Sesso cannibale di Deborah Ossario

Indugiai ancora un istante

Vidi scorrere frammenti del passato recente e remoto

ATTENZIONE: lettura riservata esclusivamente a un pubblico adulto.


Me ne accorsi l’ultima mattina prima di riprendere a frequentare i corsi alla facoltà di economia. Fu come un prurito che accompagnò il risveglio e, per un attimo, credetti di sognare. C’era un uomo con un viso conosciuto, ma che non ricordavo di avere visto veramente prima. Vestiva trasandato e aveva un manganello nero tra le mani. Aveva anche un cappello in testa che gli faceva ombra sugli occhi e io non potevo vedere il suo sguardo.
Poi l’odore. Come di frigorifero. Come di macelleria. Quell’odore che si mescola tra i cibi lasciati due giorni al freddo: latte, salsa, frutta, insalata, carne… già: la carne. Ecco perché la sensazione che l’uomo fosse appena uscito da una macelleria. Niente sangue. Ma l’odore del muscolo tagliato di fresco e dei resti tritati.
Mi rigirai due volte tra le lenzuola. Era ottobre, ma faceva ancora caldo. Dormivo con indosso la camicia di cotone e basta. Preferivo sentirmi libera tra le gambe, senza elastici sull’inguine e sfregamenti sui peli del monte di Venere. La mattina, in estate, mi alzavo tardi e studiavo un’oretta prima di andare al mare. A volte il ricordo tiepido di Roberto, il mio ultimo ragazzo, suggeriva voglie strane. E, nonostante avessi deciso di non pensare più a lui in quel senso, la mano raggiungeva da sola le pieghe delle labbra umide e cominciava a pizzicare.
Con l’inizio dell’autunno il desiderio s’impigriva e mi imponevo di svegliarmi alle otto. Quando poi cominciavano le lezioni, mettevo due sveglie per essere sicura di non perdere il treno che mi portava a Genova in facoltà. Una alle sette meno un quarto, l’altra alle sette meno dieci. Riuscivo a saltare giù dal letto con la prima per spegnere la seconda e, una volta in piedi, andavo in bagno per inerzia. Così iniziavano le giornate e, per otto mesi, continuavo a fare le stesse cose, a pisciare nello stesso water, a bere il tè dalla stessa scodella, a leggere le stesse targhette sotto i finestrini dei treni.
Primo giorno di lezioni. Prima sveglia ancora con le lancette sulle sei e mezza.
Il prurito diventò quasi subito un bruciore lieve e continuo. Quando presi coscienza che non stavo sognando e che nessun uomo malconcio mi stava veramente minacciando col suo manganello, scalciai via le lenzuola e mi tirai su a sedere. Allargai le gambe e sollevai l’orlo della camicia. Con l’indice della destra frugai nella mia intimità, facendomi strada sulla pelle asciutta e arricciata, fino a tastare l’apertura morbida della vagina. Non sembrava esserci nulla di anomalo e neppure sentii aumentare il bruciore al contatto con il polpastrello.
Pensai a qualche lieve e passeggera forma di candidosi. Forse non c’era da preoccuparsi. Indugiai ancora un istante con il dito sull’apertura che andava bagnandosi di succhi umorali e mi vennero in mente un sacco di cose e di persone.
Vidi scorrere frammenti del passato recente e remoto, volti noti di ragazzi che mi piacevano e che mai si erano avvicinati alla mia vita, volti intriganti di ragazze in costume da bagno, la mia prima volta con Alessandro, la mia prima volta con Roberto, il sesso orale in seconda liceo, le vacanze in tenda con Arianna e Marina, i periodi di solitudine e la malinconia del fare l’amore da sola. Mi vennero in mente tutte quelle cose e sentii una specie di punta dura proprio sotto la clitoride. Sembrava un sassolino appuntito e contrastava fortemente con la consistenza di tutta la carne che c’era attorno.
Trasalii. Continuando a sfiorarla e a premerla con le dita, percepivo un dolore fine e preciso e intanto la mia mente individuava il legame tra un ricordo istintivo e quella sensazione.
La gengiva e il dente. Io bambina e i denti da latte che bucavano. La punta di un molare là in fondo alla mandibola. Il bruciore fastidioso che ti costringe a toccare sempre la gengiva con la lingua.
Mancavano venti minuti alle sette. Un’ora alla partenza del treno.
Corsi in bagno e cercai lo specchietto da trucco che solitamente mettevo in borsa. Mi sedetti sul bidet e, con le cosce larghe, scrutai ansiosamente tra le piccole labbra tirate dalle dita della mano sinistra. Nonostante ci fosse poca luce, riuscii a scorgere il piccolo spuntone di smalto bianco e duro. Era lì nella mia vulva. Era lì e, nel giro di una notte, era cresciuto. E cominciava a darmi fastidio e a farmi girare la testa.
Il ginecologo. Dovevo chiamarlo e fargli vedere subito quella cosa orribile. Fanculo alla prima lezione di diritto economico. Toccavo quel dentino là sotto e tutto il resto si obliava come se stesse per iniziare il sonno.
Tornai in camera per vestirmi, spensi le sveglie, controllai che mia madre stesse ancora dormendo. Un senso di panico tentò di assalirmi più volte ed ebbi una sorta di ribrezzo per me stessa. Da quattro mesi non andavo a letto con nessuno e nessuno poteva avermi attaccato qualche terribile malattia. Avevo anche smesso di prendere la pillola e, fino a qualche ora prima, tutto andava bene.
Sfilandomi la camicia mi accorsi che mi facevano male i capezzoli, cosa di solito collegata ai giorni delle mestruazioni. Ma le ultime le avevo avute tredici giorni addietro. E incinta non lo ero certo.
Restai nuda accanto all’armadio per qualche secondo, con l’angoscia che mi saliva in gola come un pianto. Provai a toccare con le palme delle mani i seni e dovetti ritirarle subito perché i capezzoli sembravano sensibili come se me li avessero strizzati a lungo e bruciavano come se fossero stati ustionati dal sole.
Istintivamente tornai a frugare tra le pieghe del sesso e non dovetti cercare molto con le dita per ritrovare la dura punta di smalto. In pochi minuti era sbucata ancora, al punto da diventare grossa come il canino di un adulto.
Ebbi un capogiro, mi sentii mancare il fiato e caddi indietro sul letto disfatto.

***

Non tocco un maschio da un anno, ormai. Non posso più permettermelo. Perché non posso fare del male a qualcuno in modo così subdolo e cattivo. Mi sono chiesta tante volte se la natura mi abbia fatto questo “dono” per punirmi o per deliziarmi, se è giusto che la mia vita sessuale abbia preso una strada così diversa.
Ma cosa cerco a fare una risposta? Tanto io non potrò mai accettare di masticare con la vagina il membro di un uomo, anche se ciò fosse l’unica soluzione o l’unica via d’uscita.
Ho imparato a nutrirla con la carne fresca di altri animali, comunque già morti. E lei sembra appagata così. Ho smesso di conoscere il piacere, perché ho rischiato di mutilarmi il dito una sola volta, sperando di riuscire ancora a godere con la masturbazione come una donna normale.
Ho saputo tenere bene il mio segreto e convivere in tutti questi mesi con un’anomalia bestiale che farebbe impazzire chiunque. Non voglio diventare un fenomeno. So che potrei arricchirmi con la pornografia estrema, ma finirei per diventare la cavia di qualcuno, se non la vittima di una scienza che sacrifica gli orrori della natura quando teme di turbare la quiete mentale della gente.
E poi ciò significherebbe uscire allo scoperto facendo scalpore, quasi sicuramente con l’evirazione di un ignaro amante, buono a far da pasto al mio mostro.
Nulla di più mi riservo di sapere se non quello che è evidente. Non importa che i meccanismi biologici siano mutati, non importa cosa abbia provocato questo incubo, non importa se l’apparato riproduttivo non funziona. Tanto non potrei avere figli. La mia famelica fica non vuole sperma, ma carne e sangue. Altrimenti si inonda di umori, rilascia i muscoli e mi fa urinare addosso come una vecchia incontinente, brucia e prude, contorce le labbra con spasmi atroci e produce rumori imbarazzanti. Lei vuole masticare. Vuole rendere utili i suoi sedici denti aguzzi, aperti a corona all’imboccatura delle fauci. E io non posso fare altro che sfamarla e farla stare buona, tenerla pulita e non farle capire che sempre più spesso ho una meravigliosa aspirazione alla morte.
Sto studiando. Riesco a studiare e a non destare sospetti sull’esito della mia nuova orribile vita. Tutto sembra normale, in fondo, a parte le frequenti visite a rotazione dai vari macellai della città e la mancanza di un flirt.
Nessuno crederebbe alla mia voglia di morire. Ma diventerà una necessità.

Note della Redazione
Pubblicato nell’antologia Sanguinarie Cenerentole (Edizioni Club GHoST).

L’AUTRICE
Deborah (Ossario è un cognome d’arte) è nata a Savona. Laureata in economia e commercio, lavora in proprio come consulente finanziario. Coltiva dall’adolescenza la passione per la letteratura e il cinema horror, ma ha sempre condotto una vita distante da essa e non l’ha condivisa quasi con nessuno. Ama le emozioni forti e considera la disinibizione l’unica forma di cura per le frustrazioni e gli stress. Scrive nei ritagli di tempo, molto meno di quanto riesca a leggere libri horror e gialli, ma è riuscita a completare una piccola raccolta di racconti con tematiche carnali e oniriche.
Sesso cannibale è la meno forte delle sue produzioni, che comunque ha fatto leggere a pochissimi amici. Gli altri titoli, terminati tra il 1991 e il 1997, sono Mamma di sangue, Arrostirò le tue ovaie, Le ossa di Dio e Acidum cancer.


Tutti i diritti riservati per immagini e testi agli aventi diritto ⓒ.