In ricordo di Al Festa

Un talento multiforme

Dal rock al cinema di genere e l'incontro con la spiritualità

Il mondo del cinema e della musica piange la scomparsa di Al Festa, un artista poliedrico e visionario che ha saputo fondere il fascino dell'orrore, la melodia delle sette note e la profondità della fede in un percorso creativo unico nel suo genere. Il regista, compositore e sceneggiatore romano si è spento a Viterbo giovedì 12 marzo, all'età di 68 anni, dopo aver combattuto contro una lunga malattia.
La sua dipartita avviene in un momento di profonda mestizia personale, a soli due mesi di distanza dalla perdita della sua compagna di vita, l'attrice Stefania Stella, musa e collaboratrice di molti dei suoi progetti più celebri.


Nato a Roma l'8 novembre 1957, Alberto Festa (in arte Al Festa) ha iniziato la sua carriera non dietro la macchina da presa, ma sulla tastiera. Negli anni '80 si è imposto come uno dei compositori più interessanti per il cinema "bis" italiano, firmando le colonne sonore di pellicole cult dirette da maestri del genere come Bruno Mattei e Claudio Fragasso. Tra i suoi contributi musicali più memorabili si ricordano RobowarCop Game e Oltre la morte, dove le sue sonorità elettroniche e rock enfatizzavano l'azione e la suspense.
Il salto alla regia avviene con uno stile distintivo che mescola l'estetica del videoclip musicale - campo in cui è stato un pioniere in Italia - con atmosfere oniriche e inquietanti. Il suo debutto, Gipsy Angel (1990), mostra già la sua capacità di creare immagini suggestive, ma è con Fatal Frames - Fotogrammi mortali (1996) che Festa raggiunge l'apice della sua carriera cinematografica. Un thriller-horror ambizioso, girato con un cast internazionale (che includeva nomi come Donald PleasenceRick GianasiDavid WarbeckAngus Scrimm e Linnea Quigley), che oggi viene ricordato come uno degli ultimi grandi esempi di giallo all'italiana venato di soprannaturale.

Negli ultimi decenni, l'opera di Al Festa ha subito una metamorfosi profonda, virando verso temi legati alla trascendenza e alla spiritualità. Questo cambiamento è stato guidato dal suo legame familiare e intellettuale con la figura di Padre Pio. Il regista era infatti nipote del dottor Giorgio Festa, il medico inviato dal Vaticano per esaminare le stimmate del Santo di Pietrelcina.
Sulla base di documenti e testimonianze ereditate dal nonno, Festa ha realizzato il documentario e la mostra multimediale La Grande Luce, un'opera che ha cercato di coniugare il rigore della ricerca scientifica con lo stupore della fede. Questo progetto non è stato solo un lavoro professionale, ma una vera e propria missione personale che lo ha portato a viaggiare e a far conoscere aspetti inediti della vita del frate.

Al Festa non è stato solo un tecnico dell'immagine o della musica, ma un "artigiano dell'immaginario", un sognatore inquieto che non ha mai smesso di sperimentare. Chi lo ha conosciuto ne ricorda la verve creativa inesauribile, la capacità di passare da un assolo di synth a una riflessione teologica, sempre mantenendo quell'indipendenza intellettuale che lo ha reso un outsider amatissimo dai fan del cinema di genere.
Con la sua scomparsa, il panorama culturale italiano perde un autore che ha saputo guardare nel buio dell'orrore per cercare, alla fine, la luce della speranza. Le sue opere, dai fotogrammi più oscuri alle sinfonie più mistiche, rimarranno come testimonianza di un uomo che ha vissuto l'arte come una costante ricerca di senso.



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