Scarlet di Mamoru Hosoda

Lavoro deludente

Un guazzabuglio confuso di stili di animazione mescolati insieme a schermo

Scarlet (2025)
Regia e Sceneggiatura: Mamoru Hosoda
Montaggio: Shigeru Nishiyama
Musiche: Taisei Iwasaki
Produzione: Columbia pictures, Nippon Telivision, Studio Chisu


Presentato in pompa magna alla fiera del cinema di Venezia, Scarlet è un prodotto con il quale il maestro (già autore di grandi opere come La ragazza che saltava nel tempoSummer WarsWolf ChildrenThe boy and the beast e molti altri) si pone di nuovo sul piano internazionale. C’è da dire che questo Scarlet ha avuto risultati impietosi in terra natia. Si parlava, però, di una rinarrazione dell’Amleto di Shakespeare. Ma che ne sanno i giapponesi della Danimarca? Massì, sarà bello.

In quello che potremmo definire un casino estrapolato dalla tragedia originale, il re Amleto ha una moglie, tanto stronza quanto puttanissima, che incita suo fratello Claudius a ucciderlo. Il re lascia quindi orfana l’amatissima, bellissima, giovanissima, dolcissima, figlia: Marysue. Ahem, Scarlet. Questo perché ha i capelli rossi (ma i genitori no, nessuno dei due; ricollegandosi al fatto che ha la mamma puttana).
Insomma, babbo morto, figlia che inizia la sua storia di vendetta con rancore che cresce, zio malvagissimo, allenamenti alle arti marziali e all’arma bianca. Così la giovane arriva a una festa, bella come il sole d’inverno che cerca di ammazzare lo zio. Una enorme figura di merda dopo, muore. Non lo zio, Scarlet.
Questa è solo l’intro però, perché la giovane poi finirà in un aldilà desertico pieno di anime disperate. Tutti questi morti sono alla ricerca della scala che li porterà in paradiso e nel mentre si uccidono tra di loro, vessati anche da un drago spara fulmini e dallo zio morto Claudius che, non contento, ora rompe le scatole anche nell’aldilà. Scarlet inizia così un nuovo viaggio di vendetta, stavolta assieme a un paramedico.

Non vi avevo avvertito, è una di quelle recensioni. Sarà anche lunga, perché ho, non rabbia, livore, verso quest’opera. Io amo Hosoda e lo ritengo un grandioso regista, ma se già sul suo ultimo lavoro, Belle (anche lei rossa con occhi azzurri, ognuno ha i suoi gusti) c’erano dei dubbi, qui sono stati ampiamente dissipati.
Scarlet è un brutto film anche se la critica pare lo stia acclamando, pazienza.
Non dura molto, neanche due ore, ma sembrano cinque, perché ci si annoia. Scriverò tantissimo, mi spiace.

Partiamo dall’aspetto prettamente narrativo.
Ok, l’Amleto l’abbiamo stravolto, ma abbiamo riciclato un po’ di nomi, qualche idea, la vendetta e il fatto che non dia soddisfazione. Questo non è un vero difetto, non per me che sono abituato a vedere minestroni giapponesi di opere europee. Però è l’oltretomba che non funziona per niente. Si muore e si finisce lì, dove si può rimorire e allora si diventa nulla, foglie secche. In questo mondo sono tutti come vivi e sembra che mangino e bevano, ma solo quando è conveniente alla trama, altrimenti camminano per giorni nel deserto e stanno freschi come una rosa. Insomma, si possono vivere vite pressappoco normali, solo che è tutto fantasy e desertico. Non ci sono leggi né autorità, quindi molti dei morti si sono dedicati al banditaggio. Insomma, morire fa ancora schifo.
In questo luogo, però, non esiste il tempo. Ovvero tutti i morti, di tutte le epoche, finiscono qui. Però sono convenientemente quasi tutti del periodo storico di Scarlet. Ci sono solo alcuni piccoli personaggi di sfondo che paiono risalire a luoghi e culture diverse (un vichingo, uno spagnolo, una filippina, dei conquistadores) e poi un paramedico dei tempi nostri che nel corso di tutto il film è l’unico tizio nato dopo il 1900. Però lì non esiste il tempo, si presume che di gente ne sia morta nelle due guerre mondiali e anche che la storia, proseguendo nel futuro, vedrà pure altre persone morire, persone ancora più avveniristiche. Insomma, tutta l’idea del “non esiste il tempo”, serve solo per buttare lì un tizio dei giorni nostri, “a la isekai”. Tale Hijiri, del quale si poteva fare a meno e tutto avrebbe avuto più senso. Tra l’altro Hijiri credo che sia un nome orientale, ma tutto fa pensare che sia brasiliano.
Questo oltretomba è anche vessato da un bellissimo dragone infinito, completamente infilzato da armi di ogni tipo e dimensione che, ogni tanto, vomita fulmini sul creato. Se vogliamo parlare di creature che lo tormentano, poi, c’è una vecchia dall’aspetto tribale munita di caccole esplosive.
Scarlet compie un bel viaggio, anche interiore, aiutata da Hijiri, per lasciarsi alle spalle il desiderio di vendetta e la rabbia. Un viaggio vanificato dal fatto che tutti i suoi nemici vengono convenientemente sconfitti o uccisi da altri (spesso veri e propri Deus ex machina) potendole così lasciare il lusso del pacifismo. Lo stesso Hijiri, che dichiara: “Io sono un medico, le persone non si uccidono”, ne ammazza due, così.
Siccome il tempo non esiste ed è tutto convenientemente focalizzato sui personaggi Amletici, lo zio Claudius regna all’inferno e, per motivi non chiari, schiera un intero esercito a difesa delle scale per il paradiso. Scale che nessuno affronta in barba a lui. Non si capisce perché i suoi uomini non ci vadano da soli, invece di restare giù a fare la guerra a tutte le altre anime in cerca di salvezza.
Tutta la storia è vessata da questa sorta di romance sghemba tra Scarlet e Hijiri. C’è proprio poco che funziona tra loro due, c’è poco senso in lui in generale. Il ragazzo ha una passione per una canzone orientale che suona, tantissimo, come la famosissima “Brasil” e che sentiremo cantare per intero (due volte) nel corso della visione. Una volta intervallata da un delirio ballerino in “isekai reverse” dove tutti ballano in strada.
Il finale, almeno, non ve lo spoilero. È la cosa meno brutta (assieme all’inizio) e più prevedibile.

Passiamo al comparto tecnico: ora ne vedremo delle belle.
Scarlet è un guazzabuglio confuso di stili di animazione mescolati insieme a schermo. Non c’è coerenza tra gli sfondi e i personaggi in primo piano. Spesso non c’è neanche coerenza di stile tra i personaggi di una scena o dell’altra.
Saltato l’incipit su un 3D molto pesante e da filmato stile videogame old gen (manco a livelli di una PS5, insomma), c’è poi un bel pezzo tutto ambientato in Danimarca che è prodotto in animazione classica. È bello a vedersi, godibile, animato bene. Mi sono sentito sollevato dopo quei primi, pochi, minuti di bruttura.
Purtroppo però questo pezzo dura pochissimo e si passa al… al… come posso definirlo? Allo schifo. Ecco, come.
I due protagonisti vengono realizzati in un 3D molto dettagliato, ma ancora visibilmente tale (soprattutto per le parti metalliche e il mantello di lei). Gli altri personaggi sono, in ordine di rilevanza narrativa, via via creati sempre peggio. I comprimari sono guardabili ma poi la qualità cala drasticamente. Molti sono i richiami (per stile) al pessimo remake in 3D di Berserk, soprattutto quando entrano in gioco (molte volte) i tipici guerrieri senza faccia (con elmi e ombre a nascondere i visi, troppo difficili da animare). Si toccano picchi orridi con i vecchi profughi, che sembrano disegnini fatti su un muro in 2D.
Altra scena terribile è il ballo “brasileiro”. I due protagonisti perdono di coerenza fisica (arti sottili e curvi) e ballano per ore in mezzo a una popolazione di fantoccini al limite del bidimensionale e senza tratti, il tutto su uno sfondo 3D che urla videogame. Dove i personaggi sono fatti così, gli sfondi, invece, risultano 3D, ma di nuova generazione. Sembrano foto. Spesso ho creduto che fossero immagini reali con i disegni appiccati sopra... Sono fatti al computer, ma fatti a regola d’arte (nel disegno statico è tutto più facile).
Infine, il finale è quasi tutto di nuovo in gradevole 2D iniziale, solo più abbozzato e con meno dettagli.
Tralasciando gli stili, l’animazione pure è incoerente. Sembra quasi che il lavoro sia stato prodotto da più studi e poi montato un po’ alla bene e meglio. Sin da subito si vede che il 3D principale del film non è perfetto. Mancano dei frame che fanno sembrare i personaggi muoversi a scatti. Risparmiare sui frame fa risparmiare soldi d’accordo ma se non hai i soldi fai un’altra cosa: realizza il film con una grafica tradizionale, invece di propinarci questa robaccia.
Le scene di combattimento invece sono state più curate, questo è vero. Risultano più fluide, più belle anche da vedersi, sono forse la cosa migliore del film.
L’opera ha diversi momenti “statici” (penso sempre per guadagnare minutaggio) con lunghi momenti di fermo immagine sui personaggi. Altri invece che sembrano come dei “caricamenti di videogiochi”: una sequenza onirica di lucine che non finisce mai o un lungo passaggio nella giungla tutta uguale.
Ma di statico non c’è solo questo: molte volte, infatti, le figure non vengono neppure animate. È forse il primo film al cinema che vedo (ed era in originale, non è colpa di un adattamento fatto coi piedi) dove la gente parla senza che la loro bocca si muova; un personaggio addirittura canta a denti digrignati in primo piano!
Infine il drago, quel gigantesco messianico che sembra avere il cuore trafitto, divino, bellissimo drago… di resina, in un museo che pare essere una croce. Grande come il cielo che vola senza neanche muovere le ali. Una creatura che gode di un bel primo piano sul suo muso ferale che una volta trafitto ruggisce senza però muovere la bocca... Non muove la testa, non muove nulla, praticamente è come se fosse un pupazzo inanimato.

Spiace davvero molto aver parlato così male dell’opera di un maestro il cui lavoro ho tanto amato, ma proprio per via delle mie grandi aspettative non posso che essere così deluso dall’ultimo film di Hosoda.
Facendo il paio con Belle, c’è da chiedersi se valga la pena vedere anche il prossimo lavoro o aspettare una più comoda uscita in streaming. E questo è un vero peccato visto che sono un sostenitore di anime che passano raramente nelle sale.
Scarlet mi ha ricordato La guerra dei Rohirrim: no, non è così brutto come quell’opera, ma entrambi sono una delusione su pellicola che conviene evitare.

A cura di Marco Molendi



Tutti i diritti riservati per immagini e testi agli aventi diritto ⓒ.