The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt

Cenerentola versione horror

Una visione di grande interesse per gli amanti del genere

The Ugly Stepsister (Norvegia, Polonia, Svezia, Danimarca 2025)
Regia: Emilie Blichfeldt. Soggetto: Cenerentola dei Fratelli Grimm. Sceneggiatura: Emilie Blichfeldt. Fotografia: Marcel Zyskind. Montaggio: Olivia Neergaard-Holm. Musiche: Kaada, Vilde Tuv. Scenografia: Sabine Hviid, Klaudia Klimka-Bartczak. Costumi: Manon Rasmussen. Trucco: Anne Catherine Sauerberg, Thomas Foldberg. Effetti speciali: Peter Hjorth. Case di Produzione: Mer Film, Lava Films, Zentropa, Motor. Produttore: Maria Ekerhovd. Produttore esecutivo: Siv Dyb Wangsmo, Øistein Refseth, Axel Helgeland, Jesper Morthorst, Christian Thorpe, Ada Solomon, Tormod Ringnes, Vincent Larsson, Kristina Börjeson, Magnus Thomassen, Ketil Lømsland. Distribuzione (Italia): I Wonder Pictures. Paese di Produzione: Norvegia, Polonia, Svezia, Danimarca, 2025. Durata: 109’. Genere: Orrore, Grottesco. Lingua Originale: Norvegese. Titolo Originale: Den Stygge Stesøsteren. Interpreti: Lea Myren (Elvira), Ane Dahl Torp (Rebekka), Thea Sofie Loch Næss (Agnes / Cenerentola), Flo Fagerli (Alma), Isac Calmroth (Principe Julian), Malte Gårdinger (Isak), Ralph Carlsson (Otto), Cecilia Forss (Sophie von Kronenberg), Katarzyna Herman (Madame Vanja), Adam Lundgren (Dr. Esthétique), Willy Ramnek Petri (Frederick von Bluckfish), Kyrre Helum (Jan), Isac Aspberg (buongustaio), Albin Weidenbladh (onnivoro), Oksana Cherkashyna (cuoca), Richard Forsgren (caposala), Paweł Janyst (banchiere), Piotr Czarnecki (guardia di frontiera), Agnieszka Żulewska (madre di Agnes), Staffan Kolhammar (messaggero), Philip Lenkosvky (barone von Bluckfish).

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L'opera firmata da Emilie Blichfeldt, The Ugly Stepsister, si configura come una stimolante e viscerale rilettura horror della celebre fiaba di Cenerentola, capace di fondere magistralmente stilemi drammatici e un'affilata satira sociale. Il lungometraggio evoca chiare suggestioni concettuali e visive con The Substance di Coralie Fargeat, condividendone la decostruzione grottesca del corpo e dell'ossessione per l'avvenenza. Al centro della narrazione vi è una riflessione cupa sulla bellezza intesa come patologia morbosa e alienante. Sfruttando con perizia la cornice storico-fiabesca, la regia lancia un'invettiva rivolta sia alla società dell'epoca sia alle dinamiche contemporanee, all'interno delle quali la figura femminile si trova schiacciata da improponibili standard di perfezione che alimentano un vortice di frustrazione e invidia.

La sceneggiatura evita programmaticamente ogni deriva consolatoria e non concede alcuna indulgenza alle sue protagoniste, dipingendo il nucleo familiare al femminile privo di qualunque aureola vittimistica. Fin dagli esordi del racconto, emerge il ritratto cinico della madre, la quale convola a nozze con un anziano nobiluomo unicamente per bramosia finanziaria, salvo poi scoprire con sgomento che l'uomo non possiede alcuna ricchezza ed è sommerso dai debiti. Questa latente disperazione economica si traduce in un'asfissiante pressione psicologica esercitata sulle figlie, spronate spietatamente a conquistare un partito facoltoso per garantire la sopravvivenza del casato, inseguendo il sogno dogmatico dell'unione con il principe.

L'improvviso giungere dell'invito al gran ballo di corte innesca una competizione sotterranea e tossica, esasperando la rivalità tra la protagonista Elvira (Lea Myren) e l'avvenente sorellastra Agnes (Thea Sofie Loch Næss). Nel disperato tentativo di colmare il divario estetico che la separa da Agnes, Elvira si sottopone a un'escalation di pratiche estreme. Il film declina il body horror attraverso interventi di chirurgia estetica decisamente rudimentali per l'epoca, coordinati da un medico surreale e propedeutici a sequenze splatter di ottima fattura. A questo si aggiunge l'espediente dell'ingestione della tenia per consentire un dimagrimento forzato, elemento che accentua l'isteria della protagonista verso l'omologazione ai canoni estetici.

Questo rovinoso declino psicofisico trova il proprio climax espressivo in un segmento finale travolgente e volutamente iperbolico, che prende avvio durante la festa reale per poi esplodere nell'iconica sequenza del taglio delle dita dei piedi, atto estremo compiuto pur di calzare la scarpetta cercata dal principe. La disfatta dell'illusione sfocia così nella totale e grottesca distruzione dell'avvenenza artificialmente edificata. Dal punto di vista visivo, il film si distingue per un apparato formale di notevole impatto: l'atmosfera da fiaba classica viene continuamente squarciata da virate cupe e macabre, sorrette da una ricercata scenografia sette-ottocentesca e da un vivace impianto cromatico con azzeccate contaminazioni pop, consacrando l'opera come una visione di grande interesse per gli amanti del genere.

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A cura di Valerio Santori



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