Le ceneri del medico di Ramona Bacchi

Resta per un attimo immobile

Sembra quasi che la morte abbia plastificato i suoi lineamenti

Il mio cadavere giace seminudo sul tavolo d’acciaio delle pompe funebri.
Sono morto ieri ma inspiegabilmente qualcosa nel mio sistema nervoso centrale sta continuando a funzionare: la mia esperienza e le mie conoscenze di medico non sono in grado di trovare una spiegazione logica, sono deceduto ma la mia coscienza è rimasta perfettamente vigile e presente, percepisco qualsiasi cosa mi accada intorno, i miei cinque sensi continuano a trasmettere al mio cervello le informazioni che raccolgono dall’ambiente esterno.


Allora forse è vero che c’è un’altra vita dopo la morte...
Riesco perfino a ricordare com’è successo: ieri pomeriggio uscendo dalla doccia sono scivolato ed ho sbattuto violentemente la nuca contro il bordo del lavandino. Di quello che è accaduto nelle ore successive non ricordo molto perché è stato come se, dopo essere morto, avessi ironicamente perso i sensi. So solo che mi sono “risvegliato” poco tempo fa disteso supino ed in mutande su questo freddo piano metallico, sono sicuro di essere morto perché riconosco in me tutti quei processi di autolisi e rigidità cadaverica che insorgono in un organismo dopo il decesso: il rigor mortis ha reso le mie membra inamovibili e granitiche, la temperatura del mio corpo è scesa a valori incompatibili con la vita, quel poco di pelle che riesco ad intravedere ha un colorito emaciato e dalle sfumature azzurrognole. Riesco a guardarmi un braccio ed il rispettivo fianco perché ho il capo reclinato da una parte e le palpebre ancora aperte, anche se mi rendo conto che i globi oculari stanno iniziando ad infossarsi all’interno del cranio e la mia vista è leggermente offuscata per via della polvere che deve essersi depositata sulla cornea.
Prima, mentre i due becchini mi stavano lavando e disinfettando il volto, ho provato in tutti i modi a mettermi in contatto con loro, a muovere anche solo un labbro nel disperato tentativo di fargli capire che anche se il mio corpo è andato la mia mente è ancora vigile ed attiva. Ma com’era prevedibile non è accaduto nulla poiché le cellule del mio organismo non rispondono più agli impulsi nervosi. Nonostante questo non mi capacito di come io possa ancora provare sofferenza: nel punto in cui devo aver sbattuto la nuca contro il lavandino sento un dolore profondo e martellante e prima, mentre l’addetto più giovane delle pompe funebri mi faceva la barba, il rasoio gli è scivolato di mano ed ho percepito chiaramente il bruciore del piccolo taglio che mi aveva provocato.
Questa storia del provare ancora dolore sarebbe quasi comica se io non conoscessi le tecniche utilizzate dalle pompe funebri per rendere le salme presentabili per il funerale...
Oh mio Dio, ecco che tornano i due becchini... forse sarebbe stato meglio per me morire “del tutto”.

“Luigi lo hai già sbarbato?” chiede il più anziano entrando con un completo gessato blu tra le mani “Sì però non l’ho ancora truccato perché non gli abbiamo ancora sistemato gli occhi. Certo che questo Dottor Morganti doveva essere proprio un gran cornuto: quando lo siamo andati a prendere ieri la moglie non mi sembrava molto dispiaciuta, anzi. Di sicuro quella lì ha l’amante e sai che ti dico? Ad andar bene lo ha fatto fuori proprio lei...”
“Ma non dire cazzate, è scivolato mentre usciva dalla doccia! Figurati se quella biondina mingherlina sarebbe riuscita a far perdere l’equilibrio con uno spintone a questa specie di gorilla” risponde Cosimo additando irrispettosamente col pollice il cadavere indifeso e pallido.
Da un carrellino porta-strumenti agguanta due batuffoli di cotone idrofilo e senza tante cerimonie li spinge con le dita all’interno delle orbite della salma, ficcando più in profondità i globi oculari che avevano già preso a ritirarsi nella cavità cranica.
“Passami due copriocchi” ordina al giovane. Luigi gli porge due piccoli dischetti di plastica, simili a lenti a contatto ma più spessi e ricoperti di minutissimi uncini, Cosimo li appoggia sui due bulbi di cotone, poi afferra ciascuna palpebra con un paio di pinze anatomiche e la cala sull’occhio. “Che invenzione eh questi affari? Gli uncini si agganciano alla palpebra evitando che si apra da sola. Sai che scena che sarebbe se durante il funerale le palpebre si aprissero scoprendo due buchi pieni di cotone?” e ride di gusto. Il ragazzo scuote il capo perplesso “Non capisco davvero come tu faccia a trovare anche dei lati comici in questo lavoro” per tutta risposta il vecchio si stringe nelle spalle, afferra la testa del Dottor Morganti tra le mani e con un colpo secco gliela riassesta in posizione corretta, con il viso rivolto verso il soffitto. Durante l’operazione il collo emette un macabro rumore di legno schiantato.
“E adesso cucigli assieme la mandibola con la mascella: bisogna sempre ricordarsi di bloccargli le ganasce ai cadaveri perché hanno il brutto vizio di restare a bocca aperta. Fallo tu, così ti eserciti”. Luigi prende di malavoglia dal carrellino un uncinetto appuntito ed un rocchetto di filo nero e resistente. Dopo aver unito i due componenti conficca l’ago nell’arcata gengivale inferiore, lo fa uscire dalla parte opposta e ripete l’operazione a livello di arcata superiore, concludendo poi la sutura assicurando i due capi del filo con un nodo. “Et voilà!” commenta sollevato di aver portato a termine lo sgradevole compito.                                                                           
“Bene, mentre io gli inietto il liquido conservante tu vai pure a prendere l’occorrente per truccarlo, così poi lo incipriamo un po’, lo vestiamo ed andiamo finalmente a prenderci una birretta” Luigi si allontana rianimato dall’idea di aver quasi finito di lavorare anche per quel giorno, nel frattempo il principale scarta una lametta nuova dal suo involucro e concentrandosi incide la pelle della salma a lato del collo. Quella fase della preparazione dei cadaveri gli piace particolarmente, se così si può dire, poiché va eseguita con precisione chirurgica e lo fa sentire un artista dei tessuti molli. Cosimo insinua due dita inguainate di lattice nella tasca di cute slabbrandone un po’ i margini, ne tasta per qualche secondo l’interno alla ricerca della carotide ed infine pinza il vaso tra i polpastrelli portandolo alla luce attraverso l’apertura. Impugna una cannula spessa ed appuntita conficcandola con disinvoltura nell’arteria ormai smunta, poi accende la pompa collegata all’ago ed osserva il liquido mummificante scorrere lungo i tubicini. La mistura entra nel sistema circolatorio vuoto della salma e diffondendosi in tutto il corpo ne ridistende i tessuti, ravvivandone anche il colorito: contiene infatti un colorante rosato ed un’alta percentuale di formalina in grado di garantire la conservazione del cadavere per qualche giorno. Cosimo si abbandona ad una fantasia sadica e si sofferma per un attimo ad immaginare come sarebbe ficcare quel grosso ago nel collo di suo cognato per inoculargli lentamente la soluzione chimica. “Sai come urlerebbe quello stronzo? Chissà come deve bruciare la formalina, dev’essere come iniettare della benzina...” ragiona tra sé e sé. Poi guarda il viso terreo ma placido del deceduto e conclude il suo pensiero ad alta voce “Fortuna che i morti non sentono più niente, eh Dottor Morganti?”.   

“Buongiorno signora, condoglianze” la saluta così il portiere del crematorio. La donna risponde accennando un compito cenno del capo e si accinge a seguire mestamente l’uomo lungo il corridoio piastrellato e trasudante puzzo di disinfettante. Lo scalpiccio dei suoi tacchi a spillo cadenza il ritmo dei suoi pensieri e nella sua mente si affollano, in sequenza ordinata, alcuni fotogrammi degli ultimi giorni: lei che rientra dal lavoro e va in bagno per struccarsi, il corpo di lui a terra che pare quasi galleggiare nel lago di sangue, i due tizi delle pompe funebri che si accomodano in salotto per farle firmare le carte, lo sguardo irritante del becchino più giovane che l’aveva squadrata subito con sospetto. E poi le telefonate agli amici, il funerale con i parenti che facevano a turno a scambiarsi ipocrisie accanto al cadavere in doppiopetto di suo marito... erano state giornate asfissianti e faticose, quella sera tornando a casa si sarebbe concessa un paio di Martini. Se li era proprio meritati.
Il portiere si ferma di fronte ad una porta scorrevole in acciaio e la spalanca “Prego signora” ingiunge a bassa voce invitando la bionda ad entrare “Si prenda pure tutto il tempo necessario, non c’è fretta”.
“Grazie, non mi ci vorrà molto. Desideravo solo vederlo un’ultima volta...”
“Capisco, immagino che questo genere di commiato debba essere difficile” e così dicendo l’uomo si congeda con discrezione chiudendosi la porta alle spalle.
Veronica resta per un attimo immobile poi, certa di essere rimasta sola, alza gli occhi al cielo e sbuffa con insofferenza: fingere dispiacere comporta un dispendio energetico superiore a quello che si era immaginata. Si guarda attorno vagamente nauseata dall’eccessiva malinconia che ispira quella minuta camera ardente, infine si avvicina al catafalco e si siede accanto al corpo esanime di suo marito. Si appoggia con i gomiti ai bordi della bara ed inizia a ridacchiare sommessamente “Ciao bastardo, stai comodo nel tuo nuovo cappottino di legno? Ti dona molto” esamina il volto della salma con attenzione “Mi senti vero? Sì, lo so che mi senti. Dimmi, com’è stato risvegliarsi cadavere? Scommetto che ci sei rimasto di stucco ed hai iniziato subito ad arrovellarti con tutte le tue preziose nozioni mediche, peccato che non potessi sfoggiare quella tua aria supponente che ti rendeva così patetico ed odioso allo stesso tempo”. La donna gli aggiusta la cravatta e resta un momento in religioso silenzio “Peccato anche che in nessuno dei tuoi libri ci sia la spiegazione dello scherzetto che ti ho fatto, perché devi sapere, tesoro, che sono io l’artefice di tutto questo” Veronica tace qualche istante come ad enfatizzare con il suo mutismo la teatralità del momento.
Scruta i tratti somatici del marito, sembra quasi che la morte abbia plastificato i suoi lineamenti rendendoli innaturali ma comunque sereni. Per un attimo le viene il dubbio che quel maledetto sia crepato per davvero, si domanda se lei non stia veramente parlando con una salma incapace di sentirla, ma poi scaccia quell’ipotesi seccante dalla mente e recupera il filo del discorso “Ti ricordi come prendevi in giro mia madre e la sua passione per l’esoterismo? Ti divertivi a paragonarla a una strega, la chiamavi “la fattucchiera” e ridevi sostenendo che la scienza è ben diversa dalle sciocche superstizioni di una vecchia. Bè caro, sappi che un bel giorno mia madre ed io abbiamo deciso che ne avevamo abbastanza entrambe di te: lei della tua saccenteria e di quel tuo continuo umiliarla, io delle tue scappatelle con quella brunetta che fa l’anestesista al pronto soccorso. Credevi che non lo sapessi, pezzo d’idiota che non sei altro? Una donna le capisce subito queste cose.
Così mia madre si è messa a studiare magia nera e mi ha proposto di testare su di te un’antica maledizione vudù: il rito da eseguire era semplice e garantiva che il tuo corpo sarebbe morto nel giro di sei giorni, mentre la tua anima sarebbe rimasta viva e recettiva fino alla distruzione completa delle tue spoglie. Ed ha funzionato, incredibile! Ora sei qui, rigido come uno stoccafisso, ed oggi pomeriggio questi signori del crematorio arrostiranno la tua carcassa nel forno e mi recapiteranno le tue ceneri, racchiuse in una raffinata urna di alabastro. Non è meraviglioso?”. La bionda ride istericamente, immagina la faccia che avrebbe fatto suo marito se solo gli avesse inflitto lo stesso affondo verbale quando era ancora in vita.
Veronica si alza scostando senza far rumore la seggiola, si sistema la gonna e prima di allontanarsi si china sulla bara come a dare l’estremo saluto all’estinto, ma invece di mormorare una preghiera o depositare un bacio sibila tra i denti “L’idea di farti marcire per anni sottoterra lasciando ai vermi il compito di spolpare le tue quattro ossa mi allettava molto, ma ho optato per la cremazione perché il libro di vudù consigliava di distruggere quanto prima il cadavere. Ci tenevo a dirtelo perché non volevo che tu ti montassi la testa: non volevo che pensassi che il porre fine alle tue sofferenze così presto fosse un mio ultimo e generoso atto di misericordia nei tuoi confronti, sarebbe stato uno spiacevole equivoco, capisci? Ciao, ciao bastardo”.
Il ticchettio delle décolleté laccate della donna riecheggia brevemente per il corridoio prima di spegnersi. A cancellare i pensieri spiacevoli ci penserà il Martini.

Faccio il giardiniere da molti anni qui, dentro al cimitero monumentale della città, praticamente si può dire che io ci sia invecchiato in questo posto. In tutto questo tempo ne ho viste di persone, amici, parenti, colleghi, che venivano ad assistere alla sepoltura di un proprio caro o a portare un fiore sulla sua tomba, ma giuro di non aver mai visto nessuno con l’aria più felice e soddisfatta di quella bionda laggiù. E’ entrata poco fa dal cancello con un’urna cineraria in mano ed ha imboccato il vialetto inghiaiato con l’esuberanza di un bersagliere. Mi auguro vivamente che quella donna non sia stata una parente o un’amica dei rimasugli carbonizzati che si porta a spasso sotto il braccio: Cristo, se io fossi morto non vorrei mai aver avuto al mio fianco una persona che portandomi al cimitero sprizza solarità ed allegria da tutti i pori!
Si dirige verso la parte terrazzata del cimitero, quella più chic, dove ci sono i mausolei di famiglia dei ricconi che possono permettersi una tomba con vista su tutta la città. Se non si trovasse all’interno di un camposanto sarebbe un punto panoramico favoloso, uno di quelli prescelti dalle coppiette per baciarsi e suggellare promesse da marinaio. Invece è la piattaforma di elezione per pianti di addio, condoglianze e lanci di ceneri oltre la balaustra. Immagino sia proprio questo il compito della biondina sexy... guarda come sgambetta su quei tacchi vertiginosi, sembra un trampoliere...

Veronica si avvicina al parapetto di pietra e scruta il paesaggio. Avrebbe desiderato versare i resti di suo marito nel water e tirare con gioia lo sciacquone, ma sua madre le aveva consigliato di non infierire troppo sugli spiriti dell’oltretomba e di disperderne invece le ceneri in maniera decorosa.
Scoperchia il parallelepipedo di alabastro e ne osserva il contenuto polverulento “Bon voyage ex marito”. Stringe saldamente tra le mani l’urna e la scuote oltre la balaustra: ne fuoriesce una cascata di sabbia scura che si gonfia in un nugolo traslucido per poi iniziare subito a precipitare nel vuoto.
La bionda fa per richiudere il contenitore ed andarsene quando una folata di vento improvviso risospinge la nuvola di cenere verso l’alto e gliela getta prepotentemente in faccia. La polvere le penetra negli occhi e nella bocca e Veronica la sente invischiarsi con la saliva, tenta forsennatamente di tossire ma quella poltiglia le occlude la gola. Inciampa e cade a terra in preda alla sensazione di soffocamento.
Ad un tratto un paio di braccia robuste la sollevano e qualcuno le percuote energicamente la schiena liberandole le vie respiratorie. Con uno sforzo inizia ad espettorare quell’amalgama catramosa, ma nel suo boccheggiare spasmodico ne deglutisce inavvertitamente un grumo.     
“Signora! Signora, si sente bene?” il giardiniere smette di assestarle manate tra le spalle e la sorregge come meglio può. La donna a poco a poco riprende a respirare normalmente anche se dalla sua cassa toracica proviene ancora un sommesso rantolo di sottofondo “Signora va meglio ora? Venga, la accompagno ad un bar così potrà bere un bicchiere d’acqua”.
La bionda solleva il viso verso quello dell’uomo che la sostiene e lo fissa con aria stupita, curiosamente perplessa. Il giardiniere tace e si domanda il perché di quello sguardo sorpreso, gli viene il dubbio che la donna cadendo possa aver battuto la testa ed ora si senta intontita “Signora come si sente? Si ricorda cosa è successo? Stava disperdendo le ceneri di qualche suo caro defunto quando il vento gliele ha rigettate in faccia, lei deve aver perso l’equilibrio ed è caduta a terra. Si ricorda?”.
Lo sguardo di lei muta in modo repentino, le sue pupille si dilatano impercettibilmente e gli occhi si accendono di una luce molto simile alla vendetta. Si alza in piedi e s’incammina incespicando verso l’uscita del cimitero, il giardiniere nota che anche l’atteggiamento della bionda è cambiato: il suo incedere deciso e provocante ha lasciato il posto ad un’andatura malferma e goffa, sembrava che stesse camminando sui tacchi per la prima volta in vita sua “E’ sicura di sentirsi bene?”. Per tutta risposta la donna si volta e con voce stranamente baritonale replica “Sì è tutto ok amico, la ringrazio per l’aiuto”. Poi gli gira le spalle e varcando il cancello del cimitero aggiunge “Devo solo fare una visitina a quella strega di mia suocera”.

Note della Redazione
Racconto iscritto al concorso Vaults 2009 (Edizioni Ferrara / Area 31 / Club GHoST).

L’AUTRICE
Ramona Bacchi è nata nel febbraio del 1985 a Bologna, città in cui è anche cresciuta e naufragata. Dopo il diploma di maturità scientifica ha frequentato per due anni il conservatorio dedicandosi allo studio del flauto traverso per poi iscriversi alla facoltà di Medicina Veterinaria. Ha vinto il primo premio della sezione poesia dell’edizione 2002-2003 del concorso letterario locale “Giochi Floreali”; il secondo premio della sezione poesia dell’edizione 2006-2007 dei “Giochi Floreali”; il concorso di poesia “Poemia 2009” classificandosi 7° tra i 10 vincitori selezionati.


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