Il cuore gli batteva forte
Nel chiarore della luna, apparve un cerchio di figure spettrali
E Cipriano cominciò: Il conte Ippolito era rientrato da un lungo viaggio per prendere possesso della grossa eredità del padre, morto recentemente. Il castello avito sorgeva in una delle regioni più belle e più piacevoli e le entrate del patrimonio erano tali, da consentire al conte i più costosi miglioramenti. Tutto quello che aveva colpito il suo gusto e gli era particolarmente piaciuto, nel corso del suo viaggio, specie in Inghilterra, gli sarebbe ora riapparso sotto gli occhi. A un suo cenno comparvero al castello operai e artisti specializzati e di lì a poco ne fu intrapresa la ricostruzione: si prese a tracciare, nello stile più incantevole, un ampio parco e nella sua cinta furono racchiuse la chiesa, il cimitero e la parrocchia, che sarebbero così apparsi come parte di quella foresta artificiale. Il conte stesso dirigeva i lavori da buon intenditore, dedicandosi anima e corpo a questa occupazione; ed era già trascorso un anno senza che gli fosse mai passato per la mente di seguire i consigli di uno zio, che abitava nella capitale, il quale lo invitava a fare la sua comparsa fra le ragazze per scegliersi la più bella, la più nobile, la migliore di tutte.
Una mattina se ne stava appunto al tavolo da disegno, intento a tracciare la pianta di un nuovo edificio, quando gli fu annunziata una vecchia baronessa, lontana cugina di suo padre.
Il conte, udito quel nome, si ricordò subito che suo padre aveva sempre parlato di questa vecchia con la più profonda indignazione, addirittura con ripugnanza, e si era fatta ogni volta premura di mettere in guardia chi volesse avvicinarla, e di consigliargli di tenersene lontano, senza però addurre mai il motivo del pericolo. Se qualcuno si azzardava di chiedere al conte delle spiegazioni, soleva rispondere che c’erano certe cose di cui era meglio tacere che parlare. Questo però era certo, che alla capitale correvano voci di uno strano inaudito processo criminale, in cui la baronessa sarebbe stata coinvolta: per tutto questo si era separata dal marito, aveva dovuto abbandonare la sua lontana residenza natale, e solo al favore del principe si doveva se tutto era stato poi messo a tacere.
Perciò Ippolito si sentì spiacevolmente impressionato all’idea di dover accostare una persona, che suo padre aveva così detestata, anche se lui non ne conosceva i motivi. Ma i doveri d’ospitalità, cui non ci si può sottrarre, specie in campagna, gl’imponevano ora di ricevere quella visita molesta.
Pur non avendo niente di particolarmente brutto, nessuna persona aveva mai fatto sul conte un’impressione così ripugnante come la baronessa. Quando il conte entrò in sala, ella lo trapassò con un’occhiata di fuoco, per abbassare poi subito gli occhi e scusarsi della sua visita con espressioni quasi umili. Si dolse che il padre del conte, prevenuto da strani pregiudizi, che persone a lei nemiche avevano saputo malignamente insinuargli, l’avesse odiata a morte e non avesse mai voluto porgerle un minimo aiuto, pur sapendo che languiva nella più dura miseria, di cui tanto si vergognava dato il suo rango. Alla fine, era venuta inaspettatamente in possesso di una piccola somma di denaro, e così le era stato possibile lasciare la capitale e cercare rifugio in una lontana cittadina di provincia. Durante questo viaggio, non aveva potuto resistere al desiderio di vedere il figlio di un uomo che aveva stimato moltissimo, ad onta di quel suo ingiusto odio verso di lei.
Il tono con cui la baronessa parlava, era il tono commosso della verità, e il conte se ne sentì tanto più toccato, quando, voltando gli occhi da quel viso così strano, rimase come incantato alla vista di una creatura piena di grazia e di soavità, che era insieme alla baronessa.
La baronessa tacque e parve che il conte non avesse nemmeno notato il suo silenzio. Ella lo pregò allora di perdonare l’imbarazzo che l’aveva colta all’entrare in quella casa, per cui non gli aveva presentato subito, appena entrata, sua figlia Aurelia.
Il conte riacquistò la parola e, rosso fino agli occhi e confuso come un ragazzo innamorato, pregò la baronessa di concedergli di riparare a quella che poteva esser stata una colpa di suo padre, dovuta certo a malintesi, e di accettare per il momento ospitalità nel suo castello.
A conferma del suo buon volere prese la mano della baronessa, ma nello stesso istante gli si fermò la parola, gli si fermò il respiro e dei brividi gelati raggiunsero il suo più intimo. Gli parve che la sua mano fosse come attanagliata da dita irrigidite nella morte e la grande figura ossuta della baronessa, che lo fissava con occhi senza vita, gli fece l’effetto di un cadavere agghindato di vesti multicolori.
- Oh, mio Dio, che disdetta, proprio in questo momento! - esclamò Aurelia e con voce dolce che arrivava al cuore si dolse che, proprio in quel momento, la sua povera mamma fosse stata colta da una delle sue convulsioni: di solito, però, era roba che passava in poco tempo, senza che ci fosse bisogno di ricorrere a nessun rimedio.
Il conte riuscì a fatica a svincolarsi dalle mani della baronessa e quando ebbe presa tra le sue la mano di Aurelia e se la fu portata alle labbra, solo allora gli ritornò tutto il fuoco della vita e tutta la gioia dell’amore.
Arrivato quasi alla maturità, il conte sentiva ora per la prima volta, in tutta la sua pienezza, la forza della passione, tanto meno, perciò, poteva nascondere i suoi sentimenti, e l’infantile amabilità con cui vedeva Aurelia contraccambiarlo accese in lui le più dolci speranze.
Erano passati pochi minuti e già la baronessa si era riavuta del suo irrigidimento e, inconscia dell’accaduto, dava assicurazione al conte di quanto si sentiva onorata dell’offerta di passare qualche tempo al castello, e che tutti i torti ricevuti dal padre erano ora in una volta dimenticati.
Così, tutto a un tratto, la vita del conte cambiò: egli doveva credere che fosse stato uno speciale favore del destino a portargli l’unica di tutto il mondo che, divenuta sua sposa adorata, avrebbe potuto assicurargli la felicità più alta della vita terrena.
Il comportamento della vecchia baronessa rimase inalterato: era silenziosa, seria, chiusa in sé e, ogni volta che si dava l’occasione, dava prova di mitezza d’animo e di un cuore aperto a ogni ingenuo piacere.
Il conte si era intanto abituato a quel suo volto strano, che era in realtà di un pallore di morte, e a quella sua figura spettrale, e ascriveva tutto questo a quel suo stato morboso e a una certa tendenza a tetre fantasticherie; poiché aveva saputo dai suoi servitori che spesso, di notte, la baronessa faceva passeggiate per il parco, in direzione del cimitero. Ora egli si doleva di essersi lasciato convincere dai pregiudizi del padre; e così anche gli avvertimenti pressanti del vecchio zio, perché vincesse il sentimento da cui era stato preso e troncasse rapporti che, o presto o tardi, sarebbero stati la sua rovina, mancarono interamente del loro effetto.
Convinto nel modo più assoluto dell'amore di Aurelia, ne chiese la mano e ci si può immaginare con che gioia questa richiesta fu accolta dalla baronessa, che si vedeva strappata all'indigenza e accolta nel grembo della felicità.
Dal volto di Aurelia scomparve il pallore e quell'espressione tutta particolare che era indice di una sconsolata pena interiore, e la felicità dell'amore, trasparendo dai suoi occhi, cominciò a rifulgerle sulle guance con colori di rosa.
Alla mattina delle nozze, un contrattempo impressionante mandò in fumo tutti i piani del conte.
Nel parco, non lontano dal cimitero, fu trovata riversa al suolo, esanime, la vecchia baronessa, col volto verso terra. La stavano appunto trasportando al castello, proprio mentre il conte, alzatosi da poco, guardava fuori dalla finestra, nell'estasi della felicità raggiunta. Credette che la baronessa fosse stata colta da uno dei suoi soliti attacchi, ma tutti i mezzi per richiamarla in vita riuscirono vani: ormai ella era morta.
Aurelia, anziché abbandonarsi all'effusione di un vivo dolore, rimase ammutolita, senza lacrime, quasi paralizzata nella parte più intima del suo essere.
Il conte ebbe paura per l'amata, e solo con cautela azzardò di richiamarla alla sua condizione di figlia completamente abbandonata, per cui era necessario passare sopra alle convenienze e fare quello che era più opportuno, affrettando il più possibile il giorno delle nozze, ad onta della morte della madre.
Aurelia cadde allora nelle braccia del conte e mentre dagli occhi le sgorgava un torrente di lacrime, esclamò:
- Sì, sì, ti prego, in nome di tutti i Santi! Per la mia salvezza. Si, si!
Il conte attribuì queste esplosioni di intima commozione all'amaro pensiero ch'ella doveva sentirsi veramente abbandonata, senza casa e senza saper dove andare, ora che le regole della convenienza le impedivano di restare al castello.
Il conte si affrettò subito a far venire al castello una vecchia e dignitosa matrona, in funzione di dama di compagnia di Aurelia, e di lì a poche settimane venne di nuovo il giorno delle nozze, che non fu interrotto da altri tristi contrattempi, ma spuntò per coronare la felicità di Ippolito e di Aurelia.
Durante questo periodo di attesa, Aurelia aveva dato l'impressione di essere sempre in uno stato di grande tensione. Pareva perseguitata senza posa, non dal dolore per la morte della madre, ma da un'intima ansia che l'opprimeva mortalmente. In mezzo alle più dolci effusioni d'amore, trasaliva ad un tratto e, come presa da un subito terrore, pallida come una morta, piangente, si stringeva fra le braccia del conte, come se volesse sentirsi salda a qualcosa, e sfuggire a un'invisibile forza nemica, che voleva trascinarla alla rovina, e gridava: « No! No! Mai più, mai più! ».
Solo dopo le nozze parve che quello stato di esaltazione si calmasse e che quell'ansia terribile l'avesse finalmente abbandonata.
Era naturale che il conte, sin che la vide in quello stato angoscioso, non volesse, col presagio di qualche pauroso segreto, turbare l'animo di Aurelia, e ritenesse indelicato di farle domande; perciò mantenne il silenzio.
Ma come la vide rimessa, azzardò garbatamente di domandarle qual fosse mai stata la causa di quel suo strano stato d'animo.
Aurelia gli confidò che era per lei un sollievo potergli ora aprire il suo cuore.
Il conte non fu poco sorpreso quando venne a sapere che solo le losche mene della madre avevano riversato su di lei quell'angoscia struggente, capace di sconvolgerla tutta.
- Esiste qualcosa di più tremendo che odiare la propria madre, averne addirittura orrore? - chiese Aurelia.
Allora, né il padre, né lo zio erano state vittime di falsi pregiudizi e la baronessa era riuscita, con ponderata simulazione, a prendersi gioco di lui! Quindi il conte non poteva ascrivere che a un caso fortunato per la sua pace, che la perfida madre fosse morta nel giorno delle nozze. Né si dette cura di dissimularlo, ma Aurelia gli confessò che proprio alla morte della madre si era sentita assalire dal tetro e pauroso presentimento, che non le sarebbe mai riuscito di dominare l'ansia paurosa che l'invadeva, e che la morta sarebbe risorta dalla tomba per strapparla dalle braccia dello sposo e precipitarla nel baratro.
Aurelia si ricordava molto oscuramente (era lei a raccontarlo) che una mattina della sua prima giovinezza, appena destata, aveva sentito in casa un gran trambusto. Porte che sbattevano, voci di sconosciuti che urlavano alla rinfusa. Alla fine, ritornato il silenzio, la sua bambinaia l'aveva presa tra le braccia e l'aveva portata in una grande stanza, dove c'erano parecchie persone e in mezzo, su una tavola lunga, disteso un uomo, che spesso aveva giocato con Aurelia, l'aveva colmata di dolci e che lei chiamava papà. Ella aveva teso le mani verso di lui e avrebbe voluto baciarlo. Ma quelle labbra, una volta calde, erano ora gelide e Aurelia, senza nemmeno sapere perché, era scoppiata in lacrime. La bambinaia la portò in casa di estranei ove trascorse un lungo periodo, fin che un giorno comparve una signora che la portò via con sé in carrozza. Era sua madre, che di lì a poco si trasferì con Aurelia nella capitale.
Aurelia aveva circa sedici anni, quando in casa fece la sua comparsa un uomo che la baronessa accolse con giubilo e intimità, come un vecchio conoscente. Le sue visite si fecero sempre più frequenti e in breve il tenore di vita della baronessa cambiò notevolmente. Invece di abitare, come sino allora, in una soffitta e contentarsi di povere vesti e di un cattivo nutrimento, si trasferì in un bell'appartamento, nella zona più elegante della città, si procurò vestiti di lusso, mangiava e beveva in compagnia dello straniero che ogni giorno era suo ospite, e frequentava tutti i divertimenti che offriva la capitale.
Questo migliorato tenore di vita della madre, dovuto sicuramente allo straniero, non influì per niente sulla vita di Aurelia. Ella se ne rimaneva chiusa nella sua stanza, e continuava ad andare in giro coi miseri vestiti di prima, mentre la baronessa correva con l'amico a tutti i divertimenti.
Lo straniero, che doveva essere sulla quarantina, aveva, ciò nonostante, un aspetto fresco e giovanile: era alto di statura e del suo volto si poteva dire che non era privo di una certa bellezza virile.
Eppure Aurelia lo trovava ripugnante perché, ad onta dei suoi sforzi di assumere un contegno di persona distinta, tutto il suo modo di fare aveva qualcosa di goffo, di volgare, di plebeo.
Gli sguardi con cui prese a seguire Aurelia, la riempirono di un sinistro orrore, quasi di ribrezzo, di cui lei stessa non sapeva spiegarsi la causa.
La baronessa non aveva creduto sino allora opportuno di dire ad Aurelia una sola parola sul conto dello straniero, sin che un giorno gliene rivelò il nome, aggiungendo che il barone era straniero ed era un lontano parente. Ne lodò la figura, vantò i suoi meriti e concluse domandando ad Aurelia se le piacesse.
Aurelia non nascose l'intima ripugnanza che nutriva verso lo straniero, ma la baronessa la fulminò con uno sguardo che le incusse un profondo spavento e concluse dicendole che era davvero una grande sciocca.
Di lì a poco, la baronessa cominciò a trattare Aurelia con maggiore amabilità di quanto prima non ne avesse usata nei suoi confronti. Aurelia ebbe bei vestiti, gingilli di moda, e la si fece prender parte a divertimenti pubblici. Lo straniero faceva di tutto per accaparrarsi il suo favore, ma in un modo che le accresceva sempre più le antipatie.
Inoltre la sua tenera sensibilità di fanciulla fu mortalmente ferita il giorno che il caso la fece testimone, non vista, della perversità dello straniero e della corruzione della madre.
Una sera lo straniero, ritornato a casa in uno stato di semiubriachezza, la strinse fre le sue braccia in un modo che non lasciava dubbi sulle sue folli intenzioni: la disperazione le dette una tale forza virile da riuscire a respingerlo e a farlo cadere riverso all'indietro; rialzatosi, fuggì e andò a chiudersi nella sua camera.
Dopo di che, la baronessa dichiarò ad Aurelia, in tono freddo e deciso, che siccome era il barone che mandava avanti la casa ed essa non si sentiva voglia di ritornare all'antica miseria, pensasse di smettere di fare la smorfiosa, perché questo non avrebbe servito a niente. Aurelia doveva sottomettersi al volere del barone, che aveva altrimenti minacciato di abbandonarle.
Senza badare alle suppliche della figlia e alle sue calde lacrime, la vecchia, tra mezzo a risate sarcastiche, si mise parlare di una vita in cui le si sarebbero dischiusi tutti i piaceri: ma in modo così perverso che suonava scherno a ogni senso morale, per cui Aurelia ne rimase terrorizzata. Si vide perduta e la fuga le apparve come l'unico mezzo di salvezza.
Procuratasi le chiavi di casa, impaccò le poche cose che possedeva e dopo mezzanotte, credendo la madre immersa nel sonno più fondo, quatta quatta scivolò via, attraverso l’anticamera debolmente illuminata. In punta di piedi, stava già per uscire di casa, quando una porta si spalancò con fragore e per le scale si sentì un gran chiasso. Ed ecco comparire la baronessa avvolta in una sudicia vestaglia, con le braccia e il petto scoperti, i capelli bianchi sciolti e svolazzanti, e precipitarsi nell’anticamera ai piedi di Aurelia. Dietro di lei lo straniero, che con voce gracidante urlava: - Aspetta, aspetta, strega dell’inferno, satana diabolico, penserò io a farti ingoiare il tuo banchetto nuziale, - e trascinandola per i capelli in mezzo alla stanza, prese a percuoterla crudelmente con un grosso randello che portava con sé.
La baronessa si mise a urlare e Aurelia quasi priva di sensi chiamò aiuto dalla finestra aperta.
Si dette il caso che proprio in quel momento passasse lì sotto una pattuglia di polizia armata, che si affrettò a entrare in casa.
- Acciuffatelo! Acciuffatelo! Non ve lo fate scappare! Guardate la sua schiena e basta! E…. - gridò la baronessa torcendosi dallo spasimo e dalla rabbia.
Ma non appena ebbe pronunziato quel nome, il sergente capo della pattuglia gridò: - Oh, oh, finalmente ti abbiamo preso, Uranio! - e legato stretto lo straniero, lo trascinarono via, per quanto egli tentasse di svincolarsi.
Ad onta di tutta questa scena, la baronessa aveva capito quali erano state le intenzioni di Aurelia. Si limitò ora a prenderla per un braccio con alquanto mal garbo e a scaraventarla in camera sua, chiudendovela a chiave senza dirle parola.
Il giorno di poi la baronessa uscì e rientrò molto tardi: mentre Aurelia, rinchiusa nella sua camera come in una prigione, non vide né senti alcuno per tutta la giornata e non le fu portato né da mangiare, né da bere.
Passarono così parecchi giorni. La baronessa la guardava con occhi sprizzanti ira: pareva lottasse per prendere una decisione, fin che una sera, che aveva ricevuto alcune lettere, il cui contenuto parve l’avesse rallegrata, le disse: - Tu sei una pazza e hai la colpa di tutto; ma ormai tutto è a posto e ti auguro perfino che la tremenda punizione, che lo spirito maligno ti aveva riservato, non ti abbia a raggiungere. - Così disse la baronessa ad Aurelia e tornò a essere con lei più amabile.
Da parte sua Aurelia non pensava più alla fuga, ora che l'individuo mostruoso si era allontanato. Passò del tempo e un giorno che se ne stava sola in camera sua, avvertì per strada un gran fracasso. La cameriera si precipitò da lei per informarla che stavano trascinando lì sotto il figlio del boia, che doveva essere marchiato col fuoco per assassinio e aggressione e poi condotto in prigione e che durante il tragitto era scappato ai suoi guardiani.
Aurelia, colpita da un pauroso presentimento, si avvicinò vacillante alla finestra: non si era ingannata: l'individuo che trascinavano sotto le sue finestre, era proprio lo straniero, circondato da un gran numero di guardie e legato ben saldamente al carrozzone. Lo stavano appunto riportando indietro per sottoporlo alla sua pena. Mezzo svenuta, Aurelia si lasciò andare sulla poltrona, colpita dallo sguardo feroce del malandrino che, coi pugni alzati in gesto di minaccia, aveva guardato su verso la finestra.
La baronessa intanto continuava a stare molto fuori di casa, lasciando sempre sola Aurelia, la quale trascorreva così una vita ben triste, ripensando alla sua sorte e a quello che l'avrebbe potuta colpire inaspettatamente. Da una cameriera, che era entrata in casa dopo quel triste episodio notturno, e che aveva sicuramente sentito parlare dei rapporti intimi della baronessa con quel furfante, ella venne così a sapere che, in città, tutti compiangevano molto la madre, che in modo così crudele era stata messa in mezzo da un assassino tanto volgare.
Aurelia sapeva bene che le cose stavano in tutt'altro modo, e le pareva impossibile che per lo meno gli agenti di polizia (che quella sera avevano acciuffato l'individuo in casa della baronessa, quando questa aveva accennato al marchio sulla schiena, come indice certo dell'assassino) non si fossero persuasi della natura dei rapporti della baronessa col figlio del boia. A questo proposito anche la cameriera si esprimeva talora in modo alquanto equivoco. Chi la pensava in un modo e chi in un altro; e si pretendeva conoscere le severe indagini del tribunale, che avrebbe minacciato di arresto persino la signora baronessa, perché si diceva che quel folle figlio del boia aveva raccontato cose piuttosto strane sul suo conto.
La povera Aurelia fu costretta ancora una volta a riconoscere la depravata insensibilità della madre, che aveva potuto osare di trattenersi ancora nella capitale, dopo l'episodio tremendo di quella notte. Alla fine però parve costretta a lasciare il luogo dove si sentiva perseguitata da ignominiosi sospetti, fin troppo giustificati, per fuggire in una località lontana.
Fu a metà di questo viaggio che ella si era presentata al castello del conte e qui successe quel che è narrato in questo racconto.
Libera di ogni preoccupazione, Aurelia cominciò da allora a sentirsi veramente felice, ma quale fu il suo profondo terrore quando, traboccante di questa felicità, parlò un giorno alla madre della provvidenza del ciclo, e la madre cogli occhi pieni di fiamme diaboliche, con voce gracidante, si mise a urlare: - Creatura scellerata e perversa, tu sei la mia rovina! Ma se in mezzo alla felicità che sogni, dovesse colpirmi una morte improvvisa, la vendetta ricadrà su di te. Nella convulsione che mi assale, e di cui è colpa la tua nascita, si cela la perfidia di Satana...
A questo punto Aurelia si tacque per gettarsi al collo del conte, supplicandolo di permetterle di tacere quello che ancora aveva detto la baronessa nella sua selvaggia follia. Se ora ripensava alla tremenda minaccia, che varcava il limite delle cose più mostruose, lanciatale contro dalla madre invasata dalle forze maligne, Aurelia si sentiva il cuore spezzato.
Il conte consolò come poté la sposa, ma lui stesso si sentiva scosso da freddi brividi di morte. E anche quando ebbe riconquistata la calma dovette confessare a sé stesso che il profondo ribrezzo ispiratogli dalla baronessa gettava, anche dopo la sua morte, un'ombra nera sulla sua vita, che per un certo momento gli era parsa luminosa come il sole.
Passò qualche tempo e Aurelia cominciò visibilmente a cambiarsi. Mentre un pallore mortale nel viso e l'occhio spento potevano essere indici di un malessere fisico, il suo modo di fare sconvolto, incostante, ritroso, pareva includere un nuovo segreto che la turbava. Sfuggiva persino il marito, correva a rinchiudersi nella sua stanza, cercava gli angoli più solitari del parco e quando compariva, gli occhi che avevano pianto, i tratti del volto distrutti, palesavano una qualche pena tremenda che la martoriava. Il conte tentò invano di indagare l'origine di questo male e dalla completa disperazione in cui era caduto, poté liberarlo solo il sospetto di un celebre medico, che la grande eccitabilità della contessa poteva probabilmente ascriversi a fenomeni di una gravidanza, che sarebbe venuta a coronare la felicità del loro matrimonio.
Un giorno che il dottore sedeva a tavola con il conte e la contessa, si permise ogni sorta di allusioni alle condizioni della contessa da lui supposte. Ella pareva ascoltare come assente, ma d'un tratto si fece attenta; il dottore aveva appunto preso a parlare delle strane voglie che vengono alle donne in quello stato, alle quali esse non si devono opporre, se non vogliono nuocere alla loro salute e causare effetti dannosi sul bambino.
La contessa assediò il medico di domande e questi non si stancò di riferire i casi più strani e più spassosi della sua esperienza medica.
- Non mancano però esempi di aberrazione, che inducono le donne alle cose più mostruose. C'è stata una volta la moglie di un fabbro, che aveva una voglia irresistibile della carne di suo marito; e non se ne dette pace, fin che un giorno, che il marito era rincasato ubriaco, lo colpi all'improvviso con un coltello e lo dilaniò così barbaramente, che di lì a poco il povero uomo morì.
Il medico aveva appena finito di pronunziare queste parole, che la contessa cadde riversa sulla poltrona e a fatica poterono salvarla dagli attacchi nervosi che l'avevano colpita.
Il medico capì di aver agito incautamente nel citare un fatto così inaudito, in presenza della contessa tanto debole di nervi. Parve però che quella crisi avesse agito beneficamente sul suo stato poiché, da quel giorno, diventò più calma, sebbene di lì a poco uno strano irrigidimento, un torvo fuoco degli occhi, e un sempre crescente pallore fossero sopravvenuti a tormentare il conte con dubbi penosi sullo stato della moglie. La cosa più inspiegabile di tutte era che non toccava cibo, e dimostrava anzi un'invincibile avversione per ogni vivanda, specie se era carne, tanto che si alzava ogni volta da tavola coi segni più evidenti di ribrezzo. L'aiuto del medico non valse a nulla e nemmeno le più amorose insistenze del conte, e niente al mondo poté indurla a prendere una goccia sola di medicina.
Come però passavano settimane, passavano mesi, senza che la contessa portasse alla bocca un solo boccone, rimaneva un segreto inspiegabile come potesse sostentarsi: il medico perciò concluse che ci doveva essere in gioco qualcosa, che esulava dal campo della scienza umana.
Sotto un pretesto, egli lasciò il castello: ma al conte non poté sfuggire che lo stato della contessa doveva essere sembrato, a quel medico di lunga esperienza, qualcosa di troppo misterioso, di troppo sinistro, per accettare di trattenersi più a lungo ed essere testimone di una inspiegabile malattia, senza avere il modo di portare il suo aiuto. Ci si può immaginare in che stato d'animo si ridusse il conte per tutto questo. Ma non bastava ancora.
Proprio in quei giorni un vecchio fedele servitore colse l'occasione di averlo trovato solo, per rivelargli che ogni notte la contessa usciva di casa e ritornava solo sul fare del giorno. Il conte fu colto da un brivido gelato.
Solo ora gli sovvenne che da qualche tempo, ogni notte sulla mezzanotte, egli era sopraffatto da un sonno non naturale che forse (gli venne ora in mente) poteva attribuirsi a un qualche narcotico propinatogli dalla contessa, per poter lasciare, senza che lui se ne accorgesse, la camera che divideva col marito, contrariamente agli usi della loro classe.
Nella sua anima si destarono allora i più neri presentimenti: ripensò alla madre diabolica, la cui indole poteva ora riversarsi per la prima volta nella figlia, o a qualche abominevole rapporto adultero, e a quel folle figlio del boia. La notte prossima avrebbe dovuto spiegargli il pauroso segreto che solo poteva essere la causa dello stato inspiegabile della moglie.
Ogni sera la contessa soleva preparare, colle sue stesse mani, il tè che dava poi al conte per potersi allontanare. Quella sera il conte nemmeno l'assaggiò e mentre, come al solito, se ne stava a letto a leggere, venuta la mezzanotte, non si sentì sopraffare dal sonno. Ciò nonostante ricadde sui cuscini, fingendo di essersi addormentato.
Piano piano, la contessa lasciò allora il suo letto; si appressò a quello del conte, gli illuminò il volto e poi sgattaiolò via di camera. Il conte sentiva il cuore che gli batteva forte: alzatosi si avvolse in un mantello e pian piano tenne dietro alla moglie.
Era una notte di luna piena, per cui il conte poté distinguere subito chiaramente la figura di Aurelia avvolta in una veste bianca, nonostante avesse su di lui un notevole vantaggio. La contessa, traversato il parco, prese la via del cimitero e lì scomparve dietro il muro.
Rapido il conte le corse dietro, traversò la porta del cimitero ancora aperta e dinanzi ai suoi occhi, nel chiarore della luna, apparve un cerchio di figure spettrali. Vecchie donne seminude, coi capelli svolazzanti, stavano accoccolate per terra, e in mezzo al cerchio il cadavere di un uomo, che esse dilaniavano con la rapacità di un lupo.
In mezzo a quelle figure c'era Aurelia!
Preso da un orrore selvaggio, il conte scappò via e si mise a correre senza conoscenza, incalzato solo da un'ansia mortale: traversò i viali del parco, e quando il sole era già alto si ritrovò tuffato in un bagno di sudore, dinanzi alla porta del castello.
Involontariamente, incapace di formulare un pensiero netto, fece a corsa le scale, traversò le stanze e raggiunse la sua camera da letto.
La contessa giaceva nel suo letto, dolcemente assopita, e il conte avrebbe voluto convincersi di aver fatto un sogno pauroso, oppure - conscio della sua peregrinazione notturna, che era la causa del suo mantello bagnato di rugiada, - di essere stato vittima di una allucinazione, che lo aveva terrorizzato mortalmente.
Senza attendere il risveglio della contessa, lasciò la camera, si rivestì e montò a cavallo.
La cavalcata, in una mattinata così splendente, tra gli arbusti profumati, da cui lo salutava il canto giulivo degli uccelli che si destavano, mise in fuga le paurose immagini della notte. Consolato e rasserenato fece ritorno al castello.
Quando tutt'e due si sedettero a tavola, la contessa, alla vista di certa carne bollita che servirono, non poté trattenere il suo ribrezzo e fece per fuggire dalla stanza: tutta la verità di quanto aveva visto nella notte si riaffacciò orribilmente all'animo del conte. Con una rabbia selvaggia egli si alzò da tavola e con voce paurosa gridò: - Maledetta creatura dell'inferno, io so ora perché tu hai tanto ribrezzo del cibo degli altri uomini, perché è dalle tombe che tu vai a tirar fuori il tuo nutrimento, donna diabolica!
Ma il conte aveva appena pronunziate queste parole, che la contessa gli si buttò addosso con un urlo selvaggio e con la furia di una iena lo morse sul petto.
Il conte la respinse da sé e la fece rotolare per terra, ma di lì a poco, tra orribili spasimi di convulsione ella spirò.
Il conte fu colto dalla pazzia.
Note della Redazione
Vampirismo (Vampirismus, 1821), noto anche come La donna vampiro, pubblicato per la prima volta su Club GHoST, è un racconto horror-gotico di E.T.A. Hoffmann contenuto ne I confratelli di Serapione. Narra di Aurelia, una giovane nobile succube di una forza sinistra che la spinge a comportamenti macabri, esplorando il tema del vampirismo e della follia con un'indagine psicologica profonda. La traduzione è di Rosina Spaini.
L’AUTORE
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), conosciuto anche con lo pseudonimo di E. T. A. Hoffmann, è stato un geniale esponente del Romanticismo tedesco, noto come scrittore, compositore, pittore e giurista. Nato a Königsberg, eccelse nel genere fantastico e gotico, esplorando il doppio, il grottesco e il soprannaturale in opere celebri come Der Sandmann e Gli elisir del diavolo.


