Incontro con Davide Giorgi
Che ci racconta gli sviluppi dell'ultimo album
Una piacevole chiacchierata con Davide Giorgi dei Whatafuck che ci parla del suo ultimo lavoro All My Faces.
All My Faces è un album molto compatto e coerente, nel quale hai scelto di muoverti all’interno di coordinate sonore precise senza inseguire continuamente il cambio di registro. Quanto è importante, per te, avere oggi un’identità musicale riconoscibile e quanto invece lasci spazio all’istinto durante la composizione?
Per me tutto è istinto, ovviamente è anche un mix di background e gusti personali. Non ho studiato niente a tavolino, questo album sono io al 100%! Se poi quello che ne esce è un disco con una sua identità, meglio così!
Per me tutto è istinto, ovviamente è anche un mix di background e gusti personali. Non ho studiato niente a tavolino, questo album sono io al 100%! Se poi quello che ne esce è un disco con una sua identità, meglio così!
Nella recensione abbiamo sottolineato come groove, riff e componente ritmica costituiscano l’ossatura dell’album, ma senza mettere in secondo piano melodia e atmosfera. Come nasce questo equilibrio? Parti generalmente dal riff e dalla ritmica oppure è l’idea melodica o vocale a determinare la struttura del brano?
Le canzoni nascono in vari modi, essendo io un polistrumentista e cantante. Da un riff di chitarra o un pattern di batteria, comunque sempre prima strumentale, poi voce e poi i testi.
Kiss Of Keratis e Never Give Up rappresentano molto bene il lato più diretto e muscolare di All My Faces, mentre brani come Dead Inside e Inside My Space mostrano una dimensione più cupa e introspettiva. Quanto è importante per te che un album riesca a mostrare facce diverse della stessa identità artistica?
Non è così importante, ci sono dischi che vanno a manetta per tutta la loro durata e altri che sono molto vari. Quello che conta è che sia un buon disco.
Il titolo All My Faces sembra racchiudere proprio questo concetto di molteplicità: rabbia, aggressività, introspezione, melodia e oscurità. Qual è il significato più profondo che attribuisci al titolo e quanto rispecchia il tuo modo personale di vivere la musica?
All My Faces si riferisce soprattutto ai testi, che sono molto vari e rispecchiano la mia personalità: parlo di realtà urbana, religione, relazioni malate e talvolta sfocio nel fantasy/horror, del quale sono un appassionato.
Uno degli aspetti che abbiamo maggiormente apprezzato è il fatto che la pesantezza non venga utilizzata esclusivamente per creare impatto, ma anche per costruire tensione e atmosfera. Quando componi, quanto pensi alla componente emotiva di un brano rispetto a quella puramente musicale e tecnica?
Parto da un’idea, spesso di chitarra, e abbozzo una demo che ascolto e ascolto, cercando di migliorare l’impatto e l’atmosfera. Quando sono soddisfatto del risultato, allora ri-registro tutto da capo, migliorando la performance. Un lavoro davvero estenuante... deve essere tutto perfetto.
In All My Faces non sembra esserci la volontà di reinventare il metal, quanto piuttosto quella di utilizzare elementi già conosciuti per costruire un linguaggio personale. Quali sono, secondo te, gli ingredienti indispensabili affinché un musicista possa parlare di influenze senza finire semplicemente per imitare ciò che ha ascoltato?
Anche in questo disco le influenze si sentono, ma il bello è che ognuno sente band differenti... quindi credo di aver fatto un bel lavoro. E poi la componente che davvero rende personale il mio lavoro è la voce, perché non scimmiotta nessuno: è semplicemente la mia!
Nella nostra recensione abbiamo evidenziato anche un possibile limite dell’album: la forte coerenza stilistica porta inevitabilmente alcuni brani e alcune strutture a muoversi su coordinate simili. È un aspetto del quale sei consapevole? In fase di composizione senti l’esigenza di rompere la formula oppure preferisci preservare una precisa identità sonora anche a costo di qualche elemento di omogeneità?
Le canzoni escono così perché è quello che mi esce fuori. E di veloci sono un paio di canzoni che hanno un arrangiamento simile: è il limite del lavorare da solo, ovviamente, ma è un qualcosa sul quale sto lavorando con impegno e serietà. È davvero difficile esercitarsi con tutti gli strumenti e pure la voce continuamente e quindi escono limiti tecnici che sfociano in alcune ripetizioni.
La produzione di All My Faces restituisce un suono moderno, potente e definito, nel quale le chitarre rappresentano il fulcro dell’impatto sonoro mentre la voce mantiene un ruolo centrale. Quanto hai lavorato sul sound dell’album e quanto era importante riuscire a ottenere esattamente il suono che avevi in testa?
Per la produzione dell’album mi sono affidato, come sempre, a Lorenzo Gavinelli degli Zero Point Energy Studios di New York. Volevamo un suono moderno ma non attualissimo, qualcosa più anni 2000, diciamo, e ci siamo riusciti! Così è uscito un sound poco finto e zanzaroso, potente ma con personalità.
Religion And Godz, con la partecipazione di Marco Calabrese, introduce un’ulteriore sfumatura all’interno dell’album. Quanto ti interessa contaminare il progetto attraverso collaborazioni e contributi esterni, considerando che i Whatafuck ruotano attorno alla tua visione artistica personale?
Marco (che è il chitarrista degli Zimanera, dove io suono la batteria) ha registrato solamente l’assolo in questo brano. Lo stimo molto come musicista e persona e ci tenevo che potesse lasciare una sua firma in questo disco! Ci tengo a comporre e registrare tutto io, mi piace la sfida, ma se capiterà qualche collaborazione interessante mi farà molto piacere!
Alla luce di All My Faces, senti di aver raggiunto una precisa definizione del suono Whatafuck oppure consideri questo album un punto di partenza? Guardando avanti, c’è qualche direzione musicale che oggi ti incuriosisce particolarmente e che vorresti esplorare nel prossimo capitolo del progetto?
Whatafuck non nasce come progetto sperimentale, ma per dare uno sfogo alla mia creatività. Il mio intento è far uscire dischi con tutti singoloni orecchiabili ma potenti, quindi niente roba strana, ma belle canzoni. Probabilmente inserirò più arpeggiatori e drumming elettronico e il cantato sarà influenzato dalla scena rap, ma con aperture melodiche che vi resteranno in testa per sempre!
A cura di Knife
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