Film modesto e sopravvalutato
Che racconta le problematiche di una terra che sta cambiando
Le città di pianura (Italia, Germania 2025)
Regia: Francesco Sossai. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago. Fotografia: Massimiliano Kuveiller. Montaggio: Paolo Cottignola. Musiche: Krano. Scenografia: Paula Meuthen. Costumi: Ilaria Marmugi, Guillem Soler Pou. Trucco: Fenix Guzman. Produttori: Marta Donzelli, Gregorio Paonessa. Case di Produzione: Vivo Film, Rai Cinema, Maze Pictures. Distribuzione (Italia): Lucky Red. Paesi di Produzione: Italia, Germania - 2025. Durata: 98’. Lingua: Italiano, Veneto. Genere: Drammatico. Interpreti: Filippo Scotti (Giulio), Sergio Romano (Carlobianchi), Pierpaolo Capovilla (Doriano), Roberto Citran (Cavalier Fadìga), Andrea Pennacchi (Genio), Denis Fasolo (conte Luigi Jacopo Maria Bugnello).
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Attenzione: contiene spoiler
Probabilmente non capisco molto di cinema, nonostante la quantità industriale di film visti in oltre cinquant’anni da spettatore attivo e partecipe. Resta il fatto che non posso unirmi al coro di recensori e critici che hanno osannato Le città di pianura - presentato a Cannes nella rassegna Un certain regard -, vincitore niente meno che di tre David di Donatello (miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale). Anzi, quando sento paragoni azzardati con I vitelloni rischia di venirmi l’orticaria. Secondo lungometraggio di Francesco Sossai (1989), dopo Altri cannibali, ancora una volta ambientato in Veneto per raccontare le problematiche di una terra che sta cambiando, destinata a diventare “una cosa per arrivare da qualche parte ma dove non resterà niente da vedere”. La storia è davvero ai minimi termini, tutto scorre nel corso di un paio di notti brave vissute dai personaggi principali - Carlobianchi (Romano) e Doriano (Capovilla) - che a un certo punto accolgono in un on the road alcolico il giovane Giulio (Scotti), reduce da una delusione amorosa. I due cinquantenni spiantati, eterni ragazzini, raccontano esistenze disperate al giovane studente di architettura e cercano (con tutti i loro limiti) di fargli superare un momento difficile, spingendolo a cogliere l’attimo e a non farsi scappare la donna che ama. Carlobianchi e Doriano dovrebbero andare ad accogliere all’aeroporto di Venezia il vecchio collega Genio (Pennacchi), che torna dall’Argentina, dove si era rifugiato per scampare a un probabile arresto, ma sbagliano luogo di arrivo e si ritrovano a Treviso. Finale con il terzetto riunito, senza un euro e con tanti rimpianti, ma prima ci sorbiamo una dotta lezione di economia marginale a base di fette di salame e visitiamo la Tomba di Brion - in provincia di Treviso - con allegata lezione di architettura impartita da Giulio ai due incolti amici. Non dimentichiamo la truffa a uno sprovveduto conte e la leggenda metropolitana da cui parte il film che racconta di un orologio di valore regalato a un dipendente da parte di un imprenditore che ricorda Berlusconi. Infine il cuore del film: la truffa colossale a base di occhiali rubati in azienda e rivenduti in nero che per molto tempo ha permesso al terzetto di amici una vita lussuosa.
Riprese in Veneto. Luoghi principali nella Valbelluna (Cesiomaggiore, Feltre, Sedico), ma anche in Pianura Padana (tra Venezia e Chioggia), nel padovano (Cadoneghe, Brugine, Torreglia), nel trevigiano (Tomba di Brion, Aeroporto di Treviso), infine all’interno del Gasoline Pub di Padova. Inserito tra i migliori film del 2025, non so da chi, ma basta fare una ricerca in rete per rendersi conto che purtroppo è vero. Valga per tutti la recensione di Alberto Crespi su La Repubblica che parla di “un film profondamente locale e sorprendentemente universale che scorre tra vitelloni, notti brave e un tesoro sepolto”. Quis custodiet custodes? Verrebbe da chiedersi. Se vi piacciono i film sgangherati, senza capo né coda, senza una vera e propria sceneggiatura - perché quella de Le città di pianura esiste ma è talmente raffazzonata da sembrare improvvisa - è il vostro film. Ottima la fotografia notturna di Kuveiller, suggestive le musiche di Krano, ispirate le interpretazioni degli attori. Non vedo altri pregi per un film modesto e sopravvalutato, non so per quali motivi, che meriterebbe di essere abbandonato a un meritato oblio. Fa pensare il fatto che gli stessi critici che esaltano il modesto lavoro di Francesco Sossai, contemporaneamente criticano - in buona fede? - l’ultimo Almodóvar. Chi non capisce di cinema? Da evitare, poi fate voi, può accadere di sprofondare in 98’ di niente e uscirne illesi.

