Un film dal chiaro impianto teatrale
A base di dialoghi letterari, rapidi e concisi, con personaggi ben definiti
Yellow Letters (Germania, Turchia, Francia 2026)
Regia: İlker Çatak. Soggetto e Sceneggiatura: İlker Çatak, Ayda Çatak, Enis Köstepen. Fotografia: Judith Kaufmann. Montaggio: Jesa Jäger. Musica: Marvin Miller. Produttore: Ingo Fliess. Case di Produzione: Arte Aut et Court, Liman Film, ZDF, If Productions. Distribuzione (Germania): Alamode Film. Durata: 128’. Paesi di Produzione: Germania, Turchia, Francia. Lingua Originale: Turco. Interpreti: Özgü Namal (Derya Tufan), Tansu Biҫer (Aziz Tufan), Leyla Smyrna Cabas (Ezgi Tufan), İpek Bilgin (Güngör Tufan), Aydın Işık (Salih), Aziz Çapkurt (Baran), Yusuf Akgün (Fikret), Uygar Tamer (Kadriye), Jale Arikan (Kübra), Seda Türkmen (Sema), Emre Bakar (Ismail Karacabaş), Elit Iscan (Cemre), Sultan Ulutaş Alopé (Rojda), Emine Meyrem (Gülin), İpek Seyalıoğlu (Zeynep). Titolo Originale Tedesco: Gelbe Briefe.
Attenzione: contiene spoiler
Yellow Letters è un coinvolgente dramma sociopolitico che racconta la storia di Derya e Aziz, una coppia di artisti teatrali turchi che restano disoccupati a causa delle persecuzioni politiche. Derya viene licenziata dal teatro statale e Aziz perde la cattedra universitaria, entrambi si trovano senza lavoro e sono costretti a vivere con l’aiuto del fratello di Derya e della madre di Aziz. Berlino come se fosse Ankara, Amburgo come se fosse Istanbul, il regista scopre le sue carte e rende credibile una vicenda che la Turchia di Erdogan non avrebbe permesso di girare in patria. La sceneggiatura mette in evidenza la difficoltà di essere intellettuali impegnati sotto un regime pseudo dittatoriale, mascherato da democrazia, come la Turchia di Erdogan. La persecuzione di regime sfocia nella crisi di coppia, aggravata dalla gestione di un’adolescente in preda alle prime ribellioni e alle diverse scelte che i due artisti compiono. Aziz vuol continuare a fare teatro underground, politico e di protesta, mentre Derya preferisce scendere a patti con il potere pur di essere indipendente, quindi accetta un ruolo televisivo in una fiction di successo. Da notare che la commedia teatrale che Aziz porta in scena è intitolata come il film - Le lettere gialle - e rappresenta i licenziamenti di regime (comunicati con missive di tale colore), la persecuzione verso chi viene allontanato dai posti di lavoro per opportunità politica. Un film dal chiaro impianto teatrale, sceneggiato benissimo, a base di dialoghi letterari, rapidi e concisi, con personaggi ben definiti, così veri che il pubblico si immedesima nelle disavventure e prende parte per l’uno o per l’altro protagonista, a seconda delle situazioni. Il regista non vuole spiegare niente allo spettatore, pone solo delle domande e presenta una situazione complessa, causata da un regime liberticida che non ammette neppure il diritto di difesa processuale. Persino i litigi di coppia, in casa o dentro un’auto, sono molto credibili, realizzati con un verismo assoluto, nei minimi particolari. Stupendo il finale, con Aziz che osserva il cielo azzurro ancora solcato da nuvole chiare, dopo aver portato in scena il suo spettacolo, proprio con la conclusione che avrebbe voluto la moglie, ma con lui attore protagonista. Montaggio rapido e convulso, ben gestito per confezionare 128’ di pellicola godibile e senza segnali di stanchezza; movimenti di macchina che passano da inquietanti soggettive e intensi primi piani fino a suggestive panoramiche cittadine; fotografia cupa e notturna; musica sinfonica angosciante. Un film da recuperare che abbiamo visto grazie al Cinema Stella di Grosseto, sala benemerita della Maremma che - nonostante i tempi tristi che viviamo - continua a proporre un invidiabile cartellone d’autore.
A cura di Gordiano Lupi
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