Intervista a Gary D'Eramo

Il bassista dei Node ci parla di Canto VII

Un concept che accomuna, in una similitudine, il settimo canto dell'Inferno di Dante

In occasione dell’album Canto VII, abbiamo intervistato Gary D'Eramo il bassista dei Node.
Qui invece trovate la recensione del disco: VISIONA >>


"Canto VII" ha ottenuto ottimi riscontri. Che significato ha questo album all'interno della vostra discografia?
Canto VII è figlio della determinazione maturata in 30 anni di attività, insieme alla crescita dettata dalle mie esperienze personali. Vivendo la mia esistenza parallelamente con i Node, diciamo che ho imparato, in entrambe le situazioni, a combattere sempre per un motivo o per l'altro. Un modo che ho tramandato anche agli altri ragazzi. Canto VII è arrivato dopo un'infinita sequela di episodi negativi che ci hanno coinvolto, ma che non ci hanno fermato; anzi, ci hanno spronato a incanalare tutto ciò che ci ha provocato frustrazione e disagio in energia positiva e creativa. Il significato è racchiuso tutto qui.

Il titolo richiama immediatamente un immaginario oscuro e concettuale: qual è il filo conduttore del disco?
Canto VII è un concept che accomuna, in una similitudine, il settimo canto dell'Inferno di Dante Alighieri con gli aspetti sociali e comportamentali del periodo storico che stiamo vivendo oggi.
La prima traccia del nostro album inizia proprio con la recitazione delle prime quattro terzine iniziali del settimo canto, il famoso passo del "Pape Satàn", dove il demone Pluto allerta Satana riguardo all'ingresso di Dante e Virgilio nel quarto girone infernale.
Il demone Pluto lo abbiamo identificato nella moderna tecnologia di "comunicazione", quella che quotidianamente ci tiene sotto controllo e detta le direzioni da seguire, i comportamenti da adottare, costringendoci ad abbandonare la spontaneità e la genuinità suggerite dal nostro istinto umano, costringendoci a non fermarci mai a riflettere o a guardarci dentro, costringendoci a correre come dei pazzi in un mondo che ormai è sempre più rapido e veloce, dove primeggiare e vincere a tutti i costi è il modus operandi e vivendi prioritario.
Da qui lo status symbol del denaro e dell'ostentazione del benessere, spesso mascherato nei social, quelli che noi chiamiamo "The Sacred Theater of Nothingness", il sacro teatro del nulla.
Canto VII è l'analisi di tutta questa involuzione culturale e sociale. Il quarto girone infernale è quello degli avari e dei prodighi, oltre che quello degli iracondi. Ovunque intorno a noi c'è ira, scontro su qualsiasi piano invece che dialogo e confronto. Tutti pretendono di avere ragione a prescindere, senza discuterne con chi gli si contrappone e viceversa. Questo è il risultato dell'allontanamento di ognuno di noi da quella forma di socialità sana fatta di sguardi, di toni di voce, di contatto umano.
Viviamo in un vero inferno edulcorato da prodigi tecnologici che ci hanno svuotato dell'essenza dell'essere umano: la condivisione, l'empatia, la compassione e soprattutto il dialogo, quello sano, quello dal quale si impara e che nasce dalla predisposizione all'ascolto, compresa l'umiltà di imparare sempre qualcosa di nuovo, anche la più piccola cosa, da chi abbiamo davanti, perdendo di fatto la possibilità di arricchirsi sempre di qualcosa.

Dopo tanti anni di attività, come riuscite a mantenere viva la vostra identità pur continuando a evolvervi?
In più di 30 anni di attività, ogni membro dei Node, anche se diverso dai precedenti, ha sempre portato le proprie influenze e i propri ascolti, mettendoli sul tavolo di lavoro. L'integrazione avviene sempre cercando, nella fase di ricerca delle soluzioni negli arrangiamenti, qualcosa che poi alla fine soddisfi tutti, magari aggiungendo elementi già proposti nei nostri precedenti lavori, sia nel riff che nel sound.
Credo che sia questa la ragione della nostra identità forte. È importantissimo e prioritario, in tutto questo, mantenere l'equilibrio, anche nella convivenza. L'evoluzione sta proprio nel mantenere questo equilibrio.
Poi la deviazione verso sonorità più progressive e "settantiane", in alcuni episodi, per farti un esempio, è stata una reazione a catena che ci ha guidato a sterzare il nostro stile verso territori che la band non aveva mai attraversato in 30 anni di vita: è stato come rinascere.
Da lì sono partito a scrivere le parti di tastiera e mi sono messo ad arrangiare e suonare con vari synth, Hammond e Mellotron per fare risaltare ancora di più queste atmosfere, uscendo dalla nostra corsia ma dandoci un input al divertimento veramente straordinario! Una cosa mai successa prima d'ora.

Quali differenze principali individuate tra "Canto VII" e "Cowards Empire"?
Sicuramente la qualità della produzione e la freschezza compositiva. Cowards Empire è molto più grezzo e privo della vena altamente creativa che abbiamo tirato fuori in Canto VII. Ovviamente rimane un ottimo album al quale sono molto, molto affezionato, ma sicuramente inferiore.

Il death metal contemporaneo è molto variegato: quali elementi rendono ancora riconoscibile il marchio Node?
È una domanda alla quale non so rispondere. Da 30 anni lavoro sempre con persone diverse; forse sono io che, sistemando sempre alla fine gli arrangiamenti, metto qualcosa che accomuna tutto senza rendermene conto.

Quanto conta l'aspetto lirico nella vostra proposta musicale?
Da sempre c'è stata la ricerca della concettualità sociologica, storica e politica nei nostri testi, soprattutto perché, in un mondo in decadenza culturale da 30 anni a questa parte, cercare di tenere aperti occhi e cervello alle persone, soprattutto con l'arte, lo abbiamo sempre visto quasi come un dovere.
A maggior ragione adesso, che siamo ancora molto più maturi e consapevoli di 30 anni fa. La musica deve essere sì divertimento, ma anche comunicazione; prima di tutto comunicazione di sani principi e di sane riflessioni.

In studio avete privilegiato l'impatto o la ricerca del dettaglio?
Non ci sono stati privilegi di nessun tipo in studio. Credo che il bilanciamento sia stato un buon 50/50. Un po’ perché il livello tecnico della band si è naturalmente evoluto negli anni e un po’ perché ci siamo divertiti anche a spingere non poco con la violenza anche questa volta.
Rispetto al passato, però, devo ammettere che ci siamo soffermati molto di più su alcuni dettagli riguardanti le atmosfere settantiane in alcuni episodi: una novità assoluta per i Node.

Quali sono stati i brani più difficili da completare durante le sessioni di registrazione di "Canto VII"?
A dire il vero nessuno, perché sono brani ai quali stavamo lavorando da prima del Covid ed erano già rodati e pronti da tempo. Anzi, è stato ancora più rilassante e divertente aggiungerci ulteriori episodi mentre si registrava.

Come sta reagendo il pubblico ai nuovi pezzi in sede live?
I pezzi piacciono e, in ogni data, la gente sembra molto presa bene. Per farti un esempio, la settimana scorsa abbiamo suonato al Southammer, a Caserta, e alle quattro del pomeriggio la gente scapocciava e gridava sotto il sole nonostante i 40 gradi. Credo sia il termometro perfetto che ci ha aiutato a capire che tutto sta funzionando alla perfezione per quanto riguarda i brani.

Guardando alla scena italiana, quali cambiamenti avete osservato negli ultimi anni?
Sul piano della qualità, in Italia non siamo secondi a nessuno. È un vero peccato che non esista un vero e proprio zoccolo duro per quanto riguarda l'interesse verso l'underground da parte del pubblico, tranne in sporadici casi.
I tempi, rispetto a 30 anni fa, sono cambiati nel modo di fruire la musica: ora si "affitta" la musica e non la si compra più, purtroppo, e questo sta lentamente uccidendo tutto il nostro sottobosco.

A cura di Knife



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