Film danese di impianto teatrale
Scritto e diretto da un autore completo
Sons (Danimarca, Svezia 2024)
Regia: Gustav Mӧller. Soggetto e Sceneggiatura: Gustav Möller, Emil Nygaard Albertsen. Fotografia: Jasper J. Spanning. Montaggio: Rasmus Stensgaard Madsen. Musiche: Jon Ekstrand. Scenografia: Kristina Kovacs. Costumi: Vibe Knoblauch Hededam. Trucco: Kamilla Bjerglind. Produttori: Lina Flint, Thomas Heinesen. Produttori Esecutivi: Katrine Vogelsang, Calle Marthin, Henrik Zein. Casa di Produzione: Nordisk Film. Distribuzione (Italia): Movies Inspired. Titolo Originale: Vogter. Lingua Originale: Danese. Paesi di Produzione: Danimarca, Svezia. Anno: 2024. Durata: 100’. Genere: Drammatico. Interpreti: Sidse Babett Knudsen (Eva Hansen), Sebastian Bull (Mikkel), Dar Salim (Rami), Marina Bouras (Helle), Olaf Johannessen (direttore), Jacob Lohmann (prete), Siir Tilif (avvocato), Rami Zayat (Ali), Mathias Petersen (Simon).
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Eva è una guardia carceraria impegnata nel lavoro quotidiano a rendere migliore la vita dei detenuti affidati alla sua sorveglianza, lei crede che la pena debba avere una funzione rieducativa, non solo punitiva. I carcerati di cui deve occuparsi prendono lezioni di yoga, frequentano la scuola, fanno esercizi ginnici, leggono libri in biblioteca. A un certo punto il suo modo di vivere subisce una radicale trasformazione perché entra in contatto con l’assassino di suo figlio, trasferito nel carcere in cui lavora. Tutto prende una piega inattesa, dopo che Eva viene inserita nella struttura che deve occuparsi del giovane criminale, perché l’odio nei confronti di chi le ha massacrato il figlio cova sotto la cenere. Un film danese di impianto teatrale, scritto e diretto da un autore completo (a me sconosciuto) come Gustav Mӧller, girato quasi tutto nella prigione di Vridsloselille, periferia di Copenaghen, chiusa nel 2018. La pellicola ha formato quadrato, montaggio consequenziale in 100’ essenziali, fotografia cupa e glaciale, composta di flashback che ricordano eventi del passato e immortalano pensieri della protagonista, di fatto impostata sulla soggettiva della donna, il cui punto di vista è il solo che conta agli effetti della narrazione. La sceneggiatura è molto intensa, scritta a base di dialoghi secchi e asciutti, ricca di situazioni ad alta tensione e di momenti drammatici. Introspezione alla Bergman, che prepotentemente viene alla luce quando la protagonista viene ripresa in primo piano dalla macchina da presa, così come tutto il film è strutturato con una macchina da presa che si muove molto vicina agli interpreti, ponendoli al centro dell’azione. Un film che analizza a fondo il dolore di una madre che ha perso un figlio e rimpiange gli errori commessi nei suoi confronti, ma che di fronte all’assassino del suo ragazzo prova solo rabbia - anche verso se stessa - quando vede come viene trattata la madre, oggetto di comportamenti violenti e aggressivi. La vendetta non sembra l’unica soluzione, ma il finale lascia le cose come stanno, senza fornire un’indicazione precisa su come andare avanti. Resta il dolore di una madre afflitta. Resta una donna alla quale è stato sottratto l’unico affetto di una vita, adesso dedicata al recupero dei carcerati. Presentato in concorso alla 74a edizione del Festival di Berlino (22 febbraio 2024); distribuito nelle sale svedesi e danesi, il 12 settembre, in quelle italiane (circuiti d’essai) il 27 marzo 2025. Visto su Rai 4. Puro cinema d’autore. Da vedere.


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