L'enigma della nave fantasma
La vera storia dietro il veliero abbandonato nell'oceano
Il mistero della Mary Celeste appartiene a quella rara categoria di vicende storiche in cui l’assenza di risposte trasforma un semplice incidente di navigazione in un mito immortale. Quando nei primi giorni di dicembre del 1872 il brigantino britannico Dei Gratia avvistò un veliero che procedeva a vele spiegate ma in modo erratico a circa quattrocento miglia dalle isole Azzorre, i marinai non potevano immaginare di trovarsi di fronte a uno dei più grandi rompicapi della storia marittima.
Saliti a bordo, i soccorritori scoprirono uno scenario surreale: la nave era perfettamente in grado di navigare, le dotazioni di bordo erano per lo più intatte e la stiva custodiva un prezioso carico. Tuttavia, il comandante Benjamin Briggs, la sua famiglia e l'intero equipaggio erano completamente svaniti nel nulla. Nessun segno di arrembaggio, nessuna traccia di violenza o di malattia devastante. Per oltre un secolo e mezzo, il destino di quelle anime è rimasto avvolto nelle congetture più sfrenate, spaziando da attacchi di mostri marini a mutinamenti, fino a fenomeni paranormali.
Oggi, però, l'analisi rigorosa della chimica applicata alla dinamica navale ha finalmente gettato una luce chiara su ciò che accadde in quelle drammatiche ore in mezzo all'Atlantico.
Una polveriera invisibile nella pancia dello scafo
Per comprendere le ragioni dell'improvviso abbandono della nave, occorre esaminare con attenzione il materiale trasportato. La Mary Celeste era salpata da New York con destinazione Genova stivando 1.700 fusti di legno contenenti etanolo ad alta gradazione, destinato all'industria vinicola europea.
Durante la traversata invernale, le condizioni meteo avverse avevano costretto i marinai a sigillare ermeticamente i boccaporti per evitare che il mare tempestoso allagasse le stive. Una decisione nautica ineccepibile che si rivelò, tuttavia, una trappola fisiologica. Durante la navigazione, le temperature esterne erano gradualmente aumentate man mano che la rotta si avvicinava al clima più mite delle Azzorre.
L'ispezione condotta dopo il ritrovamento rivelò che nove fusti erano stati trovati vuoti. La naturale porosità delle doghe in legno aveva provocato il trasudamento e la successiva evaporazione di oltre un migliaio di litri di alcol puro all'interno dell'ambiente chiuso della stiva. Con il progressivo innalzamento della temperatura oltre il punto di infiammabilità dell'etanolo (circa 13 gradi Celsius), lo spazio sotterraneo si era saturato di una concentrazione letale di gas altamente combustibile, in attesa soltanto di una fonte di innesco.
Dipinto del 1861 ad opera di artista sconosciuto.
La simulazione scientifica e la deflagrazione "pulita"
Il principale elemento che per decenni ha sviato gli investigatori è stata l'assenza totale di bruciature o danni strutturali evidenti a bordo della nave. L'opinione comune riteneva impossibile un incendio senza la presenza di legno annerito o fuliggine.
Gli studi condotti da diversi team scientifici universitari, tra cui spiccano le simulazioni di Andrea Sella presso l'University College London e successivamente gli esperimenti condotti da Jack Rowbotham e Frank Mair all'Università di Manchester, hanno smontato questo pregiudizio storico. Ricostruendo modelli in scala reale e ridotta dello scafo della Mary Celeste ed esponendoli alle medesime variazioni termiche ed evaporative patite durante la navigazione reale, i ricercatori hanno dimostrato la dinamica dell'evento.
Quando la miscela di vapori d'alcol e aria raggiunge il perfetto rapporto critico, un minimo attrito fra i barili provocato dal rollio, o una semplice scintilla, provoca una deflagrazione istantanea ad altissima temperatura. L'alcol brucia con una fiamma diafana e velocissima, generando un'imponente onda di pressione e una vampa di calore che si estingue in una frazione di secondo senza carbonizzare le strutture solide. Nelle simulazioni di laboratorio, la spinta della deflagrazione ha fatto sbalzare violentemente le coperture dei boccaporti, lasciando però intatti i materiali e persino le superfici cartacee.
Il panico a bordo e la tragedia finale
Mettendosi nei panni di un equipaggio dell'Ottocento, del tutto privo di nozioni sulla termodinamica dei gas, la percezione dell'evento dev'essere stata apocalittica. All'improvviso, un rombo sordo proveniente dalle viscere dello scafo, accompagnato dal sollevamento violento delle coperture della stiva, da una fiammata azzurrognola e da un'ondata di calore improvvisa, deve aver fatto pensare a un'imminente esplosione catastrofica capace di frantumare la nave.
Di fronte al terrore di un'imminente distruzione, il capitano Briggs prese l'unica decisione che in quel momento appariva logica: ordinare la ripartizione immediata di tutto il personale sulla scialuppa di salvataggio. L'intento non era probabilmente quello di abbandonare definitivamente il veliero, bensì di allontanarsi temporaneamente a distanza di sicurezza per verificare l'evoluzione della situazione, mantenendosi collegati alla nave tramite un cavo di traino.
È qui che la combinazione tra sfortuna e forza degli elementi ha consumato il dramma definitivo. Un repentino cambio di vento, un colpo di mare squassante o la rottura accidentale del canapo di rimorchio separarono la piccola imbarcazione dallo scafo principale. Mentre la Mary Celeste, perfettamente galleggiante e spinta dalle vele tese, continuava la sua rotta automatica nell'oceano, la scialuppa rimase abbandonata alla deriva nelle acque aperte, condannando gli occupanti a una morte certa per stenti o annegamento.
Conclusioni
L'enigma che ha alimentato un secolo e mezzo di letteratura e speculazioni non trova dunque la sua spiegazione in misteri insondabili, ma nella reazione razionale di un uomo di mare spaventato di fronte a un fenomeno chimico incomprensibile per la sua epoca. Un dramma umano dettato dal panico, consumatosi all'interno di una trappola di legno e vapori invisibili.
A cura di Franco Pillitteri
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