Rosso sangue di Joe D'Amato

Sorta di seguito apocrifo di Antropophagus

Un horror puro non contaminato da altri generi, uno dei pochi girati da Massaccesi

Rosso sangue (Italia 1981)
Regia: Peter Newton / Joe D'Amato. Soggetto e Sceneggiatura: George Eastman. Produzione: Joe D'Amato, Donatella Donati. Fotografia: Joe D'Amato (accreditato come Richard Haller). Montaggio: George Morley. Musiche: Carlo Maria Cordio. Effetti speciali: Giuseppe Ferranti. Scenografia: Helen Crosby, John Franklin, Jack McDonald, Ennio Michettoni. Costumi: Helen Crosby. Casa di Produzione: Metaxa Corporation, Filmirage S.r.l. Paese di Produzione: Italia. Anno: 1981. Lingua originale: inglese. Durata: 93’. Genere: Thriller, Orrore. Interpreti: George Eastman (Mirkos Tanopoulos), Annie Belle (Emily), Edmund Purdom (padre greco), Charles Borromel (sergente Ben Engleman), Katya Berger (Katia Bennett), Kasimir Berger (Willy Bennett), Hanja Kochansky (Carol Bennett), Ian Danby (Ian Bennett), Ted Rusoff (dott. Kramer), Cindy Leadbetter (Peggy), Goffredo Unger (lavoratore macelleria), Lucía Ramírez (non accreditata - attrice telenovela), Mark Shannon (non accreditato - attore telenovela), Michele Soavi (non accreditato - Lenny Herbert, motociclista ucciso da Mirkos).



Attenzione: contiene spoiler

In Italia il cinema estremo si è sviluppato negli anni Settanta e non come semplice riflesso della cinematografia statunitense. La via italiana all’exploitation ha una sua originalità e va ricercata nella genesi del cinema popolare. La parola d’ordine è quella di mostrare il mostrabile e ne consegue che il cinema non deve porsi limiti di sorta. Niente è vietato. La macchina da presa deve indagare l’inconoscibile esasperando violenza e sesso. Primi esempi di cinema estremo in Italia sono i tanto esecrati mondo movie, seguiti a ruota da tutto quel cinema delle perversioni, come necrofilia (si pensi allo stesso Buio omega) e zoofilia (stile La Bestia di Walerian Borowczyk), ma anche dalle pellicole del sottogenere nazi-porno a base di sadismo e torture. Non dimentichiamo il filone cannibalico che vede tra i suoi migliori esempi Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato.
Joe D’Amato è uno dei padri dell’exploitation italiana, così come è il padre del nostro cinema hardcore. Lo ricordiamo soprattutto per due lavori come Buio omega e Antropophagus, pellicole dove il regista romano riesce a  contaminare generi così diversi come l’eros, il porno e l’horror. D’Amato ha sempre avuto la facilità di miscelare le tre componenti tirando fuori un prodotto originale, spesso di impossibile classificazione.
Nel 1982 gira Rosso sangue (titolo inglese Absurd), un horror puro non contaminato da altri generi, uno dei pochi girati da Massaccesi. Possiamo dire che si resta nel cinema di exploitation, anche se non si raggiungono i livelli di originalità toccati nei due lavori precedenti. Il film nasce come una sorta di seguito apocrifo di Antropophagus, o per lo meno con la volontà di bissarne il successo sostituendo la figura del mostro cannibale con quella di un folle e implacabile serial killer.
Aristide Massaccesi firma la regia con lo pseudonimo di Peter Newton. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Luigi Montefiori (si firma John Cart), direttore della fotografia sempre Massaccesi (Richard Haller), montaggio di Ornella Micheli (George Morley), musiche di Carlo Maria Cordio. Produce Metaxa Corporation. Interpreti: George Eastman (Luigi Montefiori) è il mostro Niko Tanopolous, Annie Belle (Annie Brilland) è Emily, Charles Borromei è il commissario, Edmund Purdom è il prete, Katya Berger è Katya e Kasimer Berger è Willy. Ci sono anche Hanja Kochansky, Ian Dandy, Led Rusoff e il futuro regista Michele Soavi in una rapida apparizione.
La trama è semplice e ricalca le tipiche narrazioni da slasher movie alla Halloween, solo che qui troviamo eccessi splatter sconosciuti nella pellicola statunitense. C’è un essere che pare immortale, un mostro frutto di esperimenti scientifici condotti in Grecia su una cavia umana. Un prete lo insegue, lui per scappare si va a infilzare l’intestino sopra una cancellata, ma non è morto come sembra in un primo momento. Il gigantesco individuo dalle fattezze umane si risveglia in ospedale e fa fuori un’infermiera in una scena allucinante di trapanazione del cranio. In precedenza abbiamo visto Montefiori entrare in una casa con le budella che escono dall’intestino, citando a piene mani Antropophagus. Forse la scena più efferata di tutta la pellicola. L’assassino pianta il trapano nella testa della donna, la punta dell’attrezzo fuoriesce dalla parte opposta, come se attraversasse un panetto di burro. Inizia la fuga del mostro, mentre un sergente da fumetto (un provinciale ottuso che non crede alle parole del prete) ne ostacola la cattura invece di aiutare. L’essere non può morire perché ha il potere di rigenerare le cellule danneggiate del suo corpo e ogni volta che viene ferito diventa ancora più folle. Infatti le cellule che si sostituiscono alle precedenti sono malate. Nella fuga incontra sulla sua strada un laboratorio di macelleria e aggredisce l’uomo che sta lavorando. Il macellaio tenta di ucciderlo e lo colpisce con diversi colpi di pistola che niente possono contro l’essere mostruoso. Il macellaio finisce con il cranio segato in due da uno degli strumenti di lavoro e il suo corpo resta abbandonato in un lago di sangue. Queste due prime scene splatter (infermiera e macellaio) sono ispirate a Zombi 2 di Lucio Fulci (1979). Chi non ricorda la sequenza dell’occhio spinto verso la scheggia di legno? Il meccanismo cinematografico è lo stesso, perché il cranio umano viene spinto poco a poco verso l’attrezzo che lo distruggerà. C’è anche un senso di giustizia in quest’ultima scena: il macellaio muore proprio come le bestie che quotidianamente scanna, ma non sappiamo dire quanto questo elemento polemico e ironico sia voluto dal regista. Il mostro vaga per il paese e fa fuori pure un motorizzato Michele Soavi, anche se questo delitto è meno spettacolare: si limita a soffocarlo e a lasciarlo in una pozza di sangue. A questo punto inizia la parte della pellicola che presenta maggior tensione e interesse. L’essere diabolico entra nella casa dove vivono una ragazza costretta a letto da una grave malattia e il fratellino. Incontriamo pure una citazione indiretta del vecchio Sesso nero (1980), che la baby-sitter sta guardando in televisione tra le proteste del bambino che vorrebbe vedere il football.  Ma non è il Sesso nero originale, ci sono Shanon e la Ramirez in primo piano, ma i dialoghi sono quelli di un film d’amore strappalacrime. La baby-sitter lascia incautamente la porta socchiusa e il mostro entra in casa dopo aver ucciso anche il cane (scena che si intuisce soltanto). Una picconata alla base del cranio fa fuori la donna in un’altra scena che fa gioire gli amanti dello splatter. Subito dopo c’è una bella sequenza con il bambino mascherato da scheletro che spaventa l’infermiera in arrivo e soprattutto lo spettatore. Questa parte della pellicola è un po’ troppo lunga, un montaggio più sobrio ne avrebbe fatto guadagnare in fluidità narrativa. L’infermiera scopre il corpo picconato della baby-sitter e cerca di far uscire di casa il bambino per trovare aiuto, poi si barrica nella stanza da letto della ragazza malata. Una musica incessante accompagna un crescendo di tensione ed è un piccolo capolavoro la sequenza dove il mostro cattura la baby-sitter. Lunga e terribile la mitica scena del forno a gas: la donna viene cotta a fuoco lento e il suo viso cambia colore passando dal rosa al viola. Una realizzazione ottima. Tra l’altro la baby-sitter non è morta e con il viso cotto dal calore tenta di uccidere il mostro accoltellandolo alla gola. Non ci riesce ma salva comunque la vita al bambino. Il pazzo assassino completa l’opera uccidendola con un paio di forbici. A questo punto entra in scena la ragazza malata che si è liberata dell’apparecchio ed è scesa dal letto. Il mostro cerca di catturarla, ma lei è rapida a liberarsi e gli pianta negli occhi il compasso che teneva con sé per disegnare cerchi sopra un foglio. Lo spettatore comprende il motivo di quel particolare inserito  dal regista come un elemento apparentemente ininfluente. Nel cinema niente è mai inutile, tutto è funzionale allo sviluppo della storia. Il mostro è cieco, grida di dolore come un novello Polifemo, ma riesce ugualmente a uccidere il prete che ha fatto irruzione nella casa. Proprio mentre il mostro sta strozzando il prete, la ragazza lo aggredisce alle spalle e con un’ascia lo decapita. Questa scene è oltremodo splatter e i colpi di scure sul collo del mostro sono realistici. “Willy, non devi aver più paura” dice la ragazza coperta di sangue in una delirante scena finale. Il bambino ride. Lei solleva la mano destra mentre viene inquadrata in primo piano la testa mozzata del mostro. Era l’unico sistema per ucciderlo, come fosse uno zombi.  
L’atmosfera di Rosso sangue è da thriller claustrofobico, ambientato in un locale chiuso, ricalca lavori come Venerdì 13 di Sean S. Cunningham (1980), dove si sa chi è l’assassino ma l’effetto sorpresa è dato da come e da quando colpirà. Per restare in Italia uno schema simile lo troviamo pure in Camping del terrore (1987) di Ruggero Deodato e in Deliria (1987) di Michele Soavi (prodotto da Massaccesi). Un maniaco omicida immortale elimina le sue vittime, una dopo l’altra, nei modi più efferati. Un film claustrofobico e inquietante nel suo delirio onirico e visionario. Proprio sui modi dell’eliminazione si pone la maggior attenzione del regista, che abusa di effetti splatter e gore particolarmente riusciti. Vediamo teste trapanate, segate, picconate, mozzate e altre uccisioni orribili. Il film non ha la stessa forza di Antropophagus e non riscuote gli stessi consensi. Si ricorda soltanto per le scene splatter e per la sequenza del forno con la vittima cucinata a dovere. Circolano edizioni tagliatissime di Rosso sangue che sconsigliamo, perché vedere una simile pellicola senza le sue parti forti equivale a non vederla. Si perdono gli effetti speciali e le sequenze chiave importanti di un lavoro che si fa apprezzare per un crescendo di tensione. Il cast degli attori è ottimo. Bravo come sempre Montefiori nella parte del mostro implacabile, credibile Purdom come prete-detective, ottima Annie Belle, bene i due ragazzini che sono i figli di William Berger.
Rosso sangue non ha la stessa carica sconvolgente di Buio omega e di Antropophagus. È a suo modo un film troppo normale, poco contaminato, più vicino agli slasher movie statunitensi che al resto della produzione sexploitation di D’Amato. Forse è per questo che non riscuote un grande successo. Il pubblico di Massaccesi si aspettava ben altro. Lo scarso interesse dimostrato dagli appassionati verso la pellicola fermò il progetto di un terzo capitolo della serie.


A cura di Gordiano Lupi



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