Una fiaba moderna
Coinvolgente e profondo, che emozionerà come pochi altri
Il robot selvaggio (Usa, Giappone 2024)
Regia e Sceneggiatura: Chris Sanders
Montaggio: Mary Blee
Effetti speciali: Jeff Budsberg
Musiche: Kris Bowers
Scenografie: Raymond Zibach, Chris Stover
Character design: Nico Marlet, Borja Montoro, Genevieve Tsal
Produzione: Dreamworks
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Ricordo distintamente di aver visto il trailer di questo film e di essermi detto “Sembra proprio bello”, poi c’è un buco di due anni e poi il calendario di Netflix che me lo propone. Da qualche parte, in questi due anni, mi sono perso una bella serata.
L’unità Rozzum7134 viene persa dalla sua nave trasporti e il suo pacco si schianta su un’isola disabitata e popolata solo da animali. Lì, il robot cerca disperatamente di eseguire le sue direttive, che poi sono solo farsi dire cosa fare e farlo. Il problema è che nessuno parla la sua lingua. La macchina, quindi, trascorre un tempo lunghissimo solo ad ascoltare vari versi per capire il linguaggio animale e poi, riuscitaci, si ritrova per errore a prendersi cura di un uovo. Litigatasi l’uovo con la volpe Fink, riuscirà a farlo schiudere. Ne nascerà una piccola oca, Beccolustro, della quale la macchina si improvviserà tutrice solo per eseguire il suo programma, ma col tempo diverrà “difettosa” perché non si limiterà più solo ai suoi freddi ordini.
Il robot selvaggio è tratto dall’omonimo libro illustrato di Peter Brown. Non ho avuto il piacere, ma deve essere un bel libro. La storia del robot (presto abbreviato in “Roz”) e della volpe Fink che divengono i genitori di un’oca malformata, preme tutti i bottoni emotivi giusti. C’è il classico tema della macchina che si umanizza, c’è il tema delle creature del bosco che imparano a vivere unite come una comunità a dispetto delle loro differenze, c’è il tema dell’accettazione, preponderante su tutti tranne quello della famiglia. Non è certo nuovo, ma il tema della famiglia che è composta da chi ti ama, anche se non è chi ti ha generato, è il più curato e ficcante di tutti. È una fiaba moderna con il pedale dell’acceleratore schiacciato a tavoletta sulle emozioni. Funziona, alla grande. La storia è bella, non ha dei veri colpi di scena, ma è varia il giusto per non annoiare mai. Alcuni personaggi sono estremamente divertenti (ho adorato gli opossum) e il rapporto tra i tre protagonisti fa versare ben più di una lacrima. Il finale è buono, forse troppo, un finale più coraggioso sarebbe stato migliore, ma la gente sarebbe uscita in forma liquida dai cinema, quindi va bene così.
Aggiungo che la trama affronta l’annoso, e plurimerevolmente volte trattato, tema della macchina che diventa viva. Io, in quanto informatico, la trovo spesso un’eresia ridicola, scritta e interpretata da persone che non sanno distinguere chi fa una cosa meccanicamente da chi la fa perché vuole. Che poi esistano persone che danno il nome al frullatore e gli vogliono bene come al gatto (come te? facciamo finta di no), è una cosa che non concepisco. L’esempio principe è l’amatissimo film A.I. di Spielberg (la cui Dreamworks produce anche questo film), che io ho sempre ritenuto una cavolata faraonica. Se dici a una macchina di amarti, lei impara come si fa e lo fa; ma non ti ama sul serio. Sta copiando delle funzioni, non ha nessuna spinta emotiva e, se gli venisse ordinato di smettere, lo farebbe all’istante. Ottimo esempio di un lavoro fatto bene in questo senso è Blade Runner 2099, dove la domotica finge di amare il suo padrone finché non viene resettata. Roz non è così. Roz non finge di amare i suoi amici, Roz li ama e un perché non c’è. Non c’è un meccanismo o una ragione scientifica. È come se la macchina sviluppasse un’anima. È assurdo e poetico, sì, ma è di questo che sono fatte le emozioni ed è per questo che Il Robot Selvaggio è molto meglio del film di Spielberg (dove un bambino piange per secoli, perché è programmato par farlo. Diamine, è un dannato Cicciobello).
Come ultima nota triste, posso dire che Il Robot Selvaggio era stato candidato agli Oscar come miglior film di animazione e probabilmente lo meritava; ma quell’anno è uscito anche Flow. È stata una sfortuna per Sanders. C’è da dire che lui è un regista e autore pluripremiato che ha dato vita a classici leggendari come Aladdin, Il re leone e Mulan, c’era da aspettarsi la qualità. Chissà perché è passato alla distinta concorrenza.
Sul piano animato, il film cerca di assumere vagamente l’idea del tratto leggermente sporco e spigoloso delle illustrazioni dalle quali è tratto. Funziona molto bene perché dà al tutto quell’atmosfera fiabesca che meritava. I disegni rimangono molto belli, i colori vivaci. Le animazioni sono fluide, spesso divertenti e bene orchestrate. C’è molto colore, più di quanto ci si aspetti da una storia ambientata in un bosco.
Spendo due parole sul doppiaggio che è ben fatto in italiano ma è stellare in inglese. Si parla di interpreti del calibro di Lupita Nyong’o (Roz), Pedro Pascal (Fink), Kit Connor (Beccolustro), Bill Nighy (Beccolungo), Catherine O’Hara (Codarosa) e il mitico Mark Hamill (Spina).
Il robot selvaggio è un film adatto a un pubblico di tutte le età, coinvolgente e profondo, che emozionerà come pochi altri. Consigliatissimo.
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A cura di Marco Molendi
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