Gli abissi di Lovecraft di Autori Vari

Racconti ispirati al Solitario di Providence

Che mostrano quanto sia ancora possibile utilizzare Lovecraft come punto di partenza

24 racconti weird horror ispirati ai capolavori di Howard Phillips Lovecraft, il Solitario di Providence.

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Gli abissi di Lovecraft, antologia curata dalla redazione di EseScifi, parte da un’idea che potrebbe sembrare semplice: raccogliere racconti ispirati a Lovecraft. In realtà, leggendo il volume, ci si accorge che l’obiettivo è più ambizioso. Non si tratta soltanto di riprendere Cthulhu, il Necronomicon, Innsmouth o le altre icone ormai entrate nell’immaginario collettivo, ma di cercare di capire che cosa significhi oggi scrivere narrativa a partire dalla lezione del Solitario di Providence. E la differenza si sente, perché accanto a racconti più legati alla tradizione lovecraftiana trovano spazio testi che cercano strade personali, contaminando il cosmic horror con fantascienza, weird fiction, fantasy, avventura e dimensione onirica. L’antologia comprende inoltre la nuova traduzione de L’ombra su Innsmouth di Lovecraft, diversi racconti originali, illustrazioni, fumetti e saggi conclusivi.

Il racconto che più mi ha colpito è Il manoscritto delle Maree di Carlotta Federica Leone. E qui voglio essere molto netto: secondo me siamo davanti a un’autrice che può tranquillamente stare sullo stesso piano dei migliori narratori contemporanei di leteratura fantastica. Non perché abbia scritto un racconto che “sembra Lovecraft”, ma proprio per il motivo opposto. Leone ha compreso una delle lezioni fondamentali di Lovecraft e l’ha portata nel presente, senza limitarsi all’imitazione della superficie. La storia parte da un manoscritto impossibile, studiato da un paleografo in un’abbazia della Bretagna. Il volume registra le maree attraverso i secoli, ma contiene anche annotazioni relative a eventi futuri, fino a date lontanissime. Quello che inizialmente sembra un mistero bibliografico diventa progressivamente qualcosa di molto più grande: l’umanità scopre di non essere il centro della storia della Terra e nemmeno necessariamente il soggetto principale della realtà. Il manoscritto osserva, registra, cataloga. E lo fa con la stessa indifferenza con cui un essere umano potrebbe osservare un fenomeno naturale. È proprio questa indifferenza a rendere il racconto profondamente lovecraftiano senza essere antiquato. L’orrore non dipende dall’apparizione di un mostro, ma dalla progressiva distruzione delle nostre categorie mentali. Il manoscritto non predice il futuro: registra qualcosa che, da una prospettiva diversa dalla nostra, è già accaduto o sta semplicemente accadendo. A un certo punto l’umanità scompare quasi completamente dalle sue pagine, mentre il mare continua a essere osservato. È un’idea potentissima perché trasforma il vecchio tema dell’insignificanza cosmica in una questione quasi scientifica, fredda, razionale. E qui Leone fa qualcosa che considero particolarmente difficile: usa una struttura da fantascienza contemporanea per arrivare allo stesso vertiginoso senso di estraneità di Lovecraft. Non cerca di ricostruire lo stile di Providence, ma ne comprende il meccanismo profondo. Anche i riferimenti ad altri grandi autori e opere della fantascienza e del fantastico, individuati nella stessa antologia, non appaiono come semplici citazioni decorative: contribuiscono a costruire un racconto che parla di tempo, conoscenza, osservazione e dei limiti della comprensione umana. Si rimane alla fine con la sensazione che questo invece di un racconto poteva essere un romanzo ne aveva tutte le potenzialitá (ma giá in questa sede la lunghezza è stata ridotta della metà).

Subito dopo arriva L’intersecatore di David Fragale, e qui il discorso cambia completamente. Fragale è davvero visionario. Se Leone lavora soprattutto sull’idea e sulla vertigine cosmologica, Fragale sembra voler trascinare il lettore dentro un’allucinazione. L’ex fabbrica bellica dell’Anonima Stratos diventa uno spazio fuori dalle coordinate normali, popolato da figure come lo Scrittore, lo Psicometrico, il Micologo e due soldati chiamati Shiro e Kuro. Già questa composizione fa capire che non siamo davanti al consueto gruppo di investigatori alle prese con un fenomeno soprannaturale. La fabbrica è un luogo che sembra contaminare progressivamente la realtà. I cartelli che avvertono di non entrare, le zone in cui gli strumenti smettono di funzionare, il buio, i funghi, le anomalie e soprattutto la presenza dell’Intersecatore costruiscono un’atmosfera sempre più straniante. Fragale non procede soltanto attraverso la paura: procede attraverso immagini, associazioni, trasformazioni. Il racconto sembra continuamente sul punto di diventare un sogno, ma mantiene una propria struttura narrativa. È questo equilibrio a renderlo interessante. Mi è sembrato particolarmente riuscito il modo in cui Fragale mette insieme immaginazione visiva e narrativa. Non sorprende, del resto, che il volume contenga anche alcune sue illustrazioni: nel suo caso scrittura e arti visive sembrano provenire dalla stessa matrice fantastica. La redazione stessa sottolinea nel volume la componente visionaria, onirica ed eclettica del suo lavoro. Tra gli altri racconti ho trovato approcci molto diversi. Sinfonia del Caos di Enrico Ravasio, per esempio, sceglie un punto di vista laterale, quello del diverso e del reietto ma che soffre di un finale non completamente riuscito, mentre Dove finisce la Nebbia di Raul Londra costruisce l’orrore attraverso un borgo isolato, una nebbia impossibile e una realtà che progressivamente smette di coincidere con le mappe e con il mondo conosciuto. Il compendio della Marea di Gianluca Ingaramo porta invece il lettore nella Venezia del Seicento, mentre altri racconti si spostano verso l’avventura, la fantascienza, il sogno o un horror più tradizionale. La varietà, in questo caso, è parte integrante del progetto. Un altro testo che mi ha colpito per l’idea è Oltre la Soglia di Stefano Sbaccanti, ambientato nelle profondità marine e costruito come una discesa progressiva verso qualcosa che non dovrebbe essere visto. Il racconto sfrutta molto bene uno degli elementi fondamentali del cosmic horror: più il protagonista conosce, più le sue categorie diventano inutili. La gigantesca architettura sommersa, le iscrizioni, i suoni e quella sensazione di essere davanti a una civiltà costruita secondo una logica completamente estranea all’uomo producono una vertigine che appartiene chiaramente alla tradizione lovecraftiana, ma senza ridursi alla semplice presenza di un mostro. Buone anche le prove di Flavio Deri e Cristiano Fighera ma nel complesso la qualità rimane sempre su ottimi livelli e soprattutto cattura lo spirito "lovecraftiano". Come al solito deliranti e macabre le illustrazioni del grande Lellinux.

E proprio questo, alla fine, è ciò che mi interessa maggiormente di Gli abissi di Lovecraft. Non tutti i racconti seguono la stessa strada e non tutti cercano lo stesso tipo di orrore. Ma il volume mostra quanto sia ancora possibile utilizzare Lovecraft come punto di partenza senza trasformarlo necessariamente in un repertorio di nomi e citazioni. Quando funziona, il riferimento al Solitario di Providence diventa una domanda: che cosa succede quando l’uomo scopre di non essere il centro dell’universo? Che cosa rimane della nostra idea di realtà quando incontriamo qualcosa che non possiamo comprendere? E soprattutto: siamo davvero sicuri che il mondo sia stato costruito per essere comprensibile a noi?


Gli abissi di Lovecraft
Autore: AA.VV.
Collana: L'universo di Lovecraft
Editore: Independently published
Anno: 25 agosto 2026
Pagine: 408
Dimensioni: 15.82 x 2.34 x 24.03 cm
ISBN-13: 979-8194886876
Prezzo: 27,99 € - Edizione Deluxe: 18,99 €

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A cura di Cesare Buttaboni


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