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La milonga dei maroni cotti di Francesco Olivieri

La milonga dei maroni cotti.
E’ il titolo del cortoromanzo pop di Francesco Olivieri, scritto in maniera ironica e divertente. L’autore, servendosi di espressioni comiche affronta il comune senso del pudore e del buon gusto senza remore. All’interno del libro, i malesseri della nostra epoca si susseguono in capitoli, tra accenti di costume, politica e psicopatologie di vita quotidiana che contribuiscono alla danza dei “maroni cotti” , i quali, “ruotano” anche su ciò che le donne da sempre fingono di non sapere e di non vedere, come in questo passo:
Spendi e spandi
“Io capisco il calvario di Gesù. Sì, sì, io non solo lo capisco, ma l’ho provato varie volte. E tutte le volte ho tentato di esimermi da questa tortura tutta al femminile, ma nulla fa fare. O calvario o niente gnocca. Vuoi il triangolo delle Bermuda? Allora soffri in silenzio, non rompi le palle e subisci le vagonate di chilometri a piedi verso i negozi di profumeria, di abbigliamento, calzature e gioielli. Le tappe erano quattordici per Cristo, io invece so quando si comincia, ma non so quando si finisce.
L’iPod non lo puoi portare, sembra che te ne sbatti. Non puoi neanche telefonare agli amici. Devi dimostrare un atteggiamento d finto interessato, mentre già al secondo negozio dove la tua  lei ti scarrozza a mò di cagnolino hai le palle che, a ritmo sincrono, stanno ancora nuotando nella piscina olimpionica che hai lasciato pochi minuti fa per iniziare un viaggio negli inferi, senza sapere se ci sarà un Virgilio che verrà a prenderti. La voce, che al principio è normale, quasi possente, già a metà pomeriggio, circondato da commesse isteriche, abiti inguinali, profumi di ogni genere, aria condizionata a palla che ti annienta la possibilità di girare il collo, dicevo, la tua voce diviene sempre più flebile. […]  Intanto, mentre lei si prova mezzo negozio, tu ti fai uno screening della gnocca che circumnaviga i quattro lati di quel posto fatto apposta per il genere femminile, Vedi, al di là della sala prove, uno sguardo vuoto, ti riconosci e ti accorgi che un altro come te sta passando lo stesso calvario. […] Ma tu sei uno stoico, anche se sei lì quasi sul punto di dire ma vai a fare in culo te e le tue stupide compere. Pazienti, cerchi il nirvana in te, ti senti un asceta, reciti il mantra con l’Om cosmico, e focalizzi il tuo pensiero su quel meraviglioso organo che ha la lei tra le gambe e che tra poche ore avrai in premio. […]  Torni a casa con la lei illuminata come una madonna dopo l’ascesa al cielo. Porti, sì tu porti il tutto a casa, lei si butta sul letto, ti dice: <>. Le alternative sono due: o la uccidi, oppure la trombi e la uccidi. Decidi per la terza, dormi e speri si svegliarti in un altro mondo.”

Tradizione comica, che vede “gli ultimi uomini”,  come li definisce Nietszche, ripercorrere lo stereotipo che celebra l’edonismo e convogliare le energie vitali verso i bisogni del proprio ego, nel tempo in cui, il nuovo individuo si uniforma socialmente e si frammenta spiritualmente, schiavo, in alcuni casi, delle leggi del mercato e del culto dell’immagine. Francesco Olivieri, entra in maniera consapevole nelle tristi verità della nostra vita, legittimata da ritualistiche cerimonie e dai riti del quotidiano che provengono dalle famiglie benedette, le quali, ciclicamente tramandano di padre in figlio violenze psicologiche che i discendenti adottano in nome dell’amore. Evidenzia le difficoltà degli adolescenti, il desiderio del posto fisso, le ansie sessuali, dando vita ai pensieri prigionieri di elementari condizionamenti, da cui, lo stesso autore trae l'autoironia. Francesco Olivieri, verga le difficoltà della nostra epoca che tra doveri, piaceri, ansie, ossessioni danzano in un grottesco realismo, irrigidito dagli schemi e narcotizzato dalle convenzioni a cui, una massa conforme e contenta, si amalgama per insicurezza.

Francesco Olivieri è nato a Bologna nel 1975. Vive a Verona. Laureato in Scienze della comunicazione, dopo aver collaborato per quattro anni con il Corriere del Veneto e il Corriere di Verona. Attulmente scrive su quotidiano gratuito Dnews e sulla riviste di NoemaPress. Nel suo cuore c’è sempre la musica: ha scritto per Jazzit. Oltre ad occuparsi di giornalismo, lavora presso la direzione commerciale di poste Italiane. Ama profondamente le donne, la buona tavola e festeggiare con gli amici ogni piccolo evento della vita.
SCHEDA LIBRO
Titolo: La milonga dei maroni cotti
Autore: Francesco Olivieri
Editore: Leone Editore. Milano
Anno di pubblicazione: Giugno 2009

a cura di Carina Spurio
   

Gita al faro di Virginia Woolf

Gita al faro è un romanzo familiare. Non solo perché ha come protagonista una famiglia (i Ramsay), ma anche per la sensazione di familiarità che ho avuto nel leggerlo, quasi stessi vivendo in un'isola, in un mondo confuso, in guerra, circondata dalle persone, dalle loro solitudini... Virginia Woolf scrive questo romanzo con una sensibilità, una poeticità che non appartiene a molti: testimonianza di un'assenza che è innanzi tutto assenza della madre, morta quando Virginia aveva solo tredici anni. Gita al faro è un viaggio: nella mente umana, nei ricordi, un viaggio nostalgico (quando gli occhi della mente guardano attraverso una finestra sul futuro e hanno paura di lasciare ciò che hanno), ma pure di speranza, perché anche se ci si rassegna al tempo che passa, e alla morte, si perpetua la vita in un raggio di luce, la natura vive come ciò che "sentiamo" e va oltre le distanze (e spaziali e temporali). Mentre il narratore rimane extradiegetico ed eterodiegetico (nonostante si sappia che la Signora Ramsay sia figura della madre della Woolf e Lily Briscoe alter ego della stessa Woolf), la focalizzazione nel racconto è variabile. 
A prevalere nella prima parte del libro è il punto di vista della madre e ad essere messe in evidenza, quindi, sono le solitudini dei vari personaggi, le distanze che la signora Ramsay tenta di ridurre: lo spazio è necessariamente e quasi totalmente quello interiore; anche i gesti (lavorare a maglia, attaccare figurine, aprire e leggere un libro…) mostrano il loro aspetto sentimentale. Nell'ultima parte invece il punto di vista è quello di Lily: dominano i dubbi, le domande senza risposta, ancora la solitudine prende il sopravvento e continua la ricerca di un'unione che alla fine, com'è giusto che sia, si risolve in un'unione più personale che collettiva. Possiamo quindi trovare la nostra visione, su una spiaggia come in un quadro, e lo faremo da soli, ma forse non ci riusciremo senza quei fili di luce sottile che sono i rapporti con gli altri (o i loro ricordi). C'è poi il capitolo centrale che funge da ponte tra "la finestra" sul passato e il futuro, che vede il raggiungimento del "faro" : "il tempo passa", momento apparentemente  anomalo di un romanzo che pare immobile, come se il susseguirsi dei pensieri, tra positivo e negativo, dipingesse un mare ondoso ed eterno. Si, ciò di cui si parla qui è il trascorrere dei giorni, dei mesi, degli anni, ma, concretamente, si tratta di un racconto" sommario", ricco di pause, e con frequenti sguardi nel cannocchiale dei ricordi. Ha inizio con una scena: gli ospiti e i figli della signora Ramsay rientrano in casa e spengono i lumi. Tutto è confuso, niente è distinguibile a causa del "diluvio di tenebre" che invade le stanze. "Dobbiamo attendere che il futuro si riveli" (questa la prima frase),ma ora è impossibile e ciò che si presagisce non è niente di buono, con il buio e gli aliti di vento che prendono corpo, quasi si personificano, e si infiltrano toccando ogni cosa ma non le persone, ancora vive. Se la luce rappresenta la vita, le tenebre non possono che raffigurare la morte, il nulla. Ma quegli aliti, interrogativi e perplessi, forse racchiudono in loro una forza che non è della Natura sola, è una forza che arriva dall'alto. Poi, ancora nei primi paragrafi, ha avvio il susseguirsi delle stagioni, anch'esse corporalizzate (l'autunno sono gli alberi che luccicano nel giallo chiarore della luna; l'inverno ha dita instancabili per distribuire le notti…) e compare una bontà divina volubile, che solleva o abbassa il sipario dello spettacolo-vita senza curarsi troppo delle sofferenze umane o delle loro domande. La mano protesa (alla Natura) si ritrae, come pure dovrà fare quella del signor Ramsay, quando, in un buio mattino, cercherà l'abbraccio di sua moglie invano: lei è morta, le braccia di lui vuote. Il vuoto è la caratteristica principale della stessa casa. A mostrarcelo è ancora il vento, e il delicato naso delle brezze marine,  che insieme descrivono la desolazione accarezzando le cose annerite dal tempo e fanno rimbombare le loro domande: siete destinati a perire? Tutto è ancora immobile, come se gli abitanti della casa fossero ancora lì, o almeno i loro gesti si fossero cristallizzati in quell'aria umida. Ma le ombre lottano e prevalgono la luce, sono ombre non-umane, di uccelli e alberi; e anche quel mantello di silenzio, che è quiete e pure rispetto del passato, viene infranto, per un attimo, quando una piega dello scialle della signora Ramsay si apre un poco ed oscilla nell'aria: le distanze, il tempo, la morte, mutano lentamente le cose. A questo punto, con tutta la sua forza grezza e pesante, compare la custode della casa: la signora Mc Nab (strappa il velo di silenzio e lo calpesta). Il paragrafo 5 è dedicato a lei, a lei che rollava come nave in mare e che con il suo sguardo obliquo, di sbieco, si difendeva dall'ostilità del mondo, lei che, seppur curva dalla stanchezza, cantava, e intanto lavorava. Non si sa cosa pensasse, mentre gli altri, i mistici, i visionari passeggiavano sulla spiaggia, agitavano l'acqua di una pozza (immagine che si ripete più volte), per poter scorgere i riflessi di una visione futura, per capire chi fossero veramente: una minuscola parte di un mare infinito o il mare stesso. "Lei avrebbe continuato a bere e a spettegolare": quale distanza da quella spiaggia (e da quella pozza)! Continua poi la visione antropomorfa delle stagioni. Ora è il momento della primavera (vergine fiera nella sua castità, indifferente e luminosa) e dell'estate, con le sue spie (il vento) in giro per la casa. Il bel tempo riporta alle riflessioni sullo specchio d'acqua, le menti degli uomini piene di nuvole e ombre, agitate ma piene di sogni, contemplano la vita sperando in qualcosa di più, che vada oltre le virtù familiari, una salvezza che sa di assoluto. Ma nonostante il torpore scaturito dal caldo, la vita umana va avanti, con tutte le sue sofferenze. Una tarda pioggia primaverile, e poi un tonfo, come di qualcosa che cade, raffigurano altre assenze: quelle di Prue e di Andew Ramsay. Assieme a quella della madre esse occupano poche righe, l'autrice si affida ai puri fatti visti da altre persone, il tutto racchiuso in parentesi quadre, un distacco che aumenta la tragicità ma, soprattutto, l'ineluttabilità degli eventi. Con la morte del figlio fa la sua apparizione la guerra, che completerà il suo tetro dipinto lasciando dei segni sulla superficie della natura, del mare: una nave cinerea e una macchia purpurea, provenienti dal profondo (la meschinità dell'animo umano), assolutamente contrastanti con la bellezza del mondo, in cui ormai è difficile se non impossibile rispecchiarsi. Lo specchio è rotto, dice, poiché trionfa la disgregazione, non più l'unità. L'uomo si rifugia nella poesia( Carmichael,il poeta, ottiene un insperato successo, infatti), la regina di quanto c'è di elevato, alto, per sfuggire alle bassezze della guerra. Intanto venti eonde sono come masse amorfe di leviatani privi del lume della ragione: l'universo intero è sconvolto, è in uno stato di confusione bruta, di cupidigia insensata e sfrenata (ricorda il signor Ramsay, l'uomo che si tormenta e non è mai in armonia con la natura!). La quiete e lo splendore del giorno si contrappongono al caos e al tumulto della notte; gli alberi guardan fisso davanti a loro e verso l'alto senza vedere… come l'individuo che tra i tormenti oscuri della mente cerca di elevarsi senza però riuscirci. Dal paragrafo 8 la casa è di nuovo protagonista, attraverso gli occhi della signora Mc Nab. I fiori ci mostrano che è ancora primavera, le riflessioni della custode il passare del tempo e la degradazione: libri pieni di muffa (da mettere al sole), giù l'intonaco, otturata la grondaia sopra la finestra, rovinato il tappeto. Tra queste rovine riappare la signora Ramsay, in mezzo ai vestiti negli armadi, alle sue cose ormai piene di tarme, con il suo scialle che portava un tempo per lavorare in giardino (e quindi a contatto con la natura), un giardino ora diventato un groviglio di piante. Viene messa in evidenza la figura della madre (c'è il bambino al suo fianco), e la sua morte è introdotta da un "dicevano", che la fa sperare non-reale. La vediamo salutare la signora Mc Nab una volta e poi ancora, gentilmente (la custode apre il cassetto di ricordi): quante persone sono morte, quante persone hanno perso i propri cari (e lo richiude). Il pensiero ora va ai prezzi che sono saliti, altro breve cenno alla "semplicità" della cameriera (che mai viene chiamata così, ma solo per nome), come lo sono stati lo sguardo, la bocca sdentata, le gambe pesanti…Ci sono degli elementi che si ripetono, per meglio rappresentare i pensieri di una persona come la signora Mc Nab: la signora Ramsay e il suo altruismo (con la sua offerta di zuppa al latte), lei così fragile ma presente (come un bagliore giallognolo che vagava sul muro), la vecchiaia (aveva dimenticato tante cose…si stava meglio allora che adesso), la rassegnazione e il distacco dalla famiglia dei signori (troppo da fare per una donna sola… loro non mandano mai nessuno, non vengono mai…). L'immagine che continua a consolidarsi è quella di una casa vecchia, scricchiolante e sola, proprio come la stessa custode. Le porte sbattono, quelle porte che la signora Ramsay voleva chiuse, mentre le finestre dovevano essere aperte, per rigenerare la vita. La casa abbandonata, disertata ci appare come un casa-fantasma, un campo di battaglia alla fine della guerra. La notte ancora rappresenta la morte, ritorna la personificazione delle brezze e degli aliti, a dimostrare come la natura possa prendere il sopravvento se la forza dell'uomo non è presente per controllarla. I ricordi hanno vacillato sui muri come una macchia di sole(di vita) e sono svaniti; la luce del faro è entrata per un attimo, forse ad evidenziare il contrasto con l'abisso di tenebre in cui la casa, fatiscente e cadente, sta per precipitare. Basta una piuma per far traboccare la bilancia: una piuma nera avrebbe portato la casa (la vita passata, familiare) nell'oblio, una piuma come i rovi e le cicute, e solo una tritoma o un frammento di porcellana avrebbero indicato quella vita. La semplicità dei lavoratori ritorna  a questo punto come forza (inconsapevole, dice) che pone un freno alla decomposizione e putrefazione: la s. Mac Nab insieme con la s. Bast salvano così la casa, e forse anche loro stesse, dal diluvio del tempo, attraverso l'azione. Viene evidenziata la lentezza, la fatica, le numerose cose da fare (in contrasto con l'idea delle "signorine" di ritrovare tutto com'era prima). Le donne scuotono e sbattono, pare un parto rugginoso e laborioso. Una vita che non c'è più deve resuscitare! Ecco di nuovo il cannocchiale per guardare indietro. Ora il cerchio di luce è il signor Ramsay, si potrebbe dire l'opposto della sua consorte: non chiamato per nome, magro e duro come un chiodo, che scuoteva il capo, parlando da solo, e che non la notava mai, la s.Mc Nab. Ancora dubbi sulla morte poi, nella camera dei bambini, i ricordi si fanno allegri (e si srotolano come un tenero gomitolo), diversamente da quelli scaturiti dalle lunghe file di libri un tempo neri come corvi, simboli di una distanza sottile e silenziosa tra i coniugi Ramsay, ma anche tra le persone comuni e i grandi pensatori. Cominciano a rivivere gli oggetti, perché rivivono le persone, ha di nuovo un senso usare il servizio da tè! Ed ecco che il gomitolo giunge a sfiorare elementi di una vecchia ricca condizione sociale, nei quali domina la distanza: da lontano veniva il teschio appeso alla parete, dall'oriente alcuni vecchi ospiti, e le signore in abito da sera, tutte ingioiellate sono contrapposte alla s. Mac Nab che lavava i piatti, fin dopo la mezzanotte. Ora le finestre sono di nuovo aperte, e le porte chiuse, si possono sentire i suoni della Natura (quelli minacciosi della guerra sono svaniti), si può ritentare un'armonizzazione con Lei, nonostante non sia mai totale. Poi cala il silenzio e si alza la quiete, la foschia rende tutto soffuso, cosicchè le diverse solitudini possono ricomparire, in punta di piedi, quasi fossero spiriti, anch'esse infatti racchiuse in parentesi quadre. Il cambiamento, il ritorno della pace è giustamente affidato al mare, il suo mormorio ridiviene misterioso poiché ad ascoltarlo c'è Lily Briscoe, la notte stessa indossa il vestito più bello per ammaliare menti  profonde come quella di lei e del signor Carmichael. La casa è nuovamente piena, di nuovo c'è qualcuno che sposti la tenda per guardar fuori, il buio continua la sua invasione, ma ora è dolce, delicato, come un drappo che avvolga ogni cosa, poiché più forte è la consapevolezza che sia giusto rassegnarsi (al buio come alla morte). E' un segno positivo a prevalere, qui come alla fine di ogni capitolo, positivo e femminile: l'amore non dimostrato ma percepito; il sole che solleva le tende; lo sforzo della pittrice, e mentale e fisico, che porta ad una conclusione. Quindi è il sole, dicevo, la luce che rianima le cose e le persone. Lily afferra le coperte "come chi sul punto di cadere da una rupe, s'afferra alla zolla sul ciglio", è di nuovo sveglia: fa sempre un po' paura riscoprirsi vivi!
SCHEDA LIBRO
Titolo: Gita al faro
Autrice: Virginia Woolf
Editore: Garzanti
Prezzo di copertina: 8,50 Euro

a cura di Ally
    

La tana e il microfono di Antonio Alleva


Dal suo microcosmo esemplare di Nocella di Campli, lo sperduto villaggio che è insieme centro di un universo popolato e fremente, e fratello di tutti gli altri sconosciuti piccoli universi cari a ciascuno di noi, Alleva lancia folgoranti messaggi in bottiglia…” (Antonia Arslan).
“Capita di rado di aprire un libro di poesia intenso e strutturato come La tana e il microfono; in un tempo in cui i poeti raccolgono i frammenti delle proprie esperienze personali spacciandole per universali, o raccontano le proprie storie come fossero brandelli significativi di Storia, Antonio Alleva ci consegna uno dei libri più alti e consapevoli di questi ultimi decenni…” (Mauro Ferrari).
“Bianco, bianco, tutto bianco. /  mi chiedo se avrebbe ancora senso/ ma il fascino resta indenne ci prende/ la mistica del se riusciremo un giorno/ ad innalzare la scrittura all’apice del silenzio/ se mai riusciremo un giorno a lasciarlo davvero tutto bianco questo foglio”./
Il foglio bianco è immobile, aspetta una manifestazione dal luogo in cui nulla si crea e nulla si distrugge mentre il Poeta si chiede se oltre l’involucro, “a quel punto preverrà la mistica del lasciarsi colare su quelle antiche gocce di bel sangue se si dichiarerà fallito l’ennesimo tentativo di battere dio facendosi solo fruscio facendosi solo lo scrivere o se invece avrà stravinto l’invisibile raggiante l’io-vivente come un dondolo felice tra gli alberi e la sapienza che già precedevano la carta”.
Ci fu un tempo in cui la sapienza degli uomini precedeva la carta, era il tempo degli uomini guidati dagli dèi e dalle voci considerate come persone; voci alle quali l’uomo ha dato un senso solo successivamente. Antonio Alleva, all’interno del suo testo poetico, dal titolo geniale, “La Tana e il microfono” Edizioni Joker, descrive l’origine della coscienza capace di interagire con tanti Io, pronti a divenire voci o messaggeri divini in un tempo contemporaneo, in cui solo i  poeti percepiscono che l’essere non è solo materia, ma possiede una dimensione più profonda e segreta, pulsante, incontrollabile. A quel punto, prevale la mistica del lasciarsi colare su quelle antiche gocce di bel sangue e così; gocce d’inchiostro fuoriescono come frammenti d’inconscio e sporcano un foglio bianco sul quale l’autore dirige tutte le energie. In questa straordinaria plaquette di Antonio Alleva, l’essenza del tutto si concentra nelle essenze dei singoli e versa con stilemi originali su di esse. L’autore stesso, assiste in silenzio alla pratica attiva del pensiero che si manifesta in una sorta di inatteso linguaggio che può essere percepito attraverso un attento sentire. Il senso si estende nel suo immediato divenire nello spazio bianco tra il silenzio e la necessità di parola, in cui si trova un tempo che volteggia come una piuma tra il raccoglimento e il palcoscenico, l’armonia e la platealità, il grembo e la moltitudine. Sembrano i binomi di una contraddizione che spesso l’uomo si trova a fronteggiare e che Antonio Alleva,  inserisce tra interno ed esterno, stagliandoli in una poetica discorsiva fatta di oggetti, paesaggi, simboli e sonorità; sul filo di una maturità espressiva notevole che affonda le sue radici in un rinnovamento lessicale che la lirica del nostro tempo sperimenta. Il suono racchiuso nei bisbigli degli animali fruga contemporaneamente nel celeste, arriva dritto sulle ali degli angeli, regalando una realtà alle immagini. Tuttavia, quando la parola suona in maniera esplicita depista, pur riuscendo a sopraffare il dolore, a mitigare il senso di colpa ed  a scaricarsi in forma sulla carta malgrado tutto. Viene in aiuto nella resistenza anche quando si presta a più significati; elevandosi nel tono quando esulta, oppure, al contrario, sussurrando mentre vaga tra i versi di una poesia, avvolta nel bisogno di rimuovere per ritrovare la strada che conduce alla rinascita. Come nel secondo Novecento l’evoluzione prosastica si oppone alla linea ermetica, così il verso di Antonio Alleva, illumina le azioni del quotidiano avvicinandosi alla poetica delle neoavanguardie pur conservando aloni di senso e coincidenze di natura in un’ insieme di cose piccole; protagoniste e simboli del suo affascinante universo. L’autore, tra il libro e la vita,  concentra il flusso dei pensieri nelle immagini reali; “dai Papija tira fuori quelle 4 pezze di plastica a colori quelle strisce di canna quel rocchetto di filo e vediamo di ricordare anche con una mano sola come si fa” (da Il GT ragazzi in diretta da Kabùl) le quali, scandiscono ogni dettaglio delle piccole cose, attestando che le procedure per ricostruire un  aquilone servono per sognare ancora con gli occhi incollati nel cielo prima che partono i primi spot sull’arrivo dei videogiochi al centro di kabùl. In tutte le poesie di Antonio Alleva il senso si regge e si alimenta di palesi limiti che confermano quanto tutto ha bisogno di una forma, quanto il tutto, nasce dall’uno e diventa il nostro gruppo di appartenenza, il nostro paese, il nostro giardino, l’amata patria.  Antonio Alleva, dalla sua tana “Nocella di Campli” annuncia al mondo di aver ritrovato la sua anima e tra l’essere e l’apparire, sceglie il microfono per comunicare la sua intrigante poesia e diluire con speciali invenzioni linguistiche la consapevolezza del nostro destino. Dalla sua tana, ricompone il tempo e la sua caducità, in un frammento di poesia pulsante, frutto di ciò che i suoi occhi possono contenere, occultando l’io narrante in un filo d’erba, bersaglio al gioco delle correnti, senza nessun tutor, e senza nessuna pietà. Essere brevità l’ultimo esile esempio di come tutta quella forza assurda fosse intrecciata così male a tutta quella assurda fragilità. “Poesia del filo d’erba”.
   
Antonio Alleva è nato ed è tornato a vivere a Nocella di Campli (Teramo). Ha pubblicato  Le farfalle di Bartleby (Edizioni Tracce, 1998) e Reportages dal villaggio in 7 Poeti del Premio Montale – 2000 (Crocetti, 2001). E’ presente in Vent’anni di Poesia – Antologia del Premio Montale 1982 – 2002 (Passigli, 2002), in Ondate di rabbia e di paura (Rai-Eri, 2002), L’amore, la guerra (Rai – Eri/ Ibiskos 2004), 4 poeti abruzzesi (Edizioni Orizzonti Meridionali, 2004) e in Diversi-Poeti per Sim-patia (DIA-LOGOlibri, 2004).Della sua poesia si sono occupate le riviste: Atelier, sito web di Poesia e Sinestesie, la Clessidra, Il Monte Analogo.
     
SCHEDA LIBRO
Titolo: La tana e il microfono
Autore: Antonio Alleva
Editore: Joker Edizioni
Anno di pubblicazione: 2006

a cura di Carina Spurio
   

Genio e follia


Molti personaggi geniali nel corso della loro esistenza hanno incontrato la follia. In varie culture ed epoche storiche si è spesso riscontrato un legame tra lo stato maniaco-depressivo e il temperamento artistico e per via di queste testimonianze, tramandate nei secoli, “arte e psicosi”, hanno formato un connubio di grande fascino.

Sia l’Arte che la Psichiatria hanno un punto in comune; le esperienze emotive. Se la psicosi corrisponde ad uno stato di perdita, l’arte permette alla mente di accedere nel luogo in cui la creatività è libera di manifestarsi ed esprimersi. Arte e follia sembrano coincidere nel momento in cui la sofferenza, viene dominata dalla creatività e l’anima si rivela attraverso l’espressione artistica. Forse la follia spiega le ali del genio?
Nel soggetto psicotico avviene una graduale perdita di contatto con larealtà, un distacco che in alcuni casi pregiudica la capacità dicomunicazione.
 
Quando la logica di pensiero e quella di comunicazione si alterano, la continuità tra passato e presente viene compromessa.
Il cervello di fronte alla realtà si modifica, la cambia, e il soggetto che soffre di psicosi confonde la realtà esterna con quella interiore, dando origine ad un rapporto diverso con la vita concreta.

L’Arte, sembra l’unico processo in grado di portare alla creazione di nuove realtà, di stimolare un canale di comunicazione in grado di contenere nuove percezioni, nell’innocenza di mani intrecciate che scorrono su forme e colori tra realtà e fantasia. La psicosi è un vuoto; l’impercettibile pensiero dominante di un’assenza che nuvole dense all’orizzonte colorano di grigio. Parole e suoni sono lontani.

Nella trappola del suo sentire, la malattia mentale, altera le capacità percettive ed emotive dell’artista e interferisce sull’espressione pittorica, musicale, letteraria. Il soggetto colpito, sente di non appartenere a se stesso e inizia a subire influenze e persecuzioni di forze esterne ed il treno della vita, viaggia su un “doppio binario”, pervaso da deliri e popolato, in alcuni casi, da individui fantastici.

La relazione tra creatività e follia affascina e inquieta gli esseri umani da secoli, attraversa epoche storiche nell’occidente, si attenua nel Medio Evo, ritornerà attuale nel Rinascimento, subirà ancora trasformazione nel Romanticismo, quando, arte e psicosi sembrano ospitare il genio della sregolatezza che tormentò artisti come Michelangelo e Caravaggio.
L’artista è imprigionato da un pensiero fisso che lo esclude e quel vuoto dentro, si dilata a dismisura, tanto, da colmare l’universo.
Non sente più nulla fuori di sé. Dentro di sé, cattura l’angoscia, che diventa la condizione per creare la formula, il colore o il suono imprevisto.
“Genio e follia” sembrano un binomio ideale per produzioni creative, vivono ancora intrecciati nella leggenda del genio incompreso.

Fu durante il Positivismo, reazione al Romanticismo, che il legame tra genio e follia verrà valutato in maniera diversa. In quel periodo, Cesare Lombroso (Antropologo, criminologo e giurista italiano, 1835 - 1909), cercò una relazione tra il genio, il folle e il criminale. Le potenzialità all’eccesso sembrerebbero ereditarie. L’ereditarietà per alcune malattie è un dato riconosciuto. Sulle teorie di Lombroso si intersecano gli studi di uno psichiatra inglese H. Ellis. Una sua statistica, condotta su 2000 personaggi famosi britannici, confermò il 5% di psicosi, confutando le teorie di Lombroso. Altri studi e statistiche compiuti successivamente tra la Germania e l’Islanda confermarono un legame tra creatività artistica e disturbi schizofrenici e tale associazione si riproduceva anche sui discendenti.
 
Sembra chiaro che nel dolore della perdita, si attiva la fantasia. Si crea. Si notano cose insospettate. Tutte le porte sono aperte. E l’artista racconta la sua storia personale mentre fugge dalla realtà esterna e se la malattia è un disagio, il suo vuoto, diventa un terreno fertile.
La storia ce lo racconta con la creatività forsennata di van Gogh, l’allucinata disperazione di Edward Munch, in cui, genio e follia inventano un cammino su un percorso che unisce due mondi, quello normale e quello diverso.
Molti personaggi famosi nel corso dei secoli, sono stati preda di varie patologie psichiatriche (politici, grandi scienziati, pittori, scultori, musicisti, scrittori, registi e poeti) ad iniziare dalla depressione all’asocialità, dall’anoressia alle ossessioni, ed hanno trovato nella follia la spinta per creare.

Resta un dato di fatto; l’immensa produzione di Michelangelo che pare lavorasse giorno e notte (fino a tarda età) , le molteplici composizioni di Beethoven, il quale, dormiva poche ore ogni notte e i 41 romanzi in un solo anno di Georges Simenon. Ma la lista degli instancabili geni folli è ancora lunga e parte dalle copiose produzioni di Rubens, Balzac, Bach, Mozart, Leonardo, Picasso e Hugo. Contempla le crisi allucinatorie di Rimbaud e quelle uditive di Schuman, l’anoressia di Kafka e la dislessia di Dickens, la criminale violenza di Caravaggio e Benvenuto Cellini, l’asocialità di Newton, la depressione di Baudelaire, De Chirico e Goehte.

L’alcolismo di Hemingway, Modigliani e Poe. Le manie di persecuzione di Shopenhauer. Esempi di personaggi tra la scienza e la politica sono numerosi. Molti ricorderanno John Nash che è stato un geniale e raffinato matematico. La sua carriera e la sua vita hanno oscillato tra psicosi e guarigione, la sua storia è stata raccontata anche dal cinema hollywoodiano. Oppure, Lincoln, il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo ad essere eletto fra le schiere del partito repubblicano. Veniva descritto come una persona semplice e modesta che soffriva di una forma latente di depressione. Era uno straordinario oratore dotato di un carisma magnetico e fu “un artista” della politica alla quale si dedicò con immensa passione.

Sono testimonianze di come solo i grandi geni sono capaci di innalzare la follia fino a congiungerla alla creatività. Il demone della follia sembra permettere all’anima di rivelarsi e in casi in cui c’è un’intelligenza superiore, la follia può condurre l’arte ad alti livelli. La creazione artistica si serve dei conflitti irrisolti dell’inconscio che restano proiettati nell’oggetto artistico. Dunque l’Opera contiene tutte le contraddizioni dell’essere, le stesse, possono appartenere al mondo intero; questa affermazione, sembra contenere la catarsi delle emozioni aristotelica, secondo il quale, l’opera teatrale, esercitava potere sullo spettatore perché scioglieva in quest’ultimo le tensioni accumulate nel quotidiano. Se ne deduce che l’arte può ricongiungerci con l’altra parte di noi e illuminare i lati bui della mente umana. Personalmente, dopo avere curiosato tra molte biografie ho trovato singolari ed affascinanti le storie di Roger Keith Barret, chitarrista, voce dei Pink Floyd e di Alda Merini, poetessa contemporanea.
 
“E’ molto gentile da parte tua pensare che io sia qui. E io ti faccio la cortesia di spiegarti che non sono qui. E mi chiedo chi stia scrivendo questa canzone”. (S.Barrett)
Syd Barrett, iniziò a perdere il contatto con la realtà a 21 anni. Il suo estro creativo fu spesso offuscato dall’uso di allucinogeni che misero a repentaglio le sue esibizioni live. Lavorare con lui, per la band, era diventato un problema, durante i concerti balbettava e cambiava ritmo all’improvviso.
 
Fu ricoverato in ospedale nel ’70 e una volta dimesso, continuò a vivere isolato nella sua casa di Cambridge in un mondo tutto suo. Il geniale Syd fu sorpreso lentamente dalla malattia. La sua indole, delicata per natura, divenne instabile. Gli acidi, uniti alla schizofrenia, amplificarono la malattia e delle sue esibizioni sul palco che ipnotizzavano il pubblico, dei suoi movimenti armonici trapassati da intense luci colorate, rimase solo un ricordo. (nonostante la sua fama continuò a tramandarsi per intere generazioni).
 
Nel ’75 il suo gruppo gli dedicò un omaggio commovente: “Shine On You Grazy Diamone” (Splendi, folle diamante). Il brano aveva attinenze con il titolo dell’intero album “Wish You Were Here” (Vorremmo che fossi qui). Tra un ricovero e l’altro, su Syd, calò il sipario. Nonostante questo, Barret, fu l’anima dei Pink Floyd, il suo album di esordio resta tra i capisaldi della psichedelica ed ha esercitato un grande influenza sui musicisti di tutto il mondo. Le composizioni infantili di Syd, avevano tratti peculiari, indimenticabile il suo originale uso del feedback, dello slide e dell’eco che hanno caratterizzato il sound live dei Pink Floyd.
“Il convento della vita l’ho poi trovato nel manicomio. Lì ho sofferto mentre tutti tacevano, perché a tutti era vietato pensare.”
Versi duri, impressi in una biografia di una delle maggiori poetesse italiane contemporanee, Alda Merini.
La sua intensa storia di vita, trapassa l’anima, in alcuni punti delle sue biografie la malattia indossa le vesti di un’ombra grigia che sporca l’azzurro del suo cielo.
Le sofferenze psichiche e i primi segni della malattia affliggeranno l’intera vita della famosa poetessa mentre il manicomio ha reso intensi i contenuti dei suoi versi. Tra un ricovero e l’altro, la Merini, si ritrovò per lunghi mesi tra uno stato di totale incoscienza che sostituì la realtà della mente.
 
Evito di proposito di riportare il dettaglio dei ricoveri e degli anni in cui avvennero per non evidenziare l’aspetto del male che toglie ogni dignità e per sottolineare l’unico aspetto che la malattia non è riuscita a sopraffare; l’immenso amore per la vita che la Merini ancora oggi dimostra raccontando i tormenti provati. In questo caso, sembra evidente il ruolo salvifico della poesia; ha messo in moto le corde dell’anima e l’ha spinta verso l’espressione artistica. In chiave metaforica Alda Merini ha dato voce alle sue esperienze interiori rappresentando gli abissi del manicomio e della malattia mentale: “Le mie impronte/ prese in manicomio/ hanno perseguitato le mie mani/come un rantolo che salisse la vena della vita,/quelle impronte digitali dannate/
sono state registrate nel cielo/ e vibrano insieme/ ahimé/ alle stelle dell’Orsa maggiore.”


E tra “Genio e Follia” alcune domande al Dott. Gianferruccio Canfora, Direttore del Centro di Igiene Mentale di Teramo.
 
In “De Tranquillitate Animi” Seneca afferma che nessun grande ingegno fu mai senza una mistura di follia.

Il discorso va definito. Se ci riferiamo alla “follia” in quanto “malattia” il discorso cambia perché nella malattia il pensiero non è logico ma alterato. Se invece la “follia” è intesa come pensiero diverso e contingente dal razionale e non ha alterazioni della forma del pensiero ci può ricondurre all’intelligenza creativa.

“Genio e follia” sembrerebbero proporzionali negli individui: chi ha più ragione potrebbe avere anche più follia? La domanda sembrerebbe giustificare la compresenza di genio e follia nelle biografie di molti artisti e scienziati.

Non c’è mai una sola forma di intelligenza ma tante. Di solito noi ci riferiamo all’intelligenza logico-razionale ma ce ne sono molte altre, ad esempio, quella analitica, legata alla capacità di scomporre e di esaminare, quella pratica, che si riscontra nell’organizzazione e quella creativa; la capacità di intuizione, immaginazione e di produrre novità. Quella che noi chiamiamo follia non è altro che l’intelligenza artistica, una forma di pensiero analogico che non è malattia intesa come disgregazione delle funzioni sia logico- matematiche che creative.

Per quanto la riguarda; addentrarsi nei meandri della psiche umana la ritiene una fortuna?

La considero una fortuna. Sono legato alla mia professione che ho scelto e che sicuramente può essere pesante solo relativamente alla routine.

La nostra epoca è narcisista, individualista, paranoica. Siamo tutti invitati a godere degli stessi oggetti, ci isoliamo, ci rifugiamo nei riti del nostro malessere. L’inadeguatezza alle condizioni standardizzate può corrispondere ad un disagio?

No. Non ritengo sia l’inizio di un disagio, anzi, la ribellione rispetto alla standardizzazione delle proposte comunicative del mondo moderno è in realtà l’espressione di una sanità, è la ricerca di un qualcosa in più rispetto a ciò che la consuetudine ci propone.

Se l’uomo si appiattisce entra in un mondo di asfissia e una persona sana sente il disagio e va alla ricerca di qualcos’altro. La ricerca di altro è la ricerca normale e umana della conoscenza.

Ritualità e consuetudine sono forme di controllo, ci si adegua per paura o per eliminare l’angoscia ma dopo, manca sempre qualcosa.

a cura di Carina Spurio

Incontro con Stefano Simone, regista underground


Pubblico per il portale GHoST un'intervista rilasciata dal regista pugliese Stefano Simone, del quale su queste pagine un collega ha postato la recensione del corto Kenneth uno dei tanti lavori del giovane autore.
 
Stefano, ti avranno già fatto innumerevoli volte questa domanda ma come capirai un’intervista non può che partire da qui. Come nasce la tua passione per il cinema e, in particolare, per la regia?
Intanto un saluto a tutti coloro che stanno leggendo quest’intervista. Allora, i film che mi hanno fatto amare il cinema sono Indiana Jones e il tempio maledetto e Lo squalo, entrambi del regista che io personalmente reputo il migliore di tutti i tempi, Steven Spielberg.
Ovviamente è stato anche il primo autore che ho conosciuto: in pratica, guardando i suoi film, è nata in me una passione SMISURATA per la regia e, di conseguenza, per il cinema... 
 
Hai dei registi da cui cerchi di ispirarti?
Come appena detto, Spielberg è il regista che mi ha fatto amare il cinema; di conseguenza, non può non avere almeno una minima influenza su di me. Minima perché, come si può immaginare facilmente, realizzo film che non hanno niente in comune con quelli di Spielberg; perciò questo cineasta merita un discorso completamente a parte...
Per quanto riguarda il mio genere... mah, in particolare non mi ispiro a nessun regista, cerco di seguire una strada personale. Inoltre sono molti gli autori che mi piacciono. Diciamo che tra tutti forse Carpenter, Romero, Friedkin e Cronenberg sono quelli che prediligo. Ma come posso non citare Hitchcock, Siegel, Peckinpah, Leone, Lenzi, Di Leo, Soavi, Dario Argento e tanti altri?!
 
Come lavori sul set? Il tuo motto è "la prima buona" oppure ripeti meticolosamente le scene, e pretendi dagli attori particolari portamenti ed espressioni predeterminate in fase di sceneggiatura?  
Se la prima scena la trovo già buona non sto di certo a perdere tempo per farne altre; anzi, in genere sono sempre le prime le migliori, soprattutto perché gli attori sono più freschi (e, credetemi, in queste produzioni la freschezza dell’attore – specie se alle prime armi - conta molto!). Per quanto riguarda la seconda domanda... eh! Come già accennato in un’altra intervista rilasciata su Manfredonia.net, sono un regista che non tende a valorizzare (non a "dirigere", attenzione!) gli attori, perché chiedo all’interprete in questione sempre "sguardi neutri". Insomma, sono un sostenitore dell’"esperimento Kulesov": un attore guarda qualcosa; l’inquadratura seguente ci mostra questo qualcosa (quindi è una "soggettiva"); stacco e ritorno sul volto dell’attore con conseguente interpretazione da parte dello spettatore dello stato d’animo del protagonista e del contesto in generale.
 
La tua carriera da videomaker ha inizio con dei thrilling dalle contaminazioni horror, penso a "Istinto Omicida" (riferimenti alla metempsicosi) e a "L’uomo vestito di nero". Poi ti sei buttato sui noir con forti connotazioni drammatiche. Bene, hai deciso di cambiare genere o ritornerai ad atmosfere più fantastiche nei tuoi prossimi lavori?  
Il prossimo sarà sicuramente un horror a tutti gli effetti. In ogni modo, faccio film che in quel momento sento di girare. Dopo L’uomo vestito di nero che, come hai detto giustamente è una pellicola più "fantastica" che orrorifica, avevo voglia di fare film più realistici, anche perchè cominciavo ad appassionarmi al genere "poliziesco-noir". Così ho fatto Lo storpio, Contratto per vendetta e Kenneth. Ora invece voglio riportare in vita Zio Tibia! Ah ah ah ah!!!!
 
Vedendo i tuoi corti, notiamo che non ricorri all’effetto truculento, ma prediligi un taglio più soft. È solo un problema di budget o dipende dai soggetti che hai affrontato sino a ora?  
Dipende solo ed esclusivamente dai soggetti. Basta dire che in altri film, specie negli ultimi tre, ho mostrato e non poco! E da alcuni spettatori sono stato anche criticato!
 
Il budget è spesso un grosso problema per i prodotti amatoriali. Per ora, penso di poter dire, hai sempre girato a zero budget; credi nel tuo prossimo futuro di poter ottenere dei fondi per tentare di mettere in scena una sceneggiatura più pretenziosa?  
Pensi benissimo! Ho sempre girato a budget ultra-zero! Sicuramente se riuscirò ad ottenere dei fondi tanto di guadagnato; ma, come ho sempre detto, la limitatezza del budget non la considero un problema (mi riferisco anche a registi di fama internazionale), semplicemente perché mi stimola ad essere sempre più creativo e a ricavare il massimo con niente! Inoltre, considera che sono un sostenitore del cinema indipendente, dei b-movie e dell’exploitation…
 
Oltre che regista, Stefano Simone è anche sceneggiatore di tutti i suoi corti, tranne l’ultimo. Continuerai su questa strada oppure, vista la recente collaborazione con Emanuele Mattana, hai deciso di affidare la scrittura dei tuoi prossimi lavori a dei collaboratori?  
Trovare un ottimo sceneggiatore era il mio sogno! Ora che ci son riuscito, non ho motivo di continuare a scrivermi da solo i film...
 
Quasi tutti i tuoi film sono tratti da opere narrative. Come mai questa scelta, nutri un po’ di sfiducia per i soggetti originali?  
Assolutamente no. Un soggetto originale può essere geniale o scarso, così come un racconto. Forse, lavorando su soggetti altrui, ho una sensibilità maggiore e riesco a individuare meglio i difetti e i pregi della storia, in modo tale da apportare le necessarie modifiche.
 
Visto che dimostri un certo interesse per la narrativa, puoi dirci quali sono i tuoi scrittori preferiti.  
Stephen King e Edgar Allan Poe. Li trovo geniali! Anche se sono autori completamente diversi.
 
Parlaci di "Istinto Omicida" e di "L’uomo vestito di nero". Quali sono le tue impressioni? 
Istinto omicida è un prodotto quasi amatoriale, perché l’ho realizzato con una telecamerina da 1 ccd quando avevo 20 anni e non conoscevo ancora bene tutte le tecniche registiche-narrative: in questo film do poco spazio alle immagini, favorendo troppi dialoghi lunghi e… a tratti anche pesanti. In ogni modo, preso per quel che è (particolare non da poco), lo considero un discreto prodotto. L’uomo vestito di nero è il primo passo verso la professionalità: realizzato con gli stessi mezzi del precedente, si nota immediatamente il miglioramento sia tecnico che narrativo. Inoltre è anche molto sperimentale: ho usato le dissolvenze incrociate e i leitmotiv sonori (i trucchi più vecchi e artigianali del cinema!) per rendere credibile l’apparizione-sparizione del diavolo.
 
Concludiamo l’intervista parlando del futuro. Che progetti hai in cantiere?
Attualmente sono alle prese con il progetto Cappuccetto Rosso tratto da un racconto di Gordiano Lupi. Ho poi in cantiere un lungometraggio a carattere religioso, ma non è da escludere che nel frattempo giri anche qualche altro corto. E poi ho una miriade di soggetti che, a poco a poco, metterò su "celluloide" (lo so che siamo nell’era digitale, ma per me il cinema resterà sempre celluloide! Sigh sigh).
 
Un’ultima domanda, pratica e utile per i nostri lettori. Un appassionato di cortometraggi underground dove o come può recuperare i tuoi lavori?  
Può contattarmi tranquillamente al mio indirizzo e-mail: matisse_05@libero.it. Sarò ben lieto di spedire i miei lavori.
 
 
Un ringraziamento a Stefano Simone, per la sua cortesia e la disponibilità prestata nel rilasciare questa intervista, con un caloroso augurio per il prosieguo della sua attività di regista. 

a cura di Matteo Mancini

Calco di Monica Maggi

Di poesia che costruisco/amore/so spiegati poco./ …trasformo in mongolfiere i pensieri./ Volo./ Sì, è vero. Io volo./
Sono molte e tutte impalpabili le dimensioni della poesia; sensazioni consapevoli e inconsapevoli che il poeta imprime sul foglio bianco che accoglie tracce di presenze. La parola di fronte al mistero del mondo risuona in tutta la sua inadeguatezza e riproduce la realtà in tutta la sua attinenza, nel quadro personalissimo di un verso in cui si colorano i ricordi. Così, le parole cadono come gocce d’acqua indissolubili e scorrono inevitabili una dopo l’altra.
Io scrivo./Impasto il rigurgito/ di queste scaglie/ frammenti calati a picco/ innestati nell’anima./
Scrivere, consapevoli della disarmonia del mondo e imprimere in pochi versi immagini intensissime che rimandano altre parti di noi in quelle stesse parole che furono fonte di ispirazione. Scrivere oltre noi, raggiungendo lo spazio che prima non c’era per trapassare l’ignoto e fermarsi davanti al montaliano “malchiuso portone” giusto il tempo di intravedere tra gli alberi di una corte, i gialli dei limoni.
E godere della luce della verità dallo spiraglio, malgrado le parole dei poeti siano come i fantasmi; non si possono afferrare, non appartengono a nessuno. Eppure un cuore batte senza tregua negli attimi irripetibili in viaggio sulle ali di un verso, così come nel tempo. Quel tempo che dentro di noi ci trasforma senza chiedere, e ci fa saltare i passi necessari se rincorriamo impossibili progetti e chimere in seduzione rapida.  Il tempo immemore dei ricordi/ della storia di noi/ della memoria di noi./  Nel presente restano le mani che scivolano sull’inquieto passo, “che si muovono, e non sanno di farlo”, tra voglie rincorse, un respiro e un gemito appena sussurrato, nell’attimo lento che innalza la voglia. E la poesia, scrive Monica, è bastarda: ricorda, tutto, implacabilmente. In Calco si possono scorrere versi intrisi del senso tempo che l’attesa esasperante scioglie, nel momento in cui la materia si fonde nei di gesti. Monica ne è consapevole e canta: Poi/ per averti snocciolo il tempo/ paziente come amanuense lontano/ ti stringo/ aspettando che il mio corpo si sazi./ Inizia la lotta. L’antico gioco-forza, l’incontro con l’altro che per un attimo illumina la nostra vita (nel bene e nel male). Dentro il nostro tempo, quell’attimo diventa eterno, ed è amore. L’amore strappa da uno stato quiete, trasforma, proietta in un vortice eccitante. E’ fatale lo strappo in nome del possesso, di conseguenza lacerarci e lacerare. Dove ho sbagliato?/ Magico momento del mattino/ insudicio di sperma/irreale.  L’amore passione annienta nello stesso istante in cui trionfa; si imprime come un calco sulla pelle e Monica Maggi trattiene il brivido sulla carta, nonostante tutto. L’intera esistenza è fatta di coincidenze dalle quali prendiamo energia. Dove vai? Mi dico/ saltando le scale con il fiato in gola./ Ad amare, vado./ Ad annusare un respiro./ A riprendere e lasciar andare./ La voce della coscienza intima di togliere l’ancora, e salpare, per spingersi al largo, toccare altre terre e inventare ancora l’altro, alla ricerca di un pretesto necessario alla rotta della passione. Non c’è risposta al potere di fascinazione dell’altro che nel momento in cui si pone di fronte a noi, ci proietta in un incantesimo. Il pregio del linguaggio poetico è il suo attingere alle immagini dell’anima e rendere muta la coscienza, per dare voce alle dimensioni interiori, al desiderio. Distesa sopra il tuo corpo/come un segugio percorre/periferie immaginarie/pieghe speziate/ gorghi turbinosi./ Ciò che il desiderio consuma e distrugge inesorabilmente la poesia cura, allevia e solleva, integrando gli aspetti contraddittori dell’essere  e lasciando l’impronta profumata e calda, imbevuta di qualcosa che giace dentro di noi, in un respiro, più dentro. Un segno indelebile oltre i confini del conscio e del finito che alcuni chiamano fato.
Per maggiori informazioni e acquisti, collegarsi al sito della casa editrice: www.lietocolle.info
   
SCHEDA LIBRO
Titolo: Calco
Autrice: Monica Maggi
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: LietoColle
Codice ISBN: 9788878483101
Prezzo di copertina: 10,00 Euro

a cura di Carina Spurio
     

Big Box of Blox

Big Box of Blox è un puzzle arcade (un misto di Blox, Atax e Tetris per intenderci) con ottima grafica e sonoro che da shareware è diventato gratuito per Windows e OS X.
Il divertimento è assicurato tra esplosioni, bombe, blocchi nascosti e sfondi animati psichedelici. Viste le basse richieste hardware Big Box of Blox è adatto anche a computer non performanti come piccoli netbook, o vecchi Pentium impolverati in disuso.
Per assistenza dedicata (solo per soci sostenitori GHoST) o altre informazioni contattare la nostra redazione.
 
   
Scarica il gioco direttamente dal nostro archivio: VAI...
    

Canto per gli orfani di Paola Rodomonti


In queste pagine sono stati raccolti una serie di appunti e di frammenti, scritti dall'autrice nel corso di quindici anni. Ne è risultato una specie di diario, in cui, il verso realistico si è trasformato in una sorta di canto visionario dove la coscienza del nulla  vive intrappolata nel suo riflesso. La parola, in questo caso, non è solo comunicazione ma evoca un mondo fantastico ed apre le porte serrate dell’altrove in cui l’anima trova il suo varco  e vola nel mondo; liberando la sua singolare capacità di sentire e di vedere. In questo modo Paola Rodomonti conferma il significato della parola “comunicare” nella sua prima accezione “partecipare”. La sua scrittura si palesa in quel volo fantastico  che ricrea le forme nel gesto. Ricompare la creazione affamata nel tessuto di parole che protegge la veglia; l’altro sogno che culla l’imprevedibile tra il sonno e il silenzio in cui Paola Rodomonti, tocca l’enigma e salva se stessa, rinnovando nei versi l’essenza degli esseri e le sue verità intrecciate; come semi piantati in un giardino che crescono l’uno vicino all’altro e si scambieranno, in seguito, il profumo dei fiori. Piano piano le parole vestono la notte, s’insinuano tra i segreti, rievocano immagini logore e confuse, assecondano quell’estenuante spasmo nella carne all’arrivo di un ricordo audace.
Il desiderio non appagato rinasce nelle ore di un anonimo giornoqualunque, dove tutto appare mosso, sconnesso e in maniera sfinitamenteelencatoria l’originale  autrice teramana scrive : “All’inizio ilpollice fece alla mano/ tracciare un segno: il solco dell’inventiva,/poi per esprimerlo, occorse un indice./ Poi venne il medio e insilenzio/ ancora fermi, l’anulare e il mignolo./ Il pollice lasciò./L’indice trapassò./ Il medio venne lesto/ l’anulare forte mi masturbò./E il mignolo/  mi adulò: la clitoride mi sfiorò/ il pollicetornò…nenia. / Il medio si frantumò/ negli anfratti dell’essere/incustodito./ L’anulare forato/ tornò forte/ testimone magico./ Ilmignolo si intersecò./ da All’inizio il pollice fece alla mano.
Nei versi di Paola Rodomonti è racchiuso il sussurro del caso che arriva da  un’immagine insistente, partorita dal turbamento di momenti del passato, consegnati in lettere a sdrucite tele o al filo che spunta all’orizzonte e in cui i poeti appendono gli umidi pensieri. Nel Canto per gli orfani, grumi di idee si dissolvono in un pulviscolo carico di silenzi, nella dimensione in cui si trova lo spazio dell’anima inquieta, mentre le dita macchiate d’inchiostro  inventano un senso e una personale giustizia. Per un momento il cuore di Paola diventa rosa e tra mille respiri aggiunge altri movimenti, lettere al contrario, di quelle che confondono il mondo. Due anni dopo, quei versi, di fronte allo specchio, alzano un nuovo sole e Paola, consacrata all’inferno delle sue mani, lascia che il suo canto  si libri ignaro del fato e ritorni dagli spazi infiniti da cui si è creato, per lasciare una segno impresso nel tempo, tra frammenti di stoffe, pezzi di carta e vecchi quaderni.

Sono riunite in questa raccolta tutte le poesie di Paola Rodomonti che come spiega Gianfranco Spitilli nella “Storia di Canto per gli orfani”, appartengono ad un vasto complesso di scritti, la cui stesura abbraccia l’arco temporale di circa un quindicennio, dal 1991 al 2006. La varietà dei supporti di provenienza (quaderni, fogli sparsi, cartelle dattiloscritte, cartoni e fogli da disegno, frammenti di stoffe, pezzi di carta), oltre a indicarci la radicale istintività del processo compositivo di Paola Rodomonti, rende per sé manifesta la complessità affrontata nella fase di trascrizione in formato digitale. In alcuni casi si è reso necessario il ricorso allo specchio, essendo un numero consistente di poesie scritto al contrario, da destra verso sinistra e con i caratteri rovesciati. I testi trascritti sono stati in prima battuta classificati con un codice alfabetico riferito alle fonti di provenienza, in seguito riordinate secondo lo stesso criterio; in una seconda fase si è proceduto alla selezione delle poesie e degli scritti. Il lavoro ha occupato circa due anni di tempo e ha condotto a questa pubblicazione.”
Paola Rodomonti. E’ nata a Teramo. Diplomata al Liceo Classico, compone poesie fin dalla giovinezza; ha trascorso periodi della sua vita in Sicilia, Francia, Spagna, Inghilterra ed Africa. Vive e lavora a Teramo.
   
SCHEDA LIBRO
Titolo: Canto per gli orfani
Autrice: Paola Rodomonti
Editore: Media Edizioni
Anno di pubblicazione: 2008

a cura di Carina Spurio
   

Incubo a seimila metri di Richard Matheson

Un’orrenda creatura che cerca di danneggiare l’elica di un aereo in volo; una telefonata notturna che proviene dal cimitero; la paranoia che ogni mattina assale un lavoratore quando sale sull’autobus; l’ossessione di un ragazzino per Dracula di Bram Stoker; un uomo che, lentamente, scompare dalla faccia della terra.
Sono questi i temi di alcuni dei diciassette racconti che costituiscono “Incubo a seimila metri”, incredibile raccolta firmata da Richard Matheson, scrittore americano nato nel 1926 ad Allendale, New Jersey.
Definito da Ray Bradbury come “uno degli scrittori più importanti del XX secolo”, Matheson è autore di romanzi e racconti che vanno dal western al fantasy, dal giallo all’horror. Ha inoltre scritto le sceneggiature di alcuni dei film tratti dai racconti di Poe e quella del primo film di Steven Spielberg. Dalle sue opere sono stati tratti film di successo e, proprio dal racconto che da’ il titolo all’opera, un fortunato episodio della serie Ai confini della realtà ed un’esilarante puntata de I Simpson.
Riscoperto dagli amanti del genere horror per l’avvincente romanzo Io sono leggenda, dal quale è stato tratto l'omonimo film con Willie Smith, Matheson è stato colui che meglio di chiunque altro ha capito l’importanza di raccontate sì storie fuori dall’ordinario, ma con protagonista la gente comune, storie ambientate nei luoghi che ognuno di noi frequenta quotidianamente, allontanandosi in questo modo dal cliché gotico dell’antico castello sperduto chissà dove.
Punto di riferimento di Stephen King, Matheson ha appassionato, e tuttora appassiona, intere generazioni di lettori, riuscendo a intrufolarsi negli animi e questo perché, parola di King, Matheson riesce a dare quanto di meglio possa donare uno scrittore: il desiderio irrefrenabile di “leggerlo ancora”.
Da leggere quanto prima.

a cura di Stefano
      

Lasciami entrare di Tomas Alfredson


Quando un film horror è un capolavoro sull’amore, ecco il nuovo film di Tomas Alfredson
Dimenticate Twilight e qualsiasi altro film di vampiri abbiate mai visto.
Dimenticate film pieni di effetti speciali e vampiri bellocci dark e dandy. Questa pellicola è essenziale, cruda nella sua scenografia ristretta e a tinte cupe, ambientata in una Svezia nevosa, rigida nella sua poca spettacolarità, ben diversa dai tanti scenari americani a cui ci siamo abituati.
Il film è ambientato in un sobborgo di Stoccolma sommerso dalla neve. Vengono rappresentati bisogni semplici, basilari: mangiare, bere, dormire, amare qualcuno. E oggetti semplici: non ci sono cellulari, macchine di lusso, abiti firmati e battute orecchiabili quanto scontate. «Te lo dico subito, non posso essere tua amica». Molti grandi amori cominciano cosi’. Quello di Eli e Oskar però non è un amore come gli altri.
Perché entrambi hanno 12 anni, anche se come precisa lei «non ricordo più da quanto». Perché Oskar è perseguitato dai bulli della scuola, mentre Eli, così fragile in apparenza, è forte e decisa. E perché, come scopriremo poco a poco insieme ad Oskar, Eli deve bere sangue umano per vivere.
Nel mondo dei protagonisti Eli e Oskar si lotta per sopravvivere e a volte nemmeno ci si riesce.
  
Che differenza tra i vampiri patinati e trendy di Twilight e la piccola Eli. Magra, solitaria, selvaggia, la piccola Eli si rifugia insieme ad Hakan in uno sperduto sobborgo di Stoccolma.
Eli non ha freddo, non sopporta la luce e ha uno strano odore. Ha bisogno di sangue per sopravvivere e non seleziona le sue prede.
L'incontro con Oskar, anche lui un sopravvissuto magro, pallido, figlio di genitori separati cambierà le vite di entrambi.
Oskar scopre un sentimento nuovo, Eli lo aiuta ad affrontare i suoi problemi. Ognuno dei due permette all'altro di entrare nel suo mondo. Si innamorano, di quell'amore pulito e totale come sanno esserlo solo certi sentimenti infantili.
Non mancano così i momenti toccanti, mai forzati ma sempre genuini e in grado di rilasciare emozioni spontanee e veritiere. 
  
La metafora del vampiro come "diverso", come predatore, è una metafora violenta, ma mai quanto certe realtà apparentemente normali. E l'amore è l’unica e l’ultima salvezza a cui credere.
Dal romanzo omonimo dello svedese John Ajvide Lindqvist, che è anche sceneggiatore del film, uno dei migliori horror della stagione, un autentico gioiello, che “usa” il genere trasfigurandolo in qualcosa di ben diverso. Un film sull'educazione all'amore come non se ne vedevano da anni. Bello, pervaso da un'atmosfera surreale e rarefatta che esprime al meglio l'immaginario da favola nordica.
Un film che è una chiara dimostrazione che l'horror ha ancora pretese di serietà, e non si limita ai vari remake o ai teen-movies. (Fonte Globalpress)
 
Giudizio: eccellente.

a cura di  Simona Pugliesi
   

Drag Me To Hell di Sam Raimi


Dopo essere stato impegnato nell'ultimo decennio con il ciclo SpiderMan, Sam Raimi torna al suo primo vero amore, l’horror, quello che lo ha fatto conoscere al mondo intero, e nel farlo, dopo le sue ultime esperienze di ‘genere’ come The Gift e L’armata delle Tenebre, Raimi realizza un altro capolavoro dei suoi, Drag Me To Hell. Ventotto anni dopo La Casa (aka Evil Dead) il vecchio e inossidabile Sam torna a farci divertire e spaventare con un altro dei suoi folli Luna Park dell’orrore, dove ogni delirante follia non solo è possibile ma è la benvenuta.

Con una sceneggiatura scritta a quattro mani con il fido fratello Ivan, il progetto Drag Me To Hell in realtà è un’idea di Raimi rimasta nel cassetto per quasi dieci anni ispirata a una storia che sua madre gli raccontava da bambino per farlo stare buono durante i viaggi in automobile.
Dunque il buon vecchio Sam, attraverso la sua casa di produzione di genere Ghost House Pictures si stacca per un attimo dalle mega produzioni vincolate a rigide regole da rispettare per riabbracciare così una produzione low budget sulla quale avere totale carta bianca.
A dimostrarlo il film stesso, a volte talmente ironico e volutamente demenziale da risultare semplicemente geniale. L’umorismo che ha reso gli horror di Raimi unici nel loro genere torna a farsi vedere e sentire, dall’inizio alla fine, in una pellicola dove a palesarsi è il divertimento provato dal regista stesso nel girarla.
La trama, tanto semplice quanto efficace per questo genere: Christine è un'impiegata all'ufficio prestiti che per ottenere una promozione deve mostrare le sue capacità al suo capo. Pertanto nega un'ennesima proroga di rimborso prestito richiesta da un'anziana gitana che per vendetta getta su Christine una terribile maledizione. Da quel giorno la vita di Christine diventa un inferno. Disperata chiede ad un veggente di aiutarla a liberarsi del demone che si è impadronito della sua anima ma ogni tentativo risulta vano. Infine Christine scopre che l'unico modo che ha per salvarsi è quello di trasferire la sua maledizione su di un'altra persona, ma l'impresa risulta più ardua del previsto.
Da questa base nasce e si sviluppa Drag Me To Hell, in un vortice di trovate registiche di primissimo livello, intervallate da situazioni splatter al limite della sopportazione e da situazioni comiche che vi faranno letteralmente sganasciare dalle risate. Raimi gioca, si diverte a prendere e a prendersi in giro, reinventando nuovamente il genere, come solo lui probabilmente riesce a fare.
La sua macchina da presa nei frequenti momenti di frenesia sembra come impazzita e non mancano quindi le carrellate alla Evil Dead, così come le inconfondibili scene con audio iperrealistico, o le sue inquadrature sghembe con movimenti di macchina virtuosistici, e poi ancora demoni bavosi, animali spiritati e parlanti, diluvio di liquidi organici e gag splatter quasi da cartone animato.
A seguirlo, in questo delirante viaggio verso l’Inferno, la giovane e convincente Alison Lohman, letteralmente sottoposta ad ogni tortura possibile, con Justin Long nei panni dello scettico fidanzato e la straordinaria Lorna Raver in quelli dell’inquietante Sylvia Ganush. A bizzeffe le scene da vedere e raccontare, per un film che nel suo complesso merita immediatamente l’etichetta di ‘cult movie’, come già successo ad altri indimenticabili titoli di Raimi. Nell’andarlo a vedere un unico consiglio… preparatevi più a ridere che a spaventarvi, anche se mescolando il tutto non potrete che esaltarvi dinanzi ad una simile lezione di cinema.
La speranza a questo punto è che Sam non ci faccia aspettare altri anni prima di tornare al suo genere, l’horror (in teoria non dovrebbe accadere, c’è La Casa 4 dietro l’angolo!). In caso contrario, detto sinceramente e senza troppi peli sulla lingua, che l’Uomo Ragno vada pure in pensione, perché privarci di questo folle, delirante, esilarante e geniale Raimi è un’assoluta ingiustizia.

   

La paura del 2012


Il 21 dicembre 2012 è oggi associato all'idea che in tale data si verificherà un cataclisma. Questa idea è stata diffusa attraverso siti internet, libri e documentari TV. Tuttavia al momento non esiste alcuna prova scientifica che supporti minimamente una qualsiasi delle teorie catastrofiste. La previsione dell'evento apocalittico per quella data si fonda essenzialmente sulla convinzione che tale data coinciderebbe con la fine della quinta era (La nostra attuale, chiamata Età dell'Oro) secondo il calendario Maya. Infatti, il loro calendario, uno dei più precisi che iniziava nel lontano 3.114 a.C. si interrompe improvvisamente proprio il 21 dicembre del 2012, giorno in cui si conclude la quinta era, anche detta dell’Età dell’Oro. Il fatto che il calendario del popolo precolombiano s’interrompa non significa comunque niente. Sta di fatto che in tanti, sia scienziati che semplici appassionati, ritengono possa verificarsi qualcosa di inaspettato e che segnerà l’uomo tanto da portarlo a cambiare repentinamente il proprio modo di vivere.
Ma cosa potrà mai accadere dunque il 21 dicembre del 2012?
Di seguito elenchiamo le tesi più accreditate:
 
Tempesta solare
Esiste una tesi riguardante l’iperattività del Sole che, guarda caso proprio il 21 dicembre del 2012, dovrebbe provocare un vento solare tanto forte da danneggiare il campo magnetico terrestre, distruggere le infrastrutture tecnologiche di superficie e, a seguito delle forti radiazioni, sterminare l’intera popolazione del mondo. Questa ipotesi non trova però concordi gli scienziati che conoscono tali tempeste magnetiche e sanno bene che, al massimo, potrebbe interferire temporaneamente con le trasmissioni dei satelliti e disturbare le telecomunicazioni cellulari. Nella storia dell’uomo, va poi precisato, tempeste magnetiche di questa portata si verificano regolarmente. Nella storia dell'homo sapiens, da 30.000 anni a questa parte, ci sono stati più di 2.700 di questi cicli e nessuno di essi ha causato estinzioni di massa.
 
Un asteroide annienterà la Terra
Le probabilità che un asteroide colpisca il nostro pianeta esistono, ma ad oggi nessuno sembra disporre di una tecnologia in grado di calcolare dove e soprattutto quando una roccia spaziale ci investirà. I catastrofisti, cavalcando le tantissime scritture in codice lasciate ai posteri da diversi veggenti del passato, ritengono tuttavia che l’impatto avrà luogo esattamente il 12 dicembre del 2012. Il tanto spesso citato asteroide Apophis non centra nulla stavolta, il suo passaggio è in programma per una data non meglio precisata, comunque successiva al 2030. Nulla sembrerebbe poi centrare con la fine del nostro mondo Ercobulus (anche detto Nibiru), “il pianeta X popolato dagli extraterrestri” che tanto in passato avrebbero fatto per l’umanità e che, secondo alcuni, avrebbe dovuto entrare in collisione con il nostro pianeta proprio nel 2012. Ciò che si cerca, e che tanti per questo ritengono inesistente, è un asteroide nuovo, un oggetto di grandi dimensioni che apparirà all’improvviso senza darci il tempo di reagire. La Nasa, sebbene non stia pensando ad una data precisa, sta comunque cercando da tempo un sistema che possa permetterci di distruggere o quantomeno deviare i cosiddetti NEO, rocce che vagano nello spazio e aventi un diametro superiore ai 500 metri. Al momento, sebbene il sistema sia relativamente giovane, si sono potuti rilevare e schedare soltanto alcuni meteoriti. Il problema risulta esser pertanto reale anche se la probabilità che un impatto possa aver luogo proprio in quella fatidica data risulta estremamente bassa: alcuni esperti sostengono non superiori all’1%.
 
Conflitto mondiale
L’umanità rischia un’imminente decimazione e, forse, persino l’anticipata estinzione. Le possibili cause sono principalmente due, e riguardano il modo di interagire fra di noi e con l’ambiente. L’interazione tra gli esseri umani, infatti, è fondata sul presupposto che la soddisfazione dei nostri bisogni dipenda dall’affermazione individuale sugli altri. Questo, nel corso dei secoli, ma ancor più negli ultimi 100 anni, ha provocato una spaccatura irreparabile. La ricchezza oggi è mal distribuita: 9 persone su dieci sono in condizioni di povertà assoluta e impossibilitate ad accedere alle risorse fondamentali, indispensabili per la vita stessa. Per quanto riguarda invece l’ambiente l’uomo lo sfrutta, convinto che la natura ci appartenga e che le risorse siano illimitate. In realtà così non è: l’uomo è una delle tante specie ospitate sulla Terra e il suo agire in maniera sconsiderata ha provocato ormai da tempo il superamento della capacità del pianeta di rigenerare le risorse che utilizziamo.
 
L’esperimento Cern
L’acceleratore di particelle di Ginevra, Il Large Hadron Collider (LHC) è in attesa di esser attivato per la seconda volta e stavolta potrebbe esser l’ultima. Secondo diversi scienziati l’esperimento che dovrebbe permettere ai ricercatori svizzeri di individuare il bosone di Higgs, la cosiddetta "particella di Dio", potrebbe rivelarsi l’ultimo esperimento della storia dell’uomo e l’inizio della fine del mondo. L’esperimento, ha affermato qualche mese fa il professor Otto Rossler, chimico tedesco della prestigiosa Eberhard University, potrebbe generare un buco nero capace di divorare la Terra facendola sparire nel giro di pochi anni. Rossler e compagni hanno presentato un ricorso presso la Corte Europea dei diritti umani al fine di bloccare l’esperimento ma di fronte alle accuse gli scienziati del Cern hanno voluto smentire la pericolosità dell’acceleratore. Parole che dovrebbero tranquillizzare ma che non sembrano riuscire nel loro intento a causa del tam tam di allarmi che si rifanno persino a una profezia di Nostradamus che recita: “Tutti dovrebbero lasciare Ginevra. Saturno si trasforma da oro in ferro. Il raggio opposto al positivo sterminerà ogni cosa”. La probabilità che tale profezia possa avverarsi risulta estremamente bassa: gli esperti sostengono non maggiori del 5%.
 
Robot auto-replicanti
La fine del mondo sarà causata dall’uomo o meglio, da una delle sue invenzioni: i robot auto-replicanti. Tale invenzione, presentata al mondo nel 2005, al momento non sembra esser così minacciosa da rappresentare un vero e proprio pericolo. Chissà però cosa potrà accadere da qui al 2012. Per il momento i ricercatori della Cornell University, coordinati da Hod Lipson, sognano l’impiego di queste macchine nell’esplorazione spaziale. Tale futuro ci appare oggi inverosimile, eppure la minaccia dei robot auto-replicanti è una di quelle che più di tutte spaventa l’umanità. Secondo gli esperti i terrestri hanno il 50% di possibilità di perire a causa di questi esseri artificiali che, per salvaguardarci dall’estinzione totale, potrebbero decidere di eliminare il 75% della popolazione garantendo così un futuro al 25% superstite.
 
I "Terminator"
Quanto ipotizzato in Terminator, film fantascientifico diretto da James Cameron, potrebbe rivelarsi molto vicino alla realtà. L’uomo, dopo aver creato dei robot dotati di una “intelligenza forte”, finisce col diventare agli occhi delle macchine al pari di un parassita e come tale un essere da sterminare. Prima di descrivere lo scenario previsto dagli esperti precisiamo cosa significa “intelligenza forte”. Nella robotica esistono due forme di capacità intellettive artificiali, quella “debole” e quella “forte”. La prima è identificabile in un normale computer programmato per svolgere un compito e incapace per questo di sfuggire alla sua programmazione di base. La seconda, quella più inquietante, riguarda invece una nuova generazione di macchine dotate di una consapevolezza vera e propria, capaci di pensare proprio come fa l’uomo, percepire il proprio "io" e in grado di migliorarsi, apprendendo dai propri errori.
 
Macchine intelligenti si sostituiranno all’uomo
Nick Bostrom, filosofo svedese piuttosto attivo sulle questioni etiche legate alla possibile creazione di macchine intelligenti, ritiene che l’arrivo di questi robot sia indubbio. “Tali superintelligenze non sarebbero solo un altro sviluppo tecnologico ma la più importante invenzione della storia che porterebbero a un progresso esplosivo in tutti i campi scientifici e tecnologici in quanto i robot condurrebbero ricerche con un’efficienza sovrumana. A causa della loro superiorità intellettuale è tuttavia fondamentale render questi esseri artificiali “amici degli esseri umani”. La Superintelligenza potrebbe essere l’ultima invenzione che gli uomini hanno bisogno di realizzare. I nuovi robot svilupperanno a loro volta intelligenze superiori.
 
La fine della specie umana
William N. Joy, informatico statunitense conosciuto come Bill Joy, il "Thomas Edison di Internet" e colui che si può considerare la vera mente scientifica di Sun Microsystems, teme che la nascita di una specie non biologica super intelligente coinciderà con la fine della specie umana. “Le specie biologiche - ha commentato - quasi mai sopravvivono allo scontro con un competitore superiore. Dieci milioni di anni fa, il sud e il Nord America erano separati da uno sprofondato istmo di Panama. Il Sud America, come oggi l'Australia, era popolata da mammiferi marsupiali, compresi marsupiali equivalenti di ratti, cervi e tigri. Quando l'istmo che connetteva Nord e Sud America sorse, ci sono voluti solamente poche migliaia di anni affinché le specie placentali, con metabolismi, sistemi riproduttivi e nervosi di poco più efficaci, destituissero ed eliminassero quasi tutti i marsupiali del sud. In un mercato completamente libero, robot dotati di intelligenza superiore sicuramente colpirebbero gli umani come i placentali Nord Americani colpirono i marsupiali Sud Americani.
 
Robot militari creati per sterminare gli esseri umani
Alcuni metteranno in evidenza il fatto che l’uomo non è un marsupiale ma un essere intelligente. Anche la scimmia in un certo senso lo è, e gli esseri umani se messi a confronto di un robot super intelligente, non sarebbero altro che primati privi di pelo. Va tenuto poi considerato che sistemi robotici intelligenti vengono tutt’oggi sviluppati anche in ambito militare e l’obiettivo di queste macchine non è quello di salvaguardare gli umani ma “sterminare dei nemici”.
 
Quanto scritto fin qui può aver turbato alcuni lettori, come anche aver fatto sorridere gli scettici convinti che niente e nessuno potrà mai cambiare l’attuale posizione dell’uomo nell’attuale scala evolutiva. I potenziali pericoli per la nostra specie sono tuttavia reali e sebbene alcuni non possano esser evitati, o in parte controllati, altri possono esser allontanati, cambiando magari il nostro modo di porci nei confronti dei nostri simili e della nostra casa, al momento l’unica disponibile, la Terra.
 
Fonti e riferimenti: Tiscali Scienze e Wikipedia

Sulla breccia di Caterina Falconi

Silvia e Cinzia abitavano nello stesso vicolo ed erano cresciute assieme. Silvia aveva diciannove anni e Cinzia ventidue.
Cinzia aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Viveva il presente senza tante complicazioni…
    
“Un’ora dopo passeggiavano per i viali deserti della villa comunale. Cinzia e Angelo davanti. Marco e Silvia dietro. Angelo avrebbe preferito la brunetta, con quell’aria dolce e intelligente, ma la strafiga gli aveva lasciato intendere di essere disponibile…” “Più facile lasciarsi andare al bacio di Cinzia, che gli riempì la bocca di un liquido sapore di chewing gum. Facile lasciarsi sbottonare i jeans addossato a un pino bitorzoluto. Cinzia infilò la punte delle dita nei suoi slip. Sfiorò la sua erezione. Silvia si voltò, li vide, e provò una tale rabbia, un gelosia così intensa da fare la prima di una lunga serie di stronzate che le avrebbero rovinato la vita: baciare Marco.”
Due anni dopo Silvia e Marco si erano sposati. Nell’avvilente routine quotidiana Silvia sperava nell’arrivo di qualcuno che la portasse via, qualcuno che somigliasse ad Angelo. Silvia e Angelo si erano ritrovati avvinghiati nel buio totale…


Sulla breccia sogni e speranze, fatalità ed errori.
Dentro la storia, Silvia e il suo segreto.
Dentro un segreto lo smarrimento e la consapevolezza di amare Angelo. Nell’imprevedibile finale, il senso di un’identità perduta riaffiora nella perdita e negli intrecci del destino che sembrano prendersi gioco degli esseri umani e dei loro sentimenti.
Caterina, Sulla breccia atterri o decolli?
Né l’uno nè l’altro. Sulla breccia è una nicchia, c’è dentro uno dei mondi che ho inventato. Posso entrarci e uscire quando voglio, riposarci. Vorrei fabbricarne altre di anse così... dici che mi sto alienando?
    
Caterina Falconi è nata ad Atri (Te) nel 1963. Laureata in filosofia, ha lavorato due anni nel reparto pediatrico di un ospedale africano come volontaria. Attualmente è educatrice in un istituto di riabilitazione di Giulianova, dove vive con le due figlie. Ha vinto il premio Teramo nel 1999. Sulla breccia è il suo primo romanzo.
Per maggiori informazioni e acquisti, collegarsi al sito della casa editrice: www.fernandel.it
   
SCHEDA LIBRO
Titolo: Sulla breccia
Autrice: Caterina Falconi
Formato: 120 pagine in brossura
Anno di pubblicazione: marzo 2009
Editore: Fernandel Edizioni
Codice ISBN: 9788895865065
Prezzo di copertina: 12,00 Euro

a cura di Carina Spurio
   

La torre nera di Stephen King


Se nel corso degli anni “Il signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien ha riscosso un enorme successo tanto da diventare un colossal cinematografico in tre episodi osannato dalla critica e dagli appassionati di tutto il mondo, allora cosa ci si deve aspettare dalla saga nata dalla penna di Stephen King?

“La Torre Nera” è un opera monumentale che si suddivide in sette libri (L’ultimo cavaliere, La chiamata dei tre, Terre desolate, La sfera del buio, I lupi del Calla, La canzone di Susannah, La Torre Nera) per un totale di quattromila e più pagine, quattromila pagine che, una volta superato l’iniziale timore provocato da una simile “montagna di carta”, scorrono via senza annoiare il lettore.
La base della storia è semplice, uno di quei temi cari a molti romanzieri e poeti del periodo romantico e non solo: il viaggio. In questo caso si tratta di un viaggio volto al raggiungimento dell’obbiettivo di una vita, la Torre Nera appunto.
Il protagonista è Roland Deschain di Gilead, la vicenda si svolge quasi per intero in un mondo che ha molte affinità con il nostro ma che, come viene ribadito in più occasioni, “è andato avanti”, tanto da essere sul punto di sgretolarsi e scomparire per sempre. Un mondo dopo una sanguinosa guerra civile svoltasi secoli prima del quando in cui è ambientata l’epopea di Roland, ultimo di una stirpe di pistoleri al servizio del bene e  della luce. Il mondo come lo ha conosciuto da bambino è finito, i suoi amici sono scomparsi e a Roland resta soltanto la sua ricerca.
Resta solo la sua mania, resta solamente la Torre.
Una ricerca estenuante che si snoda tra paesaggi da incubo, lungo laspiaggia del Mare Occidentale che di notte si popola di orribilicreature marine, in città in rovina abitate da fazioni mutanti in lottatra loro. A bordo di un treno impazzito che vuole terminare la suacorsa schiantandosi contro il capolinea. Ciò che rende avvincente lastoria è il fatto che alcuni dei momenti cruciali per il destino nonsolo di Roland, ma dell’universo intero, si svolgono nel nostro mondo,grazie a porte o a grotte parlanti che si aprono nella nostradimensione e permettono al Pistolero di saltare da una realtàall’altra. Di chiamare altri “cavalieri”, di entrare in contatto con lostesso King, colui che ha il compito di narrare di Roland e dei suoicompagni affinché sia impedito il crollo della Torre e il  trionfo delRosso.
I dettagli sono infiniti e non possono essere trattati in manierasistematica, richiederebbero tempo e pagine su pagine, ma ciò che piùcolpisce è la limpidezza narrativa, un semplicità che rende scorrevoleuna storia che a prima vista potrebbe apparire opprimente e impossibileda portare a termine. I colpi di scena sono innumerevoli e sisusseguono a ritmo serrato tanto da rendere imprevedibile l’evolversidel racconto. Tanto da rendere ossessiva, almeno per gli appassionatidelle storie del Re, la lettura. Il desiderio di sapere cosa accadrànella pagina successiva è impossibile da tenere a freno e testimonia lagrandezza dell’opera.
King ha dato il meglio delle sue capacità, riuscendo a far vederenitidamente al lettore il mondo che descrive, le gesta di Roland e delsuo “ka-tet”.
Taluni giudicano King come un autore prettamente commerciale, che nonentrerà mai nell’Olimpo dei Grandi Narratori che hanno fatto la storiadella letteratura mondiale. Bè, La Torre Nera può riservare delle bellee soprattutto inaspettate sorprese. Da leggere.

a cura di Stefano