomento. Scrissi al National Cancer Institute di Bethseda Maryland, Usa, mi documentai su tutti i rimedi possibili: interferon, interlukune, ecc. Scrissi anche in Giappone alla Showa University di Tokio, alla Kurea Chemical Industry, per avere la Crestina PSK (dal fungo Coriolus Versicolor) senza riuscire ad ottenerla.
Durante il 1991 92 93 la malattia ha avuto alti e bassi, a volte da farmi temere un  peggioramento. Scoprii che il riposo mi faceva bene e le emozioni mi facevano male. Durante questo periodo ebbi molti sogni che mi informavano dei tentativi di attacco della malattia. Eccone alcuni: sognavo un cane, o più cani oppure gatti, granchi, scorpioni, che tentavano di assalirmi ma ogni volta non ci riuscivano. C’era sempre un piccolo ostacolo, una lastra di vetro, fra me e loro. Sarebbe bastato aggirare l’ostacolo per raggiungermi, ma gli assalitori erano stupidi e tentavano di scalarlo, senza riuscirci. A questo punto mi svegliavo sudato e impaurito. Capivo che i cani feroci rappresentavano la malattia. L’ostacolo era il sistema immunitario, le difese del corpo. Sarebbe bastato aggirare l’ostacolo, ma la malattia non era intelligente. Ancora una volta le deboli difese del mio corpo avrebbero funzionato. Con il passare del tempo sognavo animali più piccoli, sempre feroci e repellenti, che a volte si avvicinavano pericolosamente, senza però riuscire a superare l’ostacolo.
Dunque si era realizzato il sogno fatto nel 1989. I cani feroci erano lontani adesso e non potevano raggiungermi. Si sarebbe realizzata anche la scena del cane vista all’ospedale nel maggio 1990? Il cane si era fermato sotto il quarto pilastro (malattia a 40 anni). Aveva voltato indietro la testa (tentato suicidio). Aveva ripreso a camminare (recupero della salute). Ma su un marciapiede più stretto (vita più limitata). Il cane aveva proseguito poi fino al sesto pilastro (corrisponde a 60 anni) e al quel punto aveva bruscamente svoltato, era uscito dal marciapiede ed era tornato indietro. Ne deduco che la mia vita proseguirà fino a 60 anni. Sono nato nel 1946, morirò nel 2006.   
Da ragazzo avevo letto la seguente storia: un personaggio antico aveva tentato molte volte di combattere il re, ma aveva sempre perso e ora si trovava in prigione, deciso ad arrendersi. Un giorno il prigioniero osservò un ragno che tentava di saltare su un posto più alto. Il ragno fece 5 tentativi, tutti falliti.  Il prigioniero pensava che anche lui aveva combattuto e perso 5 volte. Il ragno riuscì al 6° salto.  Il prigioniero, quando uscì di prigione, riprese a combattere per la 6° volta e vinse.  Forse era capitata anche a me una cosa simile. Lo Spirito Guida, si era servito di un cane (animale che io adoro) per rivelarmi il mio futuro. Nei primi tempi io stesso stentavo a credere a tutto questo, poiché ero convinto che non sarei sopravvissuto alla malattia. Ora suppongo di aver avuto una esperienza supernaturale.  La spiegazione alternativa è questa: ho interpretato in modo errato un evento banale, per alleviare la paura.
Nell’aprile 1991 ho fatto molte fotocopie di questo resoconto e le ho spedite al prof. Emilio Servadio di Roma e ad altri Centri di Parapsicologia in Italia, Inghilterra e Usa. Questi documenti serviranno in futuro a gettare un po’ di luce sul mistero della Morte.
Non conosco la causa della mia malattia. forse sono stato contagiato da Adriana. Oppure, secondo la teoria spiritualista, io stesso prima di nascere ho programmato la mia vita: ho stabilito di fare l’esperienza artistica e di non legarmi a una donna. Se mi fossi sposato, sarebbe arrivata la malattia e la morte. Nel momento in cui cessava l’esperienza artistica, la mia vita non serviva più.
Noto strane coincidenze: (la sincronicità di Jung?) nei 2 o 3 anni che seguono la malattia accadono gli stessi avvenimenti (o quasi) dei 2 o 3 anni che precedettero la malattia; esempio di avvenimenti accaduti prima e dopo: viaggio a Vicenza, lavoro alla fattoria di Sarte, scolpisco totem, compro una Polaroid, compro scaffali, fotocopio a colori, compro l’ula hop, trovo una bambola, una ragazza mi chiede di chiuderle l’ombrello automatico, trovo un gancio di macelleria, funerale dell’amica Simonetta e funerale dell’amico Nicola, trasferisco il letto in altra stanza causa cattivo odore, regalo portafoto, compro rasoi, porto a casa 3 cotogne, mezza medaglia dell’amore, vendo e recupero macchinetta tosacapelli, trovo grossa cintura, collane, entro nella casetta in via Borghetto,  eccetera. Nel 1989 (l’anno precedente la malattia) appesi nel mio studio un calendario che raffigurava una bambina bionda vestita di bianco, mentre mangiava una mela. Nel 1990 (l’anno della malattia) avevo un calendario con quadrettini. Non ho più visto calendari pubblicitari fatti così. Suppongo che alla fine della vita mi arriveranno calendari simili. Sembra che si srotoli qualcosa che prima si era arrotolato. La fine è il principio alla rovescia.



DOPO   IL   1990


Lentamente, molto lentamente, riprendo a vivere, mi ritornano le forze, ritorna la speranza. Lentamente la vita riprende a scorrere.
Un coetaneo, Mario, una sera mi ha raccontato la storia della sua vita; eccola: “ A 15 anni sono andato a lavorare nella bottega di falegname di mio zio. Avevo  20 anni quando mio zio è morto; lui era senza figli e ho continuato io a lavorare nella sua bottega. Quando avevo 25 anni mia zia è morta lasciandomi in eredità la casa. L’anno dopo mi sono sposato. A 30 anni ho rifatto la casa nuova. Adesso ho 50 anni…”  Mario mi ha raccontato la storia della sua semplice vita in 10 minuti. La storia della mia vita è più complicata e ci vuole più tempo per raccontarla.
Sono ancora qui, con la mia vita che scorre attraverso il flusso della penna. Evidentemente per me è difficile fare una famiglia ed è facile fare un libro. Per gli altri è facile fare una famiglia e difficile fare un libro.
Nel marzo 1991 ho visto la cometa. E’ a sinistra della Cassiopea. Che spettacolo emozionante. Col binocolo è ancora più grande. E’ la prima che vedo nella mia vita e credo sarà anche l’ultima.
Nel 1995 e anni seguenti, insieme a Renzo, ho fatto un safari fotografico nella campagna, fotografando le ultime fattorie, fienili, stalle colombaie. Raccolsi 2.000 foto in un libro che intitolai: Case nel tempo. Inoltre, per pura fortuna rintracciai  alcune negative della vecchia casa di via Arzarin.  Quando in futuro verranno i professori di Venetologia a spiegare il Veneto, a cercare il Veneto, saranno guidati da questa mia opera e mi considereranno un precursore.
Ripresi a collezionare: sveglie, orologi, rasoi, asciugacapelli. Chiedevo agli amici se avevano rasoi elettrici; alcuni rispondevano no, altri si stupivano, altri mi facevano promesse  che  poi non mantenevano. Un pomeriggio di neve incontro il meccanico Gigi (un uomo con grande empatia) e gli faccio la mia richiesta. Lui mi risponde: “Sì, ne ho alcuni a casa e altri in officina. Li vuoi subito? Bene.”  Andiamo nel suo  appartamento e me ne regala 4 (2 glieli restituisco riparati). Poi andiamo nell’officina buia, d’inverno, col freddo a cercare altri rasoi. Ne troviamo 2 e me li regala. In questa occasione rinnoviamo il patto che chi morirà primo avvertirà l’altro.
  In seguito collezionai motorini, mangiadischi, spazzole, palline clik clak, pompe da bici eccetera. Sono una natura passionale che ama all’improvviso e poi si stanca e cambia l’oggetto dell’amore. Quando morirò sarà come se morissero 100 persone poiché io sono un uomo poliedrico, con tanti interessi, che si è dedicato a tante attività.
Nel 1995 scoprii un autore capace ancora di stupirmi e entusiasmarmi: Jane Roberts coi suoi libri su Seth. Negli anni successivi lessi molti libri di spiritismo e scienze psichiche: Cerchio Esseno, Ifior, 77, Kappa, Di Simone, Pietro Ubaldi La grande sintesi, Ryzl, Ouspensky Tertium organum: questo pensatore ha scritto un libro che è una esplosione di luce dentro il cervello. Blawatsky, Evola, Heindel, Cayce, Garrett, Flint, D’Esperance Il paese dell’ombra; per questa grande medium il paese dell’ombra è questa terra, poiché l’oltremondo è il paese della luce.
Nell’ottobre 1995, seduto lungo il fiume Focciara in via Guanti, decisi di dedicarmi alla letteratura erotica. Sulla riva opposta c’era un gatto. Era una domenica fredda, col sole basso. Io cantavo canzoni tristi e recitavo poesie. In seguito lessi o rilessi Sade, Masoch, Borel, Schwob, Gomez De la Serna, Moravia, Nabokow, Southern Candy, Manuel de Prada, Da Verona; Mario Mariani, peccato che nessun dizionario parli di lui, ha scritto bei libri; Reik amore e lussuria; Reik è poeta e psicologo e quello che lui descrive io lo ho provato decine di volte: la sazietà del mio io, la nausea per la vita intellettuale, il bisogno di fuggire, amare, dimenticare, fare una vita normale; e dopo la paura di sprofondare nella quotidianità legandomi a una donna, la paura di perdere la mia individualità, la mia vita intellettuale, la mia ricchezza interiore.
 Contattai Gesualdo mio amico, esperto e bibliofilo. Lessi Kinsey, Master Johnson, eccetera. Ma soprattutto lessi: Anonimo  La mia vita segreta. In questo libro si sente che l’Autore ha vissuto queste esperienze e ce le trasmette con linguaggio realista, sobrio (non barocco o esagerato) ma allo stesso tempo poetico e ispirato. Che grande libro! Che grande uomo! Questo scrittore arriva alla santità poiché ha dedicato la vita a una missione e ha registrato le sue esperienze per il beneficio, la conoscenza e l’evoluzione dei posteri. Nel 1996 rilessi tutto Nietzsche.  Nietzsche è una montagna di luce, è un avatar, è un santo. Gli rimprovero solo di non essere arrivato allo spiritualismo. Poi lessi   Osho,  Feuerbach, Aivanhov, libri di psichiatria, eccetera. E’ una consolazione sapere che altri hanno provato le mie stesse domande, ansie, delusioni, paure e le hanno sopportate.
Mi sono iscritto a varie associazioni: lega antivivisezione, anni 60, eutanasia, eccetera.
        Lessi moti libri di storia ma fanno schifo. Si leggono sempre le solite storie di re, papi e politici. Cioè di grandi imbecilli. I libri di storia non parlano di scrittori, artisti, ispirati. Ho scritto vari articoli sull’argomento, pubblicati su fanzines. Non mi stancherò mai di gridarlo: il successo di un Autore dipende da motivi casuali. Non dipende da bravura, capacità, no. Il successo di un Autore dipende da motivi casuali. Si ricordi questo il lettore e cerchi fra gli autori sconosciuti. Intanto leggo come un forsennato e ho paura di morire prima di aver letto tutto. Sono convinto che queste sono le uniche cose che possiamo portarci via: le conoscenze. Se passa un giorno senza leggere lo considero un giorno sprecato. Se non leggo ho crisi di astinenza, sto male, divento inquieto, stressato, insoddisfatto. La lettura per me è una piccola droga, necessaria. Chi legge molti libri espande la sua coscienza, chi legge un libro solo imprigiona la sua coscienza. Ricompro e rileggo i libri di fantascienza della collana Urania: Sheckley, Ballard, Ward, Lafferty. Poi rileggo Stephen Rynne L’Irlanda (all Ireland). Questo libro lo avevo letto la prima volta nel 1965, comprato all’edicola ferroviaria di Legnago. E’ un libro che fa buttare via intere biblioteche! E’ un libro che fa scoprire la Letteratura! (anche a chi crede di conoscerla già). Se mi confronto con questo grande Autore mi viene voglia di buttare via la penna e mi sento incapace di scrivere!
Rileggo grammatiche. Mi ritorna la passione per la linguistica, la crittografia, le lingue morte, le lingue artificiali. Auspico un linguaggio migliore; lo scrittore del futuro ha bisogno di un mezzo più semplice e razionale con regole meno caotiche; un linguaggio in cui sia più facile  tradurre in esso sensazioni, emozioni, atmosfere e fatti.
Frequentando i mercatini compro libri e dischi dei miei cantanti preferiti. Sto collezionando i dischi della divina Marie Laforet; del complesso Les Surf; Adamo, Marie la mer; Hardy Le temps de l’amour; Nada Che freddo fa; Beatles Girl, Yesterday, Michelle; Duo Dinamico Desilusion; Hollies Bus stop; Protagonisti Noi ci amiamo; Aguaviva  Poeatas andaluces; Rokes Piangi con me; Ragazzi del Sole Atto di forza; Equipe Bang bang; Rolling Paint it black;  Celentano La mezza luna, Pregherò; Morandi Un mondo d’amore, Go kart twist; Leali Hippy; Diaz Cano Giochi proibiti,  La playa; Johnny Guitar; Notturno N° 1 di Chopin; eccetera.
Forse il mio merito maggiore è stato: rimanere fedele a me stesso. Amo ancora le cose che amavo nell’adolescenza, leggo ancora gli stessi libri, frequento la stessa campagna. Sono evoluto, certo, come una spirale attorno a un centro. Le deviazioni e retromarce nel corso della vita mi hanno portato disgrazie, ma per fortuna poi sono ritornato sul mio percorso. Ancora sagre, letture, viaggi a Minerbe e Veronella, lunghe passeggiate in campagna con i cani nelle sere d’estate.  Osservo cosa è stata la mia vita, la ripercorro con la memoria; mi dà una piacevole malinconia e in questo stato divento creativo. Guardo la mia vita, penso alla mia vita, alla giovinezza, agli amori passati, agli amori finiti, alle donne, a tutto questo tempo trascorso. La mia vita è un  mistero anche per me, a volte non la capisco, sento solo che io sto seguendo un disegno. Chissà, forse un giorno arriverà la soluzione. Mi rendo conto che vivo una vita strana, difficile, e dura ma non la cambierei con un'altra. Sono  rimasto uno scrittore, questa è la cosa più importante.  Penso al miracolo della Letteratura. Un uomo lontano e forse morto mi parla, descrive quello che vede, racconta avvenimenti della sua vita, mi rende partecipe dei suoi pensieri. Questo è un vero miracolo; la Tv al confronto è una sciocchezza. Ogni artista si sente affine a Dio. Anche io, a volte, guardo la creazione, e la critico come un’opera d’arte, ne intuisco le difficoltà, i problemi che si sono presentati nel crearla, le soluzioni scelte. In autunno e inverno purtroppo devo stare molto attento nelle passeggiate perché la campagna è infestata dai maledetti cacciatori.
Auff! Come è difficile andare d’accordo con i familiari, con la gente. Trovo che è difficile andare d’accordo anche con me stesso, figuriamoci con gli altri.  Nella società esistono forze evolutive e forze involutive, o regressive. Opere letterarie, invenzioni, scoperte vengono affossate e tenute nascoste al popolo, al quale vengono date sempre idee vecchie e stantie. Ho capito cosa mi manca per avere successo con la gente: la furbizia, l’ipocrisia, la doppiezza, la falsità, il dire una cosa e pensarne un’altra. Dovrò imparare questa arte.
Nel 1993 l’orologio Lorentz che mi aveva regalato zio Gino alla cresima, si fermò. Circa un mese dopo mio zio si ammalò di cancro. Fu operato all’intestino e stette bene per un anno. Una sera l’orologio si fermò per la seconda volta (molla rotta) sulle ore 10. Circa un mese dopo nel 1995 mio zio morì. Nel 1995 morirono anche gli amici Antonio da Vangadizza e Nicola in un incidente d’auto.
Nel 1977 telefonai alla Garden di Milano per comprare libri e proporre le mie opere. Feci amicizia con l’editore Corno il quale,  l’ultima domenica di giugno venne a casa mia e mi nominò curatore della collana Horror Story. Il primo libretto uscì in ottobre; lo comprai in edicola e provai un’emozione fortissima. Fare un libro è come fare un figlio; c’è sforzo, ansia, piacere, aspettativa, esaltazione. Purtroppo però le pubblicazioni vennero sospese dopo 3 numeri.
A volte provo una grande paura che le mie opere vadano perdute dopo la mia morte. Gli amici Dario Spada e  Massimo Ferrara mi fanno delle edizioni amatoriali. Poi nel 1998 e anni seguenti  spedii questi libretti e aggiornamenti, all’Istituto Kinsey, Usa, dove vengono archiviati. Spero che un giorno qualcuno li scopra. Ai critici che mi dicono che il mio lavoro è inutile rispondo che tutto a questo mondo è inutile, anche fare figli: fra migliaia di anni il sole si esaurirà  e la terra scomparirà.
Nel novembre 1998 morì zia Irma. La ho trovata io morta nel suo letto. Era una donna semplice e buona che amava i viaggi, il giardinaggio e l’enigmistica. Ho provato a comunicare con lei, senza riuscirci. Ho scritto a  medium in Italia e Inghilterra. Dopo la sua morte si sono verificati alcuni fenomeni; forse comunicazioni o eventi casuali:  un uccello entrò e volò sopra la bara della zia (raccontato dalla testimone zia Zulina). Il nostro telefono suonò alle ore 5 pm per alcune sere (era questa l’ora che mia zia ci telefonava); papà trovò un contatto col fax. La luce antiladri in casa della zia si spense; papà trovò un contatto dell’orologio elettrico. Rose gialle fiorirono nel suo giardino in dicembre. Un anno dopo in cimitero la lampadina sulla tomba si spense; altre 2 lampadine nuove bruciarono. Altri contatti falsi? Manifestazioni spiritiche o coincidenze?
Scrivo ancora qualche racconto e ogni volta mi sembra un miracolo. Non sono io che li faccio, sono i racconti  che si servono di me per venire fuori. Purtroppo ho sempre meno tempo; devo fare marketing, proporre agli editori le mie opere, farmi conoscere, creare il mito Bissoli. Nella ricerca degli editori cerco a caso sul Catalogo;  talvolta insisto con quelli che nel loro nome o cognome hanno la lettera S o B che pare mi portino fortuna, mentre la Z è sfortunata.
Rilessi  La mia vita segreta . E’ meraviglioso entrare dentro alla vita di un uomo, morto e lontano. Scoprire le sue emozioni, conoscere i suoi pensieri, vivere le sue avventure. Che libro divino! Dopo morto nell’oltremondo (se esiste) avrò il piacere di conversare con scrittori,  filosofi e psicologi che ho conosciuto e amato attraverso i loro libri. Nel 1999 morì il mio amico e maestro conte di Marmorito. Telefonai alla sorella e mi disse che lo trovarono morto con un libro in mano.
Nel 1998 riscoprii gli autori nordici, mi innamorai della letteratura realista  e mi stufai della letteratura fantastica. Ormai il lettore avrà capito che queste mie alternanze di passioni, desideri, donne, filosofie, gusti, costituiscono la mia vita. Lessi e rilessi Strindberg, Ibsen, Gustaffson, Hamsun, Lagerkvist, Lindgren, Dagerman, eccetera. Poco dopo mi stufai dei nordici e scoprii i meravigliosi autori ungheresi, polacchi, rumeni. Forse è stato lo spirito dell’amico Frank Graegorius a farmi scoprire questi grandi Autori.  Lessi: Zilahy, Zeromsky, Reymont, Sienkiewicz, Csatho, Jozsef, Kosztolani, Torok, Schultz, Stancu, Racmanowa, Gheorghiu, Caragiale, Petrescu, Nordau, Gardonyi, Iwaskiewicz, Szitnyai, Kukucin, Nyiro, Otcenasek, Piasecki, Fothy. Mi stufo degli slavi e ritorno ai francesi e inglesi: Hanlin, Rousselot, Aldington, Morgan, Mendes, Loti, Wilson, Rodenbach, Barbusse, Barbellion, Cros, Rolfe, Henri Bosco, eccetera. I libri sono logori, vecchi, polverosi e devo lavorare per pulirli e restaurarli. Sembra impossibile che questa carta vecchia contenga tante  meraviglie ed  emozioni. Dopo spedii a molti editori la sollecitazione a ristampare questi Autori e le loro Opere.
Nel 1996 scrissi Sesso di Carta, una analisi della letteratura erotica, poi confluita in Sesso e Amore, accresciuto e riveduto fino al 2005. Un editore lo pubblica censurato, variato,  col titolo cambiato  e una pessima copertina.
 Nel 1997 2000 scrissi I Romanzi dell’Occultismo; nel 1998 e 2000 scrissi Critica al Potere. Nel 2000  pubblicai Il Manuale dello Scrittore.     L’editore P* si congratulò per le mie ricerche sugli scrittori dei Racconti di Dracula; grandi scrittori che, con 30 anni di ritardo, vengono finalmente  scoperti e rivalutati. Io  ho sempre provato attrazione per le cose minori: gli scrittori poco conosciuti, le filosofie trascurate dalla massa, le religioni minori, gli artisti non pubblicizzati; il mio fiuto si è rivelato esatto.
 Nel 2002 l’Editore  R* di Roma, pubblica su mia proposta La tomba del diavolo introdotto da me (ho spedito oltre 20 Racconti di Dracula e hanno  scelto solo questo). Nel 2003 R* pubblica  Cristalli Neri antologia di racconti inglesi proposti e introdotti da me. Ho spedito oltre 50 fotocopie di racconti  ma ne hanno  scelto solo una decina, scartato la mia  prefazione,  i titoli proposti e non  hanno neanche messo il mio nome!
 I miei racconti supernaturali compaiono sulla rivista Mystero di Roma (ma contengono errori, aggiunte e tagli!!!). Nel 2003 sulle riviste Horror si pubblica la mia storia della editrice Erp; ma con molti errori; esempio: anziché onirica scrive ironica!
Nel 2001 e 2002 e 2003  scrivo  Spiritismo e Reincarnazione; Gli scrittori dell’Orrore; Anime Nude. Nel 2004 scrivo Gli Amori Maledetti. Con il mio lavoro, spero di aver portato l’Italia al livello delle nazioni letterariamente più avanzate: Francia e Inghilterra.
Nell’inverno 2000 – 2001 mi stancai della letteratura e ritornai alla filosofia. Mi stancai della filosofia, ritornai allo spiritismo, poi alla psicoanalisi, di nuovo alla letteratura e il ciclo ricomincia. Trovo molti stupendi libri anni 60 ai mercatini. Ogni epoca della mia vita è legata a dei libri. E adesso sento il desiderio di riavere quei libri, nelle edizioni d’epoca. Così, lentamente, attraverso Maremagnum, ho ricostruito la mia biblioteca.
Attualmente i lettori mi mandano sempre più spesso lodi e apprezzamenti ai miei libri.  Purtroppo io ho scritto delle cose importanti prima di diventare famoso. Amici e appassionati hanno inserito il mio nome in Internet.
Nel settembre 2001 sognai di salire su un elicottero con le ali piccolissime. Temevo  che non avrebbe volato. Invece l’elicottero si alzò, sempre più in alto. Ma c’era un muro altissimo da superare e temevo di non superarlo. Invece l’elicottero passò al di là del muro e io e Renzo atterremmo a Minerbe. Nel 2004 l’editore Arduino Sacco di Roma si interessa ai miei testi. Con la pubblicazione di Minerbe 66  si sta realizzando il sogno dell’elicottero. (Vedi Spiritismo e Reincarnazione editore Ferrara). Altri libri pubblicati da Lulu, Booksprin, Youcantprintit. Gli editori si arrabbiano perchè pubblico lo stesso testo con più di un editore. Ma sono testi aggiornati, accresciuti. E inoltre sono poche copie, senza distribuzione.
Scopro i poeti Zanella, Graf, Thovez, Pascoli,  Geppo Tedeschi, rileggo Juhasz, Jozsef e ritorno alla Poesia. Nel 2009 Scopro Lionello Natoli (Parigi Nuda). Maxence Van Der Meersch (La casa sulla duna).
Nei primi anni 90 feci amicizia col contadino Mario e i suoi cani, capre, api, pecore, maiali, e frequentai la sua meravigliosa fattoria fino al 2002, anno della sua morte. Allora i fratelli da Verona  mi nominarono custode. Nel febbraio 2005 rischio di perdere tutto questo per la morte di un  fratello e invalidità dell’altro. E’ straordinario! Nel febbraio 1965 ho perso il regno H e nel febbraio 2005 rischio di perdere la fattoria.
Riferirò qui un recente sogno premonitore.
Il 16 settembre 2005 alle ore 6 di mattina faccio il seguente sogno: suona il telefono. Rispondo. E’ lo zio Gino (defunto fratello di mio padre). Zio Gino mi dice che vuole parlare con mio papà. Mio papà non c’è, è andato a Verona. Zio Gino seguita a parlare con me mi detta informazioni di elettronica per mio padre. (tutti e due sono tecnici elettronici). Alcuni avvenimenti di contorno, mi fanno capire che siamo nel tempo attuale (Marco mi aspetta per riparargli la bici, eccetera).
Arriva mio padre e io sto per passargli il telefono. Inaspettatamente mio padre mi fa cenno di no, che non vuole parlare con suo fratello.
Papà  va nell’altra stanza però parla forte con la mamma, e temo che lo zio Gino possa udirlo. Così copro con la mano il microfono della cornetta.
Mi sveglio sudato e tremante.
Realtà: 21 settembre 2005, circa ore 16 solari. Papà apre mezzo portone per far uscire il camion di Loris. Papà sta per aprire l’altro mezzo portone. Il camion indietreggia colpendo papà alla testa.
Mi volto e vedo papà ferito per terra.









CONCLUSIONE

Lettore, ho finito. Tutti i lavori sono stati fatti, tutte le opere sono state scritte e tutti i tasselli sono andati al loro posto.
Tutte le volte che avevo incominciato un lavoro (orologi, intaglio, dentiere, eccetera,) io mi sentivo insoddisfatto, io sentivo che potevo dare di più all’umanità e al mondo, e così tornavo a fare lo scrittore. Tutte le volte che avevo incominciato a costruire una vita normale e poi vedevo un tramonto, la luna o il cielo stellato, di colpo sentivo il bisogno di distruggere tutto quello che avevo costruito poiché dentro di me c’era il poeta, l’hippy, lo scrittore. Tutte le volte che volevo sposarmi ho trovato ostacoli; da giovane la timidezza, poi la mancanza di lavoro, di denaro, poi la malattia e adesso i disturbi alla prostata. Sono arrivato alla conclusione che questa mia vita sia voluta dal karma, dagli Dei oppure da me stesso quando la ho programmata prima di incarnarmi.
Entro nelle famiglie e vedo tutto lo squallore della vita di coppia fatta di litigi, strilli di bambini, problemi triviali. A volte però rimpiango di non aver vissuto una vita semplice. Vorrei aver sposato Franca quando avevo 20 anni, vorrei aver vissuto con lei a Minerbe, aver fatto un lavoro artigianale, meccanico di bici, calzolaio, barbiere. Ora è troppo tardi. Forse nella prossima incarnazione sceglierò una vita così per riposarmi da questa vita, prima di riprendere la scalata verso le vette dell’Evoluzione. In questa vita ho capito che esiste l’incompatibilità fra creatività artistica e vita familiare.
Adesso mi diverto a contemplare il mio lavoro. Mi considero legato idealmente a tutti gli Artisti della Terra. Mi considero un santo poiché ho lavorato con passione, aiutato dal mio Spirito Guida, e ho fatto un dono all’umanità. Sono convinto di aver svolto una missione, una funzione per la quale mi ero preparato nell’Oltremondo.
Ma nel 2005 mi abbono alla Unione atei agnostici razionalisti, e ritorno all’ateismo.
Scrivere una biografia è fare un bagno di ricordi, un bilancio della propria vita.  Vedo le cose buone, le cose sbagliate, gli errori, i rimpianti. Vedo fino a che punto mi sono realizzato, cosa mi resta da realizzare. Guardo al mio passato, al mio lavoro e sono contento. Sento di aver lasciato un mondo un pochino migliore di come lo ho trovato. Mi sono sforzato di spendere il meglio possibile questa manciata di tempo chiamata Vita. Ho fatto esperienze, ho imparato, agito, sbagliato, pensato, amato, creato…Alcuni hanno costruito fuori: grattacieli, figli, macchine… Io ho costruito dentro. Fra tanti errori  ripensamenti, incertezze, paure,  cambiamenti, ogni volta sono riuscito a ritrovare la mia strada.
Ho scritto questa autobiografia per tanti motivi: per rievocare il tempo passato; per fare un bilancio della mia vita; per aiutare nelle ricerche i miei futuri biografi; per lasciare un documento di un’epoca; per far conoscere uno scrittore da dentro; per provare se esiste la reincarnazione: se rinascerò sulla terra rileggerò i miei libri sperando di ricordare qualcosa. Ci sono vite da dimenticare e vite da ricordare. Anche per questo ho scritto questo libro.
Ho fatto tutto da solo con il disaiuto di pubbliche amministrazioni, comune, enti, scuole, biblioteche, eccetera. Spero che almeno, dopo la morte, mi dedichino una via. Sono un uomo creativo, cioè uno che lavora non per il profitto. Sarò considerato un filantropo, poiché altri beneficeranno del mio lavoro, ma io ho lavorato essenzialmente per me stesso.
Il mio ingresso nel mondo delle lettere costringerà (spero) la scuola a rivedere la sua didattica e i suoi metodi per esaminare.
La mia biografia e la mia missione finiscono qui. Tutto quello che sentivo di fare l’ho fatto. Tutti gli avvenimenti importanti della vita sono passati. Adesso mi restano lavori di routine, pubblicare i libri, revisionare i miei testi, farmi conoscere agli editori. 
Lascio in eredità i miei manoscritti, la mia preziosa biblioteca le mie foto a qualche mio discepolo, a qualche amico appassionato: Giuseppe Lippi, Andrea Vaccaro di Milano, Dario Spada, Roberto Coltro di Cerea, Editore,  Bibliofilo, o Libraio antiquario. Spero che arrivi in tempo, prima che preti e parenti ignoranti distruggano tutto!
Voglio essere sepolto nella Tomba di Famiglia Bissoli. Sulla lapide farò scrivere: Bissoli Sergio Scrittore 1946  ….
Lettore ho finito. La mia missione di scrittore è terminata. Per sentirmi parlare ancora dovrai fare sedute spiritiche, poiché io farò il possibile per comunicare con i viventi. Oppure dovrai arrivare nell’Oltremondo, dove i Poeti lavorano insieme agli Dei. O forse no, dopo la morte diventiamo minerali e c’è quello che c’era prima della nascita, cioè il nulla.
Nota bene: non voglio donare organi; sono favorevole alla clonazione, all’eutanasia, al nudismo, al libero pensiero, all’ecologia, al naturismo, alla non violenza di ogni tipo, cioè contro persone, animali e vegetali.  Il mio scarabocchio usuale era  la spirale destrosa; poi la griglia obliqua.
Molte mie idee sono cambiate negli ultimi tempi. Sono diventato ateo; ma lo spiritismo mi interessa sempre.
Ho pubblicato altri libri. Con questo spero di aver ottenuto la cosa più grande possibile in questa vita: l’immortalità letteraria. La mia preziosa biblioteca la lascio a qualche libraio che venderà i libri ai bibliofili.
Sono ancora qui, con la penna in mano. Guardo il mio passato: tutte le cose belle e le cose brutte; tutte le cose giuste e le cose sbagliate. Ho scritto oltre 20 libri, fatto 4000 foto. Caricato  600 video su youtube e pubblicato su Lulu.com. Questo mi consola. Nel 2010 ispirato da una esperienza di Renato scrivo: Tramonto di Novembre che aggiungo ai Racconti Mistery.
Nei momenti tristi cerco le mie donne, ma non le trovo più. Esse sono rimaste là, nei pomeriggi delle domeniche degli anni ’60.
Nel 2009 muore mio zio Mario Bissoli.
Dal 2005 al 2010 giro video con Renzo Ferrari. Mio cugino Renzo Ferrari è morto la notte del 31 maggio 2010,  di infarto. Nei 3 giorni successivi ricevo tre telefonate mute, una al giorno, in ore differenti. Alzo il ricevitore e sento segnale di occupato. Poi la quarta volta sabato 19 giugno.
Sua sorella Giuseppina mi dice: “Al mattino, quando è morto, abbiamo trovato i tuoi libri e DVD esposti in fila sul suo banco di lavoro. Ciò non era mai successo prima.”
Libri e dischi erano quelli scritti da me e che avevo regalato a Renzo nel corso degli anni. Questi libri e dischi li avevo visti circa 2 anni fa, quando andai da  lui per fare il video: Arte del Legno. Renzo tirò giù scatole contenenti sue sculture: cervi, teste di cavallo, eccetera. Dentro una scatola stavano i miei libri, impolverati.
Ricostruisco adesso l’ultima giornata di Renzo, domenica. Alla sera innaffia i pomodori. Va a cena. Poi va nel suo laboratorio, tira fuori i miei libri e dischi; li espone sul banco di lavoro; va a letto e di notte muore.
Il banco di lavoro è occupato con scalpelli e gambe di tavoli da intagliare. Perchè ha messo i libri là in mezzo?
Mio cugino mi ha molto aiutato nelle mie ricerche nella Bassa Veronese. Vedete  la mia Autobiografia di uno Scrittore e  i video su youtube; digitate bissolis.
Il  cugino descritto nel mio romanzo La Ragazza del Paese Stregato, è Renzo che mi ha accompagnato per molti anni. Parlo di lui anche su: Case nel Tempo. L’ultimo lavoro assieme è stato il video a Montagnana il 16 maggio 2010. Non ti rivedrò mai più. Ciao Renzo!!!
A volte è meglio che i desideri non si realizzino. Da giovane desideravo abitare a Minerbe o Veronella,ma adesso nel 2008, dopo i brutti cambiamenti avvenuti in questi paesi, non lo desidero più.
Tutto è cambiato intorno a me: edifici abbattuti, donne scomparse, parenti morti. Rimangono I Racconti di Dracula e altri meravigliosi libri della mia biblioteca. Come ogni uomo in fondo alla vita mi ritrovo solo, con la paura della morte.
Nel 2011 scopro i grandi scrittori italiani dimenticati e incomincio a scrivere un libro a loro dedicato: Virgilio Scattolini, Umberto Notari, Lucio d’Ambra, Mario Borsa, Alberto Cavaliere, Salvatore Gotta, Giovanni Comisso, Ardengo Soffici, Luigi Antonelli, Toddi, Mario Puccini, Arnaldo Fraccaroli, Francesco Flores, eccetera.
In maggio 2012 Roberto Coltro appassionato di fumetti, mi ha fatto conoscere Linda. I video fatti con Linda sono miracolosi: con i vestiti di Tiziana, dentro una casa con il tetto semicrollato, i mobiletti comprati da Giorgio F. i candelieri comprati al mercatino. Il set  allestito in fretta, senza preparativi, portando il necessario sulla bici. Ostacolati dal caldo, da  imprevisti e contrarietà. Linda ha sempre poco tempo perchè deve accudire alla casa, al lavoro, ai bambini, a una anziana e ai gatti.
Come sono diventato scrittore.
Il mondo intellettuale è aristocratico. Non tutti provano grandi emozioni e non tutti provano il desiderio di imparare a descriverle, dipingerle o musicarle.
Fin da bambini provavo grandi emozioni per i tramonti, la luna, le stagioni... Credevo che fosse così per tutti. Dicevo a mio papà: “Guarda che luna meravigliosa.”
Lui alzava gli occhi e rispondeva: “E’ sempre la stessa.”
Non era vero!!! Ho visto una sola volta nella vita, d’estate, una luna rossa gigantesca, a sud, in via Calcara, di fianco alla chiesetta della beata Vergine.
Ho visto una luna di cristallo di Ottobre; una luna velata da sposa in Maggio alla strada rossa; una luna marcia a fine Agosto...
Spinto da queste emozioni ho imparato la grammatica per poterle descrivere... e sono diventato scrittore.
Da giovane ero molto timido e avevo paura delle donne. Forse per questo mi sono avvicinato alla letteratura del terrore: per allenarmi a sopportare la paura.
A volte penso a come sarebbe stata la mia vita in una casetta in un piccolo paese, insieme a una moglie, con un lavoro artigiano: meccanico di bici, barbiere o calzolaio. In questo caso non avrei scritto i miei libri. I miei libri sono il surrogato di una vita mancata? No, perchè fina da bambino sapevo che mi aspettava un destino speciale e a undici anni seppi che sarei diventato scrittore. Però ho sempre il rimpianto di non aver vissuto una vita più completa e di non aver fatto figli.
Ho finito. Questo è Bissoli, o quello che ne è rimasto...

Scritto nel 1993. Revisionato e battuto nel 2000.  Riveduto e corretto nel corso degli anni. Ultima revisione    MARZO 2016  

OPERE di Sergio Bissoli
POESIE
Primi Versi 1969
Notturne Carezze 1973 74
Variazioni d’Amore 1975
Temi Surreali 1980
ROMANZI
Sortilegio 1973
La Ragazza del Paese Stregato 1975
Sole di Mezzanotte 1986
Ketty e il Problema 2007
RACCOLTE DI RACCONTI
Racconti Gotici 1982 1998
Anime Nude 2001 2011
SAGGI
Vita Amori Libri dal 1950 fino al 2000 Autobiografia di uno Scrittore. 1993 2011
Come Diventare Scrittori 1986 2004
Donne Sesso e Amore 1996 2011
Spiritismo 2002
Critica al Potere 2002
Amori Maledetti 2004 05
Il Mistero dei Racconti di Dracula 2011
I Grandi Scrittori Italiani Dimenticati 2011
Aforismi 2014  
Conferenze Letteratura  e Parapsicologia 1985 2011
Ricordi di Renzo Ferrari
LIBRI FOTOGRAFICI
Case nel Tempo 2004 07
Vite di Donne 2010
RACCONTI EROTICI
18 Racconti Sexy 1987 2013
















 

 

 

 

 

 

SERGIO   BISSOLI   scrittore bibliofilo    regista                   

Su youtube bissolis 

AUTOBIOGRAFIA   DI   UNO   SCRITTORE 1950 2010

Vita, esperienze, amori, sogni, libri dal 1950 fino marzo 2013