La cuccetta superiore - seconda parte di Francis Marion Crawford

Giacqui immobile nelle tenebre

Quando fui scosso da una ventata d'aria fredda

"Si può sapere perché diavolo lasciate aperto il portello tutte le sere, briccone che non siete altro? Non sapete che una cosa del genere è contraria ai regolamenti? Non sapete che se la nave si inclina e l'acqua comincia ad entrare, nemmeno dieci uomini riuscirebbero più a chiuderlo? Denuncerò al Capitano che voi mettete a repentaglio la nave, delinquente!"


Ero letteralmente fuori di me. L'uomo si fece pallidissimo, tremante, poi cominciò a chiudere la spessa lastra di vetro tondo dalla pesante intelaiatura di ottone.
"Perché non mi rispondete?", chiesi rudemente.
"Se permettete, signore, nessuno a bordo riesce a tenere chiuso di notte questo portello. Potete provarci voi. Io non intendo restare più a bordo di questa nave, no certo, signore. Ma, se fossi al vostro posto, me la batterei subito e andrei a dormire con il Dottore, questo farei. Guardate, signore, vi pare o no che sia chiuso come si deve? Provate a vedere se riuscite a muoverlo di un solo millimetro."
Afferrai energicamente il portello e dovetti riconoscere che era saldo come una rupe.
"Bene, signore", continuò Robert, trionfante, "scommetto la mia reputazione di steward di prima categoria, che entro mezz'ora sarà di nuovo aperto; e assicurato in basso, per di più signore, questo è lo strano... assicurato in basso."
Esaminai la grande vite e il dado a gancio che la completava.
"Se si apre stanotte, Robert, vi darò una sovrana. Non è possibile! Potete andare."
"Una sovrana avete detto? Molto bene, signore. Grazie, signore. Buona  notte, signore. Un tranquillo riposo, signore, e sogni dorati di ogni genere."
Robert sgattaiolò via, lieto di essere stato congedato. Naturalmente, pensavo che cercasse di giustificare la propria negligenza con una qualsiasi storia sciocca, che intendesse spaventarmi, e non credevo a una sola parola di quanto aveva detto. La conseguenza fu che egli si intascò la sua sovrana e io passai una notte particolarmente spiacevole. Andai a letto, e mi ero avvolto nelle coperte da meno di cinque minuti, quando l'inesorabile Robert spense la luce che ardeva ferma dietro la lastra di vetro vicino alla porta. Giacqui immobile nelle tenebre, cercando di prendere sonno, ma in breve mi accorsi che la cosa mi  riusciva impossibile.
La sfuriata con lo steward mi era servita da sfogo, ed era valsa anche a cancellare la spiacevole sensazione che avevo provato all'idea dell'annegato che era stato mio compagno di stanza; ma non avevo più  sonno, e rimasi sveglio per diverso tempo, gettando ogni tanto un'occhiata al portello che potevo appena vedere dal punto dove stavo disteso e che al buio sembrava un sottopiatto vagamente luminoso sospeso nelle tenebre.
Credo di essere rimasto così per circa un'ora, e ricordo che mi stavo appisolando, quando fui scosso da una ventata d'aria fredda e dalla precisa sensazione di spruzzi di schiuma soffiati sulla mia faccia. Balzai in piedi e, non tenendo conto al buio del beccheggio della nave, fui subito catapultato attraverso la cabina sul divano collocato sotto il portello. Ma mi ripresi subito e mi misi in ginocchio. Il portello era ancora spalancato e affrancato verso il basso!
Ora, questi sono i fatti. Ero ben sveglio quando mi ero alzato, e poi, ammesso che fossi stato ancora mezzo addormentato, la caduta mi avrebbe certo risvegliato. Inoltre, mi ero ammaccato malamente i gomiti e le ginocchia, e le ammaccature erano lì il mattino seguente a testimoniare il fatto, nel caso ne avessi dubitato. Il portello era  spalancato e affrancato verso il basso... una cosa tanto inspiegabile che, ricordo, quando lo notai, provai non tanto paura quanto stupore. Tornai subito a chiuderlo, e assicurai con tutte le mie forze il dado a vite. Faceva molto scuro nella cabina. Pensai che il portello doveva essersi aperto nel giro di un'ora dal momento in cui Robert lo aveva chiuso, e decisi di sorvegliarlo, per vedere se si sarebbe aperto di nuovo.  Le intelaiature di ottone sono molto pesanti e non è certo facile muoverle; difficile credere che tutta questa massa fosse stata rovesciata dalla semplice scossa di una vite. Rimasi a osservare attraverso lo spesso cristallo le strisce alternate di mare bianche e grigie che spumeggiavano lungo i fianchi della nave. Devo essere restato immobile lì per un quarto d'ora circa.
Improvvisamente udii, nella più chiara delle maniere, qualcosa che si muoveva dietro di me in una delle cuccette, e un attimo dopo, mentre d'istinto mi voltavo a guardare - anche se, naturalmente, non potevo vedere nulla nelle tenebre - udii un debole gemito. Attraversai con un salto la cabina, scostai le tendine della cuccetta superiore allungai le mani avanti per accertarmi se c'era qualcuno lassù. Qualcuno c'era. Ricordo che, mentre mettevo le mani avanti, la sensazione fu quella che avrei provato se le avessi immerse nell'aria di una cantina umida, e da dietro le tendine venne un soffio di vento che puzzava in maniera orribile di acqua marina stagnante. Afferrai qualcosa che aveva la forma di un braccio umano, ma era scivoloso, umido, e di un freddo gelido. Poi, improvvisamente, mentre davo uno strappo, la creatura si precipitò violentemente verso di me: era una massa gelatinosa, melmosa, mi parve, pesante e bagnata, eppure dotata di una forza sovrumana. Retrocedetti barcollando attraverso la cabina, e dopo un istante la porta si aprì e la "cosa" corse fuori.
Non avevo avuto il tempo di spaventarmi e, ripresomi subito, mi slanciai anch'io oltre la porta e iniziai la caccia al massimo della mia velocità, ma era ormai troppo tardi. Potevo vederla una decina di metri davanti a me... sono sicuro di averla vista... un'ombra scura che si muoveva nel corridoio scarsamente illuminato, rapida come la sagoma di un veloce cavallo proiettata davanti a un calesse dalla lanterna in una notte scura. Ma un attimo dopo era sparita, e io mi trovai a stringere il lucido corrimano della paratia, là dove il corridoio svoltava verso l'osteriggio. Avevo i capelli dritti in testa, e un sudore gelido mi colava giù per la faccia. Non mi vergogno affatto di dirlo: ero terribilmente spaventato.
Ma dubitavo ancora dei miei sensi, e mi scossi. Era assurdo, pensai. Certo non avevo digerito il formaggio gallese che avevo mangiato: avevo avuto un incubo. Raggiunsi di nuovo la cabina e vi entrai a prezzo di un certo qual sforzo. Tutta la stanza sapeva di acqua marina stagnante come quando mi ero svegliato la mattina precedente. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per andare a cercare fra le cose mie una scatola di cerini.
Mentre accendevo una lanterna che porto sempre con me nel caso voglia leggere dopo che le luci sono state spente, mi accorsi che il portello era di nuovo aperto, e allora cominciò a impadronirsi di me una specie di raccapricciante orrore che non avevo mai provato e che non desidero mai più provare. Ma riuscii ad accendere la lanterna, e mi accinsi a esaminare la cuccetta superiore, convinto di trovarla fradicia di acqua di mare.
Invece rimasi deluso. Qualcuno aveva dormito in quel letto e il puzzo di mare era forte, ma le coperte erano quanto di più asciutto si possa immaginare. Pensai che forse Robert non aveva avuto il coraggio di rifare il letto dopo l'incidente della notte precedente… che tutto era stato un brutto sogno. Scostai le tendine al massimo ed esaminai la cuccetta con la cura più scrupolosa. Era perfettamente asciutta. Ma il  portello era di nuovo aperto.
In preda a una specie di intontito sbalordimento e di orrore, lo chiusi e lo avvitai, poi infilai il mio massiccio bastone sotto il gancio di ottone e lo spinsi con tutte le mie forze, fino a quando, sotto la pressione, lo stesso metallo prese a incurvarsi. Poi agganciai la lanterna al velluto rosso dello schienale del divano, e mi misi a sedere per ritrovare il mio equilibrio, se mi fosse riuscito. Rimasi seduto lì tutta la notte, incapace di pensare al riposo... incapace di pensare, semplicemente. Ma il portello rimase chiuso, e io credevo che ora non si sarebbe di nuovo aperto senza l'intervento di una forza considerevole.
Comparvero finalmente le prime luci del mattino, e mi vestii allora adagio, pensando a tutto quanto era accaduto nel corso della notte.
Era una bella giornata, e salii sul ponte, lieto di godermi i primissimi raggi del sole, e di avvertire il sentore della brezza che soffiava sulle acque azzurre, così diverso dal puzzo malefico, stagnante, della mia cabina. Istintivamente mi diressi a poppa, verso la cabina del medico. E lo trovai là, la pipa stretta fra i denti, a godersi il fresco del mattino, proprio come il giorno precedente.
"Buongiorno", disse tranquillamente, ma mi fissava con evidente curiosità.
"Dottore, avevate perfettamente ragione. C'è qualcosa che non va in quella stanza."
"Immaginavo che avreste cambiato parere", rispose, trionfante.
"Avete passato una brutta notte, eh? Devo farvi bere qualcosa di stimolante? Ho una ricetta che è veramente straordinaria."
"No, grazie", esclamai. "Ma vorrei raccontarvi che cosa è successo."
Cercai allora di riferire con la massima precisione e con la massima chiarezza possibili quanto era avvenuto, senza trascurare di confessare di aver provato la peggiore paura che avessi mai avuto in vita mia. Indugiai soprattutto sul fenomeno del portello, il che era un fatto che potevo dimostrare, ammesso che tutto il resto fosse stato un'illusione. Lo avevo chiuso due volte durante la notte, e la seconda volta avevo addirittura piegato l'ottone forzandovi sotto il mio bastone. Credo di aver insistito molto su questo punto.
"A quanto sembra, credete che io possa dubitare della storia", disse il medico, sorridendo al mio particolareggiato resoconto sullo stato del portello. "Non ne dubito affatto invece. Anzi, vi rinnovo il mio invito. Trasportate la vostra roba qui e prendetevi metà della mia cabina."
"Venite invece voi ad occupare metà della mia per una notte", replicai. "Aiutatemi ad arrivare in fondo a questa faccenda."
"Arriverete in fondo a qualcos'altro, se ci riproverete", rispose il medico.
"In fondo a che cosa?", domandai.
"In fondo al mare. Io sto per lasciare questa nave. Non mi va."
"Allora non volete aiutarmi a scoprire?..."
"Io no di certo", si affrettò a interrompermi il medico. "Il mio dovere è di tenermi bene in forma e aggiornato... non quello di andare a stuzzicare fantasmi o altre cose del genere."
"Credete davvero che sia un fantasma?", domandai, piuttosto sprezzante. Ma, mentre parlavo, ricordavo ancora benissimo l'orribile sensazione soprannaturale che si era impadronita di me durante la notte. Il medico mi guardò fissamente.
"Siete in grado di dare qualche ragionevole spiegazione di cose del  genere?", chiese. "No, assolutamente. Bene, voi dite che finirete per trovare una spiegazione. Io dico che non la troverete, signore, per il  semplice fatto che non c'è."
"Ma, mio caro Dottore", replicai, "siete proprio voi, un uomo di scienza, a dirmi che le cose del genere non possono essere spiegate?"
"Sì", rispose seccamente. "E, anche ammesso che fosse possibile, la loro spiegazione non mi riguarderebbe."
Non mi sorrideva l'idea di passare un'altra notte da solo nella cabina, ma ero fermamente deciso ad arrivare alla radice di quegli strani avvenimenti. Credo non siano molti gli uomini che avrebbero dormito là da soli, dopo aver passato due notti come quelle che avevo passato io. Ma ero risoluto a tentare, se non fossi riuscito a trovare qualcuno disposto a condividere la mia veglia. Il medico non aveva evidentemente inclinazione alcuna per un esperimento del genere.
Disse che era un chirurgo e che, se si fosse verificato un incidente a bordo, lui doveva essere subito disponibile. Non poteva correre il rischio di farsi trovare con i nervi sconvolti. Forse aveva ragione, ma sono incline a pensare che tanta preoccupazione fosse dettata soprattutto dal fatto che non aveva nessuna voglia di restarmi accanto. A una mia precisa domanda, rispose che ben difficilmente a bordo avrei trovato qualcuno disposto a coadiuvarmi nelle mie ricerche, e allora, dopo un altro breve scambio di frasi, mi congedai da lui. Poco dopo incontrai il Capitano e gli narrai la mia storia. Dissi che, se nessuno accettava di passare la notte con me, avrei pregato di lasciare la luce accesa in continuità, e avrei tentato da solo.
"Sentite", mi rispose, "voglio dirvi che cosa intendo fare. Veglierò io con voi, e vedrò cosa succede. Sono convinto che, assieme, riusciremo a svelare il mistero. Può darsi che a bordo ci sia qualcuno il quale, per  guadagnarsi un passaggio gratuito, spaventa i passeggeri. O magari è possibile che ci sia qualcosa di strano nell'attrezzatura di quella cuccetta."
Suggerii di ordinare al falegname di bordo di andare a dare un'occhiata all'incastellatura, ma non vi nascondo che l'offerta del Capitano di passare la notte con me mi riempì di gioia. Lui andò a chiamare il carpentiere e gli disse di fare ciò che avevo suggerito.
Scendemmo subito. Avevo fatto togliere tutte le coperte dalla cuccetta superiore, ed esaminammo il locale con la massima cura per vedere se c'era un'asse allentata o un pannello che poteva venire aperto o scostato. Saggiammo dappertutto la parete, battemmo il pavimento, svitammo le varie parti della cuccetta inferiore e le smontammo; in altre parole, non ci fu un solo centimetro quadrato della cabina che non venisse osservato e messo alla prova. Tutto era nel più perfetto ordine, e rimettemmo ogni cosa al suo posto. Stavamo terminando il nostro lavoro, quando Robert bussò e mise dentro la testa.
"Bene, trovato qualcosa, signore?", chiese, con un sorriso cupo.
"Avevate ragione per ciò che riguarda il portello, Robert", dissi, e gli diedi la sovrana che gli avevo promesso.
Il carpentiere sbrigava le sue mansioni in silenzio e con innegabile abilità, seguendo le mie indicazioni. Solo quando ebbe terminato, parlò.
"Sono un uomo qualunque, signore", disse. "Ma secondo me, fareste meglio a raccogliere tutta la vostra roba e a permettermi di chiudere la porta di questa cabina con viti da dodici centimetri. Non c'è mai stato niente di buono qui, signore, e questo è quanto. Che io ricordi, quattro vite sono andate perdute qua dentro, e questo in quattro viaggi. Al vostro posto rinuncerei, signore... rinuncerei senz'altro."
"Voglio provare per una notte ancora", replicai.
"Io al vostro posto rinuncerei, signore, rinuncerei... è molto meglio. È un'impresa molto pericolosa", ripeté il manovale, e, riposti gli attrezzi nel sacco, uscì dalla cabina.
Ma l'idea di avere la compagnia del Capitano mi aveva ridato coraggio in misura considerevole, e decisi che nulla doveva dissuadermi dall'andare a fondo di quella strana faccenda. Quella sera rinunciai al formaggio gallese e al grog, e non partecipai neppure alla solita partita di whist. Volevo essere ben sicuro dei miei nervi, e la mia vanità mi rendeva ansioso di fare una bella figura agli occhi del Capitano.

Il Capitano era uno di quegli splendidi esemplari di marinai spericolati e allegroni che, grazie al loro coraggio, alla loro perspicacia e alla loro calma nelle situazioni difficili, finiscono per arrivare a posizioni di altissima responsabilità. Non era uomo da lasciarsi spaventare da una sciocca diceria, e il semplice fatto che fosse disposto a starmi accanto nelle mie ricerche stava a dimostrare, in tutta evidenza, come fosse  convinto che ci fosse qualcosa che assolutamente non andava, qualcosa che né poteva essere spiegato con le teorie correnti né poteva venire irriso come una banale superstizione. In un certo senso c'erano in gioco anche la sua reputazione e la reputazione della nave. Non è una  sciocchezza perdere passeggeri che finiscono in mare, e lui lo sapeva. Verso le dieci di quella sera, mentre stavo fumando un ultimo sigaro, mi raggiunse e mi portò fuori dal flusso degli altri passeggeri che stavano passeggiando sul ponte nella tiepida notte.
"La questione è piuttosto seria, signor Brisbane", disse. "Dobbiamo essere pronti alle due eventualità: a quella di rimanere delusi, o a quella di affrontare momenti molto difficili. Capite benissimo che non posso  permettermi di prendere la cosa sottogamba, e devo chiedervi di firmare una dichiarazione, qualunque cosa possa succedere. Se non succede niente stanotte, proveremo di nuovo domani e dopo domani ancora. Siete pronto?"
Scendemmo assieme ed entrammo nella cabina. Passando vidi Robert, lo steward, che si teneva in fondo al corridoio e ci guardava con il suo solito sorriso, quasi fosse sicuro che di lì a poco sarebbe successo qualcosa di spaventoso. Il Capitano chiuse la porta alle nostre spalle e diede un giro di chiave.
"Forse sarà bene che mettiate la vostra valigia davanti alla porta", mi suggerì. "Uno di noi due potrebbe sedercisi sopra. In questo modo niente potrà uscire. Il portello è assicurato con la vite?"
Lo trovai come lo avevo lasciato al mattino, anzi, sarebbe stato impossibile aprirlo senza fare ricorso a un leva. Scostai le tendine della cuccetta superiore per essere in grado di sorvegliarla meglio. Su consiglio del Capitano, accesi la lanterna, e la piazzai in modo che il raggio cadesse sulle coperte bianche.
Insistette per essere lui a sedersi sulla valigia, affermando che desiderava poter giurare di essere rimasto seduto davanti alla porta.
Poi mi chiese di ispezionare la cabina, operazione questa che non richiese molto tempo, perché mi fu sufficiente guardare sotto la  cuccetta inferiore e sotto il divano piazzato davanti al portello. Non c'era assolutamente niente.
"È impossibile che un qualsiasi essere umano entri qui o apra il portello", dissi.
"Molto bene", disse il Capitano, calmissimo. "Se adesso vediamo qualcosa, deve trattarsi o di immaginazione o di qualcosa di soprannaturale."
Mi misi a sedere sul bordo della cuccetta inferiore.
"La prima volta che è successo", disse il Capitano, accavallando le  gambe e appoggiandosi con la schiena alla porta, "è stato in marzo. È risultato che il passeggero che dormiva qui, nella cuccetta superiore, era un pazzo... o almeno, era noto per essere un po' tocco, e aveva intrapreso la traversata senza nemmeno avvertire i suoi amici. Si è precipitato fuori nel cuore della notte e si è buttato in mare, prima che  l'Ufficiale di Guardia riuscisse a bloccarlo. Ci siamo fermati e abbiamo calato in mare una scialuppa: era una notte di bonaccia, una di quelle notti che precedono le tempeste; ma non siamo riusciti a trovarlo. Naturalmente, più tardi, il suicidio è stato attribuito alla forma di pazzia che lo tormentava."
"È una cosa che capita abbastanza spesso, vero?", domandai, distrattamente.
"Non spesso, no", rispose il Capitano. "È la mia prima esperienza in materia, anche se ho saputo di casi simili avvenuti a bordo di altre navi. Bene, come stavo dicendo, è successo in marzo. Proprio nel viaggio seguente... Che cosa state guardando?", chiese, interrompendo bruscamente la sua storia.
Non gli risposi, credo. Avevo gli occhi come inchiodati al portello. Mi  pareva che il dado di ottone stesse cominciando a girare molto lentamente sulla vite... tanto lentamente che non ero neppure sicuro che si muovesse. Lo sorvegliai con la massima attenzione, fissandomi bene in mente la sua posizione, e cercando di accertarmi se cambiava. Come si accorse di quello che stavo guardando, anche il Capitano guardò.
"Si muove!", esclamò, in tono convinto. "No, non si muove", aggiunse dopo un minuto.
"Se la vite fosse spanata", dissi, "il portello si sarebbe aperto durante il giorno; stasera invece l'ho trovato chiuso perfettamente, come l'avevo lasciato stamattina, tale e quale."
Mi alzai e provai il dado. Era allentato, certo, perché con un piccolo sforzo riuscii a girarlo con le mani.
"Lo strano è", disse il Capitano, "che il secondo uomo che è andato perduto dovrebbe essersi buttato proprio da quel portello. Abbiamo passato momenti difficili quella volta. Si era nel cuore della notte e il tempo era molto burrascoso; è stato trasmesso l'allarme che uno dei  portelli era aperto e che la nave imbarcava acqua. Sono sceso e ho trovato inondato dappertutto. Siamo riusciti a chiudere, ma l'acqua aveva avuto il tempo di fare qualche altro danno. Da allora, ogni tanto la cabina puzza di acqua di mare. Siamo giunti alla conclusione che il passeggero doveva essersi buttato, anche se solo Dio sa come possa aver fatto. Lo steward continuava a ripetermi che non riusciva a tener chiuso niente qui. Parola mia, adesso riesco a sentire quella puzza! E voi?", domandò, annusando l'aria con espressione sospettosa.
"Sì, e molto bene", risposi, e fui scosso da un brivido mentre lo stesso odore di acqua marina stagnante si faceva più forte nella cabina. "Ora, per puzzare a questo modo, la cabina dev'essere fradicia", continuai;  "eppure, quando l'hanno esaminata con la massima cura stamattina, assieme al carpentiere, era perfettamente asciutta. È la più straordinaria... Attenzione!"
La lanterna che era stata collocata sulla cuccetta superiore si era improvvisamente spenta. Filtrava ancora luce sufficiente dalla lastra di vetro vicina alla porta, dietro la quale si intravedeva la lampada regolamentare. La nave rollava pesantemente e le tendine della cuccetta superiore ondeggiarono, sollevandosi fin quasi al centro della cabina, per poi tornare al loro posto. Mi alzai di scatto dal bordo del letto e,  nello stesso istante, il Capitano balzò in piedi con un alto grido di sorpresa. Mi ero voltato con l'intenzione di prendere la lanterna per  esaminarla quando udii la sua esclamazione e, subito dopo, il suo grido di aiuto. Mi precipitai verso di lui. Stava lottando con tutte le sue forze con l'intelaiatura di ottone del portello. Ma sembrava che, malgrado i suoi sforzi, il portello gli piegasse indietro le mani. Afferrai allora il mio bastone, una pesante mazza di quercia che ho l'abitudine di portare sempre con me, lo infilai nell'anello e mi appoggiai sopra con ogni mia  energia. Ma quel legno massiccio si spezzò bruscamente e io caddi sul divano. Quando mi sollevai, il portello era spalancato, e il Capitano stava in piedi, appoggiato alla porta, pallido come un morto.
"C'è qualcosa in quella cuccetta!", esclamò, con voce strana, gli occhi che quasi gli schizzavano dalla testa. "Sorvegliate la porta, mentre io guardo... Non ci sfuggirà, qualunque cosa sia!"
Ma, invece di prendere il suo posto, saltai sul letto inferiore e afferrai qualcosa che giaceva nella cuccetta superiore.
Era qualcosa di fantasmagorico, di indescrivibilmente orribile, e si agitava nella mia stretta. Era come il corpo di un uomo annegato da molto tempo, eppure si muoveva, e aveva la forza di dieci uomini vivi;  ma io stringevo con tutte le mie energie... Quella cosa era scivolosa, viscida, orribile... i suoi bianchi occhi morti sembravano fissarmi nella penombra; aveva addosso l'odore putrido dell'acqua marina stagnante, e i lucidi capelli gli ricadevano in strani riccioli fradici sul viso morto.
Lottai con quella cosa putrida; si appoggiò a me e spinse indietro, e mancò poco mi rompesse le braccia; poi mi passò le sue braccia cadaveriche intorno al collo, quel morto vivente, e mi sopraffece, tanto che alla fine caddi con un gran grido e lasciai la presa.
Mentre cadevo, la cosa mi scavalcò e parve buttarsi sul Capitano. Quando lo vidi l'ultima volta in piedi, aveva il viso pallidissimo e le labbra rigide. Mi parve che allungasse un violento pugno a quell'essere morto, poi cadde anche lui in avanti, sulla faccia, con un inarticolato grido di orrore.
La cosa indugiò un istante, parve aleggiare sul suo corpo prostrato e, se avessi avuto ancora voce, avrei gridato in preda a un terrore allo stato puro. Poi l'essere svanì improvvisamente, e parve ai miei sensi turbati che fosse uscito dal portello aperto, anche se è inspiegabile come ciò fosse possibile, se si tengono presenti le ridotte misure di quell'apertura. Rimasi a lungo disteso sul pavimento, mentre il Capitano giaceva accanto a me. Alla fine riuscii a riprendermi, almeno in parte, e subito seppi di avere un braccio rotto... l'ossicino dell'avambraccio sinistro, vicino al polso.
Riuscii faticosamente a rimettermi in piedi e con la mano sana cercai di sollevare il Capitano. Egli gemette, si mosse e finì per riprendere i sensi. Non era ferito, ma sembrava terribilmente stordito.

Bene, che cosa volete sapere ancora? Non c'è altro. Qui termina la mia storia. Il carpentiere ebbe la soddisfazione di piantare una mezza dozzina di viti da dodici centimetri nella porta della centocinque; e se mai avrete occasione di viaggiare sul Kamtschatka, potete chiedere una cuccetta in quella cabina. Vi risponderanno che è già occupata sì... è  occupata da quella cosa morta.
Terminai il viaggio nella cabina del medico. Mi curò il braccio rotto e  mi consigliò di non "stuzzicare fantasmi e altre cose del genere", mai più. Il Capitano era molto taciturno, e non navigò più su quella nave, che è ancora in attività di servizio. Per ciò che mi riguarda, anch'io non metterò più piede su quella nave. È stata un'esperienza molto spiacevole, e ho provato una paura terribile, il che è una cosa che non  mi piace affatto. Questo è tutto. Ecco come ho visto un fantasma...  ammesso che fosse un fantasma. Ma era un morto, ad ogni modo.


L’AUTORE
Francis Marion Crawford (1854 - 1909) è stato uno scrittore e drammaturgo statunitense, celebre per la sua prolifica produzione letteraria ambientata in gran parte in Italia. Sebbene nato a Bagni di Lucca da genitori americani, visse a lungo nel Bel Paese, stabilendosi infine a Sant'Agnello, vicino a Sorrento, dove morì. È ricordato oggi soprattutto come autore di racconti dell'orrore e storie di fantasmi. Tra le sue opere più iconiche figurano La cuccetta superiore (The Upper Berth) e Perché il sangue è la vita (For the Blood is the Life). Fu un autore estremamente prolifico, capace di spaziare dai romanzi storici ai drammi, pubblicando circa sessanta opere tra cui La strega di Praga e Saracinesca. Conosceva ben 16 lingue e studiò il sanscrito in India.



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