Camp Miasma di Jane Schoenbrun

Opera degna di attenzione

Capace di trasformare il sangue e la nostalgia in strumenti di indagine emotiva

Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte (Regno Unito 2026)
Regia: Jane Schoenbrun. Soggetto e Sceneggiatura: Jane Schoenbrun. Fotografia: Eric Yue. Montaggio: Graham Mason. Effetti Speciali: Yongjae Hong. Musiche: Alex G. Scenografia: Matt Hyland, Brandon Tonner-Connolly. Costumi: Kendra Terpenning. Trucco: Miel Enage. Produttori: Dede Gardner, Jeremy Kleiner. Case di Produzione: Plan B Entertainment, Mubi. Distribuzione (Italia): Mubi. Genere: Commedia, Orrore, Drammatico, Sentimentale. Durata: 112’. Paese di Produzione: Regno Unito - 2026. Lingua Originale: Inglese. Interpreti: Hannah Einbinder (Kris Williams), Gillian Anderson (Billy Presley), Jack Haven (Little Death), Patrick Fischler (Rudolph, commesso stazione servizio), Dylan Baker (Jeffrey, produttore del reboot), Amanda Fix (Billy Presley da giovane), Arthur Conti (Alex), Sarah Sherman (agente di Kris).


Con Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun torna a esplorare il rapporto fra identità personale e immaginario audiovisivo, scegliendo questa volta di immergersi nelle atmosfere sanguinolente dello slasher. Il risultato è un'opera che prende le convenzioni dell'horror adolescenziale e le trasforma in materia per un discorso più intimo, ambiguo e provocatorio, senza rinunciare a una buona dose di ironia. Dietro le maschere, le lame e le morti esagerate si nasconde infatti una riflessione su come le immagini possano condizionare la nostra percezione di noi stessi, alimentando fantasie che non sempre riusciamo a comprendere fino in fondo.
La vicenda ruota attorno a Kris, una giovane cineasta queer interpretata da Hannah Einbinder, incaricata di rilanciare un celebre franchise horror ormai consumato da sequel poco ispirati e da un pubblico che sembra averne perso interesse. Per recuperare lo spirito dell'originale, la regista decide di avvicinarsi a Billy Presley, interpretata da Gillian Anderson, l'attrice che aveva conquistato la fama grazie al primo capitolo della saga e che oggi vive lontana dai riflettori. L'incontro fra le due donne diventa progressivamente qualcosa di diverso da una semplice collaborazione professionale: il passato cinematografico comincia a invadere il presente, mentre il confine fra rappresentazione e vissuto si fa sempre più incerto.

Schoenbrun costruisce così un racconto nel quale la produzione di un film finisce per diventare un'indagine personale. Il vecchio Camp Miasma non è soltanto un prodotto di genere da riportare sul mercato, ma un oggetto culturale carico di significati, ricordi e contraddizioni. Ciò che un tempo poteva sembrare intrattenimento trasgressivo assume, a distanza di anni, un peso differente, soprattutto quando viene osservato attraverso la sensibilità di chi non si è mai riconosciuto pienamente nei modelli proposti dallo schermo. La nostalgia, in questo contesto, non è una comoda fuga verso un passato idealizzato: è piuttosto un terreno instabile, dove il fascino delle immagini convive con il disagio provocato da ciò che quelle stesse immagini hanno escluso o deformato.
Uno degli aspetti più interessanti del film risiede proprio nella capacità di utilizzare lo slasher come strumento per parlare di desiderio, sessualità e trasformazione. Il genere, tradizionalmente fondato sulla persecuzione dei corpi e sulla spettacolarizzazione della violenza, viene riletto da una prospettiva che ne mette in discussione le regole senza cancellarne il potenziale ludico. Le sequenze più sanguinose, volutamente sopra le righe, non servono soltanto a soddisfare gli appassionati di horror, ma partecipano a un gioco più ampio sul rapporto fra attrazione e repulsione, paura e piacere. Il sangue diventa così parte di un linguaggio espressivo che cerca di dare forma a sensazioni difficili da raccontare attraverso una narrazione convenzionale.

Dal punto di vista formale, Schoenbrun conferma la propria predilezione per gli universi cinematografici capaci di assorbire i personaggi fino a modificarne la coscienza. La costruzione metanarrativa, le suggestioni provenienti dal cinema di genere degli anni Ottanta e il continuo dialogo fra realtà e finzione contribuiscono a creare un'atmosfera in cui ogni certezza sembra destinata a incrinarsi. L'autrice non si limita a disseminare il film di riferimenti cinefili, ma li incorpora in un discorso più personale sul potere delle storie che amiamo. Il cinema appare contemporaneamente come rifugio, ossessione e possibilità di riconoscimento: un luogo in cui immaginare un'esistenza diversa, ma anche uno specchio capace di restituirci domande scomode.
In questo equilibrio fra provocazione e introspezione emerge la prova di Gillian Anderson, particolarmente efficace nel dare corpo a una figura enigmatica, sospesa fra il fascino di un passato leggendario e le ferite di una vita trascorsa sotto il peso della propria immagine pubblica. La sua Billy non è semplicemente una vecchia icona horror richiamata in servizio per risollevare le sorti di una saga, ma una presenza che sembra custodire qualcosa di irrisolto. Hannah Einbinder, dal canto suo, restituisce a Kris una vulnerabilità che impedisce al personaggio di ridursi a una semplice portavoce delle intenzioni dell'autrice. La sua ricerca creativa si intreccia con una più profonda necessità di comprensione personale, conferendo alla storia un centro emotivo riconoscibile anche quando la narrazione si spinge verso territori deliranti.

Non tutto però raggiunge la stessa efficacia. L'accumulo di simboli, allusioni e livelli di lettura può rendere alcuni passaggi eccessivamente programmatici, mentre l'ambizione concettuale rischia talvolta di soffocare la spontaneità del racconto. Chi si aspetta uno slasher tradizionale, costruito attorno alla tensione, alla caccia e a una successione di omicidi spettacolari, potrebbe inoltre trovare frustrante il modo in cui il film si allontana dalle aspettative più immediate del genere. Schoenbrun preferisce insinuare dubbi e aprire interpretazioni piuttosto che offrire risposte rassicuranti, una scelta coerente con il suo percorso autoriale ma non sempre priva di asperità.
Eppure, è proprio questa irregolarità a rendere Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte un'opera degna di attenzione. Lontano dall'essere un semplice esercizio di stile o una rivisitazione nostalgica dell'horror di culto, il film usa la mitologia dello slasher per interrogare il rapporto fra ciò che vediamo e ciò che desideriamo diventare. La violenza, l'erotismo e l'artificio cinematografico confluiscono in una riflessione sulla possibilità di trovare nelle immagini una forma di appartenenza, anche quando il mondo reale sembra incapace di offrirla.

Con questo terzo lungometraggio, Jane Schoenbrun prosegue dunque una ricerca che attraversa i suoi lavori precedenti, confermando l'interesse per i racconti in cui la cultura popolare diventa una via d'accesso all'identità e alle sue zone più fragili. Camp Miasma non reinventa necessariamente lo slasher, ma ne rielabora le convenzioni con una sensibilità personale, queer e apertamente anticonformista. Un horror imperfetto, talvolta eccessivo, ma capace di trasformare il sangue e la nostalgia in strumenti di indagine emotiva, ricordandoci che le storie che ci accompagnano durante la crescita non si limitano a intrattenerci: possono cambiare il modo in cui guardiamo il mondo e, soprattutto, quello in cui impariamo a guardare noi stessi.

A cura di Simona Marta



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