Hai paura del buio? di Francesco Tassara

C’era qualcosa che non andava

Un subitaneo desiderio di accendere immediatamente la luce

Tutto iniziò in un livido tardo pomeriggio d’inverno, quando, Toby e Otto, mentre passeggiavano in collina, tra la nebbia, insieme al bianco levriero Blanc discutevano del buio e della morte. Tutt’intorno a loro i sottili rami degli alberi, protesi in ascolto. Toby proprio non riusciva a concepire l’idea della morte, e il saggio Otto, benché più giovane di due anni, era di più lontana sapienza e di più fervida immaginazione, e colorava i pensieri dell’amichetto con le sue parole.


-Vedi Toby, hai presente quella lunga matita gialla con cui hai disegnato il sogno che hai avuto l’altra notte? Il sogno era complesso, così hai disegnato tanto, così hai dovuto temperarla tanto, e così infine la matita si è consumata, e adesso non esiste più. Allo stesso modo anche noi ci consumiamo, chi più velocemente chi più lentamente.-
-Però una matita si può scegliere se consumarla o no. Metti che mi regalino una matita particolarmente bella e desideri conservarla per sempre. Se non la uso essa resta intatta. Invece noi non possiamo conservare intatta la nostra vita, perché non ci è possibile rifiutarci di viverla. L’unico rifiuto possibile sarebbe morire, soluzione del tutto opposta.-
Otto rifletté, e parlò poco dopo, tornando al suo precedente discorso. -Però una volta morti resta una traccia della nostra vita, come dopo consumata è rimasto il disegno fatto dalla tua matita.-
-Mio zio Gunther in tutta la vita non ha fatto che bestemmiare e fare la cacca, o meglio, tentava di fare la cacca. Infatti bestemmiava proprio perché non gli riusciva di farla. Era stitico, poverino. E un giorno è morto sulla tazza, dallo sforzo. Che cosa avrebbe dunque lasciato lui come traccia della sua vita? La sua ultima cacata?-
-Beh…-, fece Otto, senza nascondere un po’ di cinica ironia, -ci sono matite e matite.-
Sentendo di scadere nel volgare, e temendo di prenderne l’abitudine e di esserne conseguentemente puniti, smisero di parlare. Otto afferrò più saldamente il guinzaglio di Blanc, sentendoselo sfuggire. Era il cane infatti a guidarlo, essendo Otto non vedente.
-Sta già venendo buio, sei sicuro di accompagnarmi fino in fondo alla strada?-, chiese Toby al cugino.
-Dimentichi che il buio non rappresenta nessun problema per me.-
Toby si scusò. Spesso dimenticava l’handicap del cugino, poiché egli non lo faceva pesare a nessuno. Era autosufficiente quasi in tutto, e anzi, se non fosse stato per le sue pupille sempre perse nel vuoto, si sarebbe detto che ci vedeva come chiunque altro.
-Già…-, esclamò Toby, riflettendoci. -Tu hai sempre vissuto nel buio. Non hai mai avuto neanche un debole barlume. Nemmeno i tuoi sogni sono colorati?-
-E come potrebbero esserlo se non conosco i colori? A meno che le sensazioni che provo mentre sogno non siano colori, perlomeno anche solo immaginati.-
-Ad esempio io ora vedo che siamo circondati dal bianco. In banchi più densi e zone più rade il bianco aleggia intorno a noi.-
-Hai detto “bianco”?-
-Sì, esatto.-
-E se io ti domandassi di che colore è il bianco?-
-Perbacco!- Esclamò Toby, in difficoltà. -Come potrei spiegartelo?-
Otto ridacchiò, e Blanc si voltò a guardarlo. -Lascia perdere: anche se per assurdo tu riuscissi a spiegarmi com’è il bianco, io non potrei capire, dato che mi manca la basilare concezione stessa di “colore”.-
-Però il nero lo conosci?-
-Il nero? Che diavolo ne so cos’è il nero?-
-Come?! Vuoi dirmi che tu non vedi sempre e tutto nero?-
Otto rise ancora. Blanc si voltò ancora, non capendo, dato che gli mancava la basilare concezione stessa di “parola”, essendo un animale. E la nebbia vorticosa continuava ad avvolgerli anche lì, dove la china scendeva  verso la radura. Li circondava una natura congelata, irrealmente silenziosa, e si respirava pungente profumo di freddo. -Io non vedo niente di niente. Non so nemmeno cosa significhi “vedere”, come posso fartelo capire?-
-Ma allora… se nemmeno tu, se nemmeno proprio tu sai spiegarmelo, allora che cosa è mai il buio?-
-Perché ti interessa tanto il buio?-, domandò Otto.
E Toby gli raccontò che ne provava un intimo timore che non sapeva bene spiegare, che quando a casa si svegliava nel cuore della notte e gli scappava di andare al bagno, per raggiungerlo dalla propria stanza doveva attraversare tutto il corridoio di corsa e con gli occhi chiusi, proprio per timore. Raccontava che se s’azzardava ad abbassare le coperte sotto gli occhi e a guardare nel buio, gli sembrava che gli oggetti, che tutto fosse più… diverso. Di più non sapeva spiegare.
-Infatti è così!-
Toby mostrò dello stupore, e chiese come facesse lui a saperlo, proprio lui che non conosceva il buio.
-Vedi, non è proprio corretto dire che io non conosco il buio.-, spiegò il cugino Otto. -Ovvero: lo conosco come voi non potete conoscerlo. Lo conosco sotto un altro aspetto. Voi lo conoscete tramite la vista, mentre io lo conosco semplicemente perché… lo vivo. E vivendolo, anche senza vederlo, lo percepisco tutt’intorno, così come percepisco gli umori e i sentimenti.-
Toby chiese di raccontare.
-Stanze e stanze, scale e corridoi, scatole e armadi, finestre e giorni, cieli e cantine, e ancora giorni e giorni di buio. Il buio si muove, pulsa, e dilaga, fa comparire e scomparire cose che percepisci solo al tatto. Ora sei tu a toccarle, ora sono loro a toccare te. In certi angoli, certi giorni, il buio è più denso. Lo si riconosce perché appare come concentrato in unico punto, lo senti. Allora è lì che esso mangia.-
-Mangia?-
-Sì, il buio certe volte ha fame. Bisogna fare attenzione a cosa gli si dà da mangiare, perché non restituisce quel che si prende. Ma il segreto sta nel non badarci, nel far finta di niente, nel non crederci. E’ così che i grandi hanno vinto la loro paura del buio.-
Toby non domandò oltre, non se la sentì. Quelle informazioni gli sembrarono già alquanto inquietanti per proseguire ad ascoltare dell’altro. E nemmeno Otto, non più interpellato, parlò. Camminarono avvertendo il fruscio dell’erba umida sui pantaloni intorno alle caviglie, i sassi sotto la suola delle scarpe, il freddo sulla punta del naso, uno spettrale incanto nella mente. Toby smilzo, vestito di marrone, Otto un po’ più basso e tozzo, vestito di grigio, e Blanc, che li precedeva di qualche passo, serissimo, muso appuntito bianco e occhi neri, come custode dell’incolumità dei due giovani viandanti.
-Questa notte sarò solo a casa.-, disse Toby. -Mio padre e mia madre sono dovuti scendere al villaggio.-
-Benissimo!-, esclamò Otto.
-Benissimo cosa?-
-Hai paura del buio?-
-Beh… te l‘ho detto, un poco.-, rispose Toby.
-Allora questa è l’occasione ideale per vincere la paura!-
Toby chiese spiegazioni in merito e il cugino gli suggerì qualcosa di alquanto bizzarro, ma probabilmente utile. Gli propose, considerato che era solo e che quindi poteva disporre a piacimento dell’intera abitazione, di trascorrere tutta la sera e tutta la notte al buio, per constatare poi l’indomani mattina che non c’è niente di cui temere. Toby si mostrò naturalmente incerto. Poi, improvvisamente Blanc si fermò, e si fermarono anche i due giovani. Blanc scrutò lontano o forse no, più serio che mai.
-Che ha visto?-, chiese il suo padrone. -Che guarda?-
Toby scrutò a sua volta nella direzione in cui guardava il cane, e, con tono grave, annunciò solennemente -Sta arrivando.-
-Chi?-
-Il buio.-

Toby, in fondo al lungo corridoio, dopo essersi chiuso dentro casa come da raccomandazioni, poggiò il mazzo di chiavi sulla solita mensola, mise la mano sulla levetta dell’interruttore di ceramica, e guardò avanti a sé. Ecco la casa, teatro di inimmaginabili misteri nelle notti più nere. Ma non importava, doveva farsi coraggio. Ruotò la levetta. E spense la luce. Immediatamente i confini delle cose persero consistenza, espandendosi a piacimento nelle forme più disparate fin dove riusciva ad arrivare l’immaginazione. Coraggio, ecco l’unica formula. Ricordò quel che aveva detto il cugino: non badarci, non crederci, far finta di niente.
“Ora io me ne passeggerò tranquillamente fino alla mia stanza. Non credo proprio che tutto questo nero possa farmi qualcosa, neanche la più piccola cosetta. Ma… è proprio buio qui! Beh? E allora? Chi se ne importa? La strada la conosco anche a occhi chiusi, perciò perché dovrei aver paura?”
Toby avanzò. Il lungo tappeto faceva scomparire il rumore dei suoi passi. Con coraggio e chiudendo perfino gli occhi, giunse quasi in fondo quando si ricordò di non aver fatto una cosa fondamentale. Si era dimenticato di lavarsi i denti. Doveva tornare indietro a farlo se non voleva passare l’intera notte con lo sgradevole sapore di cibo in bocca. Si voltò. Ed ecco che ebbe, ne fu proprio certo, il primo temuto sintomo legato al buio. Iniziò infatti a martellargli la fronte, come se invisibilmente tutto quel nero lo colpisse. Con estremo coraggio tornò indietro. Gli parve di scorgere, ora che forse la vista si stava abituando all’oscurità, proprio nel mezzo del corridoio, addossato alla parete, una zona di buio più fitto, più inesplorabile. Forse era una di quelle zone di cui parlava Otto. Dunque forse aveva ragione, esistevano veramente. Cosa aveva detto a riguardo del fatto di mangiare? Passò oltre. Con grande soddisfazione di sé raggiunse il bagno, si lavò i denti e fu per la seconda volta ad affrontare il percorso che lo separava dalla sua stanza. Ora c’era già un po’ più abituato, così attraversò il corridoio più tranquillamente. La zona scura era sempre lì, sottile e alta, come verticale. Toby aprì una porta e attraversò la stanza successiva, fermandosi nel mezzo. Sapeva che lì davanti a lui ora c’era un grande spazio vuoto. Ma che ci fosse stata una voragine o pochi centimetri di spazio non v’era differenza. Infatti vide il nero più assoluto. Forse anche quella era una zona “densa”, affamata, come diceva Otto. “Che idiozia!”. Il fatto di non poter percepire nemmeno minimamente gli spazi come realmente erano alla luce del sole, gli fece tornare quel fastidioso pulsare, che ora coinvolse anche le tempie. Si massaggiò la testa raggiungendo la porta per accedere all’ambiente successivo. Arrivò a toccare la maniglia con la mano. Ma non la spinse, perché sentì il forte desiderio di bagnarsi la fronte con acqua fresca. Ma ciò voleva dire tornare indietro, attraversare di nuovo il corridoio! Il desiderio di riscossa, la voglia di vincere, il bisogno di acqua fresca e l’incoscienza della gioventù lo fece tornare indietro. Prima di rimettere piede nel corridoio chiuse la porta alle proprie spalle, immaginando fantasticamente così di impedire al denso buio di quella stanza di espandersi. Sempre circondato da confini impalpabili, Toby raggiunse il fondo del corridoio. A metà di esso, la macchia più scura, oltre che a sembrare ancora più scura di prima, sembrava sempre più snella e alta, come una colonna o un albero. Si bagnò la fronte. Ritornò. Passò a pochi centimetri dalla macchia nera. Gli parve addirittura di sfiorarla, ed ebbe un brivido che lo agitò improvvisamente, inducendolo ad accelerare il passo. Quando svoltò, con le mani tese a cercare la maniglia della porta che aveva chiuso, toccò soltanto il muro. Forse l’aver accelerato il passo l’aveva fatto spingere più avanti, forse la porta era un poco più indietro. La cercò percorrendo il percorso inverso a tastoni contro il muro. Dov’era finita la maniglia? C’era qualcosa che non andava. Un subitaneo desiderio di accendere immediatamente la luce o addirittura di avere accanto mamma e papà. “Sciocchezze! Sei un codardo! La maniglia dev’essere per forza qui da qualche parte. A meno che…”. E un secondo brivido, più perfido del precedente, gli attraversò la schiena, facendolo sussultare. Forse il buio in quella stanza si era mangiato la porta! Se così fosse, come avrebbe fatto a raggiungere la sua stanza? Corse. Corse istantaneamente verso l’altra estremità del corridoio. Là c’era un’altra stanza, poi un’altra ancora e infine una porticina per uscire in giardino. Stare qualche minuto al freddo all’aria aperta l’avrebbe aiutato a scuotersi e a schiarire le idee. La macchia nera era sempre lì. Le passò accanto non senza un terzo vergognoso brivido, e arrivò in fondo al corridoio. Laggiù, ora, era così buio che perfino il suo respiro gli metteva ansia. Non soltanto il buio pulsava, ma sembrava amplificare i suoni, anche quelli interiori. Desiderò stupidamente essere morto, così da non respirare e non produrre quel fastidioso rumore. Ma era proprio il suo? Da quale direzione proveniva? Quanto spazio c’era alla sua sinistra? E quanto alla sua destra? Si era perso. Roteò su sé stesso, e scoprì di essere avvolto in una grande mostruosità informe e nera, nerissima. Allargò le braccia in entrambe le direzioni, e miracolosamente, più vicina di quanto aveva pensato, ecco la mensola! Afferrò le chiavi e chiuse di scatto la porta che conduceva al passaggio per la porticina d’uscita, perché lì era troppo buio per passare, e perché doveva impedire al buio nascosto in quelle stanze di conquistare anche il corridoio. Deglutì, e subito se ne pentì perché gli sembrò di aver prodotto un maestoso e fastidioso rumore. Attraversò ancora il corridoio, e non seppe più nemmeno lui quante volte già l’ebbe fatto quella sera. Qualcosa lo toccò. Si lasciò sfuggire un mormorio di spavento e gli cadde il mazzo di chiavi, ma subito dopo realizzò d’aver scontrato solo lo spigolo del tavolino di marmo. Dopo quel tavolino iniziava un secondo corridoio, in fondo al quale c’era l’ingresso principale. Si abbassò per cercare le chiavi. Passò diverse volte entrambi i palmi delle mani sul tappeto ma non incontrò niente che assomigliasse a chiavi. Proprio niente. S’accorse di avere accanto la figura nera. Stava per cedere, stava per accendere la luce. Aveva bene presente che in quel punto di muro c’era un interruttore della luce. Ma passandovi le mani la superficie era completamente piatta. Niente di niente. E una disperata certezza si fece largo in lui: che il mazzo di chiavi fosse stato mangiato, come anche la porta e gli interruttori della luce, unica salvezza. La disperazione si mutò in angoscia all’interrogativo: “quanta fame ha ancora?”. E l’angoscia si tramutò in puro terrore all’altro interrogativo: “come mai questa figura nera qui accanto assomiglia così tanto a una sagoma umana?”.
Chiuse gli occhi. Tremando. Di più non poteva fare. Impietrito.

Una fredda alba posò il tenue biancore su ogni cosa, e tutto sembrò tornare al proprio posto: i rami scheletrici sempre protesi a racchiudere la stradina, gli spigoli del cancello di ferro battuto, il bosco ghiacciato, l’erba carica di rugiada, le statue di pietra nel giardino, i gelidi vetri delle finestre, il torpore della natura d’inverno, il mazzo di chiavi, le porte, gli interruttori della luce, ma non la lucidità di Toby, per sempre interiormente intrappolato nelle risposte ai suoi cruciali curiosi interrogativi: la morte, e il buio.
In quello stato d’incoscienza, non disdegnò nemmeno l’invito di essere ospite del cugino Otto, nella sua casa dove era sempre buio. Invitandolo in sua compagnia, compagnia di un altro essere umano, il cugino sperava che la ragione, luce dell’intelletto, tornasse a sorgere nella mente di Toby. Il custode Blanc li condusse alla dimora sulla collina, tra la nebbia, serio e silenziosamente sapiente come sempre.

Note della Redazione
Racconto iscritto al concorso Vaults 2009 (Edizioni Ferrara / Area 31 / Club GHoST).

L’AUTORE
Francesco Tassara nasce a La Spezia il 18 dicembre 1985. La sua prima opera scritta risale al 1993, ed è un breve racconto di genere tragicomico. Nel 1999, dopo molti racconti comici e anche qualche commedia, cambia totalmente genere, scrivendo il suo primo racconto horror, incentrato sul tema dei morti viventi. Dal 1999 in poi scrive diverse opere tra romanzi e racconti lunghi, e una lunga serie di racconti horror e thriller. Tra i suoi lavori ricordiamo: il racconto horror Torta alle fragole (Ricordati di non guardare), pubblicato per la casa editrice Res edizioni; il romanzo sentimentale Qualcosa di interessante per la Cut-up edizioni; ancora per la Res edizioni, il racconto pulp Il Fiore Nero e la Farfalla Puttana; il racconto fantastico Onirika, Res edizioni. Nel 2009 il suo racconto Il ritorno compare nella raccolta Selezione artificiale, edita da Area 31/Club GHoST.
Laureato in Cinema e Arti dello Spettacolo all'Università di Pisa, lavora con video e fotografia dal 2010, occupandosi di reportage di viaggio, ritrattistica e ricerca urbex (esplorazione urbana), oltre a progetti in ambito teatrale e cinematografico.



Tutti i diritti riservati per immagini e testi agli aventi diritto ⓒ.