La sedia maledetta di Thomas Busby

Storia e tradizione

Una leggenda nera tra delitto, patibolo e memoria popolare

La vicenda di un condannato a morte e di una sedia legata a racconti di incidenti, paura e superstizione.


In una sala del Thirsk Museum, nel North Yorkshire, è esposta una sedia di legno che attira l’attenzione non per la sua eleganza, ma per la reputazione che le è stata cucita addosso. La tradizione la chiama Busby Stoop Chair, oppure “sedia della morte”, e sostiene che chiunque vi si sieda sia condannato a incontrare una fine improvvisa. Oggi l’oggetto è tenuto sollevato, fuori dalla portata dei visitatori. Il museo presenta la vicenda come una leggenda legata a Thomas Busby, un uomo giustiziato nel 1702, e ricorda che la sedia arrivò nelle sue collezioni nel 1978, dopo avere fatto parte dell’arredo di un’osteria della zona.

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La storia ha il fascino cupo delle narrazioni in cui un oggetto comune diventa il perno di un’antica colpa. Eppure, per capire davvero la sedia di Busby, occorre separare i fili intrecciati nel racconto: l’esistenza storica di un omicidio e di un’esecuzione, la tradizione locale sul fantasma e sulla maledizione, e le morti più recenti che sarebbero state provocate dalla sedia. Le fonti non attribuiscono a tutti questi elementi lo stesso grado di certezza. La vicenda è dunque interessante tanto per ciò che racconta quanto per il modo in cui, nel corso del tempo, è stata arricchita e rielaborata.

Un omicidio sullo sfondo di un’attività clandestina
La figura di Thomas Busby è collocata all’inizio del Settecento, in un paesaggio rurale nei dintorni di Thirsk. Il museo locale lo descrive come un falsario di monete e un uomo dedito al bere, e identifica Daniel Auty come suo suocero e vittima. Secondo la versione museale, Busby uccise Auty nel 1702; dopo l’arresto, il processo e la condanna, venne impiccato. Il suo corpo fu poi esposto in catene presso un palo eretto vicino a un incrocio, una forma di punizione pubblica che prolungava la pena oltre la morte e trasformava il cadavere in un avvertimento visibile per chi percorreva la strada.
Un articolo del Northern Echo aggiunge un dettaglio importante e invita alla cautela sulle ragioni del delitto. La curatrice del museo citata nel reportage riferiva che non era emersa una prova contemporanea del presunto matrimonio fra Busby e la figlia di Auty. La stessa ricostruzione indicava invece che i due uomini sarebbero stati coinvolti nella contraffazione di monete e che la lite mortale avrebbe potuto riguardare la divisione dei proventi. Tuttavia, gli atti processuali delle assise del 1702 non sarebbero sopravvissuti, perciò alcuni particolari della vicenda giudiziaria restano incerti. Il giornale riportava anche che lo storico Ralph Thoresby aveva annotato nel 1703 di aver visto il corpo di Busby esposto per l’omicidio di Auty: un riscontro precoce della memoria del patibolo, non della maledizione della sedia.

L’esposizione del cadavere è parte essenziale del paesaggio narrativo. Il luogo avrebbe preso il nome di Busby Stoop, dal palo o sostegno al quale era appeso il corpo. Il nome passò poi all’osteria vicina, ricordata come Busby Stoop Inn. In questo modo il racconto lega il destino personale di Busby a un punto preciso della strada: il luogo dell’esecuzione, il palo e l’osteria diventano tappe di una sola geografia del terrore. La pagina del museo colloca il palo a un incrocio isolato e spiega che l’osteria assunse il nome dalla struttura usata per esporre i resti del condannato.
La memoria del gibbet - il patibolo destinato a mostrare il corpo dopo l’esecuzione - avrebbe continuato a circolare ben oltre la morte di Busby. Il Northern Echo richiama una descrizione ottocentesca attribuita allo storico locale William Grainge, secondo cui i resti rimasero esposti alle intemperie finché si dispersero, mentre la tradizione sosteneva che i viandanti notturni provassero paura passando da quel punto. Non è ancora la storia della sedia maledetta, ma ne prepara l’atmosfera: una strada solitaria, un corpo lasciato in vista e una reputazione inquietante che si trasmette da una generazione all’altra.

La sedia e le diverse versioni della maledizione
La leggenda più nota racconta che Busby avesse un posto preferito nell’osteria e che la sedia fosse proprio quella. La ragione per cui sarebbe nata la sua ira cambia a seconda della versione. In alcuni racconti, Auty si sarebbe seduto sulla sedia durante una lite legata alla figlia; in altri, il dissidio sarebbe stato più direttamente connesso ai contrasti fra i due complici. Anche il rapporto familiare viene presentato con sicurezza da alcune narrazioni, mentre la ricostruzione riportata dal Northern Echo segnala che non è stato possibile documentare che Busby fosse davvero sposato con la figlia di Auty.
Un’altra scena, diventata centrale nella tradizione, colloca la sedia sul cammino di Busby verso la morte. Si dice che il condannato abbia domandato una sosta all’osteria per bere un’ultima volta. A quel punto avrebbe invocato una sorte funesta per chiunque avesse osato prendere il suo posto. Le parole precise attribuitegli non sono stabili e non esiste, secondo la curatrice intervistata dal giornale, una testimonianza documentaria coeva che provi che Busby abbia pronunciato una maledizione. È dunque più corretto parlare di parole tramandate dalla leggenda, non di un verbale delle sue ultime dichiarazioni. La versione del museo non fissa una formula testuale: riassume il racconto come una disputa degenerata in omicidio e in una maledizione sulla sedia.
Questa elasticità non è un difetto accidentale del folklore. Il racconto orale tende a conservare un nucleo riconoscibile - l’uomo condannato, la sedia, il divieto di sedersi - lasciando però mutare le circostanze. In una versione l’oggetto diventa il motivo della lite; in un’altra è il bersaglio della vendetta pronunciata prima dell’esecuzione. A volte Busby avrebbe chiesto l’ultima bevuta, a volte l’osteria compare soltanto come il luogo in cui la sedia era rimasta. Un approfondimento sulla leggenda nota queste alternative e descrive come la fama del presunto fantasma e del sedile proibito si sia saldata alla storia del patibolo.
La promessa della maledizione è semplice e inquietante: chi siede non muore necessariamente sul posto, ma va incontro a una morte precoce. Una regola narrativa così ampia permette di associare alla sedia incidenti differenti e avvenuti in tempi diversi. La sedia sembra così attraversare le epoche, mentre la sua minaccia si adatta a ciascuna nuova testimonianza: basta che una persona vi si sia seduta e che in seguito sia morta perché la coincidenza venga incorporata nella leggenda.

Le morti attribuite al sedile
Le storie di sventura che circolano attorno alla sedia sono varie. Una delle più antiche, riportata dal Northern Echo, riguarda un uomo che lavorava come spazzacamino e che, secondo il racconto, dopo essersi seduto nell’osteria sarebbe stato trovato morto il mattino successivo nei pressi del palo del gibbet. Lo stesso articolo osserva però che la storia non regge a un controllo: non vi sarebbe stato un palo nel luogo indicato e l’inchiesta sulla morte avrebbe concluso che si trattava di suicidio. È un esempio significativo di come la versione spettrale possa essere più memorabile dei dettagli registrati dalle fonti.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’osteria sarebbe stata frequentata da aviatori canadesi di una base vicina. La voce locale sosteneva che alcuni si sfidassero a provare la sedia e che chi lo faceva non tornasse dalle missioni. In seguito, le cronache della maledizione si concentrarono su incidenti più circoscritti: nel 1967, secondo il reportage, due piloti della Royal Air Force morirono quando l’auto sulla quale viaggiavano urtò un albero; negli anni successivi, un muratore sarebbe precipitato da un tetto, una donna delle pulizie sarebbe morta per un tumore al cervello e un addetto alle consegne di birra avrebbe perso la vita in un incidente stradale poco dopo essersi seduto sulla sedia. Il museo riassume con maggiore prudenza il collegamento fra sedile e fatalità, dicendo che negli anni Settanta alcuni incidenti mortali furono associati alla sedia e ricordando che i piloti in tempo di guerra la ritenevano di cattivo auspicio.
È importante formulare queste vicende per quello che sono: episodi riferiti e collegati a posteriori alla presunta maledizione, non dimostrazioni che la sedia abbia causato le morti. Il reportage attribuisce la crescita del racconto anche alla ripetizione: Tony Earnshaw, il locandiere che la gestì per lungo tempo, raccontò la storia così tante volte che, secondo il giornale, finì per credervi. La curatrice del museo suggeriva inoltre che gli incidenti potessero avere spiegazioni ordinarie, indipendenti dall’oggetto. La leggenda non ha bisogno di dimostrare un nesso causale; le basta costruire una sequenza di coincidenze che appaia convincente a chi già teme la sedia.

Dal pub al museo: un oggetto sottratto alla prova
La svolta decisiva arrivò nel 1978. Stando alla ricostruzione del museo, il proprietario dell’osteria chiese che la sedia fosse trasferita a Thirsk, e la condizione era che non potesse più essere usata. Da allora il sedile è stato appeso in alto e, secondo il museo, nessuno vi si è più seduto. Anche il Northern Echo riferisce che il locandiere la donò al museo chiedendo che fosse tenuta sospesa, così da impedire ai visitatori di provarla.
Il trasferimento ebbe un effetto curioso. Da una parte mise fine alla possibilità di ripetere il rituale che alimentava la voce: niente più sfide fra avventori, niente più sedute che potessero diventare l’inizio di un nuovo aneddoto. Dall’altra trasformò la sedia in un reperto pubblico e fissò la leggenda in un luogo visitabile. Il museo conserva così sia un manufatto sia una storia locale; l’esposizione non certifica che la maledizione sia reale, ma testimonia quanto la vicenda abbia segnato l’immaginario di Thirsk.
C’è inoltre un particolare materiale che complica il racconto. Il reportage riferisce che lo storico del mobile Adam Bowett esaminò le parti tornite della sedia e concluse che erano state lavorate con un tornio meccanico. Poiché le sedie del Seicento venivano normalmente lavorate con strumenti differenti, Bowett la identificò come un esemplare di stile Caistor prodotto non prima del 1840, oltre un secolo dopo la morte di Busby. Il dato rende improbabile che la sedia esposta sia proprio il mobile su cui il condannato avrebbe riposato nel 1702. Non esclude, però, che nell’osteria esistesse una sedia più antica, né cancella la tradizione: mette in dubbio l’identificazione di questo specifico oggetto con quello della scena originaria.
Anche i limiti documentari vanno tenuti presenti. Le informazioni diffuse dal museo e dal giornale permettono di ricostruire l’esistenza del delitto, la condanna, l’esposizione del corpo e la successiva memoria del luogo. Per contro, gli atti delle assise risultano perduti secondo la fonte giornalistica, la maledizione non è attestata da una testimonianza contemporanea e il mobile conservato sarebbe molto più recente. La leggenda cresce proprio nello spazio fra ciò che è ricordato e ciò che non può essere provato.

Perché la storia continua a essere raccontata
La sedia di Thomas Busby sopravvive perché unisce due paure concrete e facilmente comprensibili: la paura di una morte improvvisa e quella di un luogo macchiato da un crimine. Il corpo esposto al crocevia rendeva la punizione visibile; il nome Busby Stoop conservò nella geografia locale il ricordo di quel supplizio. Più tardi, una sedia comune offrì al racconto un oggetto tangibile, attorno al quale si potevano organizzare sfide, avvertimenti e resoconti di disgrazia.

La sedia appesa nel museo non ci chiede di scegliere fra credulità e derisione. Suggerisce piuttosto di distinguere piani diversi. Thomas Busby e Daniel Auty appartengono alla storia locale così come viene ricostruita dalle fonti; la sedia maledetta appartiene alla tradizione che si è formata intorno a quella storia; i singoli incidenti sono racconti la cui associazione con il sedile non dimostra che vi sia stato un rapporto di causa. E il mobile oggi esposto, in base all’analisi citata dal giornale, potrebbe non essere neppure quello ricordato nelle prime versioni della leggenda.

Eppure la distanza fra la sedia reale e la sedia leggendaria non ne indebolisce il potere narrativo. Anzi, lo spiega. Un visitatore guarda un oggetto inerte, sospeso al soffitto, e sa che una volta qualcuno vi si sedeva in un’osteria presso un incrocio associato a un’esecuzione. Il divieto di sedersi, oggi materializzato dalla sua collocazione, prolunga la storia nel presente. Non occorre che la maledizione sia vera perché il racconto continui a funzionare: è sufficiente che ogni nuova generazione si domandi se, per una volta, qualcuno avrà il coraggio di abbassare la sedia.

A cura di Franco Pillitteri



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