Backrooms di Kane Parsons

Un esperimento visivamente sbalorditivo

Che non ha avuto il coraggio di abbracciare fino in fondo il vuoto radicale

Backrooms (Usa, Canada 2026)
Regia: Kane Parsons. Soggetto: dalla webserie di Kane Parsons - storia di Will Soodik. Sceneggiatura: Will Soodik. Fotografia: Jeremy Cox. Montaggio: Greg Ng. Effetti speciali: Niketa Roman. Musiche: Edo Van Breemen, Kane Parsons. Scenografia: Danny Vermette. Costumi: Mica Kayde. Produzione: James Wan, Michael Clear, Roberto Patino, Shawn Levy, Dan Cohen, Dan Levine, Oz Perkins, Chris Ferguson, Peter Chernin, Jenno Topping, Kori Adelson. Produttore esecutivo: Alayna Glasthal, Kane Parsons, Jesse Savath, Judson Scott, Chris White. Casa di produzione: North Road Films, 21 Laps Entertainment, Atomic Monster, Oddfellows Pictures, Phobos. Distribuzione in italiano: I Wonder Pictures. Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Canada. Anno: 2026. Durata: 110'. Genere: orrore, fantascienza. Interpreti: Chiwetel Ejiofor (Clark), Renate Reinsve (Mary Kline), Mark Duplass (Phil), Finn Bennett (Bobby), Lukita Maxwell (Kat), Avan Jogia (Naren Warne).


Il passaggio dell'universo Backrooms dai micro-schermi di YouTube alle sale cinematografiche, grazie al sodalizio tra il regista Kane Parsons e la scuderia A24, si trascina dietro un interrogativo strutturale: può l'orrore della pura astrazione spaziale sopravvivere alla narrazione tradizionale? Dal punto di vista puramente commerciale, la risposta del pubblico è stata d'una perentorietà disarmante. Il film si è imposto come un successo clamoroso al botteghino globale, incassando oltre 250 milioni di dollari a fronte di un budget di produzione di appena dieci milioni, cifre che ne fanno uno dei casi cinematografici più redditizi del decennio e che testimoniano la potenza dell'immaginario collettivo digitale. Tuttavia, analizzando l'opera da una prospettiva prettamente artisticistica e strutturale, la votazione finale non riesce ad andare oltre una risicata sufficienza: un giudizio che riflette un'occasione sfruttata soltanto a metà.

Attenzione: contiene spoiler

Il film ha il merito indubbio di codificare una grammatica visiva affascinante, ma fallisce nel tentativo di innestare una parabola umana tridimensionale all'interno di un vuoto che, per sua stessa natura, avrebbe dovuto rifiutare qualsiasi psicologia da manuale. La trama sceglie di ancorarsi alle derive esistenziali di Clark, un architetto mancato che gestisce un mobilificio svuotato di clienti, interpretato da un Chiwetel Ejiofor visibilmente impegnato a dare gravità a una sceneggiatura fragile. Quando l'uomo scivola oltre la soglia del suo stesso magazzino, non si limita a entrare in un labirinto fantascientifico, ma sperimenta una vera e propria embolia architettonica. Con questo termine si può definire il cortocircuito sensoriale causato da una geometria che si riproduce per gemmazione asettica, bloccando il flusso logico della percezione umana. Nei primi quaranta minuti, l'opera eccelle proprio nel descrivere questa patologia dello spazio. Le pareti giallastre e la moquette intrisa di umidità non sono semplici scenografie, ma costituiscono un impianto di panoptismo de-antropizzato, ovvero una struttura dove l'individuo si sente costantemente sorvegliato e schiacciato non da un'entità biologica, ma dalla disposizione stessa dei volumi e dall'illuminazione a fluorescenza.
Il limite invalicabile della pellicola, che ne frena la votazione malgrado l'incredibile exploit economico, emerge quando la regia subisce l'ingerenza della normalizzazione narrativa. Laddove i cortometraggi originali brillavano per la loro natura documentaristica e per una progressione basata sulla pura perdita delle coordinate, il film avverte il bisogno quasi burocratico di dare un senso e una progressione drammatica all'assurdo. L'introduzione della dottoressa Mary Kline, la psicologa interpretata da Renate Reinsve, trasforma quella che doveva essere un'esplorazione metafisica in un dramma terapeutico fin troppo convenzionale. Il labirinto cessa di essere un enigma cosmico e si riduce a una banale metafora della depressione del protagonista. Questo tentativo di umanizzare il vuoto genera un fenomeno di rigetto diegetico: la fredda immensità delle stanze gialle respinge i conflitti familiari e i traumi coniugali di Clark, facendoli apparire posticci, quasi fossero inserti drammatici prelevati da un'altra opera e incollati a forza tra un corridoio e l'altro.
Persino la gestione delle minacce subisce una battuta d'arresto a causa di questa ricerca della leggibilità a tutti i costi. Le creature che popolano i livelli inferiori soffrono di una vistosa iper-definizione iconografica. Se sul web l'inquietudine nasceva dall'indistinto, dal difetto video e da una presenza puramente accennata, il grande schermo e i mezzi messi a disposizione dalla produzione tendono a mostrare troppo, trasformando l'ignoto in un mostro di design ben rifinito ma inevitabilmente meno spaventoso. Si avverte il compromesso industriale nel voler trasformare l'analog horror in un prodotto spendibile per le masse, anestetizzando quell'autentico senso di smarrimento che aveva decretato la fortuna del materiale di partenza. Backrooms si rivela così un'opera scissa: un trionfo finanziario assoluto che tuttavia, sul piano critico, rimane ancorato a un voto mediocre, un esperimento visivamente sbalorditivo che non ha avuto il coraggio di abbracciare fino in fondo il vuoto radicale, preferendo rifugiarsi nelle rassicuranti e prevedibili strutture del cinema di genere.

A cura di Valerio Santori



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