La Pietra di Emanuela Ferrara

Un urlo di rabbia esplose dietro di lei

Era fresca. Quasi viva. Le scivolava tra le dita con una naturalezza inquietante

Stava seduta su un masso ai margini del torrente. La pioggia aveva smesso da poco e il cielo stava tornando chiaro. Era stato un temporale violento. Uno di quelli che strappano le foglie dagli alberi e spezzano i rami più giovani. Solo che era gennaio. Tremava. Non per il freddo. I capelli bagnati le aderivano alle guance come alghe scure. Tra le mani stringeva una pietra levigata dall'acqua. Era perfettamente rotonda. Eppure ogni volta che la sfiorava sentiva spigoli. Angoli netti. Taglienti. Come se le sue dita ricordassero una forma diversa da quella che i suoi occhi vedevano.


La città non era lontana. Se si fosse alzata in piedi avrebbe potuto vedere le sue luci oltre il fiume. Brillavano tra gli alberi, soffocate dalla nebbia lasciata dal temporale. Sembravano vicine. Sembravano raggiungibili. Eppure, seduta su quel masso, aveva la sensazione che appartenessero a un altro mondo.
Continuava a far roteare tra le mani quella pietra di medie dimensioni. Non era né troppo piccola né troppo grande. Era bianca. Un bianco sporco, corroso dall'acqua e dal tempo. Le piaceva toccarla. La superficie era liscia, eppure a tratti sembrava presentare piccole asperità, spigoli sottili e taglienti come gli artigli di un cucciolo di gatto. Quella sensazione la rassicurava.
Respirava lentamente, come se stesse cercando di accordare il proprio respiro a quello della natura che la circondava. Lo scroscio del torrente le arrivava alle orecchie come un sussurro. L'acqua scorreva piano. Incredibilmente piano. Eppure sapeva che non era così.
Un mugolio leggero la distolse dalla pietra. Sollevò lo sguardo verso il punto da cui proveniva il suono. Inclinò appena la testa, con quel movimento istintivo che hanno gli animali quando qualcosa cattura la loro attenzione. Sorrise. Per un istante il suo volto si addocilì. Poi il sorriso cambiò. Gli angoli della bocca si contrassero lentamente. Le labbra si assottigliarono fino quasi a scomparire. I muscoli delle guance si tesero. Si poteva vedere il movimento delle mascelle che si stringevano e si spostavano appena sotto la pelle. Non sembrava più un sorriso. Sembrava l'espressione di qualcosa che aveva appena riconosciuto una preda.
«Non pensavo che venissi», disse, senza alzare gli occhi dalla pietra.
Davanti a lei si fermarono due stivali anfibi da donna. Il terreno bagnato si mosse appena quando la nuova arrivata si sedette al suo fianco. In quello stesso istante uno stormo di uccelli si sollevò dagli alberi. Un’esplosione di ali e grida, stridula e quasi armoniosa. Come se la natura avesse reagito a un cambiamento impercettibile. Come se qualcosa si fosse riattivato. Nessuna delle due sembrò farci caso.
Lo sguardo della nuova arrivata era già sulla pietra. La osservò a lungo. La soppesò tra gli occhi e la mente, come se stesse misurando qualcosa che non si vede. Poi la sfiorò appena. Un gesto minimo, quasi distratto. E sorrise.
La ragazza con la pietra spostò l'oggetto lontano dalla traiettoria della nuova arrivata, stringendolo a sé. Un lampo tagliò il cielo in due. Eppure il cielo era sereno. Troppo sereno. Quasi malato. Si dice che, quando il cielo è così limpido, possa essere un cielo radioattivo.
L’altra unì le mani sulle ginocchia e iniziò a tamburellare con le dita un ritmo appena accennato, come un pensiero che non vuole farsi sentire. La pietra era ancora stretta tra le mani della prima donna. I capelli si erano quasi asciugati, ma restavano piatti, disordinati, con qualcosa di ostinatamente fuori posto. Eppure erano di un nero straordinariamente lucente, umido, opaco come la terra grassa sotto di loro.
«Perché sei venuta?» disse la donna con la pietra tra le mani. «Perché me lo hai chiesto», rispose l’altra.
Il cellulare della nuova arrivata squillò. Una suoneria stonata, aggressiva, di quelle che sembrano sporcare l’aria più che riempirla. Squillò ancora. Una volta. Due. Cinque. Poi la nuova arrivata rispose, distogliendo lo sguardo: «Perché cazzo mi hai chiamata, eh?» Silenzio.
La donna con la pietra, ascoltando quelle parole rabbiose rivolte al telefono, sorrise di nuovo. Ma non era più un sorriso umano. Le labbra si tirarono ai lati con una lentezza innaturale. Gli occhi si assottigliarono fino a diventare fessure, come lame appena estratte. E quel sorriso rimase lì. Troppo stabile. Troppo consapevole. Un riflesso fisso mentre l'altra continuava a farsi raggelare dalla voce nella cornetta.
Il cielo cominciò a coprirsi di nuvole nere. Quasi plumbee. Si alzò il vento. La natura si animò. Gli alberi iniziarono a muoversi come se danzassero, piegati da un ritmo invisibile. Le foglie cadevano una dopo l’altra, strappate via come petali di una margherita. M’ama non m’ama. M’ama non m’ama. Come se il mondo intero stesse decidendo qualcosa su di loro.
Continuava a massaggiare la pietra tra le mani. La superficie liscia non era fredda. Era fresca. Quasi viva. Le scivolava tra le dita con una naturalezza inquietante, come se conoscesse già la forma delle sue mani. La stringeva. La accarezzava senza accorgersene. E a poco a poco, quella sensazione si diffuse nel corpo, lenta, profonda, difficile da nominare. Sorrise ancora. Ma non era lo stesso sorriso di prima. Questa volta era piacere. O qualcosa che gli somigliava troppo da vicino per essere innocente.
«Non mi devi più cercare, cazzo!» urlò l’altra, alzandosi di scatto e interrompendo la chiamata. «Come te lo devo dire? Le cose non vanno mai come credi… come cazzo te lo devo dire?!» Si fermò. All’improvviso. Sentì qualcosa alle spalle. Uno spostamento d'aria. Rapido. Quasi sopra la nuca. Non ebbe il tempo di voltarsi.
Un urlo di rabbia esplose dietro di lei. Poi il colpo. La pietra la raggiunse alla testa con una violenza secca, impossibile. «Ma cosa… cazzo…» riuscì a dire, portandosi una mano alla nuca. Il sangue era caldo. Vivo. Le scivolava tra le dita. Abbassò lo sguardo sulla mano. Rosso. Troppo rosso.
E ancora un colpo. Più forte. Più preciso. Non per ferire. Per finire.
«Elena…» disse cadendo sulle ginocchia. La vista si offuscava velocemente. Un ronzio forte nelle orecchie come un nido di mosche che festeggiavano sui suoi timpani. Ora faceva freddo. Cominciava a sentire freddo. Tremava.
L’altra donna la spinse a terra con un calcio dritto in faccia. «Non parli più ora, stronza?» Si accovacciò su di lei. E la pietra cominciò a scendere. Una. Due. Tre. Poi venti. E ancora. Le ossa si frantumavano. Il sangue si allargava. L’aria cambiava odore. Quaranta colpi. Non si fermava. Cinquanta. Il suono diventava sempre più uguale. Sempre più continuo. Settanta. Gli occhi si rompevano fuori dalle orbite. Ottanta. «Non ridi più ora.» Novanta.
Si fermò. Non perché era finita. Perché il braccio le doleva. Lasciò cadere la pietra. Si alzò.
Il telefono era ancora acceso da qualche parte, perso nel fango. Sotto i suoi occhi, la terra bagnata si mosse. Una linea netta si tese tra le foglie morte e si aprì, spalancando una crepa profonda che inghiottiva il silenzio. Lei guardò il bordo di quella crepa allucinata. Sorrise.

L’AUTRICE
Emanuela Ferrara nasce a Torino 63 anni fa. Dopo gli studi al Liceo Classico "Vittorio Alfieri" e un percorso in Lettere all'Università di Torino, la vita la porta a deviare la rotta, ma senza mai spegnere la sua vera ossessione: la scrittura. Pioniera della notte, è stata una delle prime donne DJ d’Italia insieme alla sorella (in arte Zalamour DJ), calcando la console dell’Angelo Azzurro, storica discoteca torinese tristemente legata agli attentati degli anni di piombo. Trent'anni di studio, gestazione e maturità artistica danno oggi i loro frutti in una scrittura visceralmente cinematografica, capace di scaraventare il lettore dentro la sostanza degli ambienti e nella carne dei personaggi. Ha pubblicato per La Zona Oscura Edizioni l'antologia Cronache Oscure, tredici tappe tra horror cosmico, lovecraftiano, body horror e weird psicologico, e il romanzo crudo e brutale Il rumore sotto Berlino, entrambi disponibili su Amazon. Creatrice digitale e agitatrice culturale nell'underground indipendente, cura il blog Invisibile Contatto e dà voce ai nuovi autori di genere attraverso il canale YouTube Echi Notturni con il format La Cripta degli Emergenti. Attualmente sta lavorando a Cronache Oscure 2 e a un nuovo romanzo di horror cosmico. Presto tornerà a popolare le vostre notti con i suoi incubi... per ora gustatevi questo racconto inedito.

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