Fiabe scelte di Luigi Capuana
Tra i grandi protagonisti del Verismo italiano
La Redazione GHoST segnala la disponibilità del libro Stretta la foglia, larga la via di Luigi Capuana edito da Nero Press Edizioni con le illustrazioni di Roberta Guardascione.
Considerato tra i grandi protagonisti del Verismo italiano, Luigi Capuana ha il merito di portare il suo sguardo lucido sulla realtà anche nel territorio del fantastico.
Le sue fiabe recuperano la materia popolare siciliana e la trasformano in racconti ruvidi e oscuri, attraversati da una morale severa: ogni azione ha conseguenze, ogni desiderio può diventare avidità.
In queste storie non ci sono soltanto incantesimi, reami lontani e prove da superare. Ci sono fame, paura, invidia, desiderio di riscatto. Bambini e principesse costretti a salvarsi da soli, giovani poverissimi chiamati a dimostrare il proprio valore, potenti capricciosi e crudeli, famiglie sull’orlo della rovina, magie che non cancellano la miseria del mondo ma la rendono ancora più evidente.
Perché certe storie sembrano nate per i bambini, ma parlano con forza anche agli adulti. Oggi, come accadeva già più di un secolo fa.
La prefazione di Laura Platamone
C’è da qualche parte, in uno di quei vecchi album di fotografie che nessuno apre quasi più - perché viviamo ormai invischiati nel mondo digitale, in cui i ricordi restano imprigionati negli archivi dei nostri smartphone - una foto di me bambina addormentata accanto a un libro. Il viso abbandonato sul cuscino e, lì vicino, un volume ancora aperto, troppo grande per le mani di una bimba. Quel libro è C’era una volta… di Luigi Capuana.
Per molti anni, tra la tarda infanzia e la prima adolescenza, le fiabe di Capuana sono state le mie fiabe della buonanotte. Le leggevo e le rileggevo senza sapere davvero chi fosse il loro autore, senza conoscere il Verismo, senza immaginare il ruolo che Capuana aveva avuto nella Letteratura italiana. Per me erano soltanto storie. Ma erano comunque diverse da tutte le altre e per questo attraevano la mia attenzione.
Tra quelle pagine non c’era la leggerezza rassicurante di certe fiabe “addomesticate”, né il luccichio un po’ artificiale dei castelli incantati che ci propinavano certi cartoni animati. Nessuna principessa in attesa di essere salvata, né mondi ordinati in cui il bene e il male si presentavano come entità opposte, con facce semplici e riconoscibili.
Nelle fiabe di Capuana, invece, trovavo, fame, paura, invidia, prepotenza, astuzia, dolore. Bambine e ragazze costrette a cavarsela da sole, giovani poverissimi chiamati a dimostrare il proprio valore, famiglie sull’orlo della rovina spesso costrette a sacrificare tutto, figure potenti e crudeli pronte a schiacciare i più fragili senza alcun rimorso.
Erano fiabe piene di crudeltà e orrore, eppure non mi respingevano. Al contrario, mi attiravano proprio perché non mentivano cercando di edulcorare la realtà.
Rileggerle oggi significa tornare a quello stesso stupore, ma con uno sguardo diverso. Significa accorgersi che dietro la meraviglia si muove un mondo vero e concreto: quello del Mezzogiorno d’Italia, attraversato dalla miseria, dalle disuguaglianze, da rapporti sociali durissimi, il mondo di un’Italia unita da poco e già segnata da profonde fratture interne.
Tutto questo, però, Capuana, nelle sue fiabe, non lo racconta come farebbe in un romanzo verista. Non lo spiega, non lo denuncia apertamente, non trasforma la fiaba in un trattato sociale. E, nonostante ciò, lo lascia emergere ovunque. Lo fa filtrare nelle case povere, nei padri disperati, nelle madri incapaci di proteggere i figli, nei re capricciosi, nei fratelli invidiosi, nei ricchi avidi, nei potenti che abusano del proprio ruolo. La fiaba diventa così una lente deformante e rivelatrice che ruotata e indirizzata dalla mano dell’autore ingrandisce e trasfigura, lascia emergere simbolismi e parallelismi.
Ma come ha potuto, Luigi Capuana, noto come uno dei maggiori protagonisti del Verismo italiano. Critico, narratore, teorico, amico e sostenitore di Giovanni Verga, accostarsi al mondo semplice e ludico della fiaba?
Nella prefazione a C’era una volta... è proprio lui a raccontarlo, dice di come un giorno si ritrovò a scrivere una breve storia per un bimbo, e avendone tratto gioia nonché apprezzamento decise di riprovarci continuando a scrivere fiabe per i suoi nipotini. Una produzione, quindi, che nasce quasi per gioco, per rispondere a un bisogno affettuoso prima ancora che letterario.
Capuana stesso presentò le sue fiabe con una certa prudenza, quasi come una parentesi nata in ambito familiare non una precisa tappa della sua carriera letteraria.
A un intellettuale abituato a misurarsi con la critica, il romanzo, il teatro, il dibattito culturale e la grande questione del verismo, la fiaba doveva apparire di certo come un territorio poco solenne e prestigioso.
La fiaba, del resto, non è mai stata un genere minore. È stata spesso trattata come tale perché associata all’infanzia, alla tradizione orale, alla dimensione domestica e popolare, ma proprio in questa apparente semplicità conserva una forza antichissima. Le fiabe parlano per simboli, ma non per questo lo fanno in modo ingenuo. Al contrario, sanno affrontare ciò che altri generi talvolta addolciscono: la fame, l’abbandono, la violenza, l’ingiustizia, la paura di non farcela, il desiderio di riscatto. Nelle fiabe di Capuana tutto questo è presente con una limpidezza crudele.
I suoi personaggi non sono figurine decorative né burattini trascinati dagli eventi. Sono creature vive, spesso sole, spesso messe alla prova da un mondo ostile. Devono usare l’intelligenza quando non hanno forza, la gentilezza quando intorno domina la cattiveria, la fermezza mentre tutto sembra spingerli alla resa. Le principesse non sono creature fragili da liberare: sono loro a salvarsi, a scegliere, a resistere. I poveri non sono soltanto vittime: possono essere scaltri, generosi, coraggiosi, ma anche tentati dall’errore. I potenti non sono necessariamente nobili: spesso sono ridicoli, ingordi, ciechi, dominati da capricci e passioni basse. E chi sbaglia, in questo universo narrativo, paga sempre un prezzo altissimo.
In esse il lato peggiore dell’animo umano emerge senza troppe maschere. L’invidia corrode, l’avidità divora, la superbia acceca, la malvagità si ritorce contro chi la pratica. Esiste una morale, com’era naturale nella tradizione fiabesca, ma non è una morale addomesticata o zuccherosa. Non ha il tono della lezione impartita dall’alto. Non dice semplicemente ai bambini cosa devono fare e cosa non devono fare. È piuttosto uno sguardo severo che giudica e ricorda che ogni azione produce conseguenze e chi le compie ne è sempre responsabile.
Le fiabe di Capuana sono fiabe oscure, a tratti nere. Per questo, rispetto ad altre, meritano un posto d’onore tra i volumi Nero Press. Scegliere quali inserire nella raccolta non è stato facile e devo ringraziare Marco Battaglia, curatore della collana Infinito, che si è occupato della selezione. Le sue scelte ci consentono di offrirvi questo volume in cui oltre a quelle che riteniamo essere tra le migliori fiabe di Capuana, c’è anche una varietà umana adatta a far emergere il senso più profondo della produzione fiabistica dell’autore siciliano.
Pubblicarle oggi significa, per me, compiere un doppio movimento: da una parte, è un ritorno personale, un tuffo in quel libro aperto accanto al letto; dall’altra, è un gesto di riscoperta. Significa riportare alla luce una parte dell’opera di Capuana che merita di essere letta come tassello fondamentale del suo mondo letterario.
Perché in queste fiabe c’è letteratura, e ce n’è molta. C’è una lingua capace di custodire il sapore del racconto orale senza rinunciare alla costruzione artistica. C’è il patrimonio della tradizione popolare rielaborato da uno scrittore consapevole. C’è il Verismo che, pur cambiando abito, continua a respirare sotto la superficie del meraviglioso. E c’è, soprattutto, una visione del mondo in cui il fantastico non serve a fuggire dalla realtà, ma a mostrarne meglio le ferite.
L’AUTORE
Luigi Capuana nacque a Mineo, vicino a Catania, nel 1839.
In seguito visse a Firenze,Milano, Roma, Catania, dove frequentò ambienti letterari prestigiosi e fu tra le figure decisive nel rinnovamento della narrativa italiana di fine Ottocento.
La sua carriera letteraria cominciò lontano dall’immagine dello scrittore chiuso nello studio. Egli fu infatti giornalista, critico teatrale, fotografo dilettante, uomo politico, insegnante, studioso di spiritismo e di psicologia, intellettuale sempre attratto da ciò che stava sulla soglia tra realtà e mistero.
Il suo nome è legato soprattutto al Verismo, movimento di cui fu non solo autore, ma anche teorico e promotore. Insieme a Giovanni Verga e Federico De Roberto contribuì a dare forma a una letteratura nuova, capace di raccontare la realtà senza abbellirla, senza trasformarla in consolazione. Il Verismo voleva rappresentare la vita così com’era nel preciso momento storico in cui si sviluppa: aspra, contraddittoria, segnata dall’ambiente sociale e dalla condizione economica.
Tra le sue opere più note si ricordano Giacinta, romanzo pubblicato nel 1879 e considerato uno dei primi esempi del naturalismo italiano, e Il marchese di Roccaverdina, uscito nel 1901, forse il suo capolavoro: una storia cupa di colpa, desiderio, ossessione e rovina morale, in cui il verismo si intreccia all’indagine quasi psicologica dell’animo umano.
Ma ridurre Capuana al solo Verismo o alle sue opere più note, sarebbe ingiusto. La sua produzione fu vastissima e varia: romanzi, novelle, saggi critici, articoli, testi teatrali, racconti fantastici, fiabe.
In queste ultime lo scrittore sembra allontanarsi dal verismo, ma in realtà porta con sé lo stesso sguardo lucido e attento alla realtà sociale. Le sue fiabe, infatti, non sono semplici racconti per bambini ma esplorano territori ambigui, popolati da prove crudeli, fame, inganni, metamorfosi, e desiderio di rivalsa.
Capuana recupera la materia popolare siciliana e la rielabora con gusto letterario, restituendo un immaginario arcaico, spesso più ruvido e inquieto di quanto ci si aspetti dalla parola “fiaba”.
Capuana fu inoltre un appassionato di fotografia, pratica ancora relativamente giovane nell’Ottocento, e questo dice molto del suo modo di guardare il mondo: fissare un volto, un corpo, un’espressione, cogliere il dettaglio rivelatore. In fondo, anche la sua scrittura funziona così perché mette a fuoco, illumina e immortala ciò che l'occhio umano coglie nella realtà. Ma la sua opera ci ricorda che la realtà non è mai una sola: c’è quella visibile, fatta di paesi, famiglie, denaro, desideri e colpe; e poi c’è quella più profonda, dove sopravvivono paure antiche, voci popolari, magie crudeli e domande senza risposta.
Morì a Catania nel 1915, lasciando un’eredità letteraria ampia e variegata.
SCHEDA TECNICA
Titolo: Stretta la foglia, larga la via
Autore: Luigi Capuana
Illustratore: Roberta Guardascione
Collana: infinito
Editore: Nero Press Edizioni
Anno: 25 maggio 2026
Pagine: 188
Dimensioni: 21.55 x 1.57 x 28.54 cm
Prezzo: 24,90 €
ISBN-13: 979-1281435438





