Tra scienza vittoriana e mito demoniaco
La notte che lasciò cento chilometri di impronte impossibili nella neve
I passi dell'ombra: il caso delle impronte zoccolate nel Sud-Ovest Inghilterra.
La notte tra il 7 e l'8 febbraio del 1855, il manto nevoso che avvolgeva la contea del Devon, nel sud-ovest dell'Inghilterra, divenne la tela di uno dei fenomeni più sconcertanti dell'archeologia dell'insolito. Quella che doveva essere una tranquilla alba invernale si trasformò per la comunità locale in un enigma inquietante, destinato a rimanere irrisolto nei decenni a venire.
Il primo ad accorgersi dell'anomalia fu il rettore della scuola di Topsham, Albert Brailsford. Affacciandosi per valutare il gelo mattutino, notò una sequenza di calcate singolari impresse nella neve fresca. Ciò che destò immediato sbigottimento non fu soltanto la forma zoccolata dei segni, simile a quella di un ungulato, ma la loro disposizione spaziale: le impronte procedevano lungo una linea retta millimetrica, perfettamente allineata, come se la creatura avanzasse in posizione eretta anziché a quattro zampe.
La curiosità spinse i residenti a tracciare la rotta di quel cammino anomalo, imbattendosi in dettagli fisicamente inspiegabili. La pista procedeva in modo ininterrotto per oltre cento chilometri, attraversando l'intera regione e toccando svariati centri abitati tra cui Lympstone, Exmouth, Teignmouth e Dawlish, fino a sfiorare la periferia di Totnes.
Il comportamento della traiettoria sfidava ogni legge della meccanica classica. Giunta a ridosso di un muro di mattoni privo di accumuli o crolli sulla sommità, la catena di orme proseguiva identica dal lato opposto, priva di interruzioni, come se l'entità avesse smaterializzato la propria massa o fluttuato sopra l'ostacolo. In altri punti del tragitto, i segni passavano attraverso cavità estremamente ristrette tra i rovi o continuavano sui tetti innevati delle abitazioni, mostrando bordi così netti e definiti da far ipotizzare a molti che il contatto avesse fuso istantaneamente la neve, lasciando un'incisione quasi pirografica.
Le impronte anomale nel Devon.
In un'epoca imbevuta di rigorismo etico e timor religioso come quella vittoriana, la reazione del popolo fu immediata e suggestiva. Convinzione diffusa tra la popolazione contadina fu che l'autore della camminata fosse l'incarnazione stessa del maligno. Il terrore portò persino gruppi di valligiani a organizzare ronda armate di fucili nei boschi, nel tentativo di affrontare un'entità palesemente sottratta alla natura terrena.
L'eco dell'avvenimento valicò rapidamente i confini provinciali, raggiungendo le principali testate giornalistiche britanniche dell'epoca. Dopo le prime cronache locali del Flying Post, il Times di Londra dedicò ampi articoli al caso nel mese di febbraio, amplificando il dibattito tra l'opinione pubblica e la comunità scientifica.
Gli studiosi dell'epoca cercarono di smontare il folklore con spiegazioni razionali. Il celebre anatomista e paleontologo Sir Richard Owen sostenne che la responsabilità fosse da attribuire a un gruppo di tassi ridestatisi dal torpore invernale in cerca di nutrimento, il cui galoppo avrebbe potuto generare tracciati anomali. Tuttavia, la tesi di Owen si scontrò con l'evidenza geometrica: nessun mustelide avrebbe potuto percorrere una distanza così imponente su un'unica linea direzionale e con un intervallo costante tra i passi. Altri scettici ipotizzarono il passaggio di volatili o procioni, ma l'assenza di zampe unghiate e l'estensione del fenomeno vanificarono ogni tentativo di semplificazione.
In epoche successive, saggisti e ricercatori tentarono di ricondurre la vicenda a incidenti di natura tecnica. L'autore Geoffrey Household avanzò l'ipotesi che la causa fosse il trascinamento di zavorre pendenti da un aerostato sperimentale sfuggito dal cantiere navale di Devonport. Ciononostante, la regolarità anatomica delle sagome impresse e la precisione chirurgica con cui superavano ostacoli verticali senza alterare il proprio ritmo rendono l'ipotesi del pallone aerostatico difficilmente sostenibile sul piano fisico.
A distanza di oltre un secolo e mezzo, l'anomalia del Devon conserva intatto il suo fascino oscuro. Tra tentativi di debunking smentiti dalle misurazioni dell'epoca ed estrose teorie demonologiche, quelle orme rimangono incise nella storia del paranormale come uno dei più elusivi enigmi mai documentati.
A cura di Franco Pillitteri
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