Le linee di Nazca

L'enigma nel deserto

I misteri che circondano i geoglifi più famosi del mondo

Le linee di Nazca non sono solo un sito archeologico; sono uno dei più grandi "cold case" della storia dell'umanità. Situate nell'arido deserto del Perù meridionale, queste enormi figure tracciate sul terreno continuano a sfidare la logica moderna.


Sull'altopiano di San José, la pioggia è un evento quasi sconosciuto. È proprio questa aridità estrema, combinata con l'assenza di vento a livello del suolo, che ha permesso a una galleria d'arte di 2.000 anni di sopravvivere intatta fino ai giorni nostri. Ma chi ha disegnato questi simboli, e soprattutto, per chi erano stati pensati?

Contrariamente a quanto sostengono le teorie pseudoscientifiche, la realizzazione delle linee non richiese tecnologie “aliene”, ma un'accurata conoscenza della geologia locale.
Il deserto di Nazca è ricoperto da uno strato di ciottoli scuri ossidati dal ferro. Rimuovendo questo strato superficiale, emerge il terreno sottostante, composto da sabbia e gesso di colore giallastro chiaro.
Gli archeologi ritengono che i Nazca utilizzassero semplici corde e picchetti per tracciare angoli e proporzioni su vasta scala, partendo da modelli in scala ridotta.


Chi le ha create? La civiltà Nazca, fiorita tra il 200 a.C. e il 600 d.C., è la principale responsabile. Erano un popolo di abili agricoltori e ingegneri idraulici, capaci di costruire i puquios (canali sotterranei) per far scorrere l'acqua nel deserto. Le linee erano l'estensione spirituale della loro lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile.
Il vero mistero dunque non è il "come" sono state create, ma il "perché". Poiché le figure sono visibili nella loro interezza solo dall'alto, sono nate diverse teorie.
Maria Reiche, la matematica tedesca che dedicò la vita allo studio delle linee, ipotizzò che i geoglifi fossero un gigantesco calendario astronomico. Alcune linee puntano effettivamente verso il solstizio d'inverno o verso il sorgere di determinate costellazioni, aiutando i Nazca a prevedere le stagioni agricole.
Ma è il culto dell'acqua e della fertilità ad oggi la teoria più accreditata dagli archeologi moderni (come Johan Reinhard). In un deserto dove l'acqua è vita, le linee sarebbero state percorsi cerimoniali. Le figure (colibrì, scimmia, ragno) non erano "disegni da guardare", ma sentieri da percorrere durante rituali per invocare la pioggia. Molti geoglifi sono situati vicino a fonti d'acqua sotterranee o puntano verso le montagne, dimora delle divinità della pioggia secondo la cosmologia andina.
Negli anni '60, scrittori come Erich von Däniken suggerirono che le linee fossero piste per astronavi extraterrestri. Sebbene suggestiva, questa teoria manca di prove: il terreno di Nazca è composto da sabbia morbida, assolutamente inadatta all'atterraggio di qualsiasi velivolo pesante.


Ma il mistero non è affatto chiuso. Nel 2024, grazie all'uso di droni ad alta risoluzione e all'Intelligenza Artificiale, sono stati identificati oltre 300 nuovi geoglifi precedentemente invisibili all'occhio umano. Questi nuovi disegni sono più piccoli e spesso raffigurano scene di vita quotidiana, esseri umani e animali domestici, suggerendo che esistessero diversi "livelli" di comunicazione visiva nel deserto.

Le linee di Nazca rimangono un ponte tra la terra e il cielo, un grido di speranza di un popolo che cercava di dialogare con il divino in uno dei luoghi più aridi del pianeta.

A cura di Franco Pillitteri


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