La cuccetta superiore - prima parte di Francis Marion Crawford

La nave stava rollando forte

Con mia grande sorpresa, il medico sussultò in maniera più che visibile

Qualcuno chiese i sigari. Avevamo chiacchierato a lungo, e la  conversazione cominciava a languire; il fumo del tabacco aveva  impregnato i pesanti tendaggi, il vino era arrivato fino al cervello,  intorpidendolo, ed era chiaro ormai che, se qualcuno non avesse fatto  qualcosa per sollevare i nostri spiriti depressi, la riunione sarebbe  giunta presto al suo epilogo naturale, e noi - gli ospiti - saremmo tornati  a casa in fretta per andare a letto, con ottime probabilità di piombare in  un sonno profondo.


Nessuno aveva detto cose notevoli, forse perché nessuno aveva cose  notevoli da dire. Jones ci aveva raccontato in tutti i più piccoli  particolari la sua ultima avventura di caccia nello Yorkshire. Il signor  Tompkins, di Boston, ci aveva spiegato a lungo e dettagliatamente i  principi in base ai quali la Atchinson, Topeka e Santa Fè Railroad, non  solo estendeva il suo territorio, allargava la sua influenza e trasportava  bestiame senza farlo morire di fame prima del giorno della consegna  vera e propria, ma era riuscita anche per anni a ingannare quei  passeggeri che acquistavano i biglietti nella fallace convinzione che la  suddetta Compagnia fosse realmente in grado di trasportare vite umane  senza distruggerle. Il signor Tombola aveva cercato di persuaderci con  argomenti che non c'eravamo presi la briga di demolire, che l'unità del  suo paese non assomigliava affatto al tipo corrente di siluro moderno,  progettato con la massima cura, costruito con innegabile abilità dai più  grandi arsenali europei, ma, una volta costruito, destinato ad essere  guidato da mani inette in una regione dove, senza che nessuno lo  vedesse, lo udisse o se ne spaventasse, sarebbe al di là di ogni dubbio,  esploso nelle sconfinate distese del caos politico.
Non reputo necessario fornire ulteriori particolari. La conversazione  aveva assunto proporzioni che avrebbero annoiato Prometeo incatenato  alla sua roccia, che sarebbero state sufficienti a distrarre Tantalo, e che  avrebbero respinto Issione a cercare riposo nel semplice ma istruttivo  dialogo di Herr Ollendorf piuttosto che sottomettersi al ben più grave  pericolo di ascoltare i nostri discorsi. Eravamo seduti a tavoli da ore;  eravamo annoiati, stanchi, e nessuno accennava a muoversi. Qualcuno domandò dei sigari. Istintivamente ci voltammo tutti verso  colui che aveva parlato. Brisbane era un uomo sui trentacinque anni,  notevole per quelle doti che soprattutto attraggono l'attenzione. Era un  tipo robusto. Le proporzioni della sua figura non denotavano nulla di  insolito all'occhio comune, anche se la sua statura era superiore alla  media. Era alto più di un metro e ottantacinque e piuttosto largo di spalle; non appariva grasso, ma, d'altra parte nemmeno lo si sarebbe  potuto dire magro; la testa, piccola, era appoggiata su un collo forte e  muscoloso; le mani, grandi ed energiche, sembravano dotate della  particolare abilità di rompere le noci senza l'ausilio di un comune  schiaccianoci e, guardandolo di profilo, non si poteva fare a meno di  notare la straordinaria ampiezza delle sue maniche e l'insolita misura  del suo petto. Era uno di quei tipi che, come si suol dire, ingannano,  vale a dire che, per quanto apparisse forte, era in realtà ancora più forte  di quanto apparisse. Non credo opportuno dilungarmi sui suoi  lineamenti: testa piccola, capelli sottili, naso lungo, due baffi appena  accennati e la mascella quadrata. Tutti conoscevano Brisbane e, quando chiese un sigaro, tutti lo guardarono.
"È una questione molto singolare", disse Brisbane.
Tutti smisero di parlare. La voce di Brisbane non era alta, ma aveva la  caratteristica di insinuarsi nella conversazione generale e di tagliarla  come un coltello. Tutti si fecero attenti. Quando si accorse di essere  riuscito ad accaparrarsi l'interesse generale, Brisbane accese il sigaro  con tutta tranquillità.
"È una questione molto singolare quella dei fantasmi", continuò. "Tutti  chiedono sempre se qualcuno ha visto un fantasma. Ebbene, io l'ho  visto."
"Chi? Voi? Che cosa volete dire, Brisbane? Via, un uomo della vostra  intelligenza..."
Un coro di esclamazioni accolse la straordinaria affermazione di  Brisbane. Tutti chiesero sigari, e Stub, il maggiordomo, si materializzò  improvvisamente da chissà dove con una nuova bottiglia di champagne  secco. La situazione era salva; Brisbane stava per narrarci qualcosa.

"Sono un vecchio marinaio", disse Brisbane, "e devo traversare  l'Atlantico abbastanza spesso. Come è logico, ho le mie preferenze.  Quasi tutti gli uomini hanno le loro preferenze. Ho visto un tale  aspettare in un bar di Broadway per tre quarti d'ora una certa vettura  pubblica che gli riusciva particolarmente gradita. Credo che dalle preferenze di costui il proprietario del bar derivasse almeno un terzo  del suo reddito.
Ho l'abitudine di aspettare certe determinate navi quando sono  obbligato ad attraversare l'oceano. Forse sarà un pregiudizio, ma in vita mia ho sempre avuto buone traversate, con un'unica eccezione. La  ricordo benissimo: era una tiepida mattina di giugno, e gli ufficiali di  dogana, in attesa di un transatlantico che già stava risalendo da Quarantine, avevano un'aria indaffarata e pensierosa. Il mio bagaglio  non era granché; non mi porto mai appresso molto.
Mi unii alla folla dei passeggeri, dei facchini e di quegli ossequiosi individui in giacca azzurra e bottoni di ottoni che sembrano spuntare come funghi dal ponte di una nave all'ancora per offrire i loro non  richiesti servigi ai passeggeri dotati di spirito di indipendenza. Ho notato spesso con un certo interesse l'evoluzione spontanea di questi  signori. Non ci sono quando arrivate; cinque minuti dopo che il pilota  ha gridato "Avanti!" essi, o almeno le loro giacche azzurre e i loro bottoni di ottone, sono scomparsi dai ponti e dalle passerelle nella maniera più assoluta, quasi fossero stati tutti quanti chiusi in quello stanzino che la tradizione attribuisce unanimemente a Davy Jones. Ma, al momento della partenza, eccoli, rasati di fresco, con tanto di giacca azzurra, smaniosi di intascarsi una mancia.
Mi affrettai a salire a bordo. Il Kamtschatka era una delle mie navi  preferite. Dico era perché ci tengo a sottolineare che ora non lo è più.  Non posso infatti immaginare allettamento in grado di convincermi a fare un altro viaggio su quella nave. Sì, so che cosa volete dire, è  pulitissima, ha un tonnellaggio tale da assicurare la stabilità e le cuccette inferiori sono per la maggior parte doppie. Presenta un mucchio di vantaggi, ma io non farò più traversate con essa.
Scusate la disgressione. Salii a bordo, dunque, e subito venni avvicinato da uno steward, il cui naso rosso e i cui baffi ancora più rossi mi erano  ugualmente familiari.
"Centocinque, cuccetta inferiore", dissi, con il tono disinvolto, caratteristico di chi considera una traversata dall'Atlantico una faccenda normale come quella di prendere un cocktail da Delmonico, in  centro.
Lo steward prese la mia valigia, il mio cappotto e il mio plaid. Non dimenticherò mai l'espressione del suo viso. Non che si facesse pallido. I più celebri maghi sostengono che neppure i miracoli possono mutare il corso della natura. Non esito a dire che non diventò pallido, ma, dalla sua espressione, pensai che fosse sul punto di piangere, o di starnutire, o di lasciare cadere la mia valigia. Dato che quest'ultima conteneva due  bottiglie particolarmente pregiate di sherry che mi erano state offerte in omaggio per il viaggio dal mio vecchio amico Snigginson van Pickyns, mi sentivo estremamente nervoso. Ma lo steward non fece nulla di quanto temevo.
"Bene, che sia dannato!", disse a bassa voce, e mi precedette.
Pensai che il mio Mercurio, quello che mi stava guidando verso la zona degli Inferi, avesse bevuto un po' troppo grog, ma non dissi nulla e lo seguii. La centocinque era sulla sinistra della nave, verso poppa. Non  c'era nulla di insolito nella cabina. La cuccetta inferiore, come quasi  tutte quelle del Kamtschatka, era doppia. C'era molto spazio; il lavabo, di forma insolita, sembrava fatto apposta per dare l'idea del lusso a un  indiano del Nord America; c'erano le solite, inutili mensole di legno scuro che potranno magari servire ad attaccare un ombrello ma che non sono assolutamente in grado di reggere un comune spazzolino da denti. Sul poco invitante materasso erano ripiegate quelle coperte che un grande umorista moderno ha giustamente paragonato a pasticcini di carne fredda.
La questione degli asciugamani era affidata in tutto e per tutto all'immaginazione. Le brocche di vetro erano piene di un liquido trasparente lievemente venato di scuro, dal quale però giungeva alle narici, meno lieve e niente affatto piacevole, qualcosa che ricordava lontanamente l'olio di macchina. Tendaggi di colore cupo  nascondevano per metà la cuccetta superiore. La vaga luce di giugno  diffondeva un chiarore incerto su quella piccola scena di desolazione. Uh! Come odiavo quella cabina.
Lo steward depositò i miei bagagli e mi guardò come se volesse fuggire, probabilmente in cerca di altri passeggeri e di altre mance. È sempre  buona politica quella di accattivarsi la simpatia di simili personaggi, e  io, di conseguenza, non esitai a fargli scivolare in mano alcune monete. "Farò del mio meglio perché possiate trovarvi comodo", osservò, mentre metteva in tasca le monete. Ma nella sua voce c'era un tono di dubbio che mi sorprese. Forse la tariffa delle sue mance era cresciuta e non si sentiva soddisfatto; ma, tutto sommato, ero incline a pensare che, come  si sarebbe probabilmente espresso lui, aveva bevuto "un goccio di  troppo". Ma mi sbagliavo, e devo riconoscere che gli facevo torto.

Durante quel giorno non accadde nulla che fosse particolarmente degno di nota. Lasciammo il molo all'ora stabilita, ed era piacevole trovarsi in viaggio, perché il tempo era diventato caldo e soffocante e il  movimento della nave provocava una brezza deliziosa. Tutti sanno com'è il primo giorno di mare. Si passeggia sui ponti, ci si guarda a vicenda e ogni tanto si incrocia qualche vecchia conoscenza di cui si ignorava la presenza a bordo.
Non si sa ancora se quanto verrà servito a tavola sarà buono, cattivo o indifferente, ma dopo i primi due pasti questo interrogativo è risolto;  non si può prevedere che tempo farà fino a quando la nave non è arrivata bene al largo della Fire Island. I tavoli sono affollati, ma poi, improvvisamente, ci si trova in pochi. Gente dal viso pallidissimo schizza su dalla sua sedia e si precipita verso la porta, e ogni vecchio  marinaio respira più liberamente quando il vicino indisposto si allontana precipitosamente del suo fianco, lasciandogli maggior spazio  per i gomiti e il dominio incontrastato del barattolo della mostarda. Tutte le traversate dell'Atlantico si assomigliano, più o meno, e noi che battiamo spesso questa rotta non facciamo certo il viaggio per provare qualche sensazione nuova. Balene e iceberg sono sempre oggetto di interesse, ma, in ultima analisi, una balena è molto simile a un'altra balena, ed è raro il caso che si riesca a vedere da vicino un iceberg.
Per la stragrande maggioranza di noi il momento più delizioso della giornata a bordo di un transatlantico è quello in cui, dopo aver fatto l'ultimo giro del ponte, dopo aver fumato l'ultimo sigaro, e dopo essere  riusciti a stancarci, ci sentiamo autorizzati a ritirarci in tutta tranquillità.
La prima sera di quel viaggio mi sentivo particolarmente pigro, e andai  a letto nella centocinque più presto di quanto non sia mia abitudine.  Entrando, notai con stupore di avere un compagno. In un angolo c'era una valigia, molto simile alla mia, e sulla cuccetta superiore si vedevano una coperta di viaggio accuratamente ripiegata, un ombrello e un  bastone.
Avevo sperato di essere solo, e mi sentii deluso; ma mi chiesi chi mai poteva essere il mio compagno di cabina e decisi di dargli almeno un'occhiata.
Mi ero appena coricato quando arrivò. Era, per quanto potevo vedere, un uomo molto alto, pallido e magro, dai capelli e dai baffi brizzolati, e  dagli occhi di un grigio scialbo. Ebbi la precisa impressione che avesse qualcosa di ambiguo: era, insomma, il tipo di  individuo che si vede a Wall Street senza essere in grado di dire con precisione che cosa faccia lì, il tipo di individuo che frequenta sempre il Café Anglais, che sembra sempre solo e che beve champagne; lo si può incontrare sui campi di corse, ma neppure lì si capisce bene che cosa faccia. Un'eleganza un po' troppo vistosa, un po' troppo eccentrica. A bordo di ogni transatlantico oceanico si incontrano tre o quattro persone di questo tipo.
Giunsi alla conclusione che non mi interessava fare la sua conoscenza, e decisi di dormire dicendomi che avrei studiato attentamente le sue abitudini per essere in grado di evitarlo. Se si fosse alzato presto, io mi  sarei alzato tardi; se si fosse coricato tardi, io mi sarei coricato presto. Non avevo desiderio alcuno di far conoscenza. I tipi del genere, conosciuti una volta, sono tutti uguali. Poveretto! Era inutile che mi preoccupassi tanto per ciò che lo riguardava perché, dopo quella prima notte nella cabina centocinque, non ebbi più occasione di vederlo. Stavo dormendo profondamente, quando fui d'un tratto svegliato da un rumore molto forte. A giudicare dal rimbombo, il mio compagno di cabina doveva essere caduto dalla cuccetta superiore sul pavimento. Udii che si stava dando da fare con la serratura e il catenaccio della porta, che riuscì ad aprire quasi subito, poi avvertii il suo scalpiccio nel corridoio, come se corresse al limite delle sue possibilità; si era lasciato la porta aperta alle spalle. La nave stava rollando un poco, e mi  aspettavo di sentirlo inciampare o cadere, ma quello correva come se fosse in gioco la sua stessa vita.
Il battente cigolava sui cardini, seguendo il movimento dello scafo, e  quel rumore mi dava maledettamente sui nervi. Mi alzai per chiudere, poi tornai, con andatura ondeggiante, alla mia cuccetta, nelle tenebre.  Subito piombai di nuovo nel sonno, ma non ho neppure la più lontana idea del tempo che dormii.
Quando mi risvegliai faceva ancora buio, ma avvertii una spiacevole sensazione di freddo e mi sembrava che l'aria fosse umida. Conoscete anche voi il sentore caratteristico di una cabina che è stata impregnata di acqua di mare. Mi coprii come meglio potevo e mi appisolai subito, mentre preparavo le lamentele che avrei dovuto esporre l'indomani e sceglievo gli epiteti più efficaci della nostra lingua.
Udii il mio compagno di cabina che si voltava e si rivoltava nella cuccetta superiore. Probabilmente era tornato mentre dormivo. A un certo momento mi parve di sentirlo gemere, e giunsi alla conclusione che doveva soffrire di mal di mare, è questo un particolare molto spiacevole, quando ci si trova a dormire nella cuccetta inferiore. Ma, ciò  nonostante, mi appisolai di nuovo e dormii fino alle prime luci dell'alba. La nave stava rollando forte, più della sera precedente, e la luce grigia che filtrava dal portello cambiava di intensità ad ogni momento, a seconda del mutevole angolo di inclinazione che il beccheggio faceva assumere al vetro. Faceva molto freddo, un freddo assurdo, se si pensava che si era nel mese di giugno. Girai la testa, guardai il portello e vidi, con profonda sorpresa, che era aperto e rovesciato verso il basso. Imprecai ad alta voce, credo, poi mi alzai per chiuderlo.
Tornando, diedi un'occhiata alla cuccetta superiore. I tendaggi apparivano perfettamente chiusi; con ogni probabilità, il mio compagno di cabina aveva sentito freddo, come me. Avevo la precisa impressione di aver dormito più che a sufficienza. La cabina era quanto mai scomoda, anche se, strano a dirsi, non avvertivo più l'umidità che tanto mi aveva infastidito nel corso della notte. Il mio compagno dormiva  ancora profondamente, il che rappresentava un eccellente occasione per evitarlo; di conseguenza mi vestii subito e salii sul ponte.
La giornata era tiepida e nuvolosa, e sulla distesa delle acque gravava un pesante sentore oleoso. Erano le sette quando uscii dalla cabina... molto più tardi di quanto avessi immaginato. Incontrai il medico di bordo, che già si era alzato per respirare una prima boccata d'aria del mattino. Era  un giovane dell'Irlanda occidentale, un tipo robusto, dagli occhi azzurri e dai capelli neri che già mostrava un accento di pinguedine; aveva un'espressione sana e allegra che lo faceva apparire simpatico a prima  vista.
"Una splendida mattina!", osservai, per attaccare discorso.
"Bene", rispose guardandomi con un improvviso interesse, "è una bella mattina e non è una bella mattina. Se proprio vi va di conoscere il mio  parere, non è un granché."
"È vero, no, non è precisamente una bella mattina", ammisi.
"È quello che chiamerei un tempo variabile", precisò il medico.
"Ho avuto l'impressione che facesse molto freddo stanotte", osservai. "Ma quando mi sono guardato intorno, mi sono accorto che il portello era spalancato. Non me n'ero accorto quando mi ero coricato. E la cabina era, per di più, umida."
"Umida?", fece. "Dove vi hanno messo?"
"Alla centocinque."
Con mia grande sorpresa, il medico sussultò in maniera più che visibile e mi guardò fissamente.
"Che c'è?", domandai.
"Oh, niente", mi rispose. "Solo che nel corso degli ultimi tre viaggi, tutti si sono lamentati di quella cabina."
"Me ne lamenterò anch'io. Per prima cosa, non è aerata come si deve, è  una vera vergogna."
"Credo che le vostre proteste saranno inutili", rispose il medico. "Sono convinto che c'è qualcosa... bene, non sta certo a me impaurire i passeggeri."
"Non dovete temere di spaventarmi", replicai. "Posso sopportare tutta l'umidità di questo mondo. Se mi buscherò un brutto raffreddore, mi rivolgerò a voi."
Offrii un sigaro al mio interlocutore, che lo accettò e lo esaminò con  aria molto critica.
"Non si tratta precisamente di umidità", osservò. "Ma credo che riuscirete a cavarvela benissimo. Avete un compagno di cabina?"
"Sì, un tipo curioso, che esce nel cuore della notte e lascia la porta aperta."
Ancora una volta il medico mi guardò con un'espressione strana.
Poi accese il sigaro, e il suo volto assunse un'espressione grave.
"È tornato?", chiese dopo qualche istante.
"Sì. Dormivo, ma mi sono svegliato e ho sentito che si muoveva. Poi ho avvertito una sensazione di freddo e mi sono addormentato di nuovo. Questa mattina ho trovato il portello aperto."
"Sentite", disse il Dottore, adagio, "non è che questa nave mi interessi più di tanto. La sua reputazione non mi riguarda. Ma adesso vi dirò che cosa farò. Ho a mia disposizione una cabina molto spaziosa. La dividerò con voi, anche se è la prima volta che vi incontro."
Una proposta del genere mi sorprese moltissimo. Non riuscivo a immaginare come mai dimostrasse un così improvviso interesse per il mio benessere. Ma, quando aveva parlato dalla nave, la sua voce aveva  assunto un tono curioso.
"Siete davvero molto gentile, dottore", dissi. "Ma in tutta sincerità, credo che la cabina possa essere aerata o ripulita, o qualcosa di simile. Perché la nave non vi interessa?"
"Nella nostra professione non siamo superstiziosi, signore", mi rispose, "ma in genere il mare ha la caratteristica di rendere tale la gente. Non intendo far nascere pregiudizi in voi, e neppure intendo spaventarvi, ma, se volete accettare il mio consiglio, fareste meglio a trasferirvi nella mia cabina."
Poi, con la massima serietà, aggiunse: "Perché dovete tener presente che chi dorme nella centocinque, si tratti di voi o di un altro, finisce in mare."
"Mio Dio! e perché?", domandai.
"Per il semplice fatto che nel corso degli ultimi tre viaggi coloro che hanno dormito là sono finiti realmente in mare", rispose con tono  grave.
La notizia era sbalorditiva e terribilmente spiacevole, lo ammetto. Guardai fissamente il medico per vedere se si stava prendendo gioco di  me, ma la sua espressione era più seria che mai. Lo ringraziai calorosamente per la sua offerta, ma gli dissi che intendevo rappresentare l'eccezione alla regola in base alla quale chi dormiva in  quella particolare cabina finiva in mare. Egli non insistette ma, sempre serissimo, mi fece intendere che, prima del termine della trasversata, avrei probabilmente avuto modo di riprendere in considerazione la sua proposta.
Quando scendemmo per la prima colazione, alla quale faceva onore solo un numero davvero esiguo di passeggeri, notai come un paio degli ufficiali che mangiavano con noi avessero un'aria turbata. Terminato di mangiare, scesi nella mia cabina a prendere un libro. Le tendine della cuccetta superiore erano ancora strettamente accostate. Il silenzio era  assoluto. Con ogni probabilità il mio compagno di stanza stava ancora dormendo.
Uscendo, incontrai lo steward che aveva l'incarico di badare a servirmi. Mi bisbigliò che il Capitano desiderava vedermi, poi sgattaiolò via giù per il corridoio, come se fosse particolarmente ansioso di evitare domande da parte mia. Mi diressi verso la cabina del Capitano e lo trovai che mi aspettava.
"Signore", disse, "vorrei chiedervi un favore."
Risposi che ero dispostissimo a fargli cosa gradita.
"Il vostro compagno di cabina è scomparso. Risulta che si è ritirato presto ieri sera. Avete per caso notato qualcosa di strano nel suo atteggiamento?"
La domanda, che veniva a confermare nella maniera più esatta i timori che il medico mi aveva espresso non più tardi di mezz'ora prima, mi  lasciò piuttosto scosso.
"Non vorrete dire che è finito in mare, vero?", chiesi.
"Temo proprio di sì", rispose il Capitano.
"È la cosa più straordinaria...", cominciai.
"Perché?", mi interruppe.
"In tal caso è il quarto, vero?"
In risposta a un'altra domanda del Capitano, spiegai, senza accennare al medico, che avevo saputo tutto ciò che riguardava la centocinque. Parve molto seccato quando seppe che ero già al corrente. Gli raccontai allora che cosa era accaduto nel corso della notte.
"Quanto mi dite corrisponde quasi esattamente a quello che mi è stato detto dai compagni di cabina di due degli altri tre. Sono saltati giù dalla cuccetta e si sono precipitati di corsa nel corridoio. Due di loro sono stati visti buttarsi in mare dagli uomini di guardia; ci siamo fermati e abbiamo calato le scialuppe, ma non siamo riusciti a trovarli. Ma  nessuno ha visto o sentito colui che è andato perduto stanotte...  ammesso che sia andato realmente perduto. Lo steward, che forse è un tipo superstizioso, e che si aspettava che qualcosa non andasse per il suo giusto verso, è andato a dargli un'occhiata stamane e ha trovato la cuccetta vuota, ma c'erano invece gli abiti, proprio come lui li aveva lasciati. Lo steward era il solo a bordo che lo conoscesse di vista, e lo ha cercato dappertutto, è scomparso! Ora, signore, vorrei pregarvi di non far cenno di questa circostanza agli altri passeggeri: non voglio che la nave si faccia una cattiva fama, e per un transatlantico non c'è nulla di peggio di una tradizione di suicidi. Potrete scegliervi fra le cabine degli  ufficiali, la mia compresa, quella che preferite, per tutto il resto della traversata. La proposta vi sembra equa?"
"Certo", risposi, "e ve ne sono grato. Ma dato che sono solo e ho l'intera cabina a mia disposizione, preferirei non muovermi. Se lo steward porterà via le cose di quel disgraziato, vorrei rimanere dove sono. Non dirò una sola parola su questa faccenda, e credo di potervi promettere che non seguirò il mio compagno di stanza."
Il capitano fece del suo meglio per farmi cambiare idea, ma io preferivo di gran lunga avere una cabina da solo piuttosto che trovarmi sistemato con un qualsiasi ufficiale di bordo. Non so se mi sono comportato da sciocco, ma se avessi seguito il suo consiglio, ora non  avrei altro da raccontare. Sarebbe rimasta la spiacevole coincidenza di  diversi suicidi che si erano verificati tra coloro che avevano dormito nella stessa cabina, ma questo sarebbe stato tutto.
Invece la storia non finì lì, no di certo. Ostinato come sono per natura, decisi di non lasciarmi turbare da racconti del genere, anzi, arrivai al punto di discutere la questione con il capitano. C'era qualcosa che non andava in quella cabina, dissi. In primo luogo, era umida. La notte precedente, il portello era stato lasciato aperto. Forse il mio compagno di stanza era già ammalato quando era salito a bordo, o forse, dopo essersi coricato, era stato colto da una crisi di delirio. Era possibile che si nascondesse da qualche parte e che più tardi si riuscisse a trovarlo. Era necessario aerare la stanza e aggiustare il fermo del portello. Se il Capitano mi autorizzava, avrei provveduto io a fare in modo che quanto giudicavo necessario venisse fatto immediatamente.
"Avete naturalmente il diritto di rimanere dove preferite", mi rispose, piuttosto irritato; "ma, per ciò che mi riguarda, sarei più soddisfatto se sloggiaste e mi lasciaste chiudere quella cabina, in modo da mettere termine a questa lugubre storia."
Ma i nostri punti di vista non coincidevano, e lasciai il Capitano dopo avergli promesso il più assoluto silenzio circa la scomparsa del mio compagno. Quest'ultimo non aveva conoscenze a bordo, e nel corso  della giornata nessuno si accorse della sua mancanza. Verso sera, incontrai di nuovo il Dottore, il quale mi chiese se avevo cambiato parere. Gli risposi di no.
"Allora lo cambierete prima che non sia passato molto tempo", disse, con tono quanto mai grave.
Giocammo a whist quella sera, e mi coricai tardi. Confesserò ora che provai una sensazione niente affatto piacevole quando entrai nella mia cabina. Non potevo fare a meno di pensare all'uomo alto che avevo intravisto la sera precedente e che ora era morto annegato, e veniva sballottato qua e là dalle onde, due o trecento miglia alle nostre spalle. Il suo viso mi si stagliò chiaramente davanti mentre mi spogliavo, e  arrivai fino al punto di scostare le tendine della cuccetta superiore, quasi a persuadermi che era realmente scomparso.
Avevo chiuso a chiave la porta della cabina. Improvvisamente notai che il portello era aperto e affrancato verso il basso. Era una cosa, questa, che non potevo sopportare. Mi infilai in fretta e furia la vestaglia ed andai a cercare Robert, lo steward del mio corridoio. Ero furibondo, lo ricordo e, quando lo trovai, lo trascinai piuttosto rudemente fino alla soglia della centocinque e lo spinsi verso il portello aperto.

(...continua domenica 19 aprile)

L’AUTORE
Francis Marion Crawford (1854 - 1909) è stato uno scrittore e drammaturgo statunitense, celebre per la sua prolifica produzione letteraria ambientata in gran parte in Italia. Sebbene nato a Bagni di Lucca da genitori americani, visse a lungo nel Bel Paese, stabilendosi infine a Sant'Agnello, vicino a Sorrento, dove morì. È ricordato oggi soprattutto come autore di racconti dell'orrore e storie di fantasmi. Tra le sue opere più iconiche figurano La cuccetta superiore (The Upper Berth) e Perché il sangue è la vita (For the Blood is the Life). Fu un autore estremamente prolifico, capace di spaziare dai romanzi storici ai drammi, pubblicando circa sessanta opere tra cui La strega di Praga e Saracinesca. Conosceva ben 16 lingue e studiò il sanscrito in India.
Questo racconto La cuccetta superiore di Crawford, pubblicato per la prima volta su Club GHoST, è considerato un classico dal grande estimatore weird e traduttore Bruno Tasso (1914 - 1962).



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