Un film potente
Ambientato durante l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza
La voce di Hind Rajab (Tunisia, Francia, Regno Unito, Usa 2025)
Regia: Kawthar ibn Haniyya. Fotografia: Juan Sarmiento G.. Soggetto e Sceneggiatura: Kawthar ibn Haniyya. Montaggio: Qutayba Barhamji, Maxime Mathis, Kawthar ibn Haniyya. Scenografia: Basim al-Marzuq. Costumi: Khadija Zuquay. Musiche: Amin Buhafa. Produttori: Nadim Shaykhruha, Odessa Rae, James Wilson. Case di Produzione: Mime Films, Tanit Films, Rae Film Studios, JW Films Production. Titolo Originale: Sawt al-Hind Rajab. Genere: Drammatico, Thriller Civile. Paesi di Produzione: Tunisia, Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America. Distribuzione (Italia): I Wonder Pictures. Durata: 89’. Lingua Originale: Arabo. Interpreti: Saja al-Kilani (Rana Hasan Faqih), Clara Khuri (Nisrin Jaris Qawwas), Motaz Malhees (Umar al-Qam), Amir Hulayhil (Mahdi al-Jamal).
Quando esci dalla visione di un film potente come questo e dovresti scrivere di cinema ti senti inadeguato, perché se è vero che la regista tunisina Kawthar ibn Haniyya gira un grande thriller civile d’impianto teatrale, è altrettanto vero che quel che ti resta dentro è lo sconforto per aver assistito alla rappresentazione di una storia tragicamente vera. La pellicola dura 89’, lo spazio di una lunga telefonata di aiuto da parte di una bambina palestinese alla sede della Mezzaluna Rossa, che deve far partire l’ambulanza con assistenza medica, proprio mentre l’esercito israeliano sta facendo il tiro a segno contro una macchina composta da civili. All’interno del mezzo sono tutti morti, resta solo la bambina, resta la voce di Hind Rajab. Come andrà a finire si scopre solo al termine del film, ma il fatto è cronaca di guerra, quindi l’esito non sorprende. Ecco, è di queste cose che si dovrebbe parlare, nei nostri media nazionali, non di pettegolezzi politici legati alla guerra, dovremmo mettere all’indice certi fatti disumani e tutte le regole violate di un povero diritto internazionale, sempre meno applicato. Il film della regista tunisina - dai lei stessa sceneggiato, in parte montato, infine prodotto - racconta (come se fosse una pièce teatrale) la sorte di un’intera famiglia palestinese e di due volontari della Mezzaluna Rossa, utilizzando la registrazione della voce della bambina registrata durante la drammatica telefonata. Il tutto è ambientato durante l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza, anche se di esterni se ne vedono pochi, a parte le fotografie dei veri mezzi coinvolti nella tragedia. Tre ore di telefonata all’unica superstite, una bambina di 5 anni ferita alla schiena e alle gambe, il dramma della sua angoscia e degli operatori della sede di assistenza, la corsa contro il tempo per salvarla e la lunga procedura per avere un’inutile autorizzazione a far muovere un mezzo di soccorso. Gli attori sono molto bravi, rendono in pieno il clima di disperazione che si respira di fronte all’impotenza di agire e alla palese violazione delle regole internazionali. La regista si è decisa a fare il film subito dopo aver sentito la registrazione della telefonata, “per non essere complice”, “per averlo sentito come un preciso dovere civico” (sono parole sue). Riprese svolte in Tunisia e in un teatro di posa che ha ricreato gli ambienti della Mezzaluna Rossa, con metodo neorealista, perché gli attori recitano in presa diretta, mentre ascoltano la telefonata. Ventitre minuti di applausi a Venezia, Gran Premio della Giuria, candidato all’Oscar come Miglior Film Internazionale. In provincia visto grazie al benemerito Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica - domenica 15 marzo 2026 - che l’ha programmato con il preciso scopo di “parlare senza tregua” di un genocidio in corso e di tutti i crimini commessi contro l’umanità.
A cura di Gordiano Lupi
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