Tratto da Get Schooled
Un mix di drammatico, action e commedia
Lezioni vere (Corea del Sud 2026)
Regia: Hong Jong-chan. Sceneggiatura: Lee Nam-kyu, Kim Da-hee, Moon Jong-ho. Produzione: Netflix. Interpreti: Kim Mu-yeol (Hwa-jin), Lee Sung-min (Gang-seok), Kin Ki-joo (Han-rim), Pyo Ji-hoon (Geun-dae)
L’adattamento del titolo è pessimo, l’opera originale si chiamava, tra l’altro in inglese, Teach You a Lesson e il titolo del fumetto dalla quale deriva Get Schooled. Come troppo spesso, l’Italia si dimostra incapace di gestire gli adattamenti. Serie Koreana di 10 puntate incentrata su un’organizzazione statale che si occupa di risolvere tutti i problemi delle scuole con ogni mezzo possibile in un mix di drammatico, action e commedia.
In una società scolastica completamente degradata, un gruppetto di persone mosse da profonde motivazioni personali, crea un’organizzazione statale, un bureau di educazione. Il loro compito è ricevere segnalazioni e andare nelle scuole dove qualcosa non va. Ragazzi violenti, criminali, corruzione nel sistema, genitori problematici, qualsiasi cosa ostacoli il buon funzionamento della scuola, loro intervengono. Il nodo cardine è che metà di loro sono ex militari e solitamente intervengono tipo task force, senza alcuna limitazione legale, applicando risoluzioni violente, ma che portano a risultati concreti.
Questa serie, seppur minata dal modo di pensare asiatico, è particolarmente soddisfacente al giorno d’oggi.
Inutile girarci attorno: i ragazzini fanno paura. Sarà colpa dei telegiornali, ma anche in Italia è un continuo: “maranza” di qua e di là. Liceali che uccidono a scuola, per strada o che creano disagi di vario tipo per poi uscirne anche bene, vista la minore età. Questo genera un sentimento di paura e insoddisfazione nella società ed è su questo che la serie gioca per dare soddisfazione a chi guarda. In Lezioni vere, se sei un teppistello, arriveranno gli ispettori e ti insegneranno a rigare dritto a calci in culo. Non è il metodo per crescere una società sana, è fiction, ma l’immediata risoluzione violenta richiama al lato più istintivo e “facile” di noi, risultando appagante.
Nel descriverla ho fatto spesso il paragone con il meraviglioso anime GTO, dicendo che ne era una versione con meno sentimenti e più botte; ma non è vero. Intanto perché ho visto Onizuka picchiare uno con un cartello stradale e poi perché anche il Bureau in diverse puntate risolve la situazione con pressioni sociali e denuncie pubbliche, più che le botte. Resta il fatto che l’azione e il contrappasso sono il metodo principale del come vengono risolte le cose. La serie ha comunque una sua macro trama, che ruota attorno a un omicidio scolastico, che tocca profondamente alcuni dei protagonisti, e che poi ricollega gli eventi di tutte le puntate (che altrimenti sembrano auto conclusive).
Tecnicamente è una serie molto semplice, con una regia basilare che ha poi dei guizzi esagerati nelle scene action. Davvero, si passa da “campo - controcampo” a “rissa Yakuza style sotto la pioggia scrosciante” o “Pov con effetti animati di combattimento”. Diciamo che sapevano cosa era “il bello” della serie e si sono preoccupati di fare bene quello.
Il cast, nonostante non sia poi questo granché (sono Koreani, hanno degli attori della madonna, volendo) funziona per quello che deve fare. Ovviamente hanno scelto il migliore come protagonista e Kim Mu-yeol è il più espressivo e performante sia nelle scene d’azione che drammatiche. Il suo cast di colleghi è spesso più spalla comica che altro (e quando Kin Ki-joo strilla, ti viene voglia di mutare tutto).
La colonna sonora non è male, ha tre o quattro temi ricorrenti a seconda della situazione emotiva a schermo. La vera chicca però è l’uso, nella sigla come nelle scene action, di “Hunt you down”, di Lee Richardson. Ti da una scarica di adrenalina: in primo luogo perché è bella, poi perché fa da attivatore mentale e sai che vedrai dell’azione.
In definitiva, se si vuole fare la morale a questa serie (come tanti hanno fatto) è tutta sbagliata. Se però la si prende come un intrattenimento facile e divertente, come lo sono sempre stati i prodotti d’azione (non è che A-team o Rambo fossero educativi), è più che divertente, ti fa proprio sentire bene.
A cura di Marco Molendi
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