Intervista esclusiva
Una delle figure più dirompenti e originali del panorama letterario italiano
Definita da Dario Argento come l’autrice che dà voce ai suoi “incubi più profondi”, Alda Teodorani è una delle figure più dirompenti e originali del panorama letterario italiano degli ultimi trent’anni. Nata a Massa Lombarda e romana d’adozione, ha segnato indelebilmente il genere noir, horror ed erotico, muovendosi con audacia tra le pieghe più oscure della psiche umana.
Fondatrice del celebre Gruppo 13 insieme a Carlo Lucarelli e Marcello Fois, e teorica del movimento Neo-Noir, la Teodorani ha saputo imporre uno stile unico: una scrittura “chirurgica”, capace di fondere la crudeltà dello splatter con una sensibilità poetica e malinconica quasi perturbante. Dagli esordi con Giù, nel delirio e Le radici del male, fino all’inserimento tra i “Cannibali” dell’antologia Einaudi Gioventù Cannibale, la sua carriera è un viaggio senza sosta tra letteratura, cinema (con collaborazioni storiche come quella con Tinto Brass) e sperimentazione multimediale.
Oggi, Alda Teodorani continua a sfidare le etichette. Con il suo ultimo lavoro, La ragazza dal pigiama rosso, ci trasporta in una distopia biopunk dove il corpo diventa l’ultimo confine tra tecnologia e umanità, confermandosi come una delle voci più coraggiose, indipendenti e necessarie della nostra narrativa contemporanea.
Siamo qui con lei per esplorare non solo le sue storie, ma la filosofia che si cela dietro quel confine sottile dove il piacere incontra il dolore e la realtà si trasforma in incubo.
È un vero piacere avere oggi con noi una delle voci più audaci e originali della letteratura di genere italiana, una scrittrice che ha saputo trasformare l’oscurità in un’estetica potente e necessaria. Benvenuta Alda e grazie per il tempo che hai deciso di dedicarci. Cominciamo dunque il nostro viaggio tra le pieghe delle tue storie:
Le radici del male e il Gruppo 13: tu sei stata tra i fondatori del Gruppo 13 insieme a Carlo Lucarelli e Marcello Fois. Come ricordi quel fermento letterario degli inizi degli anni ’90 e quanto di quell’esperienza “emiliana” è rimasto nella tua scrittura oggi?
Tramite la libreria Alfabeta di Lugo e l’amico Gian Ruggero Manzoni entrai in contatto con Carlo Lucarelli. Io avevo appena scritto qualche racconto e lui stava terminando il suo primo romanzo, Carta bianca, che avrebbe pubblicato con Sellerio. All’epoca stavo frequentando la redazione della ACME di Roma, la casa editrice di Francesco Coniglio, dove avevo incontrato tante persone splendide con alcune delle quali si sarebbe avviato un profondo rapporto di stima e amicizia durato decenni, come lo stesso Francesco (purtroppo scomparso), Paolo di Orazio e Antonio Tentori. Questa esperienza è profondamente intrecciata con quella bolognese, non solo perché tramite Francesco conobbi Massimo Moscati a cui piacquero i miei lavori e che mi inserì nell’antologia Nero italiano di Mondadori, un esordio importante, in cui coinvolsi anche Lucarelli che grazie a questa partecipazione entrò in contatto con la redazione dei Gialli, dove pubblicò diversi romanzi consolidando così la sua carriera, ma determinò quella che fu la mia decisione di trasferirmi a Roma. Inoltre l’ambiente rilassato e amichevole della ACME fu fondamentale per la mia idea di avviare una factory di scrittori emiliano-romagnoli della quale parlai a Carlo Lucarelli.
Decidemmo di prendere contatto con Loriano Macchiavelli tramite l’amico Loris Rambelli, uno storico del giallo.
(Piccola riflessione: vedete quanto è importante stabilire contatti tra appassionati, invece di accoltellarsi a vicenda come a volte capita?)
Fu proprio nella cineteca di Bologna che avvennero le prime riunioni e iniziò a delinearsi quello che sarebbe diventato il Gruppo 13. Carlo coinvolse il suo amico Marcello Fois, in seguito Loriano chiamò a raccolta altri amici scrittori di gialli, io proposi il mio giovanissimo amico Claudio Lanzoni in qualità di disegnatore e sempre come disegnatore entrò nel gruppo Mannes Laffi di Imola. Alla fine, insomma, ci ritrovammo a essere in tredici.
L’idea era quella di pubblicare i nostri racconti su quotidiani, riviste e in antologie. La prima pubblicazione fu sull’Unità ER, dove comparvero, nell’agosto del 1990, due miei racconti, La nonna e Fiore.
Dopo la pubblicazione di La nonna mi telefonò l’indimenticabile Luigi Bernardi per complimentarsi con me, così iniziò la nostra collaborazione.
Era un talent scout eccezionale che ha lanciato decine di disegnatori e scrittori, e il suo nome unisce ancora in amicizia molti di noi; Luigi avrebbe voluto pubblicare un cartonato a fumetti con un mio racconto, il progetto fu affidato all’emergente Massimiliano Frezzato, ma poi si arenò, tuttavia proposi a Luigi un romanzo che avevo appena scritto, Giù, nel delirio. Luigi è stato il mio primo e tra i migliori editori. Fu un’altra svolta epocale: non solo con Granata Press di Bernardi pubblicai due libri di culto, ma coinvolsi altri amici, come Paolo di Orazio, Lucio Fulci e Antonio Tentori.
Sui quotidiani e settimanali si cominciò a parlare del Gruppo 13. Io scrivevo febbrilmente ma a casa mia le cose stavano degenerando, facevo un lavoro massacrante e fu così che decisi di scomparire. Mi trasferii a Roma.
Il Noir dalla parte di Caino: con Fabio Giovannini e Antonio Tentori hai teorizzato il “Neo-Noir”, che sposta la prospettiva dalla vittima o dall’investigatore direttamente al carnefice. Cosa ti affascina così tanto della mente di “Caino”?
Fin dai primi racconti che ho scritto mi sono accorta di quanto fossero più potenti i lavori in cui seguivo il predatore, vedendo le scene, gli avvenimenti, con i suoi occhi.
Caino era per me una vecchia conoscenza: ancor prima di cominciare a scrivere avevo letto Demian di Hermann Hesse, uno degli autori di culto della mia adolescenza, insieme a Patricia Highsmith, Edgar Allan Poe, Françoise Sagan, come vedi un’esperienza variegata, per non dire caotica, nata dal fatto che, a parte i gialli e gli erotici rubati da una cassetta che mio padre teneva nascosta sotto il letto, non c’erano libri in casa mia e, da lettrice vorace qual ero, tiravo giù qualsiasi cosa trovassi negli scaffali della biblioteca comunale, tra cui appunto una nutrita raccolta dei libri di Hesse.
Demian era una storia che mi affascinò moltissimo, e quella particolare versione (inserita nella collana I Nobel della Utet) aveva un’ottima traduzione. Il romanzo (del 1919 ma secondo me attualissimo) racconta l’amicizia tra il giovane Emil Sinclair e l’oscuro Max Demian e teorizza come i discendenti di Caino sulla terra ne portino il marchio. Per questo il mio libro di racconti pubblicato nella collana Lucifero agli esordi del Neo-Noir si chiama Il segno di Caino.
L’elogio di Dario Argento: il maestro del brivido ha detto che i tuoi racconti somigliano ai suoi incubi più profondi. Qual è il tuo rapporto con il cinema horror e come riesci a tradurre una sensazione visiva così forte e disturbante sulla pagina scritta?
Finché sono stata più o meno dipendente dai gusti altrui potevo leggere tutto l’horror che volevo ma c’è stato poco cinema horror nella mia vita, come quando durante la visione di Alien, alla scena della nascita del piccolo mostro, mi sentii dire: “adesso andiamo via” e naturalmente non andai, ma il 1990 ha segnato una svolta di indipendenza assoluta e da allora ne ho visti centinaia.
Quelle visioni si sono sedimentate, così come si sono sedimentati i libri, e credo che abbiano creato un terreno fertile dal quale crescono le mie idee. In fin dei conti non penso che si tratti di tradurre, direi che è piuttosto qualcosa di più sotterraneo che sgorga dalle profondità del mio animo. Non sono una teorica della scrittura - semmai la teorizzo dopo il processo che mi porta a scrivere un libro - né tantomeno uso le tecniche narrative, è qualcosa che nasce in modo naturale. In tutto questo, posso tranquillamente affermare che Dario Argento, con le sue soggettive dell’assassino, è decisamente il mio maestro, ho visto con grande gioia tutti i suoi film e ogni volta ci sono dei particolari geniali che mi colpiscono e che credo siano inimitabili, fortemente personali, come vorrei che fosse la mia scrittura.
Eros e Thanatos: molte delle tue opere, come Sesso col coltello o 15 desideri, esplorano il confine sottile e violento tra desiderio sessuale e morte. Perché ritieni che questi due impulsi siano così indissolubilmente legati nella tua narrativa?
Ho sempre cercato di emozionare i lettori, di vincolarli alla pagina, di prenderli per mano e non lasciarli più andare. Il desiderio (“cosa fa l’uomo? Desidera”), l’attrazione, la paura della morte e la voglia che suscita di spingersi oltre, sono emozioni forti, che provo quando scrivo e cerco di comunicare ai lettori, perché è a loro che penso sempre. Il mio scopo non è solo scrivere, ma scrivere per chi mi legge e fare in modo che si emozioni insieme a me.
Il tuo incontro artistico con Tinto Brass ha portato alla stesura della sceneggiatura Lola e il macellaio, un progetto che poi ha preso strade diverse confluendo in parte nel film Monella. Il regista ha sempre espresso grande ammirazione per la tua scrittura, definendola capace di toccare corde profonde.
Cosa ha significato per te confrontarti con l’estetica di Brass, così solare e vitale nel suo erotismo, partendo invece dalla tua cifra stilistica che è spesso cupa, noir e legata al binomio dolore-piacere? C’è un aspetto di quella visione cinematografica che senti di aver ‘contaminato’ con il tuo tocco oscuro, o viceversa, qualcosa del mondo di Tinto che ha influenzato il tuo modo di raccontare il desiderio?
In realtà in Monella c’è in pratica tutta la sceneggiatura di Lola e il Macellaio, della quale ho conservato una copia e ho depositato l’originale alla biblioteca del Centro sperimentale di cinematografia di Roma, insieme al contratto firmato da me e Tinto, ce n’è inoltre una copia nel mio archivio alla Biblioteca comunale di Massa Lombarda, quindi è tutto verificabile. Basta confrontarla con il film per rendersene conto.
Immagino che la mia estromissione, e cioè il fatto che non sia stata accreditata in Monella (in cui il macellaio era stato opportunamente sostituito da un fornaio) sia avvenuta per ragioni contrattuali, dal momento che il romanzo della Grandes, rispettato pochissimo da Tinto, è stato poi trasposto nel film diretto da Grimaldi e interpretato da Alba Parietti, che a quanto si diceva e diceva aveva rifiutato di lavorare con Brass.
All’epoca Tinto mi disse che della sceneggiatura scritta da noi era rimasto qualcosa nel nuovo film, ma rifiutò di inserire il mio nome, ed ero talmente furiosa che non andai al cinema quando il film uscì.
Poi sono tornata a trovare Brass (abito molto vicino a lui), avevo saputo che era stato male e in seguito ho deciso di vedere il film, e quando mi sono resa conto che si trattava della stessa storia ho preso la decisione di depositare la sceneggiatura, perché non era giusto che restasse privata, dimenticata, e l’ho informato della cosa. Ho sempre detestato che non mi sia riconosciuto il mio lavoro, come mi è capitato diverse volte. Mi ha fatto molto piacere però leggere nell’autobiografia di Brass il richiamo alla nostra collaborazione, anche se un poco sminuita.
Tinto è un grandissimo regista, ha trasformato attrici non eccelse in dive ed esaltato quelle che lo erano già: non condividevo all’epoca la visione di Brass e non la condivido ora, ma ci sono alcune pellicole diverse, più affini alla mia, come per esempio Snack Bar Budapest. Di lui amo soprattutto il suo amore per la trasgressione, la sua anarchia e la passione dell’infrangere le regole, che credo siano le stesse cose che lui ama in me (ha definito la mia scrittura deragliatore ideologico).
L’evoluzione di “Belve”: il tuo romanzo Belve ha avuto diverse vite e riedizioni (fino al Final Cut). Come è cambiato nel tempo il tuo concetto di mostruosità e chi sono le “belve” nella società contemporanea?
Non è cambiato poi tanto: quando ero ai miei esordi in una buffa intervista video, in cui sembrava che me la tirassi moltissimo mentre ero paralizzata dal terrore (sono timida e detesto farmi ritrarre e riprendere), non riuscii a dire che amavo i mostri e i serial killer, così, dopo una pausa che mi parve lunghissima in cui il mio cervello girava febbrilmente a vuoto, dissi: “sono amici”! Rido ancor oggi rivedendo quella scena.
I mostri, i serial killer della fiction, mi hanno sempre rassicurata, i film horror visti prima di andare a dormire mi distaccano da questo mondo assurdo, dalle crudeltà a cui assistiamo ogni giorno, da queste piccole e grandi lotte di potere, per cui in Belve alla fine il messaggio era proprio questo, il paragone tra le belve e i mostri da una parte e gli uomini dall’altra mostrava la grettezza e la piccolezza di quella che ormai impropriamente è chiamata “umanità”, che uccide e fa del male per divertirsi o conquistare il potere.
Oltre il genere: Gramsci in cenere: con questo libro hai vinto il Premio Bancarella nelle scuole, distaccandosi dai tuoi temi abituali per raccontare la Romagna degli anni ‘70. È stato un bisogno di fare i conti con il passato o un desiderio di dimostrare che la tua voce può prescindere dal “pulp”?
Un altro regista che amo molto è Pupi Avati. Mi sono sempre chiesta come facesse a raccontare in maniera tanto impeccabile la nostra terra. Io ho sempre desiderato farlo ma fino a Gramsci in cenere non ci sono mai riuscita.
Sai, a volte (per me è così direi quasi sempre) non è che nella scrittura ci sia uno scopo: semplicemente ti prende e ti porta con sé e tu non puoi far altro che arrenderti e seguirla, è una sorta di innamoramento, o un bisogno che nasce dal tuo animo e non ti metti lì a chiederti il perché, scrivi e basta.
Sperimentazione sonora: tu hai collaborato spesso con musicisti (come Le Forbici di Manitù) e hai lavorato sullo spoken word. Che ruolo gioca il “suono” delle parole nel tuo processo di scrittura?
In generale nessuno, non vado a ricorreggere cercando un’armonia, il suono della frase, anche se c’è stato un tempo in cui ho sperimentato una scrittura che aveva un ritmo (dei gesti, non delle frasi) a seconda della musica che ascoltavo in quel periodo, e la musica mi ispirava.
Per Quindici desideri, invece, ho lavorato esattamente sul suono delle parole: parlavo a un interlocutore immaginario mentre scrivevo e dapprincipio avevo dei dubbi sul fatto di pubblicare i “desideri” su carta, poi ci ho riflettuto e ho pensato che in effetti si potevano leggere ascoltandoli. Al momento, oltre a qualche edizione che si può trovare qua e là, i brani solo voce sono su archive.org (questo il link per ascoltarli:
Il corpo femminile: nelle tue storie, il corpo è spesso martoriato, desiderato o trasformato in oggetto di culto (penso a La Collezionista di organi). Qual è il messaggio politico o sociale, se esiste, dietro l’uso così estremo della corporeità femminile?
Non parlerei solo di corpo femminile, pensa per esempio a Organi. Si tratta del corpo, che è una mia ossessione, perché la mia scrittura trova una forte eco nel mio stesso corpo, è una scrittura densa di sensazioni corporee, il desiderio, la rabbia, l’ansia, la paura, le esprimo sempre con quelle sensazioni provate dalle o dai protagonisti.
Animalismo e Crudeltà: in Animali da Macello emerge chiaramente la tua sensibilità animalista. Come si concilia la tua empatia verso gli animali con la descrizione spesso cruda e splatter della violenza nei tuoi libri?
Questa più che una domanda è un dilemma, però forse una parziale risposta la posso fornire. Ho vissuto a stretto contatto con tanti animali per tutta la mia vita, imparando giorno dopo giorno da ognuno di loro il rispetto, il valore della loro esistenza, la comprensione della loro diversità, i legami incondizionati, fino a rendermi conto in maniera dolorosa che quella fetta di carne nel piatto era un essere senziente, che un tempo respirava la mia stessa aria, la cui vita aveva un valore. È una consapevolezza che si acquisisce oppure no, dipende da tanti fattori perché non voglio criticare chi mangia carne, ad esempio, anche se saperlo mi stringe il cuore, preferisco semplicemente esprimere quello che provo nei miei libri, e spero di far passare grazie a essi determinati messaggi, ad esempio il rispetto per gli altri, per la terra, per la natura che ci circonda, l’amore non tossico, la sensibilità, un migliore atteggiamento nei confronti degli altri animali e spingere chi mi legge quantomeno a riflettere e a porsi qualche domanda.
Sono sensibile sulla vita degli animali anche nella finzione perché non riesco a innalzare la barriera della fiction come invece mi succede quando scrivo un altro tipo di storie, per Animali da macello per esempio, dove un vendicatore degli animali uccide gli “umani” allo stesso modo in cui essi avevano ucciso gli altri animali, avevo un grosso problema, non riuscivo a pensare di mettermi a cercare le modalità con cui si fa la seta, o come si ricava il piumino d’oca, o come si uccide un animale da pelliccia, per questo alla fine il libro è stato scritto insieme a Simonetta T. Hofelzer, e da quel libro è nata una bella amicizia.
L’animalismo, in un modo o in un altro, è sempre presente nei miei scritti, vorrei anche citare i più recenti: Pony e Mucca, pubblicato nell’antologia Lo specchio brillante edita da Future Fiction, Enola, presente in Zanne - Un’antologia di animali ribelli uscita per Cronache Ribelli e curata da Francesco Cortonesi, e l’ultimo lavoro, per me più importante, ZomBeast, pubblicato da Delos Digital per la collana The Tube Exposed curata da Diego Matteucci, un horror in cui il rapporto tra uomo e animale si capovolge, con la prefazione di Francesco Cortonesi. È un vero splatterpunk che non consiglio a chi ha lo stomaco delicato, che mi sono divertita molto a scrivere dopo anni in cui Diego mi chiedeva un racconto sugli zombie!
Insegnare l’orrore: tu hai insegnato scrittura creativa per molti anni. Qual è il consiglio principale che dai a un giovane autore che vuole cimentarsi con il genere horror senza cadere nei cliché del già visto?
I cliché sono sempre da evitare è ovvio, e ormai anche le tecniche sono trappole che alla fine rischiano di farvici ricadere chi scrive. Non ho mai insegnato in modo così meccanico, alla fine il mio lavoro era più di tipo motivazionale. Alcuni sostengono che se vuoi scrivere una determinata storia dovresti prima leggere tutto ciò che è stato scritto sull’argomento, io penso esattamente il contrario. In ogni caso credo che la cosa importante sia amare la scrittura, essere disposti a sacrificarsi per lei e farsi rapire da quello che si sta scrivendo.
Evoluzione dell’editoria e i piccoli editori: tu ha vissuto l’editoria da protagonista in ogni sua forma. Dalle grandi major come Mondadori ed Einaudi alla nascita di collane cult, fino alla sperimentazione diretta con gli ebook e il self-publishing attraverso l’“Alda’s Corner”.
In un’epoca dominata dall’algoritmo dei social network e dalla velocità del digitale, che ruolo gioca oggi, secondo te, la piccola editoria indipendente? Pensi che queste ‘isole’ di resistenza culturale abbiano ancora la forza di scovare il talento fuori dai radar commerciali, o il mercato si sta polarizzando troppo verso un intrattenimento rapido e meno coraggioso?
Come prima cosa devo darti una delusione: quell’Alda’s Corner presente su Substack non è roba mia. C’è stata una quindicina d’anni fa una collana quasi omonima (Alda Teodorani’s Corner) di ebook edita da Kipple e curata da Francesco Verso, che ha pubblicato alcuni miei lavori. Ho saltuariamente pubblicato materiali in self publishing nei momenti in cui scadevano i contratti – anche perché alcuni editori continuano a tenere i libri sul mercato a contratto scaduto – a un costo minore oppure alcuni a edizione limitata (per esempio Lettere dal ranch o Viaggio in Provenza, lavori intimisti rivolti a pochi lettori molto affezionati) e di recente alcuni e-book, già piratati, ma non mi importa.
Detto questo, per rispondere alla tua domanda, penso che sia tutto quello che hai descritto: pur avendo pubblicato con grandi editori, ho sempre sostenuto l’editoria indipendente come quasi nessun altro ha fatto pubblicando con case editrici anche di nicchia (con le antologie di Club GHoST alcuni racconti, tipo 20 anni fa, ricordi?) e penso che questo abbia influito anche positivamente sulla mia reputazione; l’ho fatto a volte felicemente, a volte meno, altre ancora litigandoci, e al momento sono piuttosto delusa da tutto, devo confessarlo. Però sì, credo che dall’editoria indipendente possano nascere autori e materiali assai interessanti, seppure il mercato stia mostrando l’orientamento che tu delinei tanto bene. Per quanto riguarda me, penso di rifare il catalogo per conto mio, in linea di massima. Vedremo!
La funzione della violenza: spesso la critica si sofferma sull’efferatezza delle tue pagine. Consideri la violenza nei tuoi testi più come un fine estetico o come un mezzo necessario per svelare l’ipocrisia sociale e le bassezze umane?
In parte ho già risposto, non mi sono mai posta questa domanda, e nemmeno ora riesco a pormela, per me la scrittura è un’esigenza e la mia è anche molto sfaccettata. A volte ha avuto una funzione di denuncia, come in Uomini senza, Animali da macello o anche La ragazza dal pigiama rosso, altre volte è stata un grimaldello, come è successo per E Roma piange in Gioventù cannibale (giudicato dai miei colleghi cannibali un racconto fascista – ovviamente non hanno capito nulla) o I fantasmi della guerra in Gli orrori della guerra.
La ragazza dal pigiama rosso: nel tuo ultimo libro, La ragazza dal pigiama rosso, sembri aver compiuto un’operazione narrativa quasi chirurgica: partendo da una figura che nasce dal trauma reale della violenza domestica, trascini il lettore in una spirale di ‘body horror’ tecnologico fatto di biostampanti, innesti e carne coltivata.
La critica ha descritto il personaggio di Lara non come una semplice protagonista, ma come una ‘frattura vivente’ che smette di subire per diventare una forza oscura e ambigua. Ci puoi raccontare come è nata l’idea di fondere un tema così tristemente attuale come l’abuso con elementi sci-fi e biopunk? E soprattutto, quanto è stato emotivamente e tecnicamente impegnativo dare vita a questa ‘ricostruzione’ di Lara, un personaggio che sembra quasi un bug di sistema pronto a riscrivere le proprie regole?
Ci sono cose che ti restano dentro. Frammenti che si vanno a incastrare assieme nella mente e tu continui a pensarci. Nel mio caso è stata la visione con Antonio Tentori, alcuni anni fa, di La ragazza dal pigiama giallo, un film geniale. Ancor prima avevo visto Boxing Helena. Un amico, Massimo Moretti, costruisce stampanti 3D, e ho visto nascere e poi crescere il suo lavoro. Sentivo anche l’esigenza forte di narrare una storia in cui la protagonista fosse seguita in una prospettiva davvero ravvicinata in modo da suscitare l’empatia del lettore, di metterla in condizione di dover essere ricostruita, perché sta morendo, e di farlo fin dall’inizio, seguendola poi nelle sue vicende fino al punto in cui viene ritrovata moribonda e metterla in condizione di rifarsi una vita. Il lavoro su questo libro è stato lungo, pieno di incertezza, e dal punto di vista emotivo assai pesante. Ho vissuto per anni con Lara, portandomi dentro i maltrattamenti che subiva, e cercando un modo non scontato di liberarla.
Progetti futuri: dopo aver attraversato decenni di letteratura noir, collaborazioni musicali, sceneggiature e sperimentazioni multimediali, qual è la nuova frontiera che Alda Teodorani sente il bisogno di varcare? C’è un genere o un linguaggio espressivo che non hai ancora esplorato e a cui stai lavorando, o magari un ritorno alle origini più ‘estreme’?
Ogni tanto torno alle origini perché il racconto orrorifico, l’horror metropolitano, l’esplorazione del corpo mi interessano sempre. Poi vado a schiantare qualche confine, a ibridare, a divertirmi: ci vuole coraggio e molta ostinazione. Ho già in mente un nuovo libro, e lo farò in questa prospettiva.
Alda, ti ringraziamo profondamente per questa chiacchierata così intensa. Le tue parole ci confermano che l'orrore e il noir, nelle mani di chi sa raccontarli con autenticità, non sono solo generi letterari, ma specchi implacabili della nostra realtà e dei nostri desideri più inconfessabili.
Invitiamo tutti i nostri lettori a immergersi nelle pagine de La ragazza dal pigiama rosso e a leggere Zombeast, continuando a seguire il suo percorso, sempre fuori dagli schemi. Grazie ancora per essere stata con noi e buon lavoro per i tuoi prossimi, oscuri progetti.
Copyright ⓒ Alda Teodorani e Max Ferrara.











