Un vento freddo iniziò a spirare
Era totalmente concentrata e la pietra sembrava rispondere a ogni colpo, viva
L’orizzonte era una sottile via di fuga, lontano. La ragazza sorrideva immobile, tirando i tendini fino allo spasimo, la pelle così tesa che si poteva indovinare la forma del cranio.
Lucia avrebbe voluto spaccarle la faccia. Non era affascinante. E lei non riusciva a mettere a fuoco. Con un gesto fece spostare la modella e finalmente poté scattare. Il clic soffocato dell’otturatore le fece tirare un sospiro di sollievo. Si passò una mano sulla fronte madida di sudore e la ritrasse schifata. Era una fottuta mattina di luglio e si moriva di caldo. Il calore la irritava, la t-shirt la stava stritolando. Avrebbe dovuto dimagrire. Avrebbe sofferto meno il caldo. Sbuffò e si avviò lentamente verso l’Accademia di Belle Arti.
Uscì dal laboratorio di stampa con un’enorme busta fra le braccia. Le brillavano gli occhi. Nonostante la sua timidezza tirò fuori le foto. Erano luminose, enormi e perfette. La luce colpiva la modella lasciandola spaurita e indifesa, ma anche affascinata da quel nemico forte e impalpabile. Scorse le foto.
“Complimenti, lei ha un’ottima padronanza della luce.”
La voce che arrivava da dietro la sorprese, lasciandola imbarazzata. Mise in fretta e furia le foto nella busta prima di voltarsi per scoprire chi avesse parlato.
“Come dice scusi?” disse, impacciata.
“Un’ottima padronanza della luce, davvero mirabile.”
Chi aveva parlato era una ragazza di circa vent’anni, forse una del primo anno, alta, sottile e con un’incredibile chioma di capelli corvini, che sembravano seguire ogni impercettibile movimento o vibrazione. Lucia restò a bocca aperta: la ragazza era uno schianto. Altro che la sua modella!
Tuttavia, rimase muta. Le pareva assurdo usare il lei con una ragazza che probabilmente aveva la sua età, tuttavia l’altra le aveva rivolto la parola con una tale naturalezza che passare al tu le sarebbe parso rozzo.
“… G-grazie.” mormorò. Quando si vide riflessa nei grandi occhiali da sole dell’altra si sentì goffa, le pareva di essere osservata da un insetto misterioso e affascinante.
“Piacere: Martina.”
“Lucia.” Ricambiò, attonita.
Martina sembrò soddisfatta della risposta, sorrise e si allontanò di qualche passo, poi si voltò e la squadrò.
“Certo, la tua fotografia è stupenda… peccato non si possa dire lo stesso di te.”
Scomparve nel viavai.
Lucia si sentì male. Chi cazzo era? Cosa voleva? Puttana. Come si permetteva?
Mai vista, una signorina-nessuno che si arrogava il diritto di andare in giro a seminare commenti acidi su persone sconosciute. Certo bellissima, per l’amor di Dio, ma chi cazzo si credeva?
Scosse la testa, si sentiva persa. Avrebbe voluto accasciarsi, era confusa. Quando si riscosse, si catapultò in bagno.
La tua fotografia è stupenda… peccato non si possa dire lo stesso di te.
Si fissò sconvolta allo specchio. Ogni parola di quella maledetta frase grondava veleno dritto nelle sue vene.
Guardò: solo gli occhi brillavano. Il resto era comune, banalissima, orribile melma della costola di Adamo. Quando era ragazzina si era sentita così qualche volta e ogni volta aveva preso in mano una macchina fotografica e scattato. La luce l’aveva liberata. Ma allora riusciva a pensare solo a quella frase. Uscì dal bagno barcollando. Aveva voglia di vomitare.
Ritornò a casa, chiuse gli occhi e incominciò a odiare.
Il giorno dopo si svegliò e ricordò tutto. Avrebbe voluto fare spallucce e lasciarsi tutto alle spalle, ma non era in grado. Tornò all’Accademia.
Più le lancette proseguivano nel loro folle giro, più l’angoscia svaniva. Mise da parte i piani di suicidio/omicidio e incominciò a rilassarsi. Bastava non incontrare un’altra volta Martina. Invece il fato è crudele, o cieco, o pazzo - pensò.
Si trovava nel bar dell’Accademia. Sola, mangiava un panino al salame e tracannava Coca-cola. Martina arrivò e si sedette al suo tavolo, poggiando sul ripiano un incredibile vassoio di dolci e la salutò con un sorriso innocente.
Lucia restò congelata. La prima frase che le venne in mente era un vituperio indicibile. Un briciolo di educazione la costrinse a non apostrofarla in quella maniera. Optò per uno sguardo gelido.
“Non ti sarai mica offesa, no?” chiese candidamente.
Lucia avrebbe voluto rovesciare il tavolino e farle ingoiare la sedia. Lurida schifosa puttana. Il suo sguardo era odio puro: fai un solo passo falso e ti salto addosso, ti sbrano, ti mangio il cuore.
Martina la fissava, aveva capito i suoi pensieri. Si schiarì la voce e procedette con cautela, come con una serpe velenosa.
“Non ti volevo offendere.”
Nessuna reazione.
“Non ho nulla di personale contro di te.”
Nessuna reazione.
“Scusami!”
Nessuna reazione.
Martina sbuffò.
“Senti, sono nuova di qui, arrivo da lontano. Mi sono iscritta all’Accademia perché mi piace scolpire. Ieri ti vedo in mezzo al corridoio che fissi quelle foto. Mi viene un tuffo al cuore. È da tanto che non vedo foto così. Ti faccio i complimenti. Tu riprecipiti sulla terra come se fossi stata un verme scoperto a strisciare nell’Eden. Mi hai fatto incazzare! Quasi mi chiedevi scusa! Fottiti, ho pensato. Eri piccola e inutile, quasi ho pensato che non fossero tue. Me ne vado, ma ripenso a quelle foto, mi ricordano qualcosa di quando ero piccola, con tutta quella luce. E cavolo, le ha scattate una specie di… sottoumana!”
Lucia nel mentre si era infilata nelle orecchie le cuffie dell’I-pod e aveva ridotto la sua sensibilità a zero. Solo la parola “sottoumana” era riuscita ad attraversare la sua corteccia celebrale, causandole un piccolo sussulto neuronale.
“… una tristezza. Ti sentivi inferiore non solo a me, ma anche a tutte le altre persone. Potevi essere Dio e invece avevi scelto di strisciare. Non volevo affossarti: volevo innalzarti.”
Lucia era impenetrabile.
“E allora?” chiese con sufficienza.
Martina rimase pensierosa.
“Diventiamo amiche?”
Lucia si alzò in silenzio e se ne andò.
Martina da lontano le gridò: “Se fossi sicura che quello che dico è una stronzata, mi avresti già distrutta! Tu sai che è la verità!”
Quando infine Lucia tornò a casa, accese il computer e sul suo blog scrisse:
“Oggi ho conosciuto una pazza.”
I mesi passarono lentamente. Lucia cercava di divertirsi con gli amici, ma avvertiva che le mancava qualcosa. L’assenza di bellezza, di talento, di successo. Impediva a se stessa di scivolare nella tristezza e spesso si trovava a passare le giornate contemplando da riva il grande mare dell’angoscia, chiedendosi con terrore se non sarebbe stata meglio lì dentro piuttosto che fuori. Dentro di sé, sapeva che Martina aveva ragione.
Non l’aveva mai più rivista.
Fino a una mattina di Marzo.
Era arrivata in ritardo e invece di entrare aveva preferito vagare per l’Accademia, contemplando la sua bellezza e la sua decadenza. Si era imbattuta in una piccola aula, che pensava fosse stata adibita a sgabuzzino. Invece, sentiva provenire dei colpi attutiti di martello. Si avvicinò. Quando varcò la porta rimase sbalordita.
Nella stanzetta c’era Martina che scolpiva. Era totalmente concentrata e la pietra sembrava rispondere a ogni colpo, viva. Martina stava liberando qualcosa nascosto dentro di essa: una creatura meravigliosa, eterea. Lucia era affascinata e poté contemplare a lungo l’opera, senza che Martina se ne accorgesse. La figura era una ragazza, forse, ma il corpo appariva leggero come un giunco, senza essere appesantito da seni o fianchi, simile a quello delle ballerine; il volto aveva lineamenti delicati, come quelli di una bambina; il movimento era soave come un passo di danza. Sì, doveva essere una ballerina. La scultura era terminata solo fino all’altezza delle cosce, così sembrava impedita a spiccare il volo dalla nuda pietra che la teneva ancorata a terra.
Martina lavorava instancabilmente. D’un tratto sul suo volto fiorì un’espressione di fastidio. Prese altri strumenti e fece risaltare ancora di più le costole, come se la gabbia toracica fosse una farfalla pronta a spiccare il volo. A Lucia non piacque il cambiamento e si lasciò sfuggire un sospiro.
Martina si girò e vedendola rimase di sasso.
“Che ci fai qui?”
“Mi sono affacciata e ho visto che lavoravi. Non volevo disturbare.”
“No, nessun disturbo. Figurati.”
“È molto bella, complimenti.”
“Davvero? Ti piace?”
“Molto. Ma perché hai fatto risaltare le costole? Era perfetta, adesso sembra malata.”
L’altra si rabbuiò.
“Ti sembra malata?” chiese in un sussurro.
Lucia annuì.
“Non è vero.” Era un’affermazione dogmatica. “Non è malata. È bella. Dovresti capirlo. Guarda, vieni, vieni qui.”
Lucia si avvicinò.
“Guarda le sue ossa. Sono perfette. Guarda le braccia, come esili rami di una Dafne trasformata. Le costole, il viso. La vita sottile, le gambe: motori, non zavorre. Io amo le ossa. Sono belle e ci sopravvivono. Cosa sapremmo dei popoli antichi se non avessimo ritrovato i loro scheletri, oltre che i monumenti? Cosa saremmo noi stessi senza? Solo inutili sacchi di carne, mosci. Abbiamo costruito chiese di ossa, cesellate una ad una, molto più meravigliose di qualsiasi chiesa di pietra. Ti dicono chi sei.”
Lucia era sconvolta.
“Ti prego.” Martina la stava quasi supplicando.
“Cosa?”
“Comprendimi.”
“Eh?”
“Ti supplico, Lucia.”
Lucia sobbalzò nel sentire il proprio nome.
“Ma che cosa stai dicendo?”
“Ascoltami. Ripensa a quello che ti ho detto tempo fa. Seguimi.”
“Dove?”
“Via, dove c’è la perfezione che cerchi.”
Lucia sospirò.
“Tu sei pazza.”
“No Lucia. Tu sei pazza. A non ascoltarmi. Senti cosa chiede la tua anima, esaudiscila. Ti chiede un corpo perfetto, ti chiede di sfondare, ti chiede le ossa, ti chiede coraggio. Abbi il coraggio di prendere in mano la tua vita!”
Lucia era ancora più sconvolta.
“Le ossa? Martina, sei pazza sul serio? Cosa gliene frega alla mia anima delle mie fottutissime ossa, del mio grasso o della mia timidezza?”
“Io so cosa vuoi. Non dire che non ti frega niente perché altrimenti cammineresti a testa alta sopra tutti, invece di strisciare lungo i bordi.”
Lucia ammutolì. Martina aveva ragione.
“E quindi secondo te dovrei essere così debole?”
“Non debole, ma finalmente abbastanza forte per distruggere tutte le cose brutte che ti imprigionano nella crisalide invece di farti diventare farfalla.”
Lucia voleva piangere, ma non versò neanche una lacrima.
La guardò e se ne andò.
Le parole di Martina avevano fatto germogliare dentro di lei i semi del male. Quella sera saltò la cena, dicendo che aveva mal di pancia. Aprì il motore di ricerca e digitò una semplice parola: thinspiration. Dicono che la via verso l’Inferno sia larga, a lei sembrò terribilmente ardua, ma, dopotutto, possibile.
Qualche giorno dopo, mentre era seduta al bar dell’Accademia a sorseggiare un caffè freddo, Martina arrivò e si sedette al suo tavolo.
“Ciao, come va?”
Sembrava serena e si comportava come se fossero amiche da sempre.
“Bene.” rispose Lucia laconica.
L’altra scartò l’enorme vassoio di dolci che si portava appresso, del tutto simile a quello della volta prima. Lucia la guardò con curiosità e fastidio.
Martina afferrò una enorme pasta sfoglia ricoperta di panna e fragole e per evitare di sporcarsi tese indietro le labbra, aprì la bocca e azzannò con tutte le sue forze.
“Dio, mangi come un animale!” si lasciò sfuggire.
“Io sono un animale.” rispose con tranquillità “Ne vuoi una?”
“No.”
“Ah, ecco.”
Lucia non capiva. Chi era quella ragazza? Che cosa voleva?
I giorni passavano tutti uguali, Lucia si sforzava di non provare più nulla. L’esterno era qualcosa di ostile che cercava di ghermirla e di riportarla dov’era prima e lei no, non ci voleva tornare, dove tutti erano grigi e banali e sprecavano le loro vite, lei era più forte. Le ore passate a inventarsi scuse per non mangiare. La fame come un artiglio sempre conficcato nello stomaco, il proiettile di un veterano. Abitudine. A volte di notte, mentre piangeva nel suo letto, le veniva da chiedersi perché lo stesse facendo e allora si ricordava la scultura di Martina, la sua bellezza. E piangeva più forte.
Passarono sei mesi da quell’incontro e venti chili in meno segnati sulla bilancia di Lucia. Si sentiva brava, molto brava. Forte. Buttò tutti i suoi vestiti taglia 44 e in un folle pomeriggio di shopping si rifece un nuovo guardaroba taglia 40. Ma era ancora troppo poco. La 40 è banale. Anche le ragazze con la 40 avevano la cellulite, o qualche rotolino, o un po’ di pancetta. Lei voleva solo le ossa. Non si è mai troppo magre. La 40 era fortuna, non volontà. E lei di volontà ne aveva da vendere, perché sapeva che se si fosse voltata indietro anche solo per un secondo sarebbe morta, come Orfeo che uccide la sua Euridice.
Si sforzò in tutti i modi di far scendere la sua dieta giornaliera da 600 calorie ad almeno 400, ma ogni gradino era sempre più difficile. I suoi genitori finalmente si erano accorti che quella sua fissa per dimagrire non era salutare e passeggera, ma un cammino intrapreso con gli occhi bendati di follia.
All’inizio l’avevano guardata con stupore: era sempre stata una ragazza normale, solo un poco abbondante nelle forme. Non aveva bisogno di dimagrire, tuttavia qualche settimana di dieta non le avrebbe certo fatto male e la madre in cuor suo gioì del fatto che la figlia sarebbe stata più carina. Ma quando incominciarono a capire, Lucia era già troppo lontana. Da mesi non usciva più con nessuno e aveva troncato i rapporti con tutti i suoi vecchi amici, definendoli con due parole che erano calate come pietre: sfigati e deboli. “Deboli?” aveva chiesto la madre. Lucia non aveva risposto, ma nel suo sguardo c’erano pensieri pieni di veleno. “Proprio come voi.”
Da allora i suoi genitori non ebbero più alcuna influenza su di lei, per cui passarono alle minacce.
Smettila, chiamiamo il medico.
Ti portano in clinica.
Sei malata.
La prospettiva di un dottore o di un’intera equipe di strizzacervelli non la spaventava: se aveva sconfitto il suo corpo, poteva sconfiggere tutto il resto.
Lasciava che le parole dei suoi le scivolassero addosso e le immaginava rimbalzare sulle costole che oramai erano affiorate. Quando era da sola in casa si spogliava e si specchiava per ore. Si tastava qua e là, imparando che le costole sono la parte più facile, mentre è difficile far venire fuori i femori, le anche. Si tastava il seno attraverso la stoffa del reggiseno e pensava “Tranquilla, presto non ne avrò più bisogno”. I chili che ancora la appesantivano le parevano l’orribile pelliccia di un licantropo. Oh, per non parlare dei peli. Le crebbero più lunghi e più neri, costringendola a passare ore a depilarsi con cura. Non le dispiaceva prendersi cura del proprio corpo, d’altronde non faceva altro. La sua anima languiva e lei prendeva la macchina solo per scattarsi foto furtive dei suoi progressi da andare a pubblicare su Internet.
Tempo prima un amico le aveva detto che se avesse continuato così il suo corpo, consumato il grasso, avrebbe mangiato i muscoli.
“Davvero?” aveva mormorato con tono speranzoso. Anche i muscoli?
Meraviglioso.
Digiunava quando poteva.
Si misurava ossessivamente, milioni di volte al giorno, e annotava tutto con rigore maniacale.
L’unica libertà è morire di fame.
Lucia aveva una nuova religione.
Quando si accorse che le 400 calorie non le bastavano più, pensò di ridurle ancora, ma si accorse che le era impossibile. Debole a tal punto? Si sentiva svenire se non mangiava nulla, nemmeno la verdura scondita e il caffè con cui sopravviveva quotidianamente. I suoi nervi erano sempre più fragili e aveva bisogno di ingurgitare qualcosa. Una notte, in un momento, pensò di mangiare se stessa. In quell’attimo di incubo le parve un’idea geniale, poi si rese conto che sarebbe stato inutile.
All’inizio usciva a correre tutte le mattine prima di andare all’Accademia, ma ora non se la sentiva più. Era diventata così debole nel corpo e così forte nello spirito. Era il prezzo da pagare. Ora si sentiva leggera, si sentiva volteggiare al di sopra di tutti gli altri. Proprio come aveva detto Martina.
Così incominciò a vomitare. Si teneva la sensazione di caldo, datagli dal cibo ingerito, stretta al ventre per qualche minuto e poi correva in bagno a vomitare tutto. Era orribile, ma non riusciva a fare diversamente.
Un giorno, 10 chili dopo, vomitò sangue. Era al limite, pesava meno di 40 chili e tutte le ossa erano in bella vista. Sperava di poter scendere ancora un po’, ma non riusciva ad alzarsi da letto. Stava stesa lì, sulle coperte di quando era ragazzina, si accarezzava le anche, le costole, le ginocchia. Sentiva che il suo corpo piano piano se ne stava andando, come un tessuto antico e usurato che cede filo dopo filo, e l’anima stranamente leggera, staccata.
All’ennesima minaccia di chiamare una clinica non rispose neanche più.
Chiuse gli occhi.
D’un tratto, il suo cellulare suonò. Un sms. Lo lesse.
Martina. Quella sera. Perché?
Le aveva chiesto di accompagnarla a una festa.
Si alzò dal letto come uno zombie e in qualche modo riuscì a vestirsi e a uscire di soppiatto.
“È a casa di un mio amico, vieni!”
Martina non era cambiata e si mostrò totalmente indifferente alla trasformazione di Lucia.
Si vide riflessa nello specchietto di un motorino: era grigia, pallida come un fantasma.
“Vieni, su” disse Martina con un tono stranamente dolce e quasi materno, prendendola per mano e conducendola lungo un viale, fino a entrare in un portone e salire le scale.
Lucia si lasciava guidare, leggera come l’aria, senza opporre resistenza. Appena ebbero varcato la porta, furono investite da una corrente di musica, persone e colore. Ogni cosa si muoveva e oscillava. Un terremoto. Sprazzi di colore ovunque, luce, buio, colore, luce, buio, colore. Gli occhi di Lucia erano feriti.
La festa era rumorosa, affollata, disordinata, caleidoscopica. Lucia si sentiva male, aveva voglia di vomitare, ma sapeva che se ci avesse provato ad andarsene via probabilmente sarebbero state le sue viscere. Martina se ne accorse e le propose di andare fuori, a prendere una boccata d’aria fresca in strada.
Quando uscirono, Lucia cadde bocconi per terra, con la vista annebbiata.
Sollevò gli occhi e vide Martina sorridere, dolcemente.
“Che… cosa… stai facendo?” le chiese con un filo di voce, sconvolta al pensiero che una persona potesse star lì a guardarla morire sorridendo.
“Lucia, tranquilla.” Martina si chinò su di lei, le accarezzò il viso e un seno che non esisteva più.
Voleva ribattere, ma non ce la faceva.
“Ora sei pronta.”
“Per… cosa?”
Ogni parola era una tortura.
“Per venire con me.”
“Te?”
“Lucia, non hai ancora capito chi sono?”
Martina si sollevò. Lucia scorse una folla che si stava lentamente avvicinando lungo il viale, eterea, pallida, indefinita. Era la nebbia o la sua vista? Oppure erano loro?
Un vento freddo iniziò a spirare, sibilando lieve tra gli alberi. La folla si avvicinava. Lucia riuscì a scorgerne i personaggi. Semiuomini, semischeletri. Morti grigiastri, con passo strascicato, le braccia penzoloni. Lucia sentì il terrore. Non era un film horror, né un’allucinazione.
La folla si avvicinava sempre più. Lucia si accorse con raccapriccio che le somigliavano tutti, con la pelle tesa fino allo spasimo sulle ossa, gli occhi incavati e bui.
“Chi sei?” chiese disperata.
Martina rispose con una voce diversa, più antica.
“Voi uomini mi chiamate Diavolo, o Avversario, o in mille altri modi. Non ho mai capito perché, sono solo uno che fa il proprio interesse e guarda ai propri affari.”
Senza voce e senza speranza, Lucia ascoltò.
“Non posso resuscitare i morti: quello è un potere del tuo Dio, se ci credi. Ma posso rendervi immortali. Prima o poi tenterò di riprendermi quello che un tempo era mio,” e con un gesto della mano indicò il cielo coperto di nubi “ma per il momento sono impegnato a formarmi un seguito” e indicò la folla dietro di sé “che esegua i miei ordini. Tutto qui.” Sorrise di un sorriso affilato come una falce di luna.
Non demoni, ma uomini.
“Ah, tra le altre cose, mi piace distruggere.” soggiunse con un ghigno.
“E… ora?”
“Ora è per sempre. Quando ti ho toccata, il tuo cuore è cambiato: ora batterà in eterno.”
Lucia rantolò.
“Benvenuta all’Inferno.”
Note della Redazione
Racconto iscritto al concorso Vaults 2009 (Edizioni Ferrara / Area 31 / Club GHoST).
L’AUTRICE
Giulia Arena è nata a Sanremo il 2 Aprile 1992. Ha una grande passione per la scrittura, specialmente per il genere horror, e già da diversi anni partecipa a concorsi online. Oltre a questo, ama la fotografia, la lettura e l’hand made, ed è da sempre affascinata dalla cultura gotica, predilige in particolare Edgar Allan Poe e Charles Baudelaire.
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