Volume che raccoglie quindici racconti
Dove la morte, il perturbante e l'irruzione dell'assurdo incrinano continuamente la normalità
Quindici storie fra l'inquietudine, il desiderio e la morte
Ci sono scrittori fantastici che amano spalancare le porte dell'incubo, mostrando al lettore creature mostruose, apparizioni e mondi impossibili. Thomas Owen preferisce invece insinuare il dubbio nella realtà quotidiana, alterandola con piccoli particolari che finiscono per assumere un significato inquietante. Thomas Owen, pseudonimo di Gérald Bertot, è stato anche critico d'arte con il nome di Stéphane Rey. La sua formazione e la sua sensibilità sembrano riflettersi in una scrittura attenta alle immagini, alle atmosfere e alla capacità di un dettaglio di modificare radicalmente la percezione di una situazione. Il suo fantastico non ha bisogno di costruire universi lontani dal nostro: gli basta intervenire su ciò che conosciamo, introducendo una crepa attraverso la quale filtra qualcosa di inspiegabile.
È un fantastico meno interessato allo spettacolo dell'orrore che alla sua lenta penetrazione nella coscienza, dove il confine fra immaginazione e realtà diventa sempre più incerto. Pubblicato originariamente in Belgio nel 1975 da Marabout, nella storica collana Bibliothèque Marabout Fantastique (di cui la collana Bizarre mantiene rigorosamente la grafica originale), Kavar il ratto rappresenta una tappa significativa nella produzione di Thomas Owen. Agenzia Alcatraz lo riporta oggi ai lettori italiani, continuando la sua opera di riscoperta del fantastico belga del Novecento e, in particolare della sua opera oltre a quella di Jean Ray e di Gérard Prévot. Un'ultima precisazione bibliografica: nel 1998 la raccolta fu riproposta anche da Lefrancq, nel terzo volume delle Œuvres complètes di Owen.
Il volume raccoglie quindici racconti nei quali la morte, il perturbante e l'irruzione dell'assurdo incrinano continuamente la normalità. Agenzia Alcatraz, attraverso la collana Bizarre e la traduzione di Camilla Scarpa, ci restituisce un'opera significativa di uno scrittore belga che meriterebbe una maggiore attenzione da parte dei lettori italiani.
Il racconto che dà il titolo al volume costituisce un esempio particolarmente significativo di questa poetica. Kavar è un vecchio orologiaio, e già la sua professione introduce una dimensione simbolica: l'orologio misura il tempo, ne scandisce il trascorrere e ricorda all'uomo che ogni esistenza è sottoposta a un processo di logoramento. Ma in Owen il tempo non rimane una semplice misura astratta. Si lega al corpo, alla sua trasformazione e alla possibilità che l'identità umana venga progressivamente contaminata da qualcosa di animale e repulsivo. Il ratto, creatura tradizionalmente associata alla sporcizia, alla decadenza e alla morte, diventa così una figura ambigua, sospesa fra l'umano e il bestiale. Non è soltanto un'immagine grottesca: è una presenza capace di mettere in discussione la separazione rassicurante fra ciò che consideriamo civile e ciò che vorremmo tenere lontano. Owen conosce bene il potenziale perturbante degli animali e delle loro connotazioni simboliche. Il suo orrore, tuttavia, resta lontano dagli eccessi sanguinolenti dell'horror più esplicito: preferisce insinuarsi attraverso la deformazione e l'ambiguità. Attorno a questo nucleo si dispongono quattordici altre storie, che già nei loro titoli suggeriscono la varietà dell'immaginario di Owen. Introduce immediatamente un richiamo agli spazi tradizionali del gotico, mentre Lo specchio e Ritratto di uno sconosciuto rimandano a immagini nelle quali la percezione dell'identità può diventare problematica. La visita e *Amanda, pourquoi ?* evocano invece incontri e interrogativi che sembrano nascondere qualcosa oltre la loro apparente semplicità. Non occorre necessariamente ricondurre tutti questi racconti a un'unica formula. La forza di una raccolta come questa sta proprio nella possibilità di attraversare differenti declinazioni del fantastico, lasciando che ciascuna storia trovi il proprio equilibrio fra mistero, ossessione e inquietudine. Il titolo La bellezza della vita introduce una suggestione che sembra già contenere una contraddizione, mentre Lydia… alla follia! richiama un universo nel quale la passione e la perdita del controllo possono diventare inseparabili. È soprattutto nel rapporto fra desiderio e morte che la scrittura di Owen mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. L'erotismo non costituisce semplicemente un elemento decorativo, né serve a rendere più seducente l'orrore. Diventa piuttosto una forza ambigua, capace di trascinare i personaggi verso situazioni nelle quali attrazione e repulsione finiscono per confondersi. Le figure femminili possono assumere una presenza perturbante, mentre le ossessioni individuali aprono spazi nei quali la ragione perde progressivamente la propria autorità. Il fantastico si avvicina così a una dimensione psicologica: ciò che spaventa non è soltanto un'eventuale manifestazione soprannaturale, ma anche la possibilità che nell'essere umano si nascondano impulsi che egli stesso non riesce a comprendere. Un altro titolo particolarmente suggestivo è Pavana per un'infanzia defunta. L'immagine di una pavana, danza lenta e solenne, accostata a un'infanzia ormai perduta, suggerisce una relazione fra memoria e morte che sembra perfettamente compatibile con la sensibilità dell'autore. In Owen il passato non è necessariamente un territorio rassicurante al quale tornare: può trasformarsi in una zona spettrale, nella quale i ricordi assumono contorni incerti e ciò che credevamo definitivamente concluso continua a esercitare la propria influenza sul presente. Anche Variazioni Goldberg, Dagyde e Il cancello contribuiscono a dare alla raccolta un carattere eterogeneo, nel quale gli oggetti, le immagini e le situazioni quotidiane possono diventare strumenti di accesso all'ignoto. In particolare, il riferimento alle bambole di cera associato a Dagyde introduce una suggestione particolarmente efficace: la riproduzione artificiale della figura umana, così simile al corpo ma priva di vita, possiede da sempre qualcosa di inquietante. È una delle immagini attraverso le quali il fantastico può interrogare il confine fra animato e inanimato, presenza e assenza. A completare il volume troviamo Le tre grazie, Il samaritano smarrito e Buona fortuna, O'Keefe !, titoli che ampliano ulteriormente il repertorio della raccolta.
Il recupero di Agenzia Alcatraz ha quindi un valore che va oltre la semplice ristampa. La collana Bizarre sta offrendo spazio a opere e autori che rischierebbero altrimenti di rimanere confinati nella memoria degli appassionati, riportando all'attenzione una concezione del fantastico meno legata alle mode e più interessata alla complessità dell'esperienza umana.
L’AUTORE
Thomas Owen (pseudonimo di Gérald Bertot, Lovanio, 22 luglio 1910 - Bruxelles, 2 marzo 2002) è stato uno scrittore belga in lingua francese, tra i massimi esponenti della letteratura fantastica, del bizzarro e del terrore. Dopo aver studiato giurisprudenza, si appassionò al surrealismo e lavorò come critico d'arte (firmando con lo pseudonimo Stéphane Rey). Negli anni '40 esordì come autore di racconti polizieschi, per poi virare verso la narrativa del bizzarro e del soprannaturale – ispirato e legato da profonda amicizia con il maestro belga Jean Ray. Ha scritto oltre 300 racconti, pubblicati in celebri antologie come Les chemins étranges (1943), La cave aux crapauds (1945), Cérémonial nocturne (1966) e Le Rat Kavar (1975). Considerato un pilastro della "Scuola Belga del Bizzarro", le sue opere sono state riscoperte e rilanciate anche in Italia da editori come Agenzia Alcatraz.
Kavar il ratto
Autore: Owen Thomas
Traduttore: Camilla Scarpa
Collana: Bizarre
Editore: Agenzia Alcatraz
Anno: 30 ottobre 2026
Pagine: 192
Dimensioni: 13.1 x 1.5 x 18.9 cm
ISBN-13: 978-8885772793
Prezzo: 17,00 €
A cura di Cesare Buttaboni
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