Un punto di arrivo
Come cruda analisi introspettiva che riflette sul blocco dello scrittore
Amarga Navidad (Spagna 2026)
Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Pedro Almodóvar. Fotografia: Pau Esteve Birba. Montaggio: Teresa Font. Musiche: Alberto Iglesias. Scenografia: Antxón Gómez. Costumi: Paco Delgado. Trucco: Ana López-Puigcerver. Produttore: Augustin Almodóvar. Produttore Esecutivo: Esther Garcia. Casa di Produzione: El Deseo. Distribuzione (Italia): Warner Bros Italia. Genere: Drammatico. Durata: 111’. Paese di Produzione: Spagna, 2016. Lingua Originale: Spagnolo. Interpreti: Bárbara Lennie (Elsa), Leonardo Sbaraglia (Raúl), Aitana Sánchez-Gijón (Mónica), Victoria Luengo (Patricia), Patrick Criado (Bonifacio), Milensa Smit (Natalia), Quim Gutiérrez (Santi), Carmel Machi (dott.ssa García), María Morales (dott.ssa Otero), Gloria Muñoz (madre di Elsa), Rossy de Palma (Gabriela), Amaia Romero (Amaia).
Per vedere Amarga Navidad sono andato fino a Grosseto - Aurelia Antica Multisala -, ché nella città dove vivo (Piombino) dire cinema è come affermare Babbo Natale esiste, mentre nelle sale da Follonica a San Vincenzo si proiettano solo Michael, diavoli che vestono Prada, guerre stellari et similia... La fatica del viaggio è compensata, perché il vecchio leone iberico dimostra di avere la stessa grinta del passato e conserva le idee dei tempi migliori. Almodóvar gira un film sincero, addirittura “impietoso verso se stesso” - come afferma in un’intervista - indagando la mente di un regista in crisi creativa, approfondendo la relazione tra fiction e realtà, mentre evidenzia come cambia un intellettuale quando invecchia. Cinema sul cinema, che parla di cinema ed è cinema al tempo stesso, come scrivono i critici veri: “operazione di metacinema", ma di gran livello. Un film senza finale, al tempo stesso con tanti possibili finali, sceneggiato benissimo, con dialoghi credibili, interpretato da attori molto in forma. Almodóvar parla di se stesso e sa farlo in modo raffinato, al punto che diventa universale, contraddicendo le regole della buona scrittura (che non esistono!) e tutti i soloni che affermano quanto sia inutile scrivere romanzi che parlano di scrittori e girare film che raccontano di registi. In realtà la scrittura autobiografica - quando merita raccontare una vita e se viene narrata bene - ha sempre prodotto i lavori migliori sia in campo narrativo sia cinematografico. Almodóvar mette a nudo le sue passioni - dal melodramma ai suggestivi boleri spagnoli -, non mancano omosessualità, rapporto con la morte della madre da metabolizzare e trasgressioni di vario tipo (si veda la rapida scena in ospedale con i due cocainomani e il lungo strip maschile). Ambientazione più che riuscita tra Madrid e Lanzarote, colonna sonora che accompagna bene le scene, curata dal solito Alberto Iglesias, con lunghe sequenze di classici boleri, fotografia perfetta, stile di regia classico che alterna teatrali campi e controcampi, primi piani e panoramiche. Tecnica di regia talmente sopraffina da amalgamare alla perfezione - con la collaborazione al montaggio di Teresa Font - il piano di una presunta realtà con la finzione di una storia che si sviluppa per immagini cinematografiche, seguendo le intuizioni del regista sceneggiatore. Un film da non perdere, forse non il migliore nella vasta filmografia di Pedro Almodóvar, ma un punto di arrivo come cruda analisi introspettiva che riflette sul blocco dello scrittore ma anche su quanto sia necessario che un autore sia lasciato libero di scrivere, senza curarsi di imposizioni esterne. Assolutamente da vedere.
A cura di Gordiano Lupi

