Il profeta dell'eros gioioso
Intellettuale colto, ironico e irriverente che ha segnato un'epoca
Oltre i pregiudizi della critica, un viaggio lungo cinquant'anni nel cinema della trasgressione e della bellezza.
Tinto Brass nasce a Milano il 26 marzo 1933 e muore a Roma il 4 novembre 2026. Uomo di grande cultura, pure se certa critica poco avvezza a trattare argomenti erotici, l’ha sempre presentato come un voyeur dedito al porno soft. Niente di tutto questo. Basta vedere i suoi film senza pregiudizi per rendersene conto, anche se nella sua produzione non mancano momenti bassi e cadute di stile.
Brass parla con il sigaro in bocca, sfoggia citazioni colte, mostra un’eloquenza da borghese allevato alle idee di Roland Barthes e della Nouvelle Vague, con uno spirito parigino che proviene dal Sessantotto. Attraversa cinquant’anni di cinema italiano, trasformando lo stile, ma senza rinnegare la sua ispirazione, supera le ideologie, resiste alla caduta degli opposti estremismi e al disinteresse per l’impegno civile. Modifica un primitivo interesse per la sperimentazione semantica, prima in polemica contro il potere, poi spostando decisamente l’attenzione verso il sesso, rendendo esplicito un discorso di trasgressione e di polemica nei confronti del perbenismo borghese.
Il sedere femminile diventa il centro della sua opera, ma non sono da meno argomenti come il tradimento, il voyeurismo, i vizi e le perversioni giocose che rendono la vita degna d’essere vissuta.
Il Maestro dice della sua opera: “Sono il profeta dell’eros gioioso. Detesto il sesso che provoca senso di colpa, pentimento e dolore. Odio l’accoppiata amore - morte che tanto affascina certi nostri intellettuali. Racconto solo la bellezza da quando ho capito che non si può cambiare il mondo con la politica. Per me niente è più bello che un culo di donna e allora cerco di mostrarlo con le immagini. Morandi aveva le bottiglie, Monet le ninfee, io ho il sedere femminile”.
Brass è consapevole che il vero cinema non esiste più, perché la televisione lo ha ucciso definitivamente, modificando i gusti del pubblico, avvezzo a cibarsi di porcherie spacciate per cultura. Abbiamo perso il senso del bello per colpa della televisione, uno strumento di assuefazione delle coscienze che rende meno liberi e fa pensare tutti allo stesso modo. Brass non si trova a suo agio in un mondo dove tutti hanno gli stessi desideri e identici sogni, non ne vuol sapere di appiattirsi verso il basso. Preferisce seguire il vecchio pensiero di Moravia e lasciare che siano le sue ossessioni a ispirare la sua opera, senza farsi condizionare da tentazioni televisive che massificano il linguaggio e allontanano dal cinema.
Tinto Brass elegge il sesso a sistema universale per leggere la realtà, fa della forma la sua principale ragione artistica, asserendo che il contenitore è spesso più importante del contenuto. Il sesso di Tinto Brass è liberatorio e gioioso, scevro da sofferenze e analisi psicologiche, l’erotismo è piacere e gioia di vivere, oltre a servire per far deragliare una vecchia cultura clericale.
Il regista veneziano è l’autore che vivifica e nobilita l’eros su celluloide, per lui è la magnifica ossessione, la cifra stilistica, l’elemento basilare e irrinunciabile del suo cinema. La stessa macchina da presa in Brass è uno strumento erotico, perché non sono importanti le situazioni quanto il modo in cui vengono rappresentate. Nerosubianco è il suo primo film a chiara tematica erotica, che affronta il discorso del tradimento, ripreso e ampliato in Così fan tutte e nei lavori più recenti come Monamour. Il nuovo periodo del suo cinema si apre con La chiave, che dà vita a un erotismo raffinato e corposo, vitale e gioioso, anarchico e trasgressivo. Il film scandalo che porta sul grande schermo un’inedita e disinibita Stefania Sandrelli è un capolavoro del moderno erotismo, la sublimazione voyeuristica ricca di atmosfera sensuale ed erotica dello stile di Brass.
La tesi di Tinto Brass è che bisogna spostare il discorso sull’uomo e astenersi dalle ideologie che hanno fatto il loro tempo. Il tema è abbastanza vecchio e a ben vedere risale ai tempi di Ça ira (1964), film di montaggio che sconfessa ogni tipo di rivoluzione. Per costruire l’uomo nuovo di cheguevariana memoria occorre prima di tutto capire noi stessi e la nostra sessualità. Il passaggio dal primo cinema politico a un discorso eminentemente erotico è sofferto, ma fondamentale per una decisa svolta di stile e di contenuti. Brass decide di girare erotico stando in macchina, non delegando a nessuno questa operazione, perché un’attrice dà il meglio di sé quando è l’occhio del regista a fotografarla.
Nella seconda parte della sua carriera, Tinto Brass comincia a girare nei teatri di posa, compiendo una scelta felliniana che lo porta a schierarsi a favore della pura finzione. Gli interni sono sempre più falsi e artificiosi, ma pure i rari esterni vengono filmati con luce soffusa, per accentuare lo scenario surreale. Sono esemplificativi di questa poetica i terrazzi e le finestre che si affacciano su una luna piena bianchissima e davanti a un finto cielo stellato.
Il cinema di Brass prevede il topos fondamentale della donna che urina, per il regista l’urina è un fatto intimo tra due persone che mettono in comune un’esistenza. Ricordiamo Stefania Sandrelli che fa pipì nelle calli veneziane, Monella che piscia in faccia al mondo in un gesto liberatorio, la Dellera che urina nel radiatore, la Grandi che fa pipì davanti all’amante americano… Una scena simile non manca mai, neppure in Io, Caligola, pure se in quel film così travagliato tocca a un uomo pisciare sulla scena.
L’erotismo di Brass ruota attorno al culo, il bello per eccellenza, come figura geometrica che tende alla perfezione, come oggetto autonomo dal sesso riproduttivo.
“Il culo è la mia poetica, le natiche sono morbide, sinuose, curve, concave, convesse, veri simboli di erotismo. E poi nomen omen, dicevano i latini, e io mi chiamo Br-ass”, scherza.
Nel periodo in cui gira La chiave, Miranda e Capriccio (la prima trilogia erotica), il momento di miglior ispirazione, ogni attrice che lancia diventa famosa. Sono donne abbondanti, rappresentano un modello erotico che sta cambiando, ma che Brass vuole conservare nella memoria cinematografica. Le donne di oggi sono troppo perfette e asettiche, quasi finte, mentre la donna di Brass è sempre carnale, sensuale e materna. In ogni suo film lancia una scoperta che intraprende una carriera più o meno importante, ma spesso è un’attrice che viene fuori dal niente, da un incontro casuale e dalla curiosità del regista. Brass si lascia affascinare da un corpo che lo attrae particolarmente ma in una sola pellicola la sua voglia di indagare e metterlo in mostra si esaurisce, al punto che raramente ha girato due film con la stessa attrice. Vanessa Redgrave e Silvana Mangano - nel primo periodo del cinema brassiano - sono le eccezioni che confermano la regola.
Non dimentichiamo che nell’ultimo Brass risultano insistenti i temi della gelosia, del tradimento, della libertà nella vita di coppia, del voyeurismo e della donna che è il soggetto più forte e conduce il gioco all’interno del matrimonio.
Nello stile di Brass è importante anche l’utilizzo del pene finto, ormai vero e proprio marchio di fabbrica, pure se nasce dall’esigenza tecnica di avere a disposizione un’erezione senza problemi. Brass non lavora con attori hard, quindi deve fare di necessità virtù, ma si diverte a sconvolgere lo spettatore con iperbolici peni giganteschi che sembrano usciti da una stampa giapponese. Il pene di plastica sottolinea la finzione e segna la differenza tra cinema erotico e cinema porno.
Il montaggio realizzato con alto senso del ritmo fa parte dello stile di Brass ed è regia in senso stretto, un elemento della produzione cinematografica al quale non vorrà mai rinunciare.
Il regista veneziano è un maestro della macchina da presa, gioca con il controluce che nasconde i dettagli del corpo e ci fa ammirare la sagoma, inserisce gli specchi come un quarto occhio per rendere visibile ciò che non può essere immortalato da una sola prospettiva. L’attenzione maniacale per i dettagli e per gli sfondi è un’altra caratteristica fondamentale di uno stile unico nel panorama cinematografico italiano. La colonna sonora suadente accarezza le immagini ed è parte integrante della storia, quasi come la musica in un film di Dario Argento, ma con ben altri scopi. Brass gira i suoi ultimi film ricorrendo molto alla tecnica digitale, per gli interni (si vedano Monamour e Fallo!), anche se non rinuncia alla pellicola per gli esterni, reputa il digitale una grande invenzione che fa risparmiare tempo e denaro, ma al tempo stesso anche una tecnica schematica.
Alla base del cinema di Brass c’è sempre un’ampia dose di voyeurismo, un grande mestiere e l’indubbia capacità di evocare l’immaginario erotico degli italiani, condendolo con i vecchi segreti della goliardia. Brass ha fatto del suo cognome un genere, che ha scatenato una ridda di imitatori, proprio come Sergio Leone.
Il cinema di Tinto Brass è lontano mille miglia dalle produzioni dei giovani registi italiani, che lui stesso dice di non sopportare. Secondo lui, Muccino fa film formalmente perfetti ma esangui, racconta piccoli drammi borghesi e li fa interpretare da attrici che sono modelle, veline, corpi privi di anima. Brass non comprende un giovane autore votato a un cinema asettico e moralista, sostiene che ha imparato come si sta dietro la macchina da presa ma che non ha la più pallida idea di cosa metterci davanti. Su Nanni Moretti è ancora più esplicito quando lo definisce un regista lassativo, nel senso che… mi fa cacare. Ozpetek scampa agli strali di Brass, che dichiara di aver amato Le fate ignoranti e di aver scoperto il protagonista di Senso ’45 (Gabriel Garko) proprio su quel set. Pure Salvatores è promosso perché sa girare ed è capace di rinnovarsi, mentre tra gli stranieri è immenso il solo Lars Von Trier.
Brass giudica pornografica la televisione perché diseduca il pubblico alle emozioni. Non soffre perché non lo invitano ai festival, anche perché in Francia è osannato come un grande autore e nel 2002 è stato celebrato con una retrospettiva di dieci film alla Cinemathèque Française, intitolata “Eloge de la chair” (Elogio della carne), per dire che il sesso è grande spettacolo da sala. Tra i film presentati sono stati scelti lavori come Salon Kitty, La chiave, Il disco volante e L’uomo che guarda.
Tinto Brass ha sempre avuto accanto una grande collaboratrice come la moglie Carla Cipriani, una signora dai capelli grigi, minuta, occhi azzurri nascosti da lenti spesse, che mandava avanti la baracca e gestiva le produzioni. Tinto e Carla si conoscono nel 1953 ed è amore a prima vista, tra l’Harris Bar e Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin. Tinta è morta prima di Tinto (nel 2006), così il regista ha conosciuto la psicanalista Caterina Varzi e con lei si è sposato - il 3 agosto 2017 (a 84 anni) - con rito civile, in seguito facendole interpretare un cortometraggio: Hotel Courbet (2009).
Siamo certi che ci mancherà un regista trasgressivo e originale come lui, pronto a dire la sua in ogni caso, anche quando sarebbe stato meglio tacere e far finta di niente. Ho dedicato un libro al suo cinema, uscito nel 2010: Tinto Brass, il poeta dell’erotismo (Profondo Rosso Edizioni) e ne sto preparando un altro per Il Foglio Letterario, insieme a Domenico Palattella e Lorenzo Procacci Leone, che sarà più completo ed esaustivo.
Tinto Brass. Il poeta dell'erotismo
A cura di Gordiano Lupi
Tutti i diritti riservati per immagini e testi agli aventi diritto ⓒ.



