Anatomia di uno strangolatore di Thomas Burke

Satana può entrare da molte porte

Ma solo nelle mani può trovare i servi della sua volontà

Alle sei di una sera di gennaio, Whybrow camminava verso casa, attraverso il labirinto dei vicoli dell'East End londinese. Aveva lasciato l'illuminazione e il clamore della High Street, l'arteria principale del quartiere, dove il tram l'aveva trasportato dal Tamigi e dal suo lavoro quotidiano, e percorreva in quel momento il labirinto di vicoli che si intersecavano a scacchiera e che erano noti sotto il nome di Mallon End. Nulla del movimento e del chiarore della High Street filtrava in quelle viuzze. Pochi passi più a sud, c'era un flusso continuo di vita spumeggiante e vibrante; lì solo poche figure che ciabattavano lentamente, solo qualche pulsazione soffocata. Whybrow si trovava nella cloaca di Londra, ultimo rifugio dei vagabondi d'Europa.


Come se volesse mantenersi in carattere allo spirito della via, anch'egli camminava lentamente, la testa china. Pareva che stesse ponderando qualche guaio tormentoso, e così non era. Non aveva guai. Camminava lentamente perché era stato in piedi tutto il giorno, teneva il capo chino perché stava almanaccando che cosa gli avrebbe preparato la moglie assieme al tè, aringhe o merluzzo affumicato? E stava anche cercando di decidere quale delle due qualità di pesce avrebbe meglio gustato in una sera come quella. Una brutta sera era, umida e nebbiosa, di una nebbia che si scioglieva in un pulviscolo d'acqua, che gli penetrava nella gola e negli occhi. L'umidità aveva coperto il marciapiede, e la carreggiata, e, nei punti dove cadeva, la luce dei radi lampioni dava un riverbero agghiacciante. Per contrasto, quel tempo da lupi gli rendeva più gradevole il suo almanaccare, lo preparava ancora più piacevolmente a quella cena, di aringhe o di merluzzo che fosse. Distolse gli occhi dai mattoni gocciolanti che limitavano il suo orizzonte e, con l'immaginazione, guardò un buon mezzo miglio più avanti. Vide la stufa economica accesa, un fuoco che fiammeggiava nel camino, la cucina illuminata. Davanti alle fiamme c'era il pane che finiva di abbrustolirsi, e accanto al pane cantava il bricco dell'acqua bollente. Un odore piccante si diffondeva nell'aria: aringhe o merluzzo? Forse salsiccia. La visione diede nuova forza ai suoi piedi indolenti. Scosse le spalle, come per scrollarsi di dosso l'umidità, ed affrettò il passo verso la realtà.
Ma Whybrow non era destinato a gustare la sua cena, né quella sera né in qualsiasi altra. Stava per morire, Whybrow. A un centinaio di metri da lui, un altro uomo, molto simile a Whybrow e molto simile a qualunque altro uomo, ma privo di quell'unica virtù che mette in grado l'umanità di convivere pacificamente, di non comportarsi come una accolta di pazzi nella jungla. Un uomo con un cuore morto che veniva corrompendosi sempre più, che veniva sempre più sprigionandosi veleni organici derivanti dalla morte e dalla putredine. E questo mostro in forma d’uomo aveva detto dentro di sé (forse per un impulso, forse per una idea fissa) che Whybrow non avrebbe mai assaggiato un'altra aringa. Non che Whybrow gli avesse fatto del male. Non che egli avesse una qualche altra ragione per odiare Whybrow. In verità, lo conosceva soltanto come una figura familiare nelle strade del quartiere. Ma spinto da una forza che aveva invaso le sue cellule vuote, aveva scelto Whybrow alla cieca, allo stesso modo in cui capita di scegliere al ristorante un tavolo che nulla distingue da altri quattro o cinque tavoli, o una mela da una alzata che contiene quattro o cinque altre mele, tutte eguali. O come la natura viene spinta a scatenare un ciclone in un determinato angolo del nostro pianeta e a distruggervi cinquecento vite e a lasciare incolumi, in quello stesso angolo, altre cinquecento vite. Così, quell'uomo aveva scelto Whybrow allo stesso modo in cui avrebbe scelto voi o me, se ci fossimo trovati quotidianamente nel suo campo di visuale; e ora camminava furtivo lungo le strade in penombra, accarezzandosi le grandi mani bianche, avvicinandosi sempre più alla tavola apparecchiata di Whybrow e, di conseguenza, allo stesso Whybrow.
Non era un malvagio, quell'uomo. Possedeva, anzi, molte doti di amabilità e di cordialità, ed era ritenuto una persona rispettabile, come sono ritenuti rispettabili tutti i delinquenti ai quali arride il successo. Ma nel suo cervello in sfacelo si era insinuata l'idea che gli sarebbe piaciuto di assassinare qualcuno. E poiché non temeva né Dio né gli uomini, ora avrebbe assassinato qualcuno e poi sarebbe andato a cena. Non è una affermazione avventata la mia: è un fatto. Per quanto possa sembrare strano a chi ha sentimenti umani, gli assassini, dopo aver perpetrato un delitto, devono sedersi a casa e mangiare. E mangiano. Non v'è ragione al mondo perché non lo facciano. In primo luogo, hanno bisogno di tenere in piena efficienza la loro vitalità fisica e mentale per nascondere il loro delitto. E ancora: la tensione dello sforzo compiuto mette loro fame, e la soddisfazione che dà l'esaudimento di una cosa desiderata fa sorgere in loro l'impulso a riposare, a rilassarsi, ad abbandonarsi ai piaceri umani. Fra coloro che non hanno mai commesso delitti è diffusa la convinzione che l'assassino sia sempre sopraffatto dalla paura per la propria sicurezza e dall'orrore per il proprio atto; ma un tipo del genere è raro. La preoccupazione per la salvezza personale è, naturalmente, la più immediata; ma la vanità è un difetto marcato della massima parte degli assassini, e questa, assieme all'emozione derivante dal successo, gli dà la fiduciosa sicurezza di riuscire a mettersi al sicuro; così, dopo aver ristorato le forze con il cibo, l'assassino si mette alla ricerca della propria sicurezza, un poco ansioso, ma niente più, come sarebbe una giovane padrona di casa al primo pranzo di gala, tale e quale.
Criminologi ed investigatori ci dicono che ogni assassino, per quanto possa essere intelligente o astuto, commette sempre un errore tattico... un piccolo sbaglio che gli fa piombare addosso la polizia: Ma questo è vero soltanto a metà. Decine di assassini non vengono arrestati, il che significa che decine di assassini non commettono errore alcuno. E quest'uomo non commetteva errori.
Quanto all'orrore o al rimorso per l'atto compiuto, cappellani e medici carcerari e uomini di legge ci hanno narrato che solo di tanto in tanto qualcuno degli assassini interrogati quando erano condannati a morte o quando l'ombra della morte incombeva su di loro ha espresso un briciolo di sentimento per l'atto compiuto o ha dato un qualche segno di sofferenza mentale. Nella grande maggioranza dei casi essi mostrano soltanto di essere esasperati per il fatto di essere stati catturati, mentre tanti colpevoli non sono stati scoperti, o di essere indignati perché sono stati condannati, a loro parere, per un atto perfettamente ragionevole. Per quanto normali ed umani possano essere stati prima del delitto, dopo di esso sono assolutamente privi di coscienza, Che cosa è, infatti, la coscienza? E semplicemente uno pseudonimo educato per la superstizione, la quale a sua volta è uno pseudonimo educato per la paura. Coloro i quali associano l'assassinio al rimorso basano indubbiamente le loro convinzioni sulla notissima leggenda di Caino, o cercano di sostituire la propria fragilità mentale a quella dell'assassino e ne derivano reazioni false. La gente pacifica non può sperare di mettersi in comunicazione con la mentalità di un assassino soltanto per la categoria mentale; ne differisce per la composizione chimica personale e per la costituzione. C'è chi è in grado di uccidere, e non un uomo solo ma due o tre, e accudisce egualmente e in tutta calma alle proprie occupazioni quotidiane. Altri non sono neppure in grado di scalfire un'altra persona, nemmeno sotto l'effetto della provocazione più terribile. Sono gli uomini di questa categoria ad immaginare l'assassino in preda alla tortura del rimorso e alla paura della giustizia, mentre l'assassino se ne sta seduto in tutta tranquillità a prendersi il tè.
L'uomo dalle grandi mani bianche era pronto a cenare, come Whybrow, tale e quale, ma aveva qualcosa da fare prima di mettersi a tavola. Una volta che avesse fatto quella cosa, senza commettere errori, sarebbe stato anche meglio predisposto alla cena, e si sarebbe messo a tavola con la stessa tranquillità del giorno prima, come quando le sue mani erano monde di colpa.
Cammina, dunque, Whybrow, cammina; e mentre cammini getta il tuo ultimo sguardo agli aspetti familiari del tuo tragitto serale. Insegui il fuoco fatuo della tua tavola apparecchiata. Assorbine il calore, il colore, la cordialità; nutritene gli occhi, stuzzica il tuo olfatto: con i suoi simpatici odori domestici; perché tu non siederai mai più a quella mensa. A dieci minuti da te, a dieci minuti di cammino, un fantasma che ti cerca si è pronunciato nel suo cuore e tu sei condannato. Ecco che camminate... tu e il fantasma... due mortali avvolti in una nebbia incerta... muovendovi attraverso l'aria di un verde tenue lungo i marciapiedi azzurrastri, l'uno a uccidere e l'altro a essere ucciso. Cammina, Whybrow, non fare fretta ai tuoi piedi impazienti perché tanto più adagio camminerai e tanto più a lungo respirerai l'aria verde di questo crepuscolo di gennaio e vedrai i lampioni sognanti e le piccole botteghe ed avvertirai il simpatico movimento della folla londinese ed udrai il pathos ossessionante dell'organino che suona per la strada. Tutte queste cose ti sono care, Whybrow. Non lo sai, ma di qui a un quarto d'ora ti rimarranno soltanto due secondi per capire quanto inesprimibilmente care esse ti sono.
Cammina, cammina dunque attraverso questa folle scacchiera. Sei in Lagos Street adesso, fra le tende degli zingari dell'Europa Centrale. Ancora un minuto e sarai nel Loyal Lane, in mezzo alle case ammobiliate dove trovano ricovero quei parassiti della vita londinese, uomini e donne, che sono stati sconfitti dalla vita, che sono inutili. Dal vicolo emanano i loro odori, e l'oscurità molle che lo avvolge sembra impregnata dei loro vani lamenti. Ma tu non sei sensibile alle cose impalpabili e percorri il vicolo senza vedere, come ti accade ogni sera, e sbocchi nella Blean Street, e la segui. Dagli scantinati al cielo si levano, gli alloggi di una colonia straniera. Le finestre perforano con la loro luce color limone l'ebano dei muri. Dietro quelle finestre si, agita una strana vita, vestita di forme che non sono né londinesi né inglesi; ma, in sostanza, è la stessa, piacevole vita che tu hai vissuto e che, da questa sera, non vivrai più. Dall'alto, da sopra la tua testa, scende una voce che accenna Il canto di Katta. Attraverso una finestra vedi una famiglia che celebra un rito religioso, attraverso un'altra una donna che versa il tè al marito. E ancora: un uomo che rattoppa un paio di scarpe una mamma che fa il bagno al suo bambino... Tu hai visto altre volte queste cose, e non le hai mai notate. Nemmeno ora le noti, ma, se sapessi che non le vedrai mai più, le noteresti. Non le vedrai mai più, non perché la tua vita ha già compiuto il suo corso naturale, ma perché un uomo accanto al quale sei passato molte volte in strada ha deciso, per il suo piacere solitario, di usurpare la spaventosa autorità della natura e di distruggerti. Così, è forse meglio che tu non le noti, quelle cose, perché hai ormai finito di partecipare ad esse. Questi deliziosi momenti del nostro travaglio terreno sono terminati per te: solo un attimo di terrore, e poi sarai scaraventato nel buio.
L'ombra di morte si è avvicinata; ora è a venti metri da te, alle tue spalle. Tu puoi udire il rumore dei suoi passi, ma non volti la testa a guardare. Questo rumore di passi ti è familiare. Sei a Londra, tu, nella comoda sicurezza del tuo ambiente quotidiano, e i passi che ti seguono, te lo dice il tuo istinto, sono soltanto un messaggio di umana compagnia.
Ma non riesci a cogliere, in quel rumore di passi, qualcosa... qualcosa che pulsa con un battito più furioso? Qualcosa che dice: Sta' cauto. Sta' cauto. Attento! Attento!? Non odi scandire, a chiare sillabe; as-sa-si-no, as-sas-si-no? No, non c'è niente in quello scalpiccio di passi. Passi anodini sono. Il piede del malvagio dà la stessa nota tranquilla del piede dell'onesto. Ma quei passi, Whybrow, ti portano addosso due mani, e in quelle mani c'è qualcosa. Dietro a te, anche in questo momento, quelle mani stanno distendendo i loro muscoli per preparare la tua morte. Ogni giorno della tua vita tu hai veduto mani umane. Hai mai pensato che le mani… simboli vivi nei momenti in cui salutiamo, in cui vogliamo esprimere la nostra fiducia e il nostro affetto… potessero essere strumenti di orrore? Hai mai pensato a tutto quanto di spaventoso viene contenuto in potenza in quegli organi dai cinque tentacoli? No, non ci hai mai pensato, perché tutte le mani umane che tu hai veduto ti venivano tese in atto di cordialità o di cameratismo. Eppure, anche se gli occhi possono odiare e le labbra possono pungere, soltanto quegli organi apparentemente privi di una vita propria possono condensare in se stessi l'essenza del male, possono elettrizzarla al punto da trasformarla in una corrente distruggitrice.
Satana può entrare da molte porte nel corpo dell'uomo, ma solo nelle mani può trovare i servi della sua volontà.
Ancora un minuto, Whybrow, e tu saprai tutto dell'orrore delle mani umane.
Sei vicino a casa adesso. Sei entrato nella tua strada… Caspar Street... e ti trovi al centro della scacchiera. Puoi già vedere le finestre della tua casetta a quattro locali. La via è buia ed i suoi lampioni danno soltanto un riflesso appannato che inganna ancor più delle tenebre. È buia la via, e vuota anche. Nessuno passa, non ci sono luci nelle stanze di soggiorno, sulla facciata delle case, perché in questo momento le famiglie stanno cenando in cucina; solo qua e là, al primo piano, di norma dato in affitto, si scorge qualche bagliore. Non c'è nessuno nella via, all'infuori di te e dell'uomo che ti segue e che tu non hai notato. Lo vedi tanto spesso che è come invisibile per te. Anche se ti voltassi e lo vedessi, gli diresti semplicemente: - Buona sera, - e continueresti a camminare. Se ti dicessero che potrebbe essere un assassino, non rideresti nemmeno: la semplice idea ti sembrerebbe troppo assurda.
E ora sei davanti a casa tua. Ora hai trovato la chiave della porta. Ora sei entrato ed hai appeso il cappello ed il cappotto. Tua moglie ti ha gridato il suo saluto dalla cucina, dalla quale esce un odore che sembra una eco di quel saluto (aringhe!), e tu hai risposto, proprio mentre la porta viene scossa da un colpo energico.
Fuggi, Whybrow. Allontanati da quella porta, non toccarla. Vattene via. Esci di casa. Corri con tua moglie nel giardinetto sul retro e scavalca la staccionata. Oppure chiama i vicini. Ma non toccare quella porta. No, Whybrow, non aprire...
Whybrow ha aperto la porta.

Ebbero così inizio quelli che vennero definiti « gli orrori dello strangolatore di Londra ». Furono chiamati orrori perché erano qualcosa di più di assassini: erano assassini commessi senza motivo alcuno, e là circondava un'aura di magia nera. Nel momento in cui ognuno di questi delitti veniva commesso, nella strada nella quale si trovavano poi i cadaveri, non esisteva neppure l'ombra di un possibile assassino. Ecco, per esempio, un vicolo deserto. Ad una estremità c'era un poliziotto. Egli voltava le spalle al vicolo per meno di un minuto. Poi tornava sui suoi passi, e di lì a un attimo galoppava con la notizia di un altro strangolamento. Nel momento in cui questo delitto veniva commesso, nella via nella quale si trovavano poi i cadaveri non esisteva neppure l'ombra di un possibile assassino. Un attimo più tardi, in qualsiasi direzione il poliziotto guardasse, non si vedeva anima viva, non si aveva notizia che fosse stato visto qualcuno. Oppure il poliziotto era in servizio in una strada lunga e tranquilla, e, all'improvviso, veniva chiamato in una casa e vi trovava, morta, una persona che aveva veduto viva pochi secondi prima. E ancora, dovunque egli cercasse, nessun individuo sospettabile, e sebbene i sibili di allarme facessero stendere un cordone di poliziotti intorno alla zona, e sebbene si perquisisse una casa via l'altra, mai si trovava qualcuno che potesse essere l'assassino.
La notizia dello strangolamento di Whybrow e di sua moglie fu comunicata dal sergente del commissariato di polizia del rione. Egli stava percorrendo Caspar Street, per tornare in ufficio, quando notò che la porta del numero 98 era spalancata. Diede una occhiata distratta, ed alla luce del becco a gas del corridoio scorse, sul pavimento, un corpo inanimato. Dopo un'altra e più attenta occhiata, diede l'allarme con il fischietto, e quando i poliziotti in servizio di ronda li attorno accorsero ne prese uno con sé e perquisì da cima a fondo la casetta e mandò gli altri a perlustrare le vie vicine ed a chieder informazioni nei dintorni. Vennero interrogati gli inquilini degli edifici attigui e di quelli di fronte. Nulla si trovò che potesse fornire il minimo indizio: nessuno era stato visto, nulla era stato udito. Si, uno dei vicini aveva sentito Whybrow rincasare; il rumore della chiave di Whybrow nella serratura si ripeteva così metodicamente ogni sera, disse il vicino, che ci si sarebbe potuto regolare sopra l'orologio, mettendolo sulle sei e mezzo. Ma poi non aveva sentito più nulla, fino al trillo del fischietto del sergente. Nessun estraneo era stato visto entrare nella casa o uscirne dalla porta d'ingresso o da quella sul retro, e sul collo delle vittime non era possibile rilevare impronte digitali. Un nipote venne chiamato perché verificasse quello che c'era in casa; nulla mancava, e comunque, egli disse, lo zio non possedeva nulla che valesse la pena di essere rubato. Il poco danaro che c'era non era stato toccato, nessun segno di manomissione, nessuna traccia di lotta. Nessun altro segno all'infuori di quelli di un assassinio brutale e ingiustificabile.
Whybrow era noto ai vicini ed ai compagni di lavoro come un uomo tranquillo, buono, amante della casa, uno di quegli uomini che non hanno nemici. Ma, in sostanza, è raro che gli assassinati abbiano nemici. È raro che un nemico spietato, il quale odi un uomo al punto da farlo soffrire, voglia assassinarlo, perché l'assassinio lo sottrarrebbe alle sofferenze. Così, la polizia venne a trovarsi in una situazione impossibile; nessun indizio circa il delitto, nessun movente che servisse a far luce sugli omicidi: soltanto il fatto che gli assassini erano stati commessi.
La notizia fece rabbrividire tutta Londra, produsse l'effetto di una scossa elettrica nella zona di Mallen End: ci si trovava di fronte all'assassinio di due persone innocue, commesso non per lucro né per vendetta, e l'assassino, il quale, secondo ogni apparenza, aveva agito in base ad un impulso occasionale, si trovava ancora in libertà. L'individuo intelligente che sia solo e che non abbia paura né di Dio né degli uomini può, se vuole, tenere in scacco una città, perfino una intera, nazione; ma è raro che il delinquente comune sia intelligente, e la solitudine non gli piace. Ha bisogno, se non del-
l'appoggio di complici, almeno di qualcuno con cui parlare; la sua vanità ha bisogno della soddisfazione di vedere l'effetto del proprio lavoro. Perciò egli frequenterà bar e caffè ed altri locali pubblici. E poi, presto o tardi, nel calore cameratesco della conversazione, dirà una parola di troppo, e la spia, che si trova dovunque, avrà un lavoro facile.
Ma sebbene asili notturni e bar ed altri locali venissero « passati al setaccio » e messi sotto sorveglianza, e sebbene si fosse diffusa, grazie a sussurri molto discreti, la notizia che danaro e protezione sarebbero stati assicurati a coloro che avessero fornito informazioni, non si riuscì a trovare una qualsiasi traccia che avesse riferimento al caso Whybrow. L'assassino, evidentemente, non aveva amici e non frequentava compagnie. Individui questo genere, noti alla polizia, vennero convocati e interrogati, ma tutti furono in grado di giustificare i propri spostamenti; nel giro di pochissimi giorni, la polizia si trovò in un vicolo cieco. E, di fronte alla beffarda voce pubblica secondo la quale il delitto era stato commesso quasi sotto il naso degli agenti, la polizia si inquietò, si innervosì. Per quattro giorni ogni funzionario delle forze dell'ordine portò a termine il suo quotidiano servizio di pattuglia in uno stato di estrema tensione. E il quinto giorno la tensione si fece ancora più forte.
Era la stagione dei tè e dei trattenimenti annuali per gli allievi delle scuole festive, e una sera di nebbia, una sera cioè nella quale tutta Londra era un mondo di fantasmi che si muovevano a tentoni, una bambina, tutta orgogliosa del suo abito della festa e delle sue scarpette nuove, il visetto ben lavato, i capelli pettinati alla perfezione, partì dal Logan Passage per raggiungere il salone parrocchiale di San Michele. Ma non vi arrivò mai. Fino alle sei e mezzo era viva, ma era come se fosse morta dal momento in cui aveva lasciato la casa materna. Qualcuno che aveva figura umana e che percorreva la via dove sboccava il Logan Passage la vide uscire di casa; da quel momento ella fu morta. Attraverso la nebbia, le grosse mani bianche di qualcuno si allungarono per afferrarla, e nello spazio di quindici minuti le furono addosso.
Alle sei e mezzo un fischietto trillò annunziando che era successo qualcosa di grave; coloro che risposero al richiamo trovarono il cadavere della piccola Nelly Vrinoff nell'ingresso di un magazzino di Minnow Street. Il sergente fu fra i primi ad accorrere; subito appostò i suoi uomini nei punti più indicati, impartendo gli ordini con un tono brusco di ira repressa, e strapazzò senza troppi complimenti l'agente che doveva pattugliare la zona. - Vi ho visto in fondo alla strada, Magson. Che cosa facevate laggiù? Siete rimasto là dieci minuti prima di tornare indietro. - Magson cominciò a spiegare: aveva dovuto tener d'occhio un tipo sospetto che si trovava da quella parte... Ma subito il sergente lo interruppe. - Al diavolo i tipi sospetti! Il vostro compito non era di tenere d'occhio i tipi sospetti. Dovevate badare agli assassini. Non vi attenete alle disposizioni, ed ecco che il delitto avviene proprio nel punto dove sareste dovuto essere. Pensate un poco a quanto si dirà ora.
Con la velocità delle brutte notizie arrivò la folla, pallida e turbata, e quando apprese che il mostro sconosciuto era ricomparso e che questa volta aveva strangolato una bambina, i suoi volti striarono la nebbia di odio e di orrore. Ma poi sopraggiunse l'ambulanza, e con essa arrivarono rinforzi di poliziotti i quali dispersero rapidamente l'assembramento; e mentre la folla si scioglieva il pensiero del sergente si concretò in parole, e da ogni parte si levò il cupo brontolio: - Proprio sotto il loro naso. - Indagini compiute più tardi dimostrarono che quattro persone del quartiere, tutte insospettabili, erano passate davanti al magazzino, a intervalli di secondi, prima del delitto: non avevano visto nulla, non avevano sentito nulla. Nessuna di esse era passata accanto alla bambina viva o l'aveva vista morta. Nessuna di esse aveva visto altre persone nella via. Ancora una volta, la polizia si trovò dinanzi al mistero: né movente né indizi.
Ed allora il quartiere, come ricorderete, venne invaso non dal panico, perché il pubblico inglese non cede mai al panico, ma dall'apprensione e dallo sconforto. Se nelle vie familiari potevano accadere cose del genere, qualunque cosa poteva accadere al mondo. Solo di questo si discorreva dovunque la gente si incontrava: per le strade, al mercato, nelle botteghe... Le donne presero l'abitudine di sbarrare finestre e porte non appena annottava. Tenevano sempre i bambini sotto i loro stessi occhi, con la massima cura. Andavano a fare la spesa prima che diventasse buio e, pur facendo finta di niente, attendevano con ansia il ritorno del marito dal lavoro. Sotto la rassegnazione un poco scanzonata che il tipico popolano londinese ha di fronte alle situazioni più disastrose si nascondeva un presentimento assillante. Il capriccio di un uomo dotato di quel terribile paio di mani aveva sconvolto la struttura ed il tenore della loro vita quotidiana, vita quotidiana di povera gente, struttura e tenore che possono sempre essere sconvolti da chi disprezzi l'umanità e non abbia timore della legge. Quella povera gente cominciò a rendersi conto come le colonne destinate a sorreggere la pacifica società in cui conviveva erano semplici pagliuzze: chiunque poteva frantumarle, le leggi valevano solo fino a quando venivano obbedite, la pilizia contava solo fino a quando veniva temuta. Con la potenza delle proprie mani, quell'unico uomo aveva indotto una intera comunità a fare qualcosa di nuovo: l'aveva fatta riflettere, l'aveva lasciata senza respiro dinanzi all'evidenza.
E poi, mentre essa era ancora senza respiro sotto l'impressione dei primi due colpi, l'assassino ne aveva vibrato un terzo. Conscio dell'orrore creato dalle sue mani, insaziabile di fama come un attore il quale abbia gustato una volta l'applauso della moltitudine, egli fece sentire nuovamente la propria presenza: il mercoledì mattina, tre giorni dopo l'assassinio della bimba, i giornali recarono agli inglesi, sul tavolo della prima colazione, la storia di una impresa ancora più clamorosa.
Alle 9,32 del martedì sera l'agente Gregory era di servizio nella Jarnigan Road; proprio a quell'ora aveva scambiato qualche parola con un collega, un certo Petersen, all'angolo di Clemming Street. Lo aveva visto poi allontanarsi giù per la strada. Gregory era pronto a ginrare che, in quel momento, in, Clemming Street, c'era soltanto un lustrascarpe zoppo che egli conosceva di vista. Il lustrascarpe era entrato a casa sua, sul marciapiede opposto a quello lungo il quale camminava Petersen. Come tutti i poliziotti, Gregory aveva l'abitudine di guardarsi continuamente alle spalle ed attorno; si sentiva di conseguenza sicuro che la strada era deserta. Alle 9,33, mentre rifaceva il suo tratto di Jarnigan Road, aveva incontrato il sergente; lo aveva salutato, gli aveva riferito che non c'era niente di nuovo ed aveva proseguito. Il tratto che gli era stato assegnato era molto breve, ed alle 9,34 era di ritorno all'angolo di Clemming Street. E allora aveva udito la voce roca del sergente. - Gregory! Siete li? Presto! Ce n'è un altro. Mio Dio, è Petersen. Strangolato! Presto, date l'allarme!
Fu, questa, la terza impresa dello strangolatore, e ce ne dovevano essere una quarta, una quinta, e tutte e cinque dovevano rimanere nel dominio dell'ignoto e dell'inconoscibile. Ignoto per ciò che riguarda le autorità e il pubblico, naturalmente. L'identità dell'assassino era nota a due uomini soltanto. Uno era l'assassino stesso, l'altro un giovane giornalista.

Questo giovane, il quale si stava appunto interessando ai delitti per conto del suo giornale, il Daily Torch, non era certo più abile dei suoi zelanti colleghi che frequentavano il quartiere nella speranza di trovarsi all'improvviso di fronte alla soluzione del mistero. Ma era paziente e seguiva le cose un poco più da vicino degli altri, e osservando di continuo i fatti gli riuscì alla fine di ricostruire la figura dell'assassino.
Dopo i primissimi giorni, i cronisti avevano rinunciato a qualsiasi tentativo di procurarsi informazioni in esclusiva, per il semplice fatto che tali informazioni non esistevano. Frequentavano regolarmente il commissariato di polizia della zona ed ascoltavano, tutti assieme, le poche novità degne di nota. I funzionari erano gentili con i giornalisti, ma niente altro. Il sergente discuteva con loro i particolari di ognuno dei delitti, avanzava spiegazioni possibili circa i metodi del delinquente, ricordava assassini del passato che avevano qualche punto di contatto con quelli: attuali, e, quanto al movente, rievocava Neil Crean, il quale certamente non aveva motivo di uccidere, e John Williams, l'uomo che uccideva per il semplice gusto di uccidere; accennava pure ad un certo lavoro in corso di svolgimento, un lavoro che avrebbe messo fine a tutta quella faccenda. Anche l'ispettore chiacchierava cortesemente sul tema dei delitti, ma, appena qualcuno dei giornalisti avviava il discorso verso quello che si stava facendo, subito si scherniva. Qualunque potessero essere, le informazioni ufficiali non dovevano venire trasmesse ai giornalisti. Tutta quella faccenda non valeva certo a tenere alto il buon nome della polizia, e solo la cattura del colpevole l'avrebbe riabilitata agli occhi del mondo ufficiale e del pubblico. Naturalmente, anche Scotland Yard era all'opera, e veniva tenuta aggiornata su tutto quanto il commissariato riusciva a raccogliere. Ma il commissariato sperava di aver l'onore di trovare da solo la soluzione. Per questo, e per quanto, in altri casi, la collaborazione della stampa fosse stata molto utile, la polizia stessa non voleva correre il rischio di una sconfitta in conseguenza a rivelazioni premature sulle sue teorie e sui suoi progetti.
Così, il sergente parlava in termini molto generali ed avanzava tutta una serie di teorie interessanti, che però i giornalisti avevano già formulato per conto loro.
Il giovane giornalista rinunciò presto a queste conferenze mattutine sulla filosofia del delitto e si mise a vagare per le strade del quartiere ed a scrivere pezzi brillanti sugli effetti dei delitti nella vita normale della popolazione. Un compito melanconico, questo, reso ancora più melanconico dalla zona. Le strade sporche, le case cadenti, le finestre debolmente illuminate tutto ciò esprimeva quella miseria scostante che non ispira simpatie; la miseria del poeta mancato. La miseria era stata creata dagli stranieri che vivevano in quel mondo posticcio perché non avevano una residenza permanente e perché non volevano né darsi la briga di sistemarsi là dove avevano la possibilità di farlo né continuare i loro vagabondaggi.
C'era poco da raccogliere. Il giornalista vedeva soltanto facce indignate, udiva soltanto congetture strambe circa l'identità dell'assassino è sugli accorgimenti segreti di cui si serviva per comparire e scomparire senza essere visto. Da quando anche un poliziotto era caduto vittima dello strangolatore, le invettive contro la polizia erano cessate e l'ignoto assassino appariva ora avvolto in qualcosa di simile a un manto di leggenda. Gli uomini si scrutavano a vicenda, come se pensassero: Potrebbe essere lui. Potrebbe essere lui. Non cercavano più un individuo che avesse, molto accentuato, l'aspetto sinistro di uno dei delinquenti classici raffigurati in cera nel museo di Madame Tussaud: cercavano piuttosto un uomo o una donna, magari una prostituta, che avesse l'aria di essere capace di simili mostruosità. Il loro pensiero indugiava soprattutto sugli stranieri. Una delinquenza così efferata non poteva essere inglese, come non poteva essere inglese la sconcertante abilità con la quale il delinquente si comportava. Così, l'attenzione si concentrava sugli zingari romeni e sui turchi venditori di tappeti. Certo ci doveva essere del marcio negli ambienti del genere. Questi orientali conoscevano trucchi di ogni tipo e non avevano una vera religione... nulla avevano che potesse tenerli entro i giusti limiti. Marinai tornati da quei paesi avevano parlato di giocolieri che riuscivano a rendersi invisibili, e si raccontava di pozioni egiziane o arabe usate per scopi strani al di là di ogni immaginazione. Forse tutto era possibile a quella strana gente; chi avrebbe potuto dirlo? Erano magri ed astuti, quegli stranieri, ed avevano mosse terribilmente anguillesche; nessun inglese sarebbe potuto svanire come essi erano in grado di fare. Quasi certamente sarebbe risultato che l'assassino era uno di loro, un individuo capace di chissà quale misterioso trucco; e poiché erano certi che fosse un mago, molti ritenevano del tutto inutile cercarlo. Era una potenza capace di tenerli soggiogati, capace di sfuggire ad ogni loro tentativo di individuarlo. La superstizione che incrina tanto facilmente il fragile guscio della ragione era penetrata in loro. Lui poteva fare quello che voleva; nessuno lo avrebbe mai scoperto. Accettati questi principi, giravano per le strade in uno stato d'animo di fatalismo e di rassegnazione ad un tempo.
Parlavano a mezza voce delle loro idee al giornalista, guardandosi attorno, come se LUI potesse udirli e poi andarli a visitare. Ma, anche se tutto il quartiere pensava a lui ed era pronto a saltargli addosso, egli li aveva così profondamente impressionati che, se un qualsiasi uomo della strada, per esempio un ometto dalla fisionomia anodina, avesse gridato: - Io sono il mostro! - la loro furia compressa sarebbe veramente esplosa? Gli si sarebbero davvero buttati contro? O la folla non avrebbe visto all'improvviso qualcosa di soprannaturale in quel volto, in quella comunissima figura, in quelle scarpe comunissime, in quel cappello, qualcosa che lo segnava come un essere che nessuna arma avrebbe mai potuto allarmare o trafiggere? Non sarebbe sul momento arretrata dinanzi a questo demone come il diavolo era indietreggiato dinanzi all'elsa crociata della spada di Faust, dandogli il tempo di mettersi in salvo? Non lo so, ma la convinzione che egli fosse invincibile era così radicata che, se si fosse presentata una occasione del genere, la folla avrebbe, come minimo, esitato. Ma l'occasione non si presentava. Oggi questo individuo banale, saziata la sua libidine omicida, è ancora visibile e osservabile; ma poiché nessuno immaginò allora, né immagina adesso, che fosse quello che era, la gente lo guardò allora e lo guarda adesso allo stesso modo in cui si guarda un lampione.
E la leggenda della sua invulnerabilità venne in un certo senso giustificata perché cinque giorni dopo l'assassinio del poliziotto Petersen, quando l'esperienza e l'intuito di tutte quante le forze dell'ordine di Londra miravano a identificarlo e ad arrestarlo, egli portò a termine il suo quarto e il suo quinto colpo.
Alle nove di quella sera il giovane giornalista, il quale restava sempre nel quartiere fino alla chiusura dell'ultima edizione, stava percorrendo adagio, il Richards Lane. Il Richards Lane è una via stretta, occupata in parte da abitazioni ed in parte, di giorno, dalle baracche di un mercato. Il giovane stava percorrendo in quel momento la parte dove da un lato sorgono piccole villette per operai e dall'altro il muro di uno scalo merci.
Il muro allungava una zona scura sulla strada, e le ombre e le sagome cadaveriche delle baracche del mercato, in quel momento deserte, davano all'assieme un aspetto curioso, quasi che tutto fosse rimasto sospeso fra la vita e la morte. Anche i lampioni, che altrove sembrano aureole dorate, avevano lì la rigidità vitrea delle pietre dure. Il giornalista, un poco suggestionato dall'ambiente, stava dicendo a se stesso che era stanco di tutta quella storia quando il gelo si sciolse all'improvviso, come per un tocco di bacchetta magica. Nell'intervallo fra un passo e l'altro il silenzio e le tenebre vennero lacerati da un urlo acutissimo seguito da una voce che gridava: - Aiuto! Aiuto! E qui!
Prima che egli potesse pensare ad una qualsiasi mossa, il vicolo si animò. Come se la sua insensibile popolazione fosse stata in attesa di quel grido, le porte di tutte le villette si spalancarono, e da esse e dai vicoli laterali schizzarono fuori ombre curve, simili a tanti punti interrogativi. Per un paio di secondi rimasero immobili come i lampioni, poi il sibilo di un poliziotto indico loro la direzione, e il gregge delle ombre si precipitò giù per la via. Il giornalista le seguì, ed altre ombre seguivano lui. Venivano dalla strada principale e da quelle circostanti: c'era chi si era appena alzato da tavola, c'era chi era stato disturbato mentre digeriva tranquillamente, in pantofole, c'era chi zoppicava e chi procedeva dritto e vigoroso, c'era chi era armato di un attizzatoio o di un ferro del suo mestiere. Qua e là, nella ondeggiante turba, emergevano gli elmetti dei poliziotti. In una unica massa informe si andarono a fermare davanti a una villetta sulla soglia della quale stavano il sergente e due poliziotti; le voci di coloro che erano indietro incalzavano, facevano fretta: - Entrate! Trovatelo! Correte dietro la casa! Scavalcate il muro! - E quelli che erano davanti strillavano: - State indietro! State indietro!
Ed allora la furia della folla, tenuta a freno fino a quel momento dal pericolo ignoto, si scatenò. Lui era lì... sul posto. Questa volta non sarebbe certo riuscito a eclissarsi. Tutti i cervelli erano concentrati sulla villetta, tutte le energie erano protese verso le porte, le finestre, il tetto del piccolo edificio, ogni pensiero era fisso su un uomo solo, un uomo ignoto, e sulla sua eliminazione. E così nessuno vedeva un qualsiasi altro. Nessuno vedeva la stretta via gremita di gente e la massa delle ombre in tumulto, e tutti dimenticarono di cercare nella folla il mostro che mai indugiava accanto alle sue vittime. Tutti dimenticarono, nella maniera più assoluta, che nella loro crociata di vendetta offrivano al mostro un nascondiglio perfetto. Vedevano soltanto la casa, udivano soltanto il rumore dei vetri spezzati e gli ordini lanciati dai poliziotti, e si spingevano avanti.
Ma non trovarono l'assassino. Trovarono soltanto notizie dell'assassino ed ebbero una rapida visione dell'ambulanza, e per la loro furia non rimase altro obiettivo all'infuori dei poliziotti stessi, i quali dovettero lottare per liberarsi di questo ostacolo al loro lavoro. Il giornalista riuscì a farsi strada fino alla porta della casetta, riuscì a farsi raccontare dal poliziotto lasciato di guardia che cosa era avvenuto. La villetta era abitata da un marinaio in pensione, da sua moglie e da sua figlia. Stavano cenando, ed era sembrato da principio che fossero stati tutti uccisi da un gas venefico. La figlia giaceva morta su un piccolo tappeto dinanzi al focolare, ed ancora stringeva in mano un pezzo di pane e burro. Il padre era caduto dalla sedia, di fianco, lasciando sul piatto un cucchiaio di budino di riso. La madre era distesa a mezzo sotto la tavola, e in grembo aveva i frammenti di una chicchera fracassata e spruzzi di cacao. Pochi secondi furono sufficienti per scartare l'ipotesi del gas. Una occhiata al collo dei disgraziati dimostrò ancora una volta che si trattava dello Strangolatore; i poliziotti rimasero sul posto, e si guardarono attorno, e per qualche momento condivisero il fatalismo del pubblico. Si sentivano impotenti.
Era, questa, la quarta impresa dell'assassino, per un totale di sette delitti. Doveva commetterne ancora uno, come sapete, commetterlo quella sera stessa, per poi passare alla storia come l'ignoto terrore di Londra e tornare alla vita decorosa che aveva sempre condotto, rammentando ben poco di quello che aveva fatto e per nulla tormentato dal ricordo. Perché smise di uccidere? È impossibile dirlo. Perché cominciò? Impossibile dirlo anche questa volta. Le cose andarono come, andarono, semplicemente, ed io sono convinto che, se mai egli pensa a quei giorni e a quelle notti, vi pensa come noi pensiamo alle follie o ai peccatucci più o meno sudici che abbiamo commesso nella nostra infanzia. Diciamo che non erano peccati veri e propri perché non eravamo coscienti allora, non ci rendevamo conto di ciò che facevamo, e così, pensando alla piccola creatura irragionevole che eravamo, la perdoniamo, perché essa non sapeva quello che si faceva. Lo stesso, credo, è accaduto a quest'uomo.
Ce ne sono molti come lui. Eugene Aram, dopo aver assassinato Daniel Clarke, è vissuto tranquillo e soddisfatto per quattordici anni, senza mai provare il più piccolo rimorso per il proprio delitto, incrollabile nella stima che aveva di se stesso. Il dottor Crippen ha assassinato la moglie e poi è vissuto tranquillamente con l'amante nella casa della quale, sotto un pavimento, aveva seppellito la moglie stessa. Constance Kent, giudicata dalla corte innocente dell'assassinio del fratello minore, condusse per cinque anni una vita pacifica prima di confessare, George Joseph Smith e William Palmer vissero in piena cordialità, in mezzo ai loro simili, senza lasciarsi turbare da paure o rimorsi per gli omicidi mediante annegamento o avvelenamento che avevano commesso. Charles Peace, al momento del suo cinico tentativo di assassinio fallito, era diventato, dopo i precedenti delitti, un cittadino rispettabile che si interessava di oggetti antichi. Tutti costoro, dopo un certo tempo, vennero scoperti, ma molti più assassini di quanti immaginiamo vivono oggi onestamente e moriranno onestamente, senza essere non dico scoperti ma neppure sospettati. Così farà quest'uomo.
Ma egli corse un gravissimo pericolo, e forse fu proprio il fatto di essere scampato per miracolo a tale pericolo a fermarlo. E dovette la sua salvezza ad un errore di giudizio da parte del giornalista.
Appena ebbe raccolto tutti gli elementi dei tre assassini, il che gli richiese un poco di tempo, il giornalista passò una quindicina di minuti al telefono per trasmettere il suo pezzo in redazione; e, terminato che ebbe, esaurito lo stimolo professionale, si senti stanco e mentalmente sconvolto. Non era ancora libero di tornare a casa: il giornale sarebbe andato in macchina soltanto un'ora più tardi. Egli entrò così in un bar a bere qualcosa e a mangiare un paio di panini.
E, quando riusci a cancellarsi dalla mente il brutto episodio di quella sera, mentre si stava guardando attorno e stava ammirando il gusto del padrone per ciò che riguardava le catenelle da orologio e la sua aria da dominatore e pensava che il proprietario di un bar bene avviato faceva un vita molto più comoda di quella di un giornalista, la sua mente fu come illuminata da chissà dove da un raggio di luce. Non pensava in quel momento agli orrendi delitti dello Strangolatore; pensava al suo panino. Come panino di bar, si trattava davvero di una rarità. Il pane era tagliato sottile e bene imburrato, il prosciutto che l'imbottiva non era stato tagliato due mesi prima: era, insomma, proprio come doveva essere. Il suo pensiero si rivolse all'inventore dei panini, il conte di Sandwich, e poi a Giorgio IV ed ai tre. Giorgi precedenti ed alla leggenda di quel Giorgio che si torturava il cervello per capire come la mela potesse entrare nell'involucro di pasta dove, in Inghilterra, viene cotta al forno o bollita. Chissà se quel Giorgio si sarebbe tormentato anche per sapere come il prosciutto entrava nei panini, e quanto tempo gli sarebbe occorso per capire che il prosciutto non sarebbe entrato tra le due fette di pane se qualcuno non ve l'avesse messo. Si alzò per ordinare un altro panino, e in quel momento un angolo attivo del suo cervello risolse il problema. Se nel suo panino c'erano le fette di prosciutto; qualcuno doveva pure avercele messe. Se sette persone erano state assassinate, qualcuno doveva essere stato sul posto a trucidarle. Non esistevano aerei o automobili che potessero restare nascosti in una tasca; di conseguenza, l'assassino doveva essersi messo in salvo o scappando o restando immobile dov'era; ed ecco che allora…

Già vedeva con l'immaginazione la prima pagina del giornale con l'articolo di cronaca che sarebbe stato pubblicato se la sua teoria fosse stata accettata e se (anche questa era una congettura) il direttore avesse avuto il coraggio di arrischiare un colpo del genere, quando un grido interruppe le sue elucubrazioni: - Signori, si chiude. Uscite tutti, prego. - Si alzò ed uscì in un mondo di nebbia striato dalle scie luminose degli autobus. Era sicuro di essere arrivato alla soluzione, di essere in grado di scrivere il pezzo che da tempo sognava, ma, anche se avesse potuto dimostrare la sua teoria, restava sempre il dubbio se la politica del giornale gli avrebbe permesso di pubblicarlo. La sua soluzione aveva un grosso difetto. Era la verità, ma si trattava di una verità impossibile. Scuoteva fino alle fondamenta tutto quello in cui i lettori del giornale credevano e che i direttori del giornale avevano sempre contribuito a far credere. I lettori potevano credere che i venditori di tappeti turchi avevano il dono di rendersi invisibili. Ma non avrebbero mai creduto a ciò che egli si sentiva di affermare.
Ma i lettori non si trovarono mai dinanzi al dilemma di credere o di non credere, perché il pezzo non fu mai scritto. Il giornale era ormai in macchina, e, rinvigorito dallo spuntino e stimolato dalla sua teoria, il giornalista pensò di dedicare un'altra mezzora a mettere questa sua teoria sul banco di prova. Cominciò così a guardarsi attorno per cercare l'uomo che aveva in mente, un uomo dai capelli bianchi e dalle grandi mani bianche; per il resto, una figura abitudinaria che nessuno avrebbe guardato due volte. Egli voleva aggredire quell'uomo con la sua idea, di sorpresa, e in questo modo stava per mettersi alla portata di un individuo che era ormai entrato a far parte di una leggenda di macabro orrore. Forse potrà sembrare un atto di coraggio supremo il fatto che qualcuno, senza la speranza di un aiuto esterno immediato, si riveli ad un mostro il quale sta terrorizzando un intero quartiere. Ma non si trattava di coraggio. Il giornalista non pensava assolutamente al pericolo. E neppure pensava al suo dovere professionale. Era mosso semplicemente dal desiderio di seguire un caso fino alla fine.
Uscì dal bar, camminando, adagio, svolto in Fingal Street, diretto al Deever Market; dove sperava di trovare il suo uomo. Ma non ebbe bisogno di spingersi fino là. Lo vide all'angolo di Lotus Street, o almeno vide qualcuno che gli assomigliava. La strada era illuminata, e il giornalista non riusciva a distinguere bene, ma intravide due mani bianche. Lo seguì, accelerando il passo si portò alla sua altezza e, proprio sotto il cavalcavia ferroviario, vide che si trattava proprio di colui che cercava. Gli si avvicinò e gli rivolse la domanda che era ormai diventata abitudinaria nel quartiere: - Bene, si sa qualcosa dell'assassino? - L'altro si fermò e lo squadrò con diffidenza, poi, quando si accorse che si trattava del giornalista, rispose:
- Eh? No, non so niente, accidenti. E dubito che se ne saprà mai qualcosa.
- Chi lo sa. Io ci ho pensato, e mi è venuta una idea.
- Davvero?
- St. Mi è venuta come in un lampo. Un quarto d'ora fa. E sono convinto che siamo stati tutti ciechi: l'assassino era dinanzi a noi, ci guardava in faccia.
L'altro tornò a voltarsi e a fissare il giornalista, e lo sguardo e l'atteggiamento furono più che sufficienti a mostrare il suo sospetto che colui che parlava ne sapesse troppo. - Oh? - fece. - Era davanti a noi? Bene, se siete così sicuro, perché non ci accordate il beneficio di quello che sapete?
- È precisamente quello che sto per fare. - Camminavano l'uno accanto all'altro, ed erano arrivati quasi in fondo alla strada, là dove essa sfocia in Deever Market, quando il giornalista girò con aria indifferente la testa verso il suo compagno e gli, sfiorò il braccio con un dito. - Sì, tutto quanto mi sembra semplicissimo adesso. Ma c'è ancora un particolare che non capisco. Un particolare che vorrei chiarire. Il movente, voglio dire. Ora, da uomo a uomo, ditemi, sergente Ottermole, perché avete ucciso tutte quelle persone che non vi avevano fatto nulla di male?
Il sergente si fermò e si fermò il giornalista. Il cielo illuminato di quel continente che è Londra rifletteva quel tanto di luce sufficiente perché il giornalista distinguesse il viso del sergente, e il viso del sergente era rivolto verso il giornalista con un sorriso di tale cortesia e di tale simpatia da lasciare allibiti. Il sorriso indugiò per alcuni secondi. Poi il sergente disse: - Bene, per essere sincero, signor giornalista, non lo so. Non lo so davvero. In tutta sincerità, è una cosa che ha preoccupato anche me. Ma mi è venuta una idea, proprio come è capitato a voi. Tutti sappiamo di non poter dominare il lavorio del nostro cervello. Non è forse così? Le idee ci passano per la testa senza chiedere il permesso. Eppure si suppone che ognuno di noi sia in grado di dominare il proprio organismo. Perché? Eh? Riceviamo in eredità la nostra mente da chissà chi... da gente morta secoli prima che noi nascessimo. Non può essere che allo stesso modo ereditiamo i nostri corpi? I nostri. visi, le nostre gambe, i nostri cervelli... non sono interamente nostri. Non siamo stati noi a farli. Ci vengono come per caso. E non è possibile che le idee entrino nei nostri corpi come entrano nei nostri cervelli? Eh? Forse che le idee non vivono nei nostri nervi e nei nostri muscoli come nella nostra mente? Non è possibile che parti del nostro corpo non siano realmente nostre, e che le idee entrino in queste parti all'improvviso, come le idee entrano... entrano... - Le sue braccia si levarono di scatto, mettendo in evidenza le grandi mani calzate di guanti bianchi e i polsi pelosi, scattarono così rapide al collo del giornalista che i suoi occhi non le videro nemmeno. - ...nelle mie mani!

Note della Redazione
Anatomia di uno strangolatore (titolo originale: The Hands of Ottermole), noto anche come Le mani del signor OttermoleLe mani di Mr Ottermole e Le mani di Ottermole, è un classico del terrore tradotto in questa edizione da Bruno Tasso nel 1962, edito da Sansoni Editore e pubblicato per la prima volta su Club GHoST.

L’AUTORE
Thomas Burke (1886-1945) è stato un influente scrittore inglese, noto come il "cantore di Chinatown" per i suoi racconti ambientati nell'East End di Londra. Famoso per l'antologia Limehouse Nights (1916), ha narrato con uno stile melodrammatico e crudo la vita degli immigrati cinesi, influenzando la narrativa poliziesca e il cinema.
Nato a Londra il 29 novembre del 1886, ha vissuto parte della giovinezza in un orfanotrofio, esperienza che ha influenzato il suo stile crudo. Ha iniziato a lavorare giovanissimo e ha venduto il suo primo racconto a 16 anni.
Ha raggiunto la fama con Nights in Town (1915), una descrizione della vita notturna londinese, seguita dal grande successo di critica e pubblico Limehouse Nights (1916).
I suoi racconti esplorano spesso il lato oscuro, violento e melodrammatico dell'area portuale di Limehouse, spesso con il personaggio di Quong Lee.
Il racconto "The Chink and the Child" è stato adattato dal regista D.W. Griffith nel film Broken Blossoms (1919)
Ha scritto romanzi e racconti gialli come Murder at Elstree (1936) e The Hands of Mr. Ottermole (1935).
Alcuni titoli in italiano di altri suoi racconti mai tradotti: Notti a Limehouse (un quartiere di Londra), Finestre sussurrantiEst di casa MansionIl gong d’oroPezzi di notteOscure notti,  Le meraviglie di Bloomsbury.
Burke è morto a Londra il 22 settembre del 1945. La sua opera è considerata un ritratto vivido e talvolta controverso della vita sociale londinese di inizio Novecento.


Tutti i diritti riservati per immagini e testi agli aventi diritto ⓒ.