The Sea di Shai Carmeli-Pollak

Film bellissimo e struggente

Un atto di coraggio contro un regime illiberale

The Sea (Israele, 2025)
Regia: Shai Carmeli-Pollak. Soggetto e Sceneggiatura: Shai Cameli-Pollak. Montaggio: Yosef Grunfeld. Scenografia: Bashar Hassuneh. Produzione: Bather Agbarriya, Naomi Levan, Saar Yogev. Distribuzione (Italia): Mescalito Film. Titolo originale: Ha'yam. Genere: Drammatico. Paese di produzione: Israele. Anno: 2025. Durata: 93 minuti. Interpreti: Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali, Hilla Sarjon, Gabriel Horn.


Un ragazzo palestinese di 12 anni si mette in testa di voler raggiungere il mare, partendo dai territori occupati della Cisgiordania e dalle sue montagne pietrose, per arrivare a Tel Aviv senza un permesso in tasca, percorrendo strade mai viste di una tentacolare città occidentale. Il padre lascia il lavoro per gettarsi al suo inseguimento, teme per la sua vita, quando lo raggiunge (insieme alla solerte polizia israeliana) sono a un passo dal mare. Un film bellissimo e struggente, scritto e diretto da un israeliano anarcoide che definisce fascista il regime al potere, presentato agli Oscar, osteggiato dal Ministro della Cultura Miki Zohar, persino proibito in patria, sotto la minaccia di una revoca dei finanziamenti statali. Abbiamo visto il film grazie al Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, una delle oltre cento sale che in Italia hanno deciso di proiettarlo in contemporanea per continuare a dedicare attenzione alla questione palestinese. Un diritto naturale negato, il diritto di un bambino di vedere il mare, di nuotare, di mettere i piedi in acqua, per assurdi motivi politici, una sorta di appendice alla segregazione razziale. I palestinesi vivono come galeotti in patria, espropriati dai mezzi per vivere, costretti a lavorare grazie a sotterfugi, confinati in un fazzoletto di terra tra le montagne. Tutto questo Carmeli-Pollak lo dice con forza, scrivendo una sceneggiatura al tempo stesso semplice ed emozionante, pedinando una giornata di un bambino palestinese diretto al mare, in mezzo a gente che parla una lingua che lui non conosce, superando mille difficoltà e pericoli, pur di coronare un sogno. Cinema che cita Kiarostami (Dov’è la casa del mio amico?), Panahi (Il palloncino bianco), persino De Sica e il classico Ladri di biciclette, perché pure in questo film padre e figlio finiscono arrestati per aver cercato di esercitare un diritto. Fotografia sporca e bruciata dal sole, montaggio compassato, recitazione intensa, con gli occhi del protagonista (Muhammad Gazawi) che ti scavano l’anima nelle sequenze finali. Non si dimentica neppure la disperazione negli occhi del padre (Khalifa Natour), sia quando scopre la fuga del figlio, sia quando è consapevole che non c’è niente da fare, è impossibile che un poliziotto israeliano si comporti come un essere umano. Girato tra la Cisgiordania e Tel Aviv. Un atto di coraggio contro un regime illiberale.

A cura di Gordiano Lupi



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