Le altre ragazze non vedevano niente
Tremavano tutte di paura e di spavento finché una dopo l’altra scapparono via di corsa
Voi sapete che, poco prima dell'ultima campagna, io trascorsi un certo periodo di tempo nelle terre del colonnello von T. Il colonnello era un tipo esuberante e gioviale, tanto quanto sua moglie era la calma, la imperturbabilità in persona.
Nel periodo che io passai lì, il figlio era sotto le armi, per cui la famiglia era formata, oltre che dalla coppia dei genitori, da due figlie e una vecchia francese, che si ostinava ancora a fungere da governante, sebbene le ragazze non avessero ormai più l'età da averne bisogno.
La maggiore era un tipetto allegro, vivace sino ad essere sfrenata, non priva di spirito, e come era incapace di fare cinque passi senza almeno tre sgambetti, così anche nella conversazione, o in qualsiasi lavoro facesse, saltava di continuo da una cosa a un'altra. L'ho visto io stesso coi miei occhi in meno di dieci minuti ricamava, leggeva, disegnava, cantava, ballava. In uno stesso momento piangeva per un cugino che era caduto in battaglia e con gli occhi ancora pieni di lacrime prorompeva in una risata stridula, se la francese, disavvedutamente, rovesciava la tabacchiera sul piccolo mops, che prendeva a guaire, mentre la vecchia si lamentava: - Ah, che fatalità, carino, poverino!
Con il suddetto mops difatti la francese soleva parlare sempre in italiano, perché era venuto da Padova.
Con tutto questo, la ragazza era la più graziosa biondina che ci possa essere, e ad onta di tutti i suoi capricci era piena di grazia e di amabilità, per cui, senza volerlo, esercitava su tutti un'irresistibile attrattiva.
La sorella minore, di nome Adelgunda, formava il più strano contrasto con lei. Mi sforzerei invano a cercare le parole se volessi descrivervi la particolare strana impressione, che la ragazza produsse su me la prima volta che la vidi. Immaginatevi la figura più bella, il volto più attraente ma sulle labbra e sulle guance, un pallore di morte. La figura si muove lenta, piano, a passi misurati, e se dalle labbra semiaperte esce a mezza voce una parola, che risuona nell'ampia sala, pare di sentirsi agghiacciati dal brivido spettrale.
Riuscii ben presto a vincere questo brivido pauroso e finii per confessare a me stesso - quando potei indurre la ragazza, così chiusa in sé, a intrattenersi un po' con me - che lo spettrale di questa apparizione era solo esteriore. Non si trattava per niente di qualcosa che venisse dall'interno. Anzi, in quel poco che essa diceva, dava prova di un delicato senso femminile, di una chiara intelligenza, di un animo cordiale. In lei non si sarebbe riscontrata traccia alcuna di esaltazione, sebbene si potesse supporre che quel sorriso doloroso, quello sguardo pieno di lacrime, fossero dovuti per lo meno a un malessere fisico, che influisse penosamente sull'animo di quella delicata creatura.
La cosa che mi parve più strana era che la famiglia nessuno escluso, nemmeno la vecchia francese dava a vedere di essere preoccupata, quando si parlava con la ragazza, né tentava di interrompere la conversazione, anzi si mischiava in essa con un certo tono di affettazione. Ma il più strano di tutto era che, appena suonavano le otto, tutti, a cominciare dalla francese, e poi madre, padre, sorella esortavano la fanciulla a ritirarsi in camera sua, come si fa coi bambini piccoli, perché non avesse a stancarsi, ma potesse invece riposarsi con un bel sonno. La francese l'accompagnava, per cui nessuna delle due aspettava mai la cena, che era servita alle nove.
La colonnella, che si era di sicuro accorta della mia sorpresa, per prevenire qualsiasi domanda, venne fuori una volta a dire che Adelgunda era molto sofferente, e che specie la sera, dopo le nove, era colpita da attacchi febbrili; tanto che, per consiglio del medico, era opportuno che a quell'ora godesse di un riposo assoluto.
Senza riuscire a indovinare nulla di positivo, capperò che c'era dietro qualcos'altro. Ma oggi soltanto sono venuto a conoscenza del vero nesso delle cose e dell'avvenimento che, in modo pauroso, è venuto a sconvolgere quella piccola e felice cerchia familiare.
Adelgunda era stata un tempo la ragazza più fiorente e vivace. Quando fu il suo quattordicesimo compleanno, furono invitate a festeggiarlo in gran numero le sue compagne. Radunate nel boschetto del giardino e sedute tutte attorno in cerchio, scherzavano e ridevano senza accorgersi che la notte saliva sempre più scura e che il tiepido vento di luglio rinfrescava l’aria; ma proprio ora cominciavano davvero a divertirsi.
Nella magica luce del crepuscolo le ragazze presero a ballare danze strane in cui intendevano raffigurare gli elfi e altri agili spiritelli.
Quando il boschetto fu tutto immerso nell’oscurità, Adelgunda venne fuori a dire: - Ragazze, ascoltatemi, adesso voglio fare lo spettro della dama bianca, di cui ci parlava tanto spesso il nostro vecchio giardiniere morto; ma bisogna che veniate con me fin laggiù al fondo del giardino dove c’è quel vecchio muro.
Così dicendo si avvolse nel suo scialle bianco, con passo leggero traversò correndo il viale e le ragazze la seguirono scherzando e ridendo. Ma Adelgunda era appena arrivata presso il vecchio rudero mezzo franato, che si fermò impietrita, come se tutte le sue membra fossero paralizzate. L’orologio del castello batté le nove.
- La vedete, la vedete, quella figura che mi sta davanti? - gridò Adelgunda con un tono di voce soffocato e pieno di spavento. - Eccola è qui davanti a me, oh Gesù! Mi tende la mano… la vedete?
Le altre ragazze non vedevano niente, ma tremavano tutte di paura e di spavento finché una dopo l’altra scapparono via di corsa, meno una di esse, che più pacata e capace di dominarsi si appressò ad Adelgunda e fece per stringersela tra le braccia. Ma in quello stesso momento Adelgunda, col pallore della morte in viso, cadde al suolo.
Allo stridulo grido di spavento della ragazza tutti accorsero dal castello e Adelgunda fu trasportata dentro casa. Poi riprese conoscenza e tremando in tutte le membra raccontò che, appena arrivata vicino al muro, si era trovata dinanzi una figura quasi trasparente, come avvolta nella nebbia, che aveva teso le mani verso di lei. Niente di più naturale che attribuire l’apparizione alle fantastiche illusioni che poteva creare la luce crepuscolare.
In quella stessa notte Adelgunda si riebbe del tutto dallo spavento, per cui parve non ci fosse più da temere alcuna conseguenza e che la storia si potesse considerare liquidata per sempre.
Ma le cose andarono ben diversamente!
La sera di poi, quando l'orologio suonò le nove, Adelgunda, che se ne stava in compagnia della famiglia, balzò su spaventata e gridò: - Eccola, eccola! Non la vedete? È qui vicino a me!
In poche parole da quella sera funesta, appena suonavano le nove, Adelgunda credeva che la figura bianca le comparisse accanto e si fermasse lì per qualche momento, senza che nessun altro, all'infuori di lei, potesse accorgersi di qualcosa, o avesse la sensazione psichica della vicinanza di un principio psichico sconosciuto. Da allora, la povera Adelgunda fu ritenuta pazza. E la famiglia per strana assurdità si vergognava dello stato della figlia e sorella. Di qui lo strano modo di trattarla cui ho accennato. Non mancarono mezzi né medicine, che potessero liberare l'infelice ragazza dalla sua idea fissa, come preferiva chiamare l'apparizione che ella sosteneva di vedere. Ma tutto fu inutile, ed ella tra le lacrime scongiurò di essere lasciata in pace, tanto più che la figura, che del resto non aveva, in sé e nei suoi tratti incerti e irriconoscibili, nulla di spaventoso, non le suscitava più nemmeno un'ombra di spavento. Scomparsa però l'apparizione, ella si sentiva come se il suo intimo l'avesse lasciata con tutti i suoi pensieri e, fattosi incorporeo, andasse vagando attorno, fuori di lei: per questo ella si sentiva così sfinita e malata.
Alla fine il colonnello fece la conoscenza di un noto medico, che aveva fama di guarire i pazzi con un metodo oltremodo scaltro. Quando il colonnello gli rivelò come stavano le cose con la povera Adelgunda, il medico rise e affermò che non c'era niente di più facile che guarire questa forma di pazzia, che aveva origine esclusivamente in una fantasia sovreccitata. L'idea dell'apparizione dello spettro era legata così saldamente con lo scoccare delle nove, che la forza interiore non era più capace di disgiungerla da quell'ora. Ora si trattava soltanto di produrre dal di fuori questa scissione. E questo si poteva ottenere facilmente, ingannando la signorina sull'ora, e facendo passare le nove senza che lei lo sapesse. Se allora lo spettro non fosse apparso, si sarebbe accorta da sé della sua illusione: a questo punto, con dei ricostituenti fisici, la cura sarebbe finita felicemente. Questo funesto consiglio fu messo in opera.
In una notte, tutti gli orologi del castello, perfino quello del villaggio, i cui sordi rintocchi arrivavano fin là, furono ritardati di un'ora, per cui Adelgunda, quando al mattino si fosse destata, si sarebbe sbagliata di un'ora.
Venne la sera. Come al solito la famiglia era radunata in una stanza d’angolo molto ridente, e nessun estraneo era presente. La colonnella faceva tutti gli sforzi per parlare di cose allegre e il colonnello, come soleva fare quando era particolarmente di buon umore, stuzzicava la vecchia francese, spalleggiato da Augusta, la sorella maggiore. Tutti ridevano, più allegri del consueto.
Quand'ecco l'orologio a pendolo suona le otto (in realtà erano le nove) e Adelgunda, pallida come la morte, ricade all'indietro nella poltrona mentre il ricamo le scivola dalle mani. Poi si alza col volto pervaso di spavento, con gli occhi fissi; guarda il vuoto della stanza e con voce sorda e cupa esclama: - Ma come? Un'ora prima? La vedete La vedete? Eccola proprio accanto a me, eccola!
Tutti trasaliscono di spavento, ma nessuno vede niente e il colonnello allora grida: - Ma, Adelgunda, calmati! Non c'è nulla, non si tratta che di un giuoco della tua fantasia, che ti dà questa illusione. Noi non vediamo niente, addirittura niente, e se ci fosse davvero una figura davanti a te, anche noi la vedremmo al pari di te. Calmati, calmati, Adelgunda.
- Oh, Dio mio, Dio mio! Dunque mi credete pazza? - sospirò Adelgunda. - Ma non vedete che tende verso di me un braccio bianco e mi fa un cenno?
E come priva della sua volontà, con l'occhio fisso, Adelgunda prende un piattino, che per caso sta sul tavolino dietro a lei, lo tende dinanzi a sé nel vuoto, e lo lascia andare; il piattino, come sorretto da una mano invisibile, volteggia lentamente attorno tra i presenti, e poi pian piano torna a posarsi sul tavolino.
La colonnella e Augusta, persero i sensi, e poi furono colte da febbre nervosa. Il colonnello radunò tutte le sue forze per contenersi, ma da tutto il suo contegno si poté notare il profondo effetto nefasto di quell'inspiegabile fenomeno.
La vecchia francese era caduta in ginocchio e col volto a terra si era messa a pregare in silenzio, ma, al pari di Adelgunda, non risentì alcuna conseguenza.
In breve tempo la colonnella fu strappata dalla morte; Augusta superò la malattia, ma la morte sarebbe stata preferibile al suo stato presente. Lei, che era la gioia e la vita stessa, è stata colta da una forma di pazzia, che appare più spaventosa e più sinistra di qualsiasi altra, frutto di un'idea fissa. Ella crede di essere lo spettro incorporeo e invisibile di Adelgunda; sfugge tutti, o, per lo meno, in presenza di altri si guarda dal parlare e dal muoversi. Ella osa appena di respirare, perché crede fermamente che, tradendo in un modo qualsiasi la sua presenza, tutti debbano essere sopraffatti dal terrore della morte. I famigliari aprono la porta di camera sua e le lasciano il cibo sul tavolo: ed ella scivola fuori e dentro, di nascosto. Perfino quando mangia, non si fa vedere. Vi pare che potrebbe esserci uno stato peggiore di questo?
Il colonnello, disfatto dalla disperazione e dal dolore, rientrò nell'esercito per la nuova campagna, e vittoriosa battaglia di W***.
Ma la cosa strana, la più strana di tutte è che da quella sera Adelgunda si è liberata dal fantasma. Ella cura amorosamente la sorella, aiutata dalla vecchia francese. Come mi ha raccontato oggi Silvestro, lo zio della ragazza è appunto qui in città per consigliarsi col nostro bravo R. a proposito del metodo di cura che in ogni caso si vuole sperimentare su Augusta. Che il cielo le conceda una possibilità di salvezza!
***
Cipriano tacque e gli amici rimasero lì in silenzio, pensierosi, con gli occhi fissi.
- È stata una storia di fantasmi davvero maledetta! - disse alla fine Lotario. - Né vi posso nascondere che mi sento tremare il petto, sebbene tutto l'affare del piatto che vola mi sembri alquanto infantile e di cattivo gusto.
- Non precipitare, caro Lotario, non precipitare! - prese a dire Ottomaro. - Tu sai che ne penso io delle storie dei fantasmi, e quanta avversione ho per tutti i visionari. Del resto, il mondo degli spiriti, sebbene più di un volta io abbia avuto l'ardire di sfidarlo, non si è mai preso la pena di castigarmi per i miei oltraggi! Ma il racconto di Cipriano ci porta a riflettere su tutt'altro punto che non sia quello della pura e semplice chimerica apparizione di fantasmi. Comunque stiano le cose col fantasma di Adelgunda e con la storia del piatto volante, resta il fatto che una sera, nel cerchio della famiglia del colonnello von T., è successo qualcosa in seguito a cui tre persone, nello stesso tempo, sono piombate in un tale stato d'animo che, per una ha significato la morte, per l'altra la pazzia, se non vi vogliamo aggiungere, come conseguenza almeno mediata, la morte del colonnello; perché mi torna in mente di aver sentito raccontare da alcuni ufficiali, che al momento dell'assalto, il colonnello si gettò in mezzo al fuoco nemico, come incalzato dalle furie. La storia del piatto volante, senza tutti quegli arabeschi delle comuni storie dei fantasmi, l'ora stessa, così diversa dall'usuale, della comparsa del fantasma, e tutto l'insieme così poco ricercato, così infantile, sono tutti fattori per cui io trovo che, proprio nella verosimiglianza conferita all'inverosimiglianza, si nasconde per me un grande senso di orrore. Ma ammettiamo pure che la fantasia di Adelgunda abbia trascinato padre, madre, sorella, e che il piatto volasse solo dentro al suo cervello non sarebbe proprio questa fantasia (capace in un sol momento di colpire a morte tre persone) la più terribile cosa che ci possa essere?
- Ma certamente, - disse Teodoro - e condivido con te, Ottomaro, la viva sensazione che proprio nella semplicità di questa storia si nasconde il brivido più pauroso. Posso immaginarmi che potrei sopportare lo spavento subitaneo di una qualsiasi paurosa apparizione di fantasmi; ma i movimenti di un essere invisibile, che si imponessero ai sensi esterni, mi farebbero senza dubbio impazzire. La sensazione di una completa impotenza, che non ha possibilità di aiuto, sarebbe capace di annientare lo spirito. Mi ricordo che una volta, avendo letto di un vecchio musicista, che da lungo tempo era perseguitato da un pauroso fantasma che lo aveva spinto quasi all'orlo di una lucida pazzia, io non sapevo come resistere allo spavento, e come un bimbo pauroso non potevo più dormire da solo nella mia stanza. Di notte un essere invisibile veniva a suonare sul suo stesso piano le più belle composizioni, con una perfezione e un'espressione davvero maestra. Il vecchio sentiva ogni tono, vedeva i tasti che si abbassavano, le corde che tremavano, ma non poteva scorgere nemmeno la più piccola ombra di una figura.
- Ma no, no, questa è una cosa insopportabile: lasciare che l'assurdo torni a prendere così allegramente piede tra noi - esclamò Lotario. - Vi ho già confessato che quella storia maledetta del piatto volante mi ha sconvolto sin nel più profondo. Ottomaro ha ragione: se ci si attiene soltanto al risultato di un avvenimento, realmente accaduto, questo risultato è il più pauroso gioco di spettri, che ci possa essere. Quindi io perdono al nostro Cipriano il suo turbamento che, non ci sfuggi al momento che entrò qui e che ormai in parte si è dileguato. Ma non vogliamo più parlare di storie di fantasmi. Già da un po’ mi sono accorto che, dalle tasche di Ottomaro, fa capolino un manoscritto che ha speranza di venir fuori.
- No, no, - disse Teodoro - bisogna prima deviare, con gran delicatezza, la corrente che poco fa rumoreggiava, increspando le onde, e a questo può servire benissimo un frammento che io scrissi parecchio tempo fa, in un momento in cui mi sentivo particolarmente disposto per questo tema. Ci entra parecchio misticismo e non mancano né miracoli fisici, né le più strane ipotesi, eppure rientra stranamente nella vita quotidiana!
E Teodoro prese a leggere.
Note della Redazione
Una storia di fantasmi (Eine Spukgeschichte, 1819), pubblicato per la prima volta su Club GHoST, è un celebre racconto di E. T. A. Hoffmann, incluso nella sua famosa raccolta "I confratelli di Serapione". L'opera unisce l'atmosfera gotica del romanticismo tedesco a una profonda riflessione sull'inconscio e sul soprannaturale. La traduzione è di Rosina Spaini.
L’AUTORE
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), conosciuto anche con lo pseudonimo di E. T. A. Hoffmann, è stato un geniale esponente del Romanticismo tedesco, noto come scrittore, compositore, pittore e giurista. Nato a Königsberg, eccelse nel genere fantastico e gotico, esplorando il doppio, il grottesco e il soprannaturale in opere celebri come Der Sandmann e Gli elisir del diavolo.


