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Pranzo di Ferragosto di Gianni di Gregorio

Gianni (Gianni di Gregorio) è un uomo di mezza età che vive a Roma assieme alla madre, un’anziana nobildonna decaduta e vedova che lo opprime ogni giorno con le sue richieste. I due non nuotano certo nell’oro e i debiti che hanno contratto nel tempo aumentano ogni giorno di più. Quando l’amministratore, Alfonso, si presenta in casa loro per riscuotere la quota delle spese condominiali, Gianni ovviamente non è grado di pagare. Essendo però quest’ultimo pieno di debiti si trova costretto ad accettare una sorta di favore: quello cioè di badare alla madre di Alfonso durante la giornata di Ferragosto, in cambio della totale estinzione di tutti i suoi debiti. Insieme alla madre, però, l’amministratore si presenta poco dopo anche con un’altra donna, ovvero sua zia Maria. Dopo aver accettato di malavoglia anche questa seconda presenza (e dopo un somma di denaro come ricompensa), si presenta subito dopo il suo amico Marcello (medico di famiglia) giunto in aiuto di Gianni che nel frattempo si era sentito male: dopo essersi fatto raccontare tutta la strampalata vicenda (probabilmente causa dello stress e quindi del malore) Marcello chiede al protagonista di occuparsi anche di sua madre, dato che sfortunatamente la badante non è disponibile e lui ha un turno di notte che lo aspetta. A questo punto Gianni è come in trappola e si trova così a passare la giornata di Ferragosto assieme quattro donne attempate…
  

Con Pranzo di Ferragosto, Gianni di Gregorio debutta alla grande, vincendo il David di Donatello 2009 come miglior regista esordiente e numerosi altri premi. E non c’è da meravigliarsi: il film è senza dubbio uno dei migliori prodotti del cinema italiano degli ultimi quindici anni, con scelte coraggiose che ne esaltano la fattura, e ne rimarcano l’autenticità (come quella di utilizzare attori rigorosamente non professionisti, tranne lo stesso Di Gregorio e Alfonso Santagata). Un film lento, ma esuberante; apparentemente immobile, ma con una verve che si avverte ad ogni esilarante scambio di battute; e, soprattutto, un film con una malinconica felicità di fondo che tanto assomiglia alle città che si svuotano proprio nel giorno di Ferragosto. Ottima regia, ottima sceneggiatura (tra l’altro la storia è ispirata a un fatto realmente accaduto a Di Gregorio) e ottima alchimia tra tutti i protagonisti.


Voto: ottimo
  
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Una visione del Sabba

Articolo sulle origini del Sabba.



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I segreti della Hammer

Articolo sulla storia della Hammer.






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Il sale della strega di Steve O. Crevit


Per i rari e frettolosi viandanti, piccoli commercianti o contadini, che con i loro camioncini si trovano a dover passare davanti alla fattoria La Maru­chelle, nelle campagne di Saint Faizent, nel nord della Francia, non c'è nemmeno il tempo di dare un'occhiata a quel casamento triste e lugubre nell'aspetto esteriore.
I loro affari permettono forse di vedere il por­tale, di legno sbrecciato, che resiste ancora alle intem­perie ed ai venti della pianura. E forse qualcuno, più osservatore e meno concentrato degli altri nelle pro­prie faccende, riuscirà anche a vedere la pompa del­l'acqua arrugginita, o il selciato in più punti divelto, o i muri scrostati del piano terreno, sul quale i bam­bini si erano divertiti a disegnare pupazzetti impos­sibili, o frasi senza significato.
Nessuno, però, se non vi è proprio attratto per un caso fortuito, riesce ad alzare gli occhi fino al primo piano, fino alle finestre consunte dal tempo. Là, lo sguardo si fisserebbe attonito e sbigottito, in­chiodato come quelle assi messe in croce che sbarrano in qualche modo gli occhi stanchi e tristi delle fine­stre inutili. Perchè, si chiederebbero forse i più cu­riosi, hanno sbarrato quelle finestre? Cosa è successo dunque là dentro per proibirne l'ingresso a tutti? For­se qualche grave pestilenza, qualche morbo infettivo che potrebbe contagiare la. popolazione dell'intera zona?
No, a La Maruchelle c'erano le streghe. Anzi, quella che conosciamo noi era una strega, una sola donna spiritata e malefica. Ma sufficiente per man­dare in rovina una famiglia e per consigliare i conta­dini a girare al largo da quel luogo sinistro.
Pensate, da quattordici anni nessuno é più entrato in quella fattoria. Le poche donne che vi passano da­vanti, si inginocchiano e si fanno il segno della croce per cacciare il diavolo, o forse per farsi coraggio. Gli uomini, che fingono noncuranza e che si professano assolutamente allergici alla superstizione, trovano però il modo, non visti, di volgere gli occhi altrove e di tentare un segno cabalistico, un qualcosa che possa sconfiggere il malocchio.
Il malocchio. Quanti sono in Francia quelli che ancora oggi credono nelle funzioni espiatorie, nelle magie portentose delle vecchie bacucche, nei filtri che esse propinano ai loro creduli clienti, i quali pre­tendono, dopo essersi sottoposti a questi riti inutili, di sentirsi cambiati internamente e di avere cacciato il diavolo dal corpo.
Oggi in Francia, come del resto succederà in chissà quante altre parti del mondo, si crede ancora nelle fattucchiere, nelle streghe, nelle loro magie divina­torie, nei loro sortilegi maledetti. E appunto per que­sta credulità, ci sono più vittime del necessario. Per­ché, pur di compiere quei riti che vengono suggeriti dalle streghe o dai maghi, non si esita ad uccidere, in preda a follia isterica, anche i propri simili.
Chi avesse tempo di fermarsi alla fattoria di nonno Pierre, a sette chilometri da La Maruchelle, e volesse bere un boccale di latte appena munto, avrebbe per­ciò la possibilità di sentire questa storia, affascinante e misteriosa, triste e paurosa allo stesso tempo. La storia vera de La Maruchelle e della sua strega; così, come l'abbiamo sentita noi, in una notte dello scorso inverno, quando ci trovammo a passare da quelle parti maledette, dimenticate da Dio e perfino dagli uomini. Una storia che potrebbe far accapponare la pelle ad una ragazza, ma che lascia allibiti anche gli uomini.
La stregoneria e la superstizione, piaghe inestin­guibili della provincia francese, hanno mietuto là dentro altre due vittime, due innocenti vittime, di nulla colpevoli se non di essersi ribellate ai voleri di una poveretta invasata, posseduta dal demonio e accecata dalle sue stolte credenze.
A La Maruchelle abitava la famiglia Guillemaux, composta dal capo famiglia, il vecchio e malandato Guilleme, da sua moglie Ida, una donna che ha lavo­rato tutta una vita per tirar grandi i due figli, Hen­riette, la figlia maggiore, stregata e « fatturata », il marito di lei, Robert, un contadino forte e ignorante, il quale stava a contemplare, tutte le sere, la sua don­na che faceva il gioco delle carte o si metteva davanti a delle immagini strane, quelle che avrebbero dovuto cacciare il demonio da quella casa. C'era poi il fra­tello minore di Henriette, Paul di diciotto anni, un ragazzotto di campagna perché aveva ancora la mentalità di un bambino, e si divertiva a giocare coi pezzetti di carta quando, la sera, tutti si ritiravano nelle pro­prie case, davanti al fuoco, a dire le orazioni o a raccontarsi le storie dell'epoca.
La guerra era passata anche da quelle abbando­nate contrade, ma non si era fermata. E non aveva portato distruzione e rovine. Forse è stato un male, perchè quella povera gente non ha avuto modo di capire che la vita, purtroppo, è diversa da quella che conducono loro, chiusa, introversa, fin troppo clau­strale. Ma Henriette, la figlia squalificata e demente, aveva portato sui congiunti il dominio delle sue cre­denze, e non ammetteva che qualcuno osasse ribel­larsi ai suoi voleri.
Ogni tanto, quando il tempo si presentava piut­tosto clemente e le serate si allungavano col tepore della primavera e col caldo afoso dell'estate, veniva a far visita a questa povera gente un vecchio anal­fabeta, un certo Francois Perriel, che nel circondario aveva fama di mago e di guaritore.
Henriette, quando il suo cervello non si appan­nava nelle elucubrazioni violente delle sue credenze, quando non si lasciava prendere la mano dalle stre­gonerie che albergavano nel suo forte corpo, era una grande lavoratrice. Lei andava nei campi con gli uo­mini, lei portava le fascine di legna fin sotto il por­tico, lei guidava i cavalli nel trasporto del raccolto o i buoi nel tracciare il solco fecondo. Ma aveva il difetto di essere tremendamente superstiziosa. Ogni evento della giornata, bello o brutto che fosse, ogni fatto che poteva accadere nel suo lavoro quotidiano, per lei era legato alla fortuna od al malocchio. Non c'era via di scampo. Tutto quello che succedeva alla fatto­ria, secondo la sua scarsa intelligenza, era frutto del bene o del male, a seconda che portasse piacere o disperazione.
Non aveva mai avuto tempo per pensare all'amo­re; forse era diventata donna senza accorgersi. Sol­tanto Robert, il marito, l'aveva vista ed aveva voluto sposarla, così, senza nemmeno volerle bene. Era un giovane solo, senza famiglia, e per lui era stata una fortuna conoscere Henriette.
Però, mentre prima le cose andavano abbastanza bene, e si viveva, a La Maruchelle, discretamente, ora i tempi erano cambiati. I raccolti si erano fatti sem­pre più magri, per colpa della pioggia che non voleva saperne di irrorare quelle terre secche e aride, gli animali deperivano a vista d'occhio, perché il fieno non era più tanto buono come prima e la paglia, a lungo andare, faceva male. Anche la vigna aveva cominciato a dar uva scarsa e con poca gradazione, e i vitelli, quelli che riuscivano a nascere vivi, sembra­vano scheletriti e non fiorivano come si sarebbe voluto. C'era insomma tutta una situazione di miseria e di disperazione. E in quella situazione, Henriette domi­nava la scena, con le sue credenze.
Un giorno la donna, convinta di trovarsi di fronte ad una maledizione, chissà da chi scagliata, decise di far venire il vecchio guaritore e l'implorò di libe­rare la casa e tutta la famiglia dal malocchio. Anzi. ella fece il nome di una vicina, una donna di mezza età che abitava a qualche centinaio di metri, in una stamberga, colpevole, secondo lei, di avere imposto sul podere dei Guillemaux, una « fattura ».
Il vecchio si fece raccontare minuziosamente i fatti da Henriette, dimostrando, durante il racconto, di concentrarsi in atteggiamenti spiritati; quindi, allor­chè seppe tutta la storia che travagliava Henriette ed i suoi cari, trasse da una bisaccia lurida e sporca un barattolo, nel quale egli aveva nascosto ben 14 doni di Dio.
« In questo barattolo - disse poi con aria tronfia e con occhi sbarrati -  troverai una specie di sale rosso. Sarà la tua salvezza, o donna, perché quando avrai bisogno di scacciare il malocchio, non avrai a far altro che distenderlo sulla tavola della cucina, e leccarlo tre volte, dicendo le parole che ti insegnerò. Procura che tutti gli altri membri della tua famiglia seguano il tuo esempio, e vedrai che il demonio sarà allontanato per sempre da queste contrade, e tornerete a vivere come prima, con la benedizione di Dio e senza le prospettive di una terribile carestia, come quella che si sta delineando per voi ».
 Queste parole, furono come il Vangelo per la po­vera e ignorante Henriette. Quando il vecchio se ne fu andato, coi suoi stracci e con le sue credenze, ella apparve contenta. Finalmente avrebbe potuto com­battere ad armi pari col diavolo, finalmente avrebbe potuto vendicarsi sulle manovre della vicina, l'unica colpevole di tutte le sciagure che si andavano accu­mulando in quella casa.
La mattina seguente, quando il sole non era ancora comparso all'orizzonte, e la terra stentava a prendere il suo aspetto naturale, Henriette era già nella stalla per mungere le poche mucche che erano rimaste, e che davano un latte piuttosto scarso. Quando Henriette ebbe finito il suo lavoro, e si attardò a guardare il secchio del latte che aveva messo vicino alla porta della stalla, trasalì e si addossò sbigottita alle pareti. Nel secchio le era apparso il viso sogghignante della vicina di casa, di colei che aveva scagliato la maledizione su La Maruchelle ed i suoi abitanti. Henriette, al col­mo dell'ira, diede un calcio al secchio, e il latte si sparse sul letame e sulla paglia, compiendo uno strano miscuglio. In preda a grande nervosismo, Henriette si avvicinò al vitellino che era nato tre giorni avanti, per vedere se tutto era in ordine. Sembrava dormisse, invece era morto. Henriette cacciò un urlo, uscì dalla stalla come una forsennata, e, con quanto fiato aveva in gola, si mise a gridare:
« Il demonio, il demonio ha ucciso il vitellino! La casa nostra è stregata! Il sale! Dov'è il sale?! ». 
Come una forsennata piombò nella sua fredda camera, ove il marito e il figlioletto di quattro anni stavano ancora dormendo. Si avvicinò al cassettone e ne trasse il barattolo che il vecchio mago le aveva consegnato qual­che giorno addietro. Guardò quel barattolo con gli occhi sbarrati e se lo strinse al petto, come fosse la sua unica arma di salvezza.
Poi obbligò tutti a vestirsi, e li fece scendere in fretta e furia. Bisognava far presto, non c'era tempo da perdere, altrimenti il demonio avrebbe compiuto qualche altro misfatto. Quando tutti furono presenti, Henriette cominciò le sue strane litanie, a base di parole incomprensibili e senza senso. Aveva un aspetto truce quella donna, sembrava veramente posseduta dal demonio.
Gli altri, il  padre Guilleme, la madre Ida, il fratello  Paul assistevano  sbigottiti a quel rito pagano, senza osare minimamente di intervenire presso Hen­riette, dissuadendola dal compiere simili profanazioni. 
Pian piano, però, con una macabra regia, Hen­riette riuscì a convincere i familiari della validità di quella strana formula e del magico potere di quel sale rosso che giaceva, sparso, sul tavolo bianco della vecchia cucina. Anch'essi, spinti all'orgasmo dai segni cabalistici della donna, si sentivano convincere, anche se ceravano di nascondere questa loro debolezza la­sciandosi scappare, di tanto in tanto, un risolino nascosto.
Soltanto uno, forse il più intelligente della fami­glia, rimaneva scettico e dubbioso davanti a quella messa in scena, e seguiva con riluttanza le istruzioni della donna: era Marcel, il fratello minore, il giovane che si divertiva a giocare coi pezzetti di carta, mal­grado fosse alla vigilia di partire per il soldato. Quan­do Henriette, con gli occhi dilatati e l'iride gonfia, ordinò a tutti di leccare quel sale tre volte, Marcel sorrise di nuovo e si rifiutò.
« Tu sei d'accordo con quella vecchia strega - urlò Henriette dando in smanie - ci vuoi rovinare tutti, ma te lo farò leccare io quel sale! ».
Così dicendo, si avvicinò al ragazzo e gli chinò la testa fino al piano del tavolo per fargli toccare il sale con la bocca. Al contatto col sale, Marcel si alzò di scatto e sputò per terra, e fu appunto quello sputo che nel cervello di Henriette risuonava soltanto come un affronto e come una bestemmia da lavare immediatamente,  per non fare il gioco del diavolo, a pro­vocare la tragedia.
Come invasata, come posseduta da uno spirito ma­lefico di inaudita violenza, Henriette si appressò al fratello minore, gli prese la testa con ambedue le mani e, con la forza della disperazione riuscì ad abbassarla fino a quel sale ignobile. Ella lo costrinse a premere le labbra sul sale, sempre più forte, sempre più forte. Le sue mani erano diventate come tenaglie, il suo aspetto andava assumendo sempre più una contrattura muscolosa che faceva spavento. In quelle terribili mani era tutta la forza della disperazione di una donna che credeva nel valore assoluto dei maghi e delle streghe, e che voleva ad ogni costo compiere il rito di stregoneria che avrebbe scacciato dalla sua casa il malocchio.
Marcel boccheggiava, sotto la spinta di quella mor­sa tremenda, e lottava disperatamente per allontanare la bocca ed il naso dal piano del tavolo che stava per tramutarsi nel suo giustiziere. Ma Henriette aveva una forza tremenda, i suoi muscoli erano quelli di un uomo, la sua forza era decuplicata dall'esaltazione mentale e psichica. Si udì come un rantolo, come un grido di disperazione. Marcel tentò ancora una volta di buttarsi all'indietro, poi perse ogni forza. Henriette non accennò ancora a lasciare il collo del poveretto, e si ritrasse soltanto quando il giovane, privo di vita, si afflosciò sul pavimento.
Davanti ai familiari, attoniti e sbigottiti, stava il cadavere di un ragazzo di diciotto anni, ucciso perché si ribellava agli strani riti di una sorella demente e forsennata. Henriette, invece, aveva all’angolo della bocca il sorriso protervo degli infatuati, del posseduti dalla superstizione e dalla credulità.
La verità venne a galla ben presto, anche perchè Henriette non fece nulla per nasconderla. E del resto l'autopsia del cadavere del fratello parlava assai chia­ro: morte per strangolamento. Da quel momento, la popolazione della zona cominciò a girare al largo da La Maruchelle, la fattoria maledetta, nella quale, annichilita dal dolore e annientata dalla disperazione, la vecchia madre giaceva, incapace di rendersi conto della fine pietosa di suo figlio, e della pazzia stregata della figlia maggiore.
AI momento dell'arresto, Henriette non seppe dir altro che una frase: “ L'avevo sempre detto che su noi c'era il malocchio. C'era il diavolo in casa nostra, un diavolo cattivo e ribelle che ci avrebbe rovinato. Dio ha voluto che, quel mattino, il diavolo si fosse impossessato del mio corpo, spingendomi a compiere un delitto inutile. Forse, però, ora ci siamo liberati dal malocchio, e La Maruchelle potrà tornare ad essere quella di una volta. La carestia è finita per sempre, gli spiriti cattivi sono stati debellati. Mi spiace per mio fratello, ma non c'era nient'altro da fare! ”.
Non erano ancora finite le vicissitudini della fa­miglia Guillemaux. Quel morto, che avrebbe dovuto rasserenare l'ambiente e portare rinnovata felicità nella famiglia disperata, era soltanto l'inizio. La vec­chia Ida, qualche giorno prima di essere chiamata in tribunale per testimoniare contro la propria figlia  e contribuire quindi a farla condannare, si è uccisa. 
Aveva lasciato la vecchia casa di campagna e si era trasferita presso un cugino, per dimenticare, se possibile, la triste tragedia. 
Ma i giorni passavano, e nel suo cuore si andava accumulando una disperazione intensa e misera. Il suo pensiero era fisso sul povero figlio, vittima inconscia e inconsapevole di una sorella deviata. Non ha saputo resistere al dolore, ed ha pre­ferito andarsene per sempre, per essere vicina al ragazzo che non aveva saputo difendere da vivo.
Così, in tribunale, Henriette non si è trovata con­tro la madre, e i giudici, in considerazione del difet­toso cervello della donna, e giudicando che avesse agito in un momento di seminfermità mentale, l’hanno condannata a soli cinque anni di carcere, ed a tre anni di vigilanza in un istituto di cura mentale.
Così si è conclusa la tragedia de La Maruchelle, la fattoria sperduta nelle campagne del nord della Francia, ove passano soltanto frettolosi commercianti e qualche contadino che va in città, al mercato, per vendere i prodotti della terra. Ora, basta dare un'oc­chiata alla vecchia costruzione, per capire che è stata definitivamente abbandonata dagli uomini. La fami­glia Guillemaux è fuggita da quella casa di dolore, e qualcuno si è avvicinato per acquistarla. Ma quando è venuto a conoscenza dei fatti che si sono svolti in quel mattino di quattordici anni addietro, ha lasciato le trattative.
Ora la casa è stata chiusa, sprangata, le finestre sono state bloccate con assi incrociate e il vecchio portone, ammuffito e consunto, è stato sbarrato dall’interno. I vicini, i coloni della zona, non vogliono che il diavolo, annidatosi là dentro parecchi anni addietro, ne possa ancora uscire per fare del male altrove.
La stregoneria è ancora viva in Francia, e trova i suoi aderenti proprio nelle popolazioni isolate delle campagne, ove la civiltà stenta a farsi strada. Questa è la storia di Henriette, una giovane donna forte come un uomo, che ha ucciso inconsciamente,  posseduta dal demonio.
     

Detective Dee

Anno 690 D.C. La mastodontica statua del grande Buddha deve essere finita in tempo per l’incoronazione della prima imperatrice donna della Cina, Wu Zetian. A una settimana dal termine dei lavori iniziano a susseguirsi delle misteriose morti  per autocombustione che coinvolgono i responsabili dei lavori e servitori vicini alla futura regnante. Per far fronte a questo mistero Wu Zetian decide di scarcerare il detective Di Renjie, finito in carcere tempo prima per insubordinazione. Un affascinante viaggio nel mistero attenderà il protagonista e i suoi compagni…
   
Con Detective Dee (candidato al Leone d’Oro a Venezia nel 2010) Tsui Hark torna alla regia dopo quasi due anni d’attesa (sebbene in questo 2011 abbia già finito di girare  The Flying Swords of Dragon Gate, con Jet Li) riconfermando, con un film emozionante e pieno di colpi di scena, il suo soprannome di “Spielberg d’Oriente”. L’affascinante mix poliziesco/wuxiapian cattura immediatamente l’attenzione dello spettatore, restituendo fedelmente l’autentico e tradizionale spirito dei film d’arti marziali hongkonghesi. Per troppi anni, infatti (a mio parere), il taglio dato a questi film da registi come Zhang Yimou e Ang Lee ha contribuito a donare al genere un’innaturale solennità lontana anni luce dalla loro matrice storica, sottolineando più che altro delle imbarazzanti velleità da grande opera assolutamente fuori luogo, giustificate qua e là da più o meno evidenti riferimenti a grandi maestri del passato come l’elegante King Hu e il suo “cinema della leggerezza”. Tsui Hark ci riporta a terra, quindi, con il suo tipico pragmatismo che tuttavia passa attraverso la sua passione per il fantastico e per i colori invadenti, in un tripudio senza fine di violenza, humor, mistero e azione. Un film che si può gustare a più livelli: la scalpitante tecnica narrativa di Hark; le ormai istituzionali scene di lotta dirette da Sammo Hung; l’avvincente trama piena di suspence, da poliziesco da manuale. Assolutamente piacevole e divertente.
 
  
Voto: Molto buono.
   
Di seguito il trailer ufficiale in italiano:
   
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Breaking Dawn fa il pieno


Devastante l'impatto di Breaking Dawn sul box office italiano: quasi 10 milioni di euro in 5 giorni. E in America è stata la quinta migliore apertura di sempre.
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Pensiero del giorno - Giovanni Soriano 22/11/2011

Per quanto ci si sforzi di salire in alto, non ci si potrà mai innalzare sopra sé stessi. (Giovanni Soriano)
     

Pensiero del giorno - Vittorio Buttafava 16/11/2011

C'è una sola prova infallibile per misurare un uomo: il dolore. Migliora i buoni e peggiora i cattivi. (Vittorio Buttafava)
  

The Social Network di David Fincher

Con The Social Network è in scena la controversa vicenda legata alla creazione di Facebook da parte di Mark Zuckerberg e del suo amico e futuro socio Eduardo Saverin, nel 2004. Vicenda conclusasi con la causa legale da 600 milioni di dollari intentata proprio da Saverin (per motivi contrattuali) e dai gemelli Winklevoss  (per violazione di copyright), entrambe contro lo stesso Zuckerberg.
Nella difficilissima impresa di ricostruire la storia della creazione del social network più grande e conosciuto al mondo (ma anche del controverso epilogo con le cause milionarie intentate contro il suo creatore), David Fincher riesce a mantenersi distante quanto basta, senza mai cadere nella tentazione di sfociare nel torbido e nell’angoscioso come suo solito e facendosi sostenere dalle immense musiche di Trent Reznor e Atticus Ross. Ne viene fuori un prodotto equilibrato, sobrio, ma con un piccolo appunto negativo sulla sceneggiatura e sui dialoghi, pericolosamente troppo vicini, nel ritmo e nella complessità intrinseca, a tanti teen-movie americani odiosamente pretenziosi, tipici dell’ultimo decennio.
Tutta la complessa ed avvincente vicenda ruota attorno al grande e apparentemente semplice concetto che negli ultimi tempi è stato pesantemente ridimensionato in peggio proprio dai social network di tutti i tipi che hanno invaso la rete: si parla ovviamente dell’amicizia. Nel film sono in scena proprio loro: le amicizie vere che si perdono in cambio di quelle fasulle (in rete e non); e la fiducia nel prossimo che perde sempre più di consistenza e punti di riferimento, oscillando tra cecità di fronte all'evidenza e inspiegabili angosce da sospetto. In questo tripudio di dati (che nessuno ha mai chiesto) Fincher riesce a tradurre al meglio lo spirito e il clima tipico di Facebook, fatto di informazioni condivise e commenti fatti a chiunque e a qualsiasi cosa, senza la minima considerazione per il contesto che li definisce e per la persona che sta davanti alla tastiera: battute rapide, talvolta senza la benché minima consequenzialità; sguardi vuoti; definizioni ai limiti del demenziale su cosa è fico e cosa no; ansia perenne da astinenza di droghe vere e non, e una grande e insopportabile insoddisfazione generale che non si sa neanche da dove provenga … Facebook insomma… senza la “The”...
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Voto: quasi ottimo.
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Di seguito il trailer ufficiale in italiano:
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Blu Bar, documentario


Le chicche dagli inferi escono copiose! Il documentario in commento, Blu Bar (che è il nome del locale in cui suona il pianista Carlo, magistralmente interpretato da Gabriele Lavia), è un viaggio che gli eminenti videomakers Davide Della Nina (soggetto e interviste) e Alessandro Benna (regia) fanno attraverso i luoghi nei quali è stato girato, nel 1975, uno dei più grandi thriller della storia del cinema, ovvero Profondo rosso.
Sono state visitate le locations quali la finestra dell’appartamento della sensitiva Helga Ullmann (Macha Méril), Villa Scott (la celebre «Villa del bambino urlante»), il laboratorio di Germano Natali (truccatore e artista degli effetti speciali di film come Profondo rosso, Suspiria, Inferno), tanto per citarne alcune.
Nonostante sia il primo lavoro dei Nostri, il prodotto è comunque di altissima qualità, curato con dovizia di particolari dalla cover alle immagini, dal montaggio ai contenuti.
Il dvd ha una durata di circa 45 minuti, dedicati interamente alle interviste a Dario Argento, Claudio Simonetti, Germano Natali, Giuliana Calandra (attrice teatrale e cinematografica), Vivalda Vigorelli (segretaria di edizione), Luigi Cozzi (regista, sceneggiatore e scrittore), Giulia Carluccio (docente e scrittrice), dalle quali emergono succose curiosità.
Il documentario è godibilissimo, coinvolgente dall’inizio alla fine, senza cedimenti o momenti morti ed è dedicato sia ai cultori di Argento, Simonetti e Goblin sia a coloro che si avvicinano per la prima volta al mondo “argentiano/simonettiano/gobliniano” così arcano e, proprio per questo, così affascinante.
Blu Bar è stato vincitore al Torino Horror Festival del 2002 come miglior documentario, ma la premiata ditta Benna/Della Nina ha tutte le qualità per aspirare ad ulteriori grandi riconoscimenti.
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A cura di Demetrio Cutrupi - Copyright © 2011
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Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima

La giovane Momoko è una studentessa che vive a Shimotsuma, un minuscolo sobborgo perso tra le campagne giapponesi. Un luogo assolutamente inadatto a una che avrebbe voluto nascere nel periodo Rococò francese e che non pensa ad altro che all’alta moda italiana. Il padre di Momoko è un ex yakuza, un tempo addetto allo spaccio di falsi capi di Versace e simili, e costretto al ritiro dalla malavita dopo essere stato colto in flagrante. Per mettere da parte qualche soldo, Momoko decide di mettere un annuncio nel quale afferma di avere degli autentici Versace da vendere a prezzi molto economici, quando in realtà si appresta a rifilare alla gente la vecchia merce fasulla avanzata dal padre. All’annuncio risponde la rozza, ma buona Ichigo, una giovane motociclista (che in realtà guida uno scooter) facente parte di una banda di bikers al femminile. Dopo qualche contrasto iniziale tra le due (soprattutto perché Momoko trova Ichigo alquanto invadente e poco elegante) il loro rapporto si trasformerà gradualmente in una grande amicizia.

Con Kamikaze Girls (Shimotsuma Monogatari, 2004), Tetsuya Nakashima firma forse il suo lungometraggio più famoso (se escludiamo il suo ultimo Confessions Kokuharu, 2010), ma soprattutto uno dei prodotti più bizzarri e surreali degli anni 2000, un decennio molto particolare che ha visto un graduale e sempre più significativo avvicinamento dell’estetica manga nel mondo del cinema dal vero, iniziato concretamente già con i film di Kitano Takeshi dalla fine degli anni ’80. Gli inserti animati (ad opera del celebre Studio 4°CMemories, Spriggan, Animatrix, Tekkonkinkreet…) confermano questo stretto legame, così come le numerose parentesi non-sense (Momoko bambina che improvvisamente si solleva da terra e inizia a librarsi in cielo; l’assurda pettinatura di “Unicorn” Ryuji); e le tipiche pose statiche degli attori, una più probabile citazione delle vignette dei fumetti cartacei, questa, più che un colto richiamo alle posture tipiche del teatro No. Ma Kamikaze Girls è soprattutto un film divertente, leggero (quasi nebuloso) che trova negli effetti speciali e nella comica assurdità dei personaggi e delle situazioni la sua più profonda ragion d’essere. Le bellissime Momoko (Kyoko Fukada – la prominente Doronjo del recente Yattaman di Miike Takashi) e Ichigo (Anna Tsuchiya, attrice e cantante nippo-americana) sottolineano una ricerca stilistica intensa e mirata che possa avvicinare il più possibile l’estetica di questo film a quella sempre perfetta degli anime ai quali si rifà. Bello perché assurdo, assurdo perché troppo bello.
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Voto: molto buono.
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Di seguito il trailer ufficiale in lingua originale:
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Denti assassini di Damian Lee

Regia di Damian Lee - Canada 1988, con Paul Coufos, Lisa Schrage, Colin Fox, Frank Moore, Réal Andrews, Stuart Hughes.






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Disponibile Altrisogni 4


Compie un anno la prima rivista digitale italiana di narrativa horror, sci-fi e weird e lo festeggia Nel buio.
Altrisogni 4 è pronto per il download e scandisce un anno di pubblicazione per la rivista italiana che offre spazio, attenzione e strumenti per agli scrittori di horror, fantascienza e weird. Il nuovo numero è forte di 96 pagine, 7 racconti, 4 pagine di notizie, 4 di recensioni e 2 di suggestioni, ma presenta anche un inserto con il racconto e lo scatto fotografico vincitori del primo concorso foto-letterario a tema Nel buio, indetto e organizzato assieme alla rivista elettronica D&N.
Il corpo redazionale di Altrisogni 4 è caratterizzato dalla presenza di due articoli che interesseranno chiunque scriva narrativa fantastica. Il primo è un’intervista a Luca Tarenzi, autore del romanzo Quando il diavolo ti accarezza (Salani, 2011) come anche di Il sentiero di legno e sangue (Asengard, 2010). Il secondo è un articolo di approfondimento che riprende e completa quanto introdotto con Altrisogni 2: tecniche, consigli e analisi per scrivere racconti horror, sci-fi e weird. Oltre alla confermata Menzione d’onore, la rubrica che segnala i racconti degni di nota vagliati da Altrisogni ma non pubblicati, la rivista offre ampio spazio alle “penne nostrane”. Tra gli autori pubblicati (Di Dio, Ducceschi, Guarnieri, Milani, Oricci, Rigoni, Troccoli) spiccano Francesco Troccoli, curatore del blog Fantascienza e dintorni e futuro autore di Curcio, e Luca Ducceschi, scrittore milanese autore della raccolta In questo libro c’è il diavolo (Montag). L’illustrazione di copertina e i disegni interni sono realizzati da Tommaso Bianchi.
La rivista digitale Altrisogni è edita da dbooks.it.
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Altrisogni n.4 costa 2,90 euro e si può acquistare sul sito dell’editore, dalla pagina:
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Effettuando l’acquisto si ottengono tre diversi file:
- un PDF con tutto il magazine dalla prima all’ultima pagina, leggibile tramite PC, Mac o tablet
- un file ePub per smartphone ed ebook reader, contenenti tutti i racconti e gli articoli della rivista.
- un file Mobi per smartphone ed ebook reader, contenenti tutti i racconti e gli articoli della rivista.

In questo numero è presente l’inserto Nel buio, con il racconto e la fotografia vincitori e i nomi dei nove autori e nove fotografi classificatisi secondi a pari merito.
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Per ulteriori informazioni vi rimandiamo al post sul blog di Altrisogni:
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Per informazioni e contatti
Indirizzo email: altrisogni@dbooks.it
Sito dell’editore: www.dbooks.it
 

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Il nuovo sito Club GHoST


Dopo un lungo periodo di riflessione, la redazione GHoST ha deciso di dare un nuovo volto al suo network confluendo così di fatto tutti i suoi vari siti in giro per la rete in un unico portale/blog chiaro, immediato e non dispersivo. Venerdì 4 novembre 2011 è stata messa on-line la nuova versione del portale Club GHoST che diventa così l'anello principale di tutto il network Club GHoST.
Gli utenti dei siti ePress, ePress Gold e Corto GHoST da ora in poi per qualsiasi aggiornamento, news e informazioni varie potranno fare riferimento direttamente al nuovo portale GHoST. Stessa cosa per iniziative e concorsi indetti da ex Area 31 dove tutte le relative news saranno rilasciate di volta in volta su queste pagine.
Il nuovo portale GHoST, segue la naturale evoluzione della rete avvalendosi quindi delle più recenti tecnologie web e può essere comodamente visitato anche da cellulari o smarthphone.
Seguiranno ulteriori bollettini di aggiornamento per segnalare le principali novità del sito. Buona navigazione.
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Into The Wild di Sean Penn


Il film racconta la storia vera di Christopher McCandless, un ragazzo di famiglia benestante il quale, dopo la laurea conseguita nel 1990, decide, prima, di donare tutti i suoi risparmi in beneficenza e, in seguito, di partire per un viaggio lunghissimo negli USA, dal Messico all’Alaska. Christopher, di fatto, scompare da tutto e da tutti, decidendo di adottare lo pseudonimo di Alexander Supertramp dopo aver distrutto tutti i suoi documenti. Lo attende un viaggio incredibile, costellato di incontri che gli cambieranno la vita, alla scoperta delle terre selvagge degli Stati Uniti.

Quarto film da regista per Sean Penn e sicuramente il più travagliato, sia prima che durante la sua lavorazione: un’incubazione di almeno 15 anni; le difficoltà nel convincere la famiglia Mc Candless ad acconsentire uno sceneggiato sulla vita del figlio; le condizioni proibitive nelle quali la troupe si è trovata a dover girare, tra deserti caldissimi e gelide foreste del nord. Un lavoro estenuante che ha comunque prodotto un film di spessore grazie soprattutto alla determinazione di Penn, innamoratosi del soggetto dopo aver letto il romanzo di John Krakauer da cui è stato tratto, ovvero Nelle terre estreme (Into the Wild, 1997).


Un film di spessore, dicevo. Una fotografia mozzafiato di Eric Gautier che già aveva dato prova di bravura in I diari della motocicletta (Diarios de motocicletta, 2004) e che qui si trova costretto a dare il meglio di sé per descrivere i veri protagonisti di questa pellicola, vale a dire gli stupendi paesaggi naturali americani. Il fascino di una storia vera; l’intensità dell’ambientazione; la suggestiva divisione in capitoli “trascendentali”; il ritmo narrativo che si appoggia a quello trascinante delle canzoni di Eddie Vedder e delle musiche di Michael Brook ed

Kaki King; elementi importanti e caratteristici che sembrano elevare questo film a un livello di tutto rispetto, ma che in realtà ne costituiscono impietosamente la vera e un po’ misera essenza. Se durante la visione del film, infatti, si passa gran parte del tempo ad ammirare montagne, laghi, deserti, animali di qualsiasi tipo; e ad ascoltare l’infinita sequela di massime che escono dalla bocca del protagonista, in un generale e invadente revival hippy neanche troppo celato, allora mi nasce quantomeno il sospetto che tutto sia finalizzato a oliare la gigantesca macchina della suggestione che sembra stare alla base di tutto il lavoro. L’impressione è quella di star di fronte ad un gigantesco videoclip ad altissimo budget, dato che risulta talvolta difficilissimo riuscire a capire se siano le musiche a supportare la storia o viceversa. Nel tripudio anticapitalista (definizione generosa) che pervade il film, infatti, la voce di Eddie Vedder sembra quasi sgomitare per ottenere un’attenzione maggiore, rivendicando in qualche modo il ruolo di “bandiera della ribellione contro la società” che si era illusa di incarnare quando ancora era parte del sound dei Pearl Jam. E’ proprio l’insopportabile e costante insistenza sul trinomio “musica ribelle – natura selvaggia – protagonista contro le regole” che rende questa pellicola una sorta di gigantesco meccanismo atto a soddisfare il sentimento di “vaffanculo al mondo” che sicuramente sarà stato presente in molti di quelli che avranno amato questo film. Non sto giudicando i fan di Into the Wild, ma sto esprimendo le mie perplessità nei confronti di chi l’ha giudicato un prodotto assolutamente magnifico e privo di ogni difetto. Il film in sé è molto ben strutturato, visivamente impeccabile e astutamente sorretto da una colonna sonora magistrale. Ma se tutto questo, come dicevo in precedenza,  è finalizzato solamente ad alimentare e solleticare la suggestione e le fascinazione del pubblico, allora il punto di vista cambia e non può che essere negativo.
Approvo il film in sé, ma lo boccio prendendomi tutta la responsabilità di un processo alle intenzioni.
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Voto: buono.
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Di seguito il trailer ufficiale in italiano:
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A cura di Giorgio Mazzola - Copyright © 2011
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Unfacebook di Stefano Simone


In una tranquilla cittadina del sud Italia iniziano a verificarsi diversi episodi inquietanti: omicidi e suicidi in serie sconvolgono la rassicurante monotonia degli abitanti e la polizia sembra brancolare nel buio. All’origine di queste efferatezze vi è il più improbabile dei sospettati, ovvero il giovane parroco della comunità. Il sacerdote, infatti, utilizzando la tecnica dell’ipnosi, inizia un perverso gioco di “espiazione dei peccati” su internet: attraverso alcune e-mail anonime convince inizialmente tre suoi parrocchiani (un’adultera, un pedofilo e un truffatore) a suicidarsi dopo che essi gli avevano confessato le proprie colpe in chiesa; mentre in seguito, attraverso il social network Unfacebook, fa il lavaggio del cervello ai ragazzi della parrocchia, trasformandoli in veri e propri zombie con lo scopo di uccidere tutti i malviventi dei dintorni. Il nuovo commissario, appena trasferito da Torino, si occupa del difficile caso, cercando con fatica anche solo il minimo collegamento tra gli efferati episodi, tentando di fermare questo invisibile “virus” che sembra aver contaminato chiunque.
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Con Unfacebook Stefano Simone torna alla regia dopo il ruvido e intenso Kenneth (2008) e il controverso Cappuccetto Rosso (2009) e Una vita nel mistero (2010), film che avevano già chiaramente messo in luce il suo particolare talento. Questo suo nuovo lavoro (tratto dal racconto di Gordiano Lupi, Il prete) continua idealmente un lento processo di perfezionamento riconoscibile a più livelli: in primis, la scelta più che appropriata di una fotografia gelida, ideale per descrivere le atmosfere thriller e gli atteggiamenti degli assassini, del tutto spersonalizzati a causa dell’ipnosi. In secondo luogo, la recitazione, un elemento sempre molto rischioso nelle produzioni indipendenti, ma che in questo caso risulta essere soddisfacente grazie alle performance mai sopra le righe dei vari interpreti (anche se qualche reaction-shock più marcato non avrebbe guastato), in particolare di Paolo Carati (il commissario), Giuseppe La Torre (il prete – che forse, però, doveva apparire meno truce e più gentile, per far risaltare il contrasto con la sua natura perversa) e Fabio Valente (il vice del commissario), sostenuti peraltro da dialoghi ben curati ed essenziali. Il ritmo narrativo è avvincente e Simone dimostra ancora una volta di aver compiuto dei passi in avanti nella gestione dei tempi e delle inquadrature (magistrale il dialogo tra il commissario e la psicologa, un sequenza che sarebbe potuta cadere facilmente nel didascalico – la sua lunghezza la fa sembrare quasi un’intervista – ma che grazie al sapiente uso di campo e controcampo si spoglia della sua potenziale pesantezza). Anche le musiche di Luca Auriemma fanno il loro dovere, sostenendo magistralmente le immagini con interventi minimali, perfettamente in linea con la tendenza di questa pellicola a ridurre tutto all’essenziale. L’unico appunto che posso fare riguarda la tecnica di ripresa: a mio parere, in un film come questo – e peraltro con una fotografia così fredda - c’era bisogno di una maggior staticità della macchina da presa, soprattutto nei campi totali; la costante presenza di una macchina somatizzata (ovvero quella che rivela indirettamente l’essere umano che la impugna) risulta a tratti fastidiosa e fuori luogo. Il mio giudizio rimane nel complesso molto positivo e Stefano Simone si riconferma, senza esagerazione, un astro nascente nel panorama del cinema indipendente italiano.

Voto: Molto buono.
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SCHEDA TECNICA
  • Titolo: Unfacebook
  • Origine: Italia.
  • Anno: 2011.
  • Produzione: Jaws Entertainment.
  • Regia: Stefano Simone.
  • Interpreti: Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino Pesante, Fabio Valente, Tonino Potito, Filippo Totaro, Mimmo Nenna, Ivano Latronica, Pia Conoscitore, Sabrina Caterino, Grazia Orlando, Tecla Mione, Dino Mione.
  • Soggetto: dal racconto “Il Prete” di Gordiano Lupi.
  • Sceneggiatura: Pia Conoscitore, Dargys Ciberio, Antonio Universi.
  • Musiche: Luca Auriemma.
  • Fotografia e Montaggio: Stefano Simone.
  • Durata: 75’.
  • Genere: Thriller.
  • Formato: 16:9 widescreen (1.77:1).
  • Audio: Stereo PCM.
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Di seguito il trailer ufficiale del film:
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A cura di Giorgio Mazzola - Copyright © 2011
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