Il cinema di Lorenzo Lepori

L'orrore senza permesso

Uno speciale dedicato al regista, sceneggiatore e attore

Quasi vent’anni di cinema indipendente costruito con le proprie mani


Ci sono registi che dirigono un film.
E poi ci sono quelli che il film se lo costruiscono addosso: lo scrivono, lo fotografano, lo montano, lo producono e, qualche volta, attraversano persino lo schermo per entrarci dentro come attori.
Lorenzo Lepori appartiene alla seconda specie.
Il suo percorso nel cinema indipendente italiano non assomiglia tanto a una linea retta quanto a una strada secondaria percorsa deliberatamente, lontana dalle grandi arterie dell'industria. Una strada sulla quale horror, fantastico, esoterismo, contaminazione e cinema underground finiscono continuamente per incontrarsi.
Prima della macchina da presa ci sono gli studi di recitazione teatrale a Firenze e il DAMS di Bologna. Poi arriva la scelta della produzione indipendente e, nel 2006, il primo lungometraggio, Il Vangelo secondo Taddeo. Da quel momento Lepori comincia a occupare progressivamente quasi ogni spazio possibile dietro e davanti alla macchina da presa. Regista, sceneggiatore, produttore, montatore, direttore della fotografia, attore: le definizioni si accumulano, ma nessuna, presa singolarmente, sembra sufficiente.
Forse è proprio qui che bisogna cercare la prima chiave del suo cinema.
Nella necessità di fare.

Prima dell’orrore, la libertà
Con Resurrezione di cuori, Cinque cerchi roventi e I Love You Like a Twist, Lepori attraversa territori diversi prima che il fantastico e l'orrore diventino una presenza sempre più evidente nel suo percorso.
Non sembra esserci, però, il desiderio di entrare dentro una definizione precisa.
Piuttosto quello di costruire un proprio spazio.
Ed è una differenza importante, perché il cinema indipendente di genere vive spesso in una terra strana: troppo libero per sottostare completamente alle regole dell'industria, troppo povero per potersi permettere di ignorarle.
Lì bisogna inventare.
Bisogna trasformare un limite produttivo in linguaggio, cercare collaborazioni, moltiplicare le competenze. Talvolta significa trovarsi a essere contemporaneamente autore, tecnico, produttore e interprete della stessa creatura.
Lepori lo fa ripetutamente.
Con Catacomba e poi Notte Nuda, il suo rapporto con il cinema horror assume contorni sempre più netti. In entrambi i progetti il suo nome compare in molteplici ruoli, dalla regia alla sceneggiatura, dalla produzione al lavoro sull'immagine e sul montaggio.
Non è soltanto una questione di controllo creativo.
È artigianato cinematografico.

Una piccola factory dell’orrore
Seguendo la filmografia di Lepori emerge anche un altro elemento: i nomi cominciano a tornare.
Simona Vannelli, Antonio Tentori, Alex Visani, Pio Bisanti e altri ancora.
Il suo cinema non appare quindi come l'avventura solitaria di un autore chiuso nel proprio universo, ma come qualcosa che nel tempo costruisce una rete di collaborazioni. Una sorta di factory indipendente e mobile, nella quale le persone possono cambiare posizione davanti e dietro l'obiettivo.
Ed è qui che compare con sempre maggiore importanza Antonio Tentori.
Sceneggiatore e studioso profondamente legato alla storia dell'horror italiano, Tentori diventa nel tempo uno degli interlocutori ricorrenti del cinema di Lepori. La collaborazione fra i due attraversa più lavori e in Grida dalla palude li ritroviamo insieme alla sceneggiatura, mentre entrambi compaiono anche nel cast: Lepori interpreta Max, Tentori Alan.
È un dettaglio che racconta bene quel mondo.
Nel cinema indipendente i confini professionali possono diventare porosi. Chi scrive può apparire davanti alla macchina da presa. Chi dirige può recitare. Chi produce può occuparsi di altro.
Il film diventa una creatura collettiva senza smettere di avere una voce.

Lepori entra nei suoi stessi incubi
L'altra faccia interessante del percorso è infatti la recitazione.
Lepori non osserva sempre le proprie storie da dietro l'obiettivo. In più occasioni vi entra fisicamente.
Lo troviamo in Flesh Contagium, in Grida dalla palude, in produzioni di altri autori come Nati Morti e Blades in the Darkness, fino alle apparizioni nei lavori più recenti. La sua interpretazione in Nati Morti ha ottenuto riconoscimenti in festival internazionali, mentre il suo ruolo in Blades in the Darkness gli è valso un premio come villain.
Regista e attore, quindi.
Ma forse sarebbe più corretto dire cineasta.
Perché è una parola abbastanza larga da contenere tutte le stanze che Lepori continua ad attraversare.

Cieco Sordo Muto: l’orrore della percezione
Poi arriva Cieco Sordo Muto.
Al centro della storia c'è David, scrittore visionario di successo, cieco, sordo e muto. Si reca insieme ai suoi assistenti Simona e Pio in un albergo dal passato inquietante, cercando l'isolamento necessario per scrivere il proprio libro.
Troverà tutt'altro.
Nel luogo sembra sopravvivere la presenza di un'antica entità, qualcosa capace di agire sulla mente degli uomini e di insinuare il dubbio che persino la realtà possa essere manipolata.
È una premessa che sembra condensare bene una parte dell'immaginario frequentato da Lepori: l'orrore non arriva necessariamente sfondando la porta. Può alterare ciò che consideriamo reale.
E mettere al centro della storia uno scrittore il cui rapporto sensoriale con il mondo è già radicalmente differente rende ancora più singolare l'incontro con qualcosa che, per propria natura, sfugge alla comprensione.
David crea mondi attraverso la scrittura.
Questa volta sembra essere il mondo intorno a lui a venire riscritto.
Cieco Sordo Muto ha inoltre ottenuto il riconoscimento come miglior film all'Abruzzo Horror Film Festival, aggiungendo un altro passaggio alla circolazione festivaliera del cinema di Lepori.


Kopis e il ritorno alla lama
Con Kopis, nel 2025, Lepori entra invece apertamente nel territorio dello slasher.
Ed è interessante che lo faccia dopo tanti anni di contaminazioni, perché lo slasher possiede regole apparentemente semplicissime e proprio per questo difficili da maneggiare senza cadere nella pura imitazione.
La filmografia di Lepori, però, suggerisce che il genere per lui non sia mai stato una gabbia.
È piuttosto una cassetta degli attrezzi.
Una volta può servire Lovecraft. Un'altra l'apocalisse. Un'altra ancora la violenza dello slasher. Cambiano gli strumenti, rimane il desiderio di lavorare dentro quell'enorme territorio che chiamiamo cinema di genere.
E ancora una volta troviamo accanto a lui Antonio Tentori.  Kopis è diretto da Lorenzo Lepori e scritto insieme ad Antonio Tentori.
Non è difficile vedere, arrivati qui, quanto sia cambiata la scala rispetto al ragazzo che quasi vent'anni prima realizzava il suo primo lungometraggio.
Eppure qualcosa è rimasto sorprendentemente simile.
La necessità di fare cinema senza aspettare che qualcuno gli consegni le chiavi.


Al termine del sole: il passato non è morto
Nello stesso 2025 arriva Al termine del sole, diretto insieme a Dario Almerighi.
Qui il percorso cambia ancora direzione e guarda apertamente alla tradizione del cinema italiano di genere, dialogando con Avere vent'anni di Fernando Di Leo.
È significativo.
Perché dopo quasi vent'anni Lepori non sembra interessato ad abbandonare il cinema di genere per approdare a qualcosa considerato più “rispettabile”.
Fa quasi il contrario.
Scava più a fondo.
Torna alle radici, recupera immaginari, incontra autori e generi differenti e li trascina nel proprio presente.
E anche qui ritornano volti già attraversati dal suo cinema.
Non sembra più soltanto una serie di collaborazioni.
Comincia ad assomigliare a un universo umano e cinematografico che si ricompone film dopo film.


L’orrore senza permesso
Raccontare Lorenzo Lepori attraverso una semplice filmografia sarebbe facile.
2006. Un film.
2007. Un altro.
2008. Catacomba.
2009. Notte Nuda.
Poi Flesh Contagium, Grida dalla palude, Cieco Sordo Muto, Kopis, Al termine del sole.
Titoli. Date. Crediti.
Ma in mezzo a quelle righe c'è qualcosa di più interessante.
C'è un autore che per quasi vent'anni ha continuato a muoversi dentro un cinema nel quale nessuno garantisce che il film successivo esisterà.
Il cinema indipendente non possiede la rete di sicurezza delle grandi produzioni. Mancano soldi, tempo, strutture. A volte manca persino la certezza di trovare uno schermo alla fine del viaggio.
E allora devi imparare a fare.
Scrivere.
Dirigere.
Montare.
Produrre.
Recitare.
Creare alleanze.
Sbagliare.
Ricominciare.
Forse è proprio questa la parola che meglio attraversa il cinema di Lorenzo Lepori: ostinazione.
Non l'ostinazione romantica dell'artista maledetto, ma quella molto più concreta dell'artigiano che conosce i propri strumenti e torna al banco da lavoro ogni volta con qualcosa di nuovo da costruire.
Perché indipendente non significa necessariamente essere soli.
Significa, qualche volta, non aspettare il permesso.
Lorenzo Lepori quel permesso non sembra averlo mai aspettato.
Ha preso la macchina da presa.
Ha acceso le luci.
Ha chiamato attori, amici, sceneggiatori e collaboratori.
E mentre qualcuno decideva se aprirgli o meno la porta, lui aveva già cominciato a girare.

A cura di Emanuela Ferrara


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